non voleva saperne tanto. Ordinò una barella, mi fece trasportare nella
casa che occupava egli stesso, e mi confidò alle cure del chirurgo il
più abile, di cui disponeva. La mia ferita era spaventevole. Il cranio
franto, la _dura–madre_ tagliata, la sostanza grigia del cervello
tocca.... In breve, io aveva novantacinque probabilità contro cinque di
non cavarmi di là; ed in prospettiva, disse il dottore, se mi tiravo
dal mal passo, la pazzia o lʼidiotismo, lʼintervento provvidenziale
del Consiglio di guerra permettendolo. Infrattanto la febbre si
dichiarò, sopravvenne il delirio, una specie di coma mi accasciò e durò
quarantotto ore. Il chirurgo era polacco. Quindici giorni dopo, nulla
ostante, io era in convalescenza! Il sedicesimo giorno, il maggiore
Semenow accompagnava mia madre, che era accorsa da Varsavia.
—Che disgrazia, figlio mio, sclamò essa, vedendomi quasi guarito: tu
non morrai delle tue ferite!
Il maggiore Semenow, scosso da questo voto di una madre, si ritirò
confuso e quasi costernato.
Al 5 agosto, il dottore Kazala dichiarò che io era in istato di
viaggiare. Da quindici giorni, il maggiore, ora colonnello Semenow,
aveva ricevuto lʼordine di spedirmi a Varsavia. Mia madre dovette
lasciarmi.
Ho io bisogno di dire che in tutto questo si manifestava la misteriosa
protezione di mio fratello? Egli aveva appreso dal rapporto della
battaglia, mandato dal maggiore al luogotenente generale, che io era in
mezzo ai prigionieri, come parecchi altri nobili, e interveniva a mio
favore, senza mostrarsi.
IV.
Lasciai Radziwitow il 7 agosto. Il colonnello Semenow, che mi aveva
dimostrato tutta la cortesia che aveva creduta compatibile col suo
grado e la sua posizione, si trovò presente alla mia partenza per darmi
un tacito addio. Mi avevano poste le manette e le catene ai piedi.
Nella Ribitka, un ufficiale di gendarmeria sedeva a lato a me, e due
gendarmi coi facili carichi stavanmi dirimpetto. Lʼufficiale era un
tedesco, grossolano, ma non cattivo, chiamato Krünn. Fumava sempre,
beveva finchè aveva denari, e prendeva molto diletto a conversare, onde
aver il solletico di vantarsi dei servigi che aveva resi e rendeva allo
Czar per domare i Polacchi. Siccome nel mio caso eravi alcun che di
straordinario, cui io non aveva voluto spiegargli, così mi trattò con
molta deferenza. Forse il colonnello Semenow lʼaveva messo in guardia.
Comunque si fosse, gli è che noi viaggiavamo quasi a seconda della mia
volontà, cui, del resto, io dissimulava sotto la più delicata urbanità.
Il colonnello gli aveva consegnata la borsa lasciatami da mia madre, ed
il degno gendarme trattavami, e si trattava, da principe.
Il tempo era splendido. Un sole raggiante animava la continua monotonia
delle contrade cui traversavamo, e le pozzanghere dʼacqua putrida degli
stagni divenivano scintillanti, il verde nero delle foreste si smaltava
di una vernice fosca, che incantava lo sguardo. Il cielo della Polonia
è di un azzurro dolce e carezzevole, tra il celeste grigio del cielo
di Francia ed il denso cobalto del cielo dʼItalia. Viaggiavamo notte
e giorno, cangiando di tempo in tempo i gendarmi. Le notti divenivano
fresche, soprattutto verso lʼalba, e quasi sempre umide. La nebbia,
che cʼinvestiva il mattino, ci lasciava quasi sempre bagnati. Il
capitano Krünn temeva che io ne soffrissi, vedendomi così delicato,
di un aspetto quasi femmineo. Imperciocchè il cielo della Siberia non
mi aveva dato la tinta virile, che mi osservate oggidì. Il bleu dei
miei occhi si è addensato sotto lʼardente riverbero dei ghiacci del
paese degli Zchoukos; la lanugine dorata, che copriva le mie labbra,
è divenuta baffi biondi; la bianchezza diafana della pelle si è
abbronzata sotto lʼalito dei venti del mare del polo; la vita snella e
fine si è ingrossata e fortificata sotto le strette del lavoro. Ma, a
quellʼepoca, si sarebbe detto che io fossi una amazzone, che lasciavasi
andare ai capricci del viaggiare. Vestivo la tunica grigia deglʼinsorti
e portavo una specie di kepì rosso orlato di nero.
Bisogna aver viaggiato in Polonia od in Russia per aver unʼidea della
celerità che può raggiungere una vettura a cavalli. Avremmo potuto
percorrere duecento verste (chilometri) al giorno, con una rapidità
vertiginosa, se io non avessi pregato il capitano Krünn di moderare il
corso del nostro leggero veicolo. Le manette e le catene mi facevano
soffrire orribilmente, e risentivo nel capo i balzi prodigiosi e gli
sbattimenti amorosi della kibitka. In certi momenti parevami divenir
pazzo, talmente il sangue, che mi affluiva alla testa, mi dava delle
allucinazioni, delle vertigini, dei miraggi fantastici. Tentavo
scacciare del mio spirito lʼorrido pensiero della mia posizione, ma
esso mi assediava, mi possedeva, e diveniva più pressante ad ogni
versta che ci ravvicinava a Varsavia. Il pieno sole, lʼaria libera,
lʼinfinito cielo, il movimento e lʼimponente linguaggio della natura,
la vista dellʼuomo, dei boschi, delle città, delle acque, la vita
che spirava dovunque, mi facevano però ancora illusione. Io non era
ancora in faccia al mio delitto, abbaruffandomi col carnefice. Ero in
faccia alla società ed alla natura. Questa scappatoia della speranza
doveva ben tosto svanire. Finalmente una sera, a dieci ore, arrivammo a
Varsavia.
Se io non avessi lasciata questa città due mesi avanti, avrei creduto
di entrare in una necropoli. Lo stato dʼassedio pesava sugli abitanti,
come uno spegnitoio gigantesco, che intercetta il suono, la luce,
lʼaria, limita lo spazio, sopprime la vita. Non una vettura, non un
viandante nelle strade. Non si udiva che il passo delle pattuglie, ed
il rombo gutturale, cadenzato delle sentinelle. Si sarebbe detto che
i lampioni mandassero una fiamma a corruccio, tanto essi spandevano
quella caliginosa e rossastra luce delle lucerne fumose. Nessuno
strepito trapelava dalle case; non uno spiraglio, che lasciasse
trapelare un raggio. Tutte le imposte e le persiane restavano chiuse.
Passai dinnanzi alla mia casa: mi parve una tomba. Mi si serrò il
cuore. Che faceva mia madre a quellʼora? Pregava, senza dubbio. Alcuni
cani abbaiavano lontano lontano. Forse i Cosacchi li torturavano, prima
di mangiarli.
La kibitka si arrestò dinanzi la cittadella. Io aveva tutte le
membra intirizzite. I gendarmi mi presero nelle loro braccia, e mi
portarono. Fui deposto prima in una specie di sala di cancelleria
del colonnello, comandante della cittadella. Eʼ fu avvertito del mio
arrivo. Infrattanto mi perquisirono, onde non perdere lʼabitudine;
perocchè sapevano bene che altri avevan dovuto compiere quella
formalità parecchie volte prima di loro. Il colonnello arrivò subito,
ed il capitano Krünn sʼintrattenne con lui alcuni istanti, parlando a
voce bassa e consegnandogli una filza voluminosa di carte.
Il colonnello mʼinterrogò. La sua voce tradiva la collera, ma egli si
sforzava di conservarsi calmo. Risposi a monosillabi, ovvero mi tacqui.
Il mio nome fu scritto sopra un registro. Credetti udire il colonnello
chiedere al cancelliere se restasse ancor vuota una cellula. La
risposta fu negativa. Si consultarono, poi fu pronunziato un numero, ed
i soldati mi trasportarono attraverso un dedalo di corridoi. La domanda
di essere liberato dalle manette mi corse più volte alle labbra; ma per
timore di un rifiuto, mʼastenni di emetterla. Fu quindi in tale stato
che mi deposero in una muda, in fondo ad un corridoio, donde lʼavevano
tagliata fuori, chiudendolo fino alla vôlta con unʼimmensa porta munita
di un abbaino.
È stato molto scritto e detto contro le prigioni russe. Esse non sono
nè più nè meno atroci di quelle dellʼimperatore Francesco I dʼAustria,
e del fu re di Napoli Ferdinando. Vi sono così orride rivelazioni da
fare contro la Russia, che lʼesagerazione diviene inutile, e disonora
chi se ne serve. Fui gettato sopra unʼumida pietra, e la porta si
rinchiuse con rumore sopra di me. Cercai, brancolando, un angolo, in
cui mi lasciai cascare, e mi addormentai. Nella kibitka, io non aveva
avuto da parecchi giorni che una continua insonnia. Il sonno, che
allora mi cadde sopra come piombo, fu benefico; esso mi sottrasse al
supplizio di quella folla di farnetiche larve, che sʼimpadroniscono
del prigioniero, e popolano di orribili immagini, le prime ore della
prigione.
Allʼindomani fui risvegliato dʼimprovviso dal carceriere e dal rumore
dei calci dei fucili, che percuotevano le lastre del corridoio.
Venivano a cercarmi per presentarmi al Consiglio di guerra. «Tanto
meglio, dissi io, lʼaffare sarà presto finito». Però non fu davanti al
Consiglio di guerra che mi condussero.
Mi trovai in mezzo alla Commissione dello stato dʼassedio. Ciò mi
sorprese, ma il mio stupore non durò a lungo.
Si sfiorò lʼinterrogatorio in quanto alle mie imprese militari. Pareva
loro inutile sciupar tempo con un uomo che, fin dal primo istante,
aveva dimostrato non voler parlare; e cercare altri elementi, quando ve
ne erano già bastanti per condannarmi, sia ad esser fucilato, sia ad
esser impiccato—secondo lʼumore, la fantasia, lo stato di digestione
dei giudici, e lʼora del giudizio. Lʼistruzione sʼaggirò sopra altro
terreno.
Pareva loro straordinario che un giovane, della mia famiglia, coʼ miei
principii e le mie relazioni, fosse restato a Varsavia, quasi per due
anni, in una specie di febbrile indifferenza, in una calma irrequieta,
mentre i miei compatriotti, i giovani della mia età e della mia
nascita si battevano per la causa nazionale. Si sapeva lʼostilità che
regnava fra mio fratello e me. Non sʼignorava il mio odio contro i
Russi. Perchè dunque mi ero deciso così tardi ad entrare in campagna?
—Voi siete membro del Comitato, mi disse il colonnello presidente.
—Voi mi fate troppo onore, signore, sclamai, fremendo internamente.
Il colonnello fissò sopra di me il suo sguardo grigio, petulante, e
ripetè:
—Voi siete membro del Comitato, e latore dei suoi ordini.
—Voi leggete dunque nella coscienza, signore, poichè vi permettete
simili accuse!
—Leggerò ben tosto in questa carte, rispose il colonnello con un
sorriso trionfante.
Allora ei frugò nel quaderno del mio processo, compilato a Radzewilow,
e ne tirò fuori un pezzo di carta, sul quale correvano dallʼovest al
sud, di traverso, a zig–zag, degli sgorbi, delle strisce, delle piccole
chiazze di inchiostro, delle zampette di mosca, ed ogni sorta di segni
grotteschi. Ei me lo presentò, e mi disse:
—Leggete un poʼ codesto.
Io guardai, e proruppi in un omerico scroscio di riso.
Ecco di che si trattava.
La sera avanti la mia partenza per la Volinia, io era andato a far
visita ad una signora, che aveva suo figlio tra glʼinsorti di quel
paese. Mentre noi conversavamo, seduti intorno ad un tavolo su cui
cʼera carta e calamaio, una bambina di quattro anni sʼera divertita a
scarabocchiare sopra un foglio, che poi mi aveva presentato, dicendo:
«Ho scritto al mio piccolo marito che lo amo tanto!» La ragazzina aveva
quindi rotolato la parte scritta della carta a foggia di zigaretto, e
lʼaveva, a mia insaputa, cacciata nella tasca della mia tunica, ove
era rimasta sotto la pezzuola. Dopo la mia ferita, frugando nelle
mie tasche, quello stoppino era stato trovato, era stato svolto, ed
avevan veduto lo strano geroglifico. «È uno scritto in cifra!» aveva
probabilmente esclamato il commissario incaricato dellʼistruzione
del mio processo. E come tale, ei lʼaveva inviato fra le carte a
mio carico. Da uno scritto in cifra allʼesser membro del Comitato,
ci correva certo un vasto spazio. Ma vi è nulla di comparabile alla
miracolosa velocità dʼimmaginazione dʼun giudice dʼistruzione che ha
già un partito preso?
La mia ilarità sconcertò ed offese il colonnello.
—Si può conoscere la causa di codesta gaiezza? disse egli lentamente.
—Ma non vedete, signore, che codesti sono gli sgorbi dʼun bimbo, che
vuole scimmiottar la scrittura?
—E chi è il bimbo che lʼha fatti?
Tacqui. Ero preso. Dovevo io nominare la figliuola della mia amica?
Avrei scatenato la tempesta su quella povera famiglia, già tanto
provata dalla sventura, poichè due dei suoi giovani erano morti, uno
era prigioniero, e il quarto si batteva ancora. Il mio silenzio cangiò
il dubbio in convinzione: io era membro o emissario del Comitato!
Io era dunque la prima luce che poteva guidarli, onde scandagliare
quellʼabisso di tenebre che metteva in iscompiglio il Governo dello
Czar.
Lʼonnipotenza di quel Comitato, cui tutta una nazione conosceva forse e
nessuno tradiva, al quale tutti obbedivano, che agiva come la folgore,
e maneggiava a suo grado lʼanima nazionale, stordiva lʼimperatore
Alessandro, irritava il granduca Costantino, costernava la burocrazia
moscovita. Potete immaginarvi quindi se dovessero rassegnarsi alla mia
risposta ed al mio silenzio. Tutto quello che io potei soggiungere per
confermare la mia spiegazione, non valse che a consolidare il sospetto.
Occorreva quindi trovare il mezzo di farmi parlare a mio malgrado.
IV.
Ciò che vʼha di terribile in tutte le istruzioni criminali si è che il
giudice vi arriva sempre imbevuto di una convinzione, cui si sforza di
realizzare, come il matematico si mette a provare il problema che si è
proposto. Le mie ragioni non ebbero dunque alcun valore. Si trattava
omai di strapparmi, in qualunque modo, delle confessioni, che venissero
a confermare lʼopinione prestabilita dalla Commissione dello stato
dʼassedio. Ecco il suo còmpito. Ora il Corpo della polizia e quello
della magistratura in Russia si servono di una quantità di mezzi più
o meno terribili per isciogliere lo scilinguagnolo ed anche nel senso
che meglio loro aggrada. Questa procedura si riassume in una parola: la
tortura.
—Vi accordo ventiquattrʼore di riflessione, mi disse il colonnello
presidente. Se domani voi persistete a tacere, sappiate che noi abbiamo
il potere di fare per lo meno gridare queglino che non vogliono parlare.
—Signor presidente, io parlo; ma non è colpa mia, se non posso
accettare il linguaggio che mʼimponete.
Mi ricondussero alla mia secreta. Era mezzogiorno. Vi ho detto che quel
buco non aveva altra apertura che un piccolo abaino praticato nella
porta, pel quale filtrava unʼaria mefitica e la luce dʼuna lanterna,
accesa notte e giorno allʼaltra estremità del corridojo. Restai in
piedi dietro quel finestrino, onde respirare quantʼaria potessi,
perocchè mi sentivo venir meno. Allora udii un lagno nel carcere, e mi
accorsi che non ero solo.
—Soffoco, disse la voce; di grazia levatevi di là.
—Scusate, sclamai, non sapevo di avere acquistato un compagno.
Impossibile distinguer altra cosa che un mucchio di stracci di carne
umana tritata, accovacciato in un angolo. Scambiammo i nostri nomi. Ci
eravamo conosciuti in società. Tutta la Polonia conosce i suoi poemi.
Era il poeta studente Zoliwski, arrestato dopo la a manifestazione
del 15 ottobre, e torturato, perchè anchʼegli sospetto di appartenere
al Comitato. Aveva già presi due _bagni di sangue_, essendo passato
due volte per le verghe. Le sue ossa erano rotte, la sua carne cadeva
a brani; il corpo non presentava più che una piaga putrescente.
Agonizzava, senza poter morire, e si vedeva morire! Il carceriere
interruppe la nostra conversazione. Ci portava il pasto: del pane,
della carne salata, ed una sola brocca dʼacqua per Zoliwski.
—E la mia brocca? chiesi io.
—Lʼho dimenticata; ve la porto...
La porta si rinchiuse.
—Non toccate la carne, prima che vʼabbiano portato lʼacqua, disse
Zoliwski. Questa dimenticanza è forse premeditata. Vogliono farvi fare
le vostre prime armi nella tortura, provandovi colla sete.
Non toccai nè la carne, nè il pane. Il carceriere non ricomparve.
La notte era già avanzata, quando lʼispettore della prigione venne ad
annunziarmi la visita di mio fratello Casimiro.
—Non ho fratello, risposi io con fermezza, quantunque il cuore mi si
serrasse; non voglio riceverlo.
Mio fratello seguiva a due passi lʼispettore. Udì la mia risposta,
e non rispose. Scorsero due minuti o tre. Forse ei rifletteva,
esitava; poi udii il tintinnio dei suoi speroni risuonare lentamente
ed allontanarsi. Piegai il capo fra le mani, ed i miei occhi si
inumidirono.
Lʼindomani non fui chiamato dinanzi alla Commissione dello stato
dʼassedio, e ne seppi più tardi la ragione. Il granduca Costantino, il
quale non era poi un diavolo così nero come lo si è voluto dipingere,
era stato informato del mio interrogatorio e della spiegazione
_umoristica_ che io aveva dato sul documento principale dellʼistruzione
contro di me: lo scritto in cifra! Il granduca aveva sorriso della
_gherminella_, che io giuocava alla giustizia russa, ma aveva, in pari
tempo, ordinato che una Commissione di calligrafi emettesse la sua
opinione su quel curioso geroglifico. Nondimeno, mio fratello era
spaventato, non della sorte finale che mi aspettava, non dubitando
punto che io saprei morire, ma delle sofferenze orribili che io doveva
traversare prima di annientarmi nella morte. Egli non temeva che io mi
disonorassi con una confessione estorta dal dolore: sapeva che io mi
sarei mozzata la lingua coʼ miei denti, e lʼavrei inghiottita piuttosto
che parlare; ma egli avrebbe voluto raddolcire la mia _via crucis_, e
presentare dinanzi ai miei occhi quellʼestasi che nascondeva ai martiri
il supplizio. Implorò dal granduca che mia madre potesse visitarmi.
Il granduca aveva accordato allora tale permesso alla madre del mio
compagno di carcere; e consentì. Lʼispettore aveva dunque accompagnata
la madre di Zoliwski, quando, sul cader della notte, accompagnò ed
introdusse anche la mia nella muda.
Io mi era fatto più piccino che avevo potuto, e mi ero rannicchiato
in un angolo della secreta, per non turbare il mistero sacro del
colloquio, forse lʼultimo, del mio compagno con sua madre. Avrei
voluto convincerli che io era cieco e sordo, per non isgomentare
il loro dolore, per non soffocare i loro lamenti,—i lamenti sono
di rado eroici—, per lasciare ogni libertà alle loro confidenze,
allʼeffusione delle loro anime. Fui spaventato del dolore infinito di
quei due esseri, dolore che non ebbe neppure un grido! La madre cadde
in ginocchio presso il corpo del suo figliuolo, le loro bocche si
avvicinarono, le loro lagrime si confusero. Non dissero una parola. Che
cosa avevano a dirsi, del resto? La madre sapeva che il figlio doveva
in breve morire sotto le verghe, in una spaventevole agonia; il figlio
sapeva che la madre non gli sopravviverebbe. Mia madre arrivò.
Mia madre era donna dʼaltra tempra. Ella aveva il carattere forte,
ma drammatico. Sarebbe stata grande e nobile nella ristretta cerchia
della famiglia; ma sostenere una parte la seduceva: ricoprire
lʼintera nazione col velo delle sue disgrazie, era il suo sogno.
La sua tenerezza verso di me non aveva limiti; ma avrebbe creduto
derogare al suo carattere, se lʼavesse lasciata vedere, ed ella fosse
apparsa più madre che Polacca. Nullaostante mi strinse fra le sue
braccia, ed io sentii per la prima volta lʼatrocità delle manette, non
potendola stringere fra le mie. La mia presenza nel carcere aveva forse
intimidito la madre di Zoliwski. La presenza di quei due testimonii
esaltò invece mia madre. Ella respinse quanto vi poteva esser di donna
nel suo cuor lacerato, e si atteggiò a cittadina.
Lo confesso, ne fui afflitto.
Io non le domandava unʼora di eroismo, ma unʼora di tenerezza materna.
—Ho veduto tuo fratello, mi dissʼella. Egli mi disse che tu non hai
voluto riceverlo. Mi ha informato delle complicazioni terribili, che si
sono aggravate su te.
—Io le affronto tranquillamente, madre mia, risposi io.
—Tu non sai forse ciò che ti riservano, continuò essa.
—Se lʼavessi ignorato, madre mia, ho lì, nella persona del mio
compagno, Carlo Zoliwski, lʼesempio terribile del loro potere, di ciò
chʼessi fanno prima di uccidere.
—Tu non hai a temere nè le verghe, nè lo knut, rispose mia madre;
tu godi ancora del privilegio della nobiltà, lʼesenzione dalle pene
corporali. Ma essi hanno altri mezzi per maciullare la carne vivente e
colpire lʼanima.
—Lo so.
—Konarski fu quasi sul punto di confessare, nella tortura della fame.
—Ma egli resistette.
—Levitox subì tali slogamenti di membra, che preferì mettere il fuoco
al suo pagliariccio ed abbruciarsi, per paura di parlare suo malgrado.
—Voi vedete dunque che vi sono dei mezzi per sottrarci allʼinfamia.
—Gorski restò quarantottʼore sospeso pei piedi, colla testa in giù,
sopra un focolajo, ove si faceva ardere della paglia inumidita.
—Ciò avveniva al tempo di quel mostro che si chiamò lo czar Nicolò;
ora non si commettono più di tali atrocità.
—Se ne commettono sempre, se ne commettono delle altre.... tu lo
vedrai domani.
—Sì, mi hanno minacciato di ciò. Ma io voglio vederlo. Io son
preparato.
—Ebbene! io non voglio che tu soffra, io. Se fosse almeno per
salvarti la vita! Ma no. Tu sei condannato, avvenga che vuolsi. Ti
si tormenterà per istrapparti delle confessioni; e ti si manderà al
patibolo perchè ti sei battuto. Oh no! ho veduto impiccare tuo padre,
mi basta.
—Ma che possiamo noi fare, madre mia? Quandʼanche avessi qualcosa a
dire, e non ho nulla, io non posso parlare.
—Ma, disgraziato figliuolo, gli è appunto quello che io temo. Tu
potresti parlare, perchè non sai nulla. Il dolore potrebbe strapparti
dei gemiti, che essi prenderebbero per parole. Puoi divagare. Il
delirio potrebbe impossessarsi di te nello spaventevole turbamento che
essi gettano nel tuo sangue. Chi può esser sicuro di sè? Chi conosce
appuntino la tempera dei propri nervi? Ora, figliuolo mio, un solo
sospiro, che può esser interpretato come una confessione, è il disonore.
—Oh! Dio mio, madre mia, perchè venite voi a mettere questa
costernazione nellʼanima mia, sclamai io in una suprema angoscia. Ho io
mostrato qualche segno che vʼispiri codesti dubbii?
—Io voglio prevenire, voglio risparmiarti il dolore. Voglio strapparti
al supplizio. Ah! se tu potessi vivere. Ma la tua sentenza è segnata.
Il tuo patibolo è rizzato. La sorte che ti destino, del resto, sarà
anche la mia. Io non posso sopravvivere alla tua morte, avendo
lʼaltro nel partito figlio dei carnefici. Sono stanca di piangere, di
sperare, di pregar Dio che non ci ascolta, di credere ad uomini che
ci tradiscono. Vuoi tu che io divenga russa alla mia volta, e che io
solleciti lo Czar onde castighi codesta Germania, codesta Francia,
per le quali noi abbiamo versato tanto sangue e che non hanno per noi
neppure una fiera parola?...
—Madre mia, voi parlate come mio fratello. Rassegnatevi.
—Io preferisco non più vederti, anzi che perdonare ai nostri nemici.
Dunque, figlio mio, la mia risoluzione è presa. Io non voglio che tu
subisca la tortura; non voglio che tu sii esposto al pericolo di una
confessione per debolezza nervosa; non voglio che tu muoia per mano del
carnefice. Poichè tu devi morire, muori di mia mano; poichè tu devi
passare per unʼagonia spaventevole e lunga, abbreviala. Schiaccia sotto
i tuoi denti questo lampone di vetro: ho anchʼio il mio.
—Che cosʼè ciò, madre mia?
—Dellʼacido prussico. Essi verranno a cercarti or ora per trascinarti
dinanzi ai giudici: troveranno due cadaveri. LʼEuropa ne sarà
atterrita, e avrà forse un rimorso.
—Mai più, madre mia, gridai io. Io non mi ritraggo dinanzi al mio
destino, qualunque possa essere. Non più una parola su ciò. Voi mi fate
arrossire. Guardate dunque quel giovane, in quellʼangolo della segreta,
ridotto un gruppo di carne marcita. Sono io a quel punto forse, perchè
mi proponiate di suicidarmi nel fondo di un carcere? Sono io più vile,
che debba spaventarmi di soffrire almeno quanto lui? No, madre mia, io
voglio andare fino alla fine; io non sono ancora esaurito.
—Ma io lo sono, disse allora Zoliwski con una voce sì affranta, sì
spenta, che parve mandasse lʼultimo anelito. Di grazia, o signora,
datemi la salvezza che vostro figlio rifiuta, senza sapere ciò che
rifiuta.
Essi avevano udito la nostra conversazione, benchè tenuta a voce bassa.
La madre di Zoliwski si trascinò ai piedi di mia madre, senza aprir
bocca, e li abbracciò. Io era annientato. Mia madre tremava in tutta la
persona.