Alessandro II era _ben fatto_, ed egli voleva continuare lʼopera
paterna.
Io non ricorderò che questo solo fatto. Un giorno, con un decreto,
di sua propria mano, Niccolò scrisse la sentenza, cui nulla aveva
provocato, della deportazione al Caucaso di _quarantacinquemila_
famiglie polacche, di cui il Governo _diffidava_!
Alessandro II aveva detto tutto. La sfida era corsa. Le anime
agghiadate si risvegliarono, i cuori arditi si prepararono.
Ma ciò non era tutto ancora.
Lʼeco dellʼunità italiana compiuta risonava nella nostra vecchia
coscienza nazionale, gualcita. Lo Czar scelse Varsavia per incontrarsi
col re di Prussia e lʼimperatore dʼAustria, affin dʼintendersi ed
avvisare insieme sulla situazione dellʼEuropa. Egli portava una nuova
sfida: una sfida alla Polonia, lʼincarnazione sanguinosa delle nazioni
vittime; una sfida allʼEuropa occidentale, che si diceva favorevole
alla politica delle nazionalità inaugurata dalla Francia. La lezione
di Wilna, ove nessuna dama accettò lʼinvito al ballo che il generale
Nazimof dava al suo padrone ed ai cinque principi tedeschi che
lʼaccompagnavano, questo avvertimento severo non rischiarò punto lo
Czar. Egli si recò a Varsavia coi suoi due condivisori della Polonia.
Varsavia restò deserta, fredda, silenziosa come una steppa.
—Gli è lʼimperatore dʼAustria, dissero i cortigiani russi, che è la
causa di questo agghiacciato ricevimento.
—Gli è lo Czar che vale allʼimperatore Francesco Giuseppe questo
freddo accoglimento! dissero i giornali ufficiali di Vienna.
Lo Czar partì da Varsavia, con lʼanima ulcerata ed umiliata.
Varsavia trasalì sotto lʼingiuria di codesto sinistro ritrovo.
Le dimostrazioni principiarono.
I Siberiani, vale a dire gli esuli ritornati dalla Siberia, in virtù di
quellʼequivoca amnistia accordata da Alessandro II pel suo avvenimento
al trono, avevano rafforzato quella specie di misticismo pieno di fede,
che i poeti avevano già inoculato alla nazione. La rigenerazione per
mezzo delle sofferenze, predicata un dì in Italia da Savonarola, era
divenuta la leva politica, che doveva agire oggimai per rovesciare
la dominazione degli Czar, e stancare la forza. Le dimostrazioni
principiarono dunque con uffizii religiosi, onde onorare la memoria
dei poeti patriotti Mickiewicz, Krasinski e Slovacki. Il 29 novembre
risuonò, per la prima volta nella cattedrale, il _Boze cos Polske_,
quel canto che è stato la strana _Marseillaise_ della nostra ultima
insurrezione.
«Signore Iddio—si cantava—tu che durante tanti secoli circondasti
la Polonia di splendore, di potenza e di gloria, tu che la coprivi
allora del tuo scudo paterno, tu che stornasti per così lungo tempo
i flagelli, da cui è stata in fine schiacciata, Signore, prosternati
dinanzi ai tuoi altari, noi ti scongiuriamo, rendici la patria, rendici
la libertà!
«Signore Iddio, tu che più tardi, commosso dalla nostra rovina, hai
protetto i campioni della più santa delle cause, tu che hai dato loro
il mondo intero a testimonio del loro coraggio, ed ingrandita la loro
gloria nel seno stesso della loro calamità, Signore, prosternati
dinanzi ai tuoi altari, te ne scongiuriamo, rendici la patria, rendici
la libertà!
«Signore Iddio, tu il cui braccio giusto e vendicatore brucia in
un attimo gli scettri e i brandi dei padroni del mondo, annienta i
propositi e le opere dei perversi, risveglia la speranza della nostra
anima polacca, rendici la patria. Signore, rendici la libertà!
«Dio santissimo, di cui una sola parola può risuscitarci in un istante,
dègnati strappare il Popolo polacco dalla mano dei tiranni, dègnati
benedire gli ardori della nostra gioventù; rendici, o Signore, la
patria, rendici la libertà!
«Dio tre volte santo, in nome delle piaghe sanguinose del Cristo,
dègnati aprire la luce eterna ai nostri fratelli periti per il loro
popolo oppresso, dègnati accettare lʼofferta delle nostre lagrime e dei
nostri canti funebri; rendici la patria, o Signore, rendici la libertà!
«Dio santissimo, non è scorso un secolo ancora che la libertà è
scomparsa dalla terra polacca, e per riconquistarla, il nostro sangue
è sgorgato a torrenti; ma se costa tanto perdere la patria di questo
mondo, ah! come debbono tremare coloro che perderanno la patria eterna.
«Prosternati dinanzi ai tuoi altari, te ne scongiuriamo o Signore,
rendici la patria, rendici la libertà!»
Lʼimpulso era dato.
La Società agricola, fondata da Andrea Zamoiski, deliberò allora sul
diritto definitivo dei contadini a divenire proprietarii. Gli studenti
polacchi arrivarono dalle Università di Kiew, Mosca, Dorpat, e si
agitarono in Varsavia onde ottenere unʼUniversità nazionale. Lʼidea
dʼun indirizzo allʼImperatore per reclamare una Costituzione e la
ricostruzione della Polonia, albeggiò. Giunse il 25 febbrajo 1861.
Era lʼanniversario della battaglia di Grochow. La giornata apparve cupa
e caliginosa. La neve era caduta durante la notte, le strade nʼerano
bianche. Nessuna parola dʼordine era stata data, perocchè non vʼera
presso di noi, come in Italia, un Comitato che regolasse i battiti del
cuore nazionale, per ordine, ad ora fissa, con uno scopo determinato.
Lʼanima della Polonia è omogenea: i Polacchi sentono allʼunisono. Per
un impulso spontaneo, ognuno pensò che bisognava in quel dì pregare
per coloro che erano morti per la patria. Cinquantamila persone si
trovarono quindi nelle vie, animati dallʼistessa idea, fiancheggiandosi
e seguendosi. Una processione si formò naturalmente. Si comperarono
dei ceri per via. Una bandiera collʼaquila bianca, sboccando non si sa
donde, si pose alla testa del corteggio. Tutto un popolo con una sola
voce, nellʼistesso momento, intuonò lʼinno _Swiety Boze_:
«Dio santo, Dio possente, abbiate pietà di noi, degnatevi di renderci
la nostra patria; Santa Vergine Maria, regina di Polonia, pregate per
noi!»
Nessun disordine. Nessun grido sedizioso. Nessuna disposizione ostile.
Neppur lʼombra di unʼarma. Non un viso aggressivo. Tutto ad un
tratto, il colonnello Trepow, capo della polizia, si mostra seguìto
da due squadroni di gendarmi. La folla cade in ginocchio, e continua
a cantare. I soldati si precipitano su quella massa compatta, e
sciabolano alla cieca.
Un centinajo di persone caddero morte o ferite.
Io era là. Mia madre toccò una ferita al braccio. Io aveva un revolver
in tasca, e restai calmo.
Allʼindomani, la città intera vestì a corruccio.
Il governatore, principe Gortschakoff, sembrò atterrito. Il generale
Liprandi ne fu costernato.
Due giorni dopo, il 27, correva lʼanniversario della morte del conte
Zawisza ed altri patriotti, impiccati dai Russi come mio padre.
Trentamila persone si trovarono riunite nella chiesa del Carmine e nei
dintorni. Il massacro dellʼantivigilia non aveva impaurito alcuno,
nè le donne, nè i fanciulli. Si assistè alla messa, poi, uscendo, ci
disponemmo a processione. Io dava il braccio a mia madre, la quale,
quantunque ferita, non volle mancare.
Il generale Zabolotzkoy accorre coi suoi Cosacchi. Noi non avevamo
armi. I Cosacchi si sbrancarono sopra di noi. La fucilata risuonò. Gli
sterminatori sciabolarono a loro voglia un popolo prosternato, che,
colle mani alzate al cielo, cantava:
«Santa Vergine Maria, madre della Polonia, pregate per noi!»
Un centinaio di persone restarono sul lastrico.
Il principe Gortschakoff si precipitò in mezzo alla folla per arrestare
la carneficina.
—Ma, alla fin fine, cosa volete? gridò egli quasi fuori di sè.
—Vogliamo una patria! rispose il popolo con una sola voce.
Lʼarcivescovo, il conte Zamoyski, diversi nobili, parecchi notabili si
recarono al castello per protestare, con linguaggio severo ed energico,
contro lʼordine di quella esecuzione.
—Mi prendete voi forse per un Austriaco! sclamò il principe
Gortschakoff indignato. Io non ho dato che un solo ordine: quello di
non consegnarvi la cittadella, neppure sopra unʼingiunzione firmata di
mia mano.
Il principe era sincero. La sera, la polizia della città fu confidata
agli studenti; i Russi furono consegnati nelle loro caserme; un
indirizzo allʼImperatore, sottoscritto dallʼarcivescovo, dal gran
rabbino, dai marescialli della nobiltà, circolò. Si chiedeva «una
chiesa, una legislazione, una istruzione pubblica, una organizzazione
sociale, colle stigmate del genio nazionale e delle tradizioni
storiche».
La Polonia, che il Governo russo credeva di aver uccisa, si levava di
un tratto, ritta, vivente, e dava i brividi allʼEuropa, i cui rimorsi
per averla abbandonata sembravano addormentati. Si sparse allora un
avvertimento: «In ogni parte della Polonia, diceva questo avviso,
sʼindosserà il lutto per un tempo indeterminato.... La corona di spine,
ecco il nostro emblema da un secolo! Questa corona ornava jeri i
cataletti dei nostri padri.... Essa significa: pazienza nel dolore,
sacrifizio, liberazione, e perdono!»
La calma si ristabilì. Ciò aumentò lo stupore e lo spavento dei Russi.
Cosa nascondeva quel silenzio?
—Tutta la città vi obbedisce, disse il principe Gortschakoff al conte
Zamoyski. Ciò non può durare. Ho delle truppe, adesso; io non vi temo
punto.
—Noi siamo pronti a ricevere le vostra palle, rispose il conte.
—No, no, gridò il principe di Gortschakoff: ci batteremo.
—Giammai! Noi non ci batteremo punto, riprese il conte Zamoyski. Ci
assassinerete, se lo volete.
—Se avete bisogno dʼarmi, ve ne darò io, disse il principe fuori di sè.
—Noi non le adopreremo, dichiarò il conte Andrea.
I Russi non comprendevano più nulla di una situazione così strana.
—Ma essi non dimandano nulla, disse il granduca Costantino, quando lo
Czar lesse davanti la sua famiglia la petizione di Varsavia.
—Gli è precisamente ciò che vʼha di grave! rispose lʼImperatore.
Lʼindefinito spaventava lo Czar. Eppure egli sapeva troppo bene ciò che
nascondeva questo indefinito, ciò che le allusioni vaghe dei Polacchi
significavano.
Il signor Muchanoff, ministro dellʼinterno a Varsavia—quello stesso
che, opponendosi ad ogni sviluppo dellʼistruzione pubblica, aveva
detto: «Che dipingano codesti Polacchi, così non penseranno!»—il
signor Muchanoff scoccò una circolare segreta ai contadini, onde
rinnovassero il massacro che il principe di Metternich aveva consumato
in Gallizia. Il principe di Gortschakoff lo destituì, e lʼobbligò a
partire da Varsavia.
Lo Czar si decise ad inviare un piano di riforma, che non era neppure
la realizzazione del famoso _Statuto_ di Niccolò. Queste concessioni
ridicole arrivarono in pari tempo delle truppe che marciavano su
Varsavia.
Il 7 aprile, la folla, che era stata al cimitero a pregare pei morti
di febbraio, si fermò sulla piazza del castello, a fine di chiedere
si revocasse il decreto di scioglimento della Società agricola. La
piazza era occupata dai soldati. Eʼ si ritirarono. La sera seguente,
una moltitudine più numerosa si recò di nuovo sulla piazza onde
rinnovare la domanda della vigilia. Noi non avevamo più neppure la
bandiera collʼaquila bianca, per non porgere pretesti. Lʼattitudine era
pacifica. La voce calma e supplicante. Il principe Gortschakoff scese
sulla piazza, e ripetè la sua domanda.
—Insomma, che cosa volete?
—Vogliamo una patria! rispose di nuovo la folla.
In quel momento, passa un postiglione, e fa risuonare col suo corno
lʼaria di Dombrowski: «No, la Polonia non perirà!» Tosto un grido
entusiasta scoppia. Donne, fanciulli, vecchi, studenti, nobili, ad
una voce, con lo stesso accento, gridano: Viva la Polonia!... e tutti
cadono in ginocchio.
—Ritiratevi, urlarono le truppe, che accampavano militarmente sulla
piazza.
—Uccideteci, ma non ci muoveremo, rispose la folla.
Lʼingiunzione non fu ripetuta.
La fanteria fece fuoco, poi fece fuoco di nuovo, poi ricominciò le
sue scariche: quindici volte! Squadroni di cavalleria caricarono.
Làsciovi imaginare il macello. Fummo circondati: le donne ed i ragazzi,
inginocchiati allʼestremità della piazza, intorno ad una statua della
Vergine, gli uomini indietro. Ricevemmo la fucilata e le sciabolate
dei Cosacchi, senza muoverci, senza lagnarci, pregando e cantando. La
truppa, spaventata, lasciò quel sito.
Non si è mai conosciuto il numero delle vittime.
Un disprezzo della morte, inaudito, entusiasta, irresistibile,
sʼimpadronì di noi.
Il principe Gortschakoff ne divenne pazzo, e due mesi dopo morì
allʼimprovviso. Egli gridava, due giorni avanti di morire: «Oh! le
donne nere! le donne nere! Eccole ancora, eccole.... Allontanatele!»
Il generale Suchozanett gli succedette; ma nel Consiglio dominava
il marchese Wielopolski. Non si poterono intendere. Il generale fu
richiamato; e lasciando Varsavia, eʼ non seppe domare il turbamento
della sua coscienza.
—Potrete accusarmi dʼessere un uomo poco abile, sclamò egli, ma non
potrete dire che io fui un carnefice; non ho fatto fucilare nessuno.
Il movimento si stese alle antiche provincie della Polonia del 1772.
Wilna rinnovò le scene di Varsavia.
La situazione prese un aspetto nuovo. La Russia sembrava disposta alla
moderazione. La Polonia inaugurava il mezzo della rivendicazione
legale dei diritti usurpati.
Il 10 ottobre, ebbe luogo il pellegrinaggio a Horodlo, ove sʼera
compiuta lʼunione della Lituania e della Polonia. Ciò poteva dare
origine ad una carneficina. Il generale Chrustef, uomo dabbene, lasciò
celebrare una messa fuori della città, sopra un altare improvvisato.
Lasciò sventolare quaranta bandiere, rappresentanti tutte le provincie
dellʼantica Polonia, intorno allʼimmenso vessillo, che portava le armi
unite della Lituania e della Polonia.
Lasciò arringare la folla da un prete basiliano del rito greco–unito,
il quale, chiudendo, si volse verso il pennone, e sclamò: «Uccello
senza macchia, aquila bianca, che un dì distribuisti corone e non
ne hai più per te, librati al dissopra dei tuoi fratelli, e va ad
annunziare ai quattro angoli del mondo che tu respiri ancora! Cònvoca
i tuoi figli, i tuoi emigrati, gli antichi tuoi difensori, e mostra
loro il cammino. Tu soffrirai, tu soffrirai molto...; ma un giorno ti
alzerai più alto, più alto ancora che nel passato, e spiegherai le tue
ali come per benedire la nazione, libera alfine!»
Lʼultima manifestazione doveva aver luogo il 15 ottobre per la
celebrazione di una festa religiosa in onore di Kosciusko. Il 14,
lo stato dʼassedio fu proclamato. Forse il conte Lambert, il quale
era succeduto al generale Suchozanett come luogotenente, ne aveva
ripugnanza. Certo è che gli uomini del vecchio partito russo, che
lo circondavano, ve lo decisero. Lo stato dʼassedio però non poteva
spaventare un popolo, che guardava in faccia la morte con fanatismo
voluttuoso.
Dalle sette del mattino, le chiese rigurgitavano di cittadini, le
donne a bruno, gli uomini, come sempre, disarmati. La truppa, dalla
mezzanotte, occupava militarmente la città.
Essa non sʼoppose allʼentrata dei cittadini nelle chiese, però,
cangiando avviso, bentosto li circondò, e li accolse. La Cattedrale
ed i Bernardini furono assediati. Nugoli di Cosacchi e di Circassi
invasero la città, correndo dovunque, percotendo gli uomini,
insultando le donne, saccheggiando le case. Si intimò al popolo di
uscire dalle chiese.
—No, rispondemmo unanimi, no, fino a tanto che lʼesercito ci assedia.
Si restò così tutto il giorno. I Polacchi rinsaccati nelle chiese, i
Russi accampati alle porte. Lʼansietà divenne estrema. Si prevedevano
delle conseguenze sinistre, delle scene di orrore. Avevamo fame e sete.
Ad otto ore di sera, si presentò un generale, e cʼintimò di nuovo di
renderci alla grazia ed alla mercè del luogotenente del regno.
—No, rispondemmo tutti. Non vi è luogo a grazia, ove non vi è delitto.
Resteremo qui, fino a tanto che le truppe non siano rientrate nello
loro caserme.
Si accesero i ceri del catafalco, eretto il giorno prima al morto
arcivescovo, e sʼintuonò il _Swiety Boze_: «Dio santo, Dio potente,
abbiate pietà di noi, degnatevi renderci la nostra patria; santa
Vergine Maria, Regina di Polonia, pregate per noi».
Alle due del mattino, un nuovo parlamentario recò lʼistessa
intimazione. Ottenne la stessa risposta. La situazione aveva acquistato
una tensione estrema. La crisi si librava sul nostro capo, cupa,
minacciosa, feroce; la sentivamo, la vedevamo. Due ore di angoscia
mortale scorsero. Alle quattro, le truppe, in piedi da diciassette
ore, tenendoci rinchiusi, minacciandoci con sguardi pieni di odio,
ricevettero lʼordine di fare sgombrare le chiese. Lʼordine fu eseguito.
Più di duemila persone furono prese e condotte in cittadella.
Questa misura fu causa di rottura fra il conte Lambert ed il generale
Gerstenzweig, capo dello stato dʼassedio. Scambiarono parole di
collera: Gerstenzweig si bruciò le cervella; il conte Lambert lasciò
bruscamente Varsavia.
Il partito della violenza prevalse.
Le chiese, le scuole, i teatri furono chiusi. I Siberiani amnistiati
furono rimandati in Siberia. Un gran numero di studenti, di preti, di
operaj furono trasportati nel Caucaso e ad Oremburgo. Il gran rabbino
e parecchi dei suoi colleghi furono espulsi. Il pastore evangelico
Otho condannato alla deportazione, Il Capitolo di Varsavia ebbe dieci
proscritti, ed il suo amministratore, vecchio di ottantʼanni, fu
condannato a morte. Il reclutamento fu ordinato, applicabile soltanto
alle città, sopra una lista di coscritti redatta dalla polizia. La
retata del 15 gennaio 1862, eseguita fra unʼora e le otto del mattino,
ebbe luogo. La Russia proclamò in faccia allʼEuropa questa _razzìa_ di
giovani, presi durante il sonno, come «il trionfo dellʼordine sulla
rivoluzione».
La coppa traboccava.
Il 22 gennajo, lʼinsurrezione scoppiò.
III.
Il granduca Costantino, assistito dal marchese Wielopolski, aveva preso
il posto di luogotenente imperiale, dopo la partenza del conte Lambert.
Il marchese aveva presentato lʼapplicazione del reclutamento esclusivo
nelle città come una operazione di depurazione dʼalta polizia, per
estirpare dal regno tutti gli elementi di turbolenza. Imperciocchè la
coscrizione, appo noi, è un castigo: una Siberia mitigata!
Il Consiglio del distretto di Pioto Kow esponeva per essere esentato
«dalla più grande delle disgrazie», che dal 1835 al 1855, _undicimila_
giovani erano stati rapiti al distretto come reclute, e non ne erano
ritornati che 498, la maggior parte dei quali aveva perduto lingua,
religione, costumi, e ogni specie di attitudine al lavoro.
Dopo la guerra di Crimea, il reclutamento era stato sospeso. Il
granduca ed il marchese ricominciarono la tratta. In pochi giorni,
dalla frontiera della Lituania fino al ducato di Posen, la Polonia si
coprì di bande composte della gioventù che fuggiva in massa; ed i primi
scontri tra i fuggiaschi e le truppe russe avevano luogo nelle foreste
dei governi di Plock, Lublino, Sandomir e della Podlachia.
Facendo parte del Comitato nazionale, io aveva dovuto restare a
Varsavia.
Non avendo lo intendimento di portare la questione polacca sul terreno
della forza, ma di stancare la Russia mediante le dimostrazioni legali
del diritto, sorpresi dagli avvenimenti, non avevamo fatto nessun
apparecchio dʼarmi. Quindi demmo lʼordine di evitare il combattimento,
per quanto fosse possibile. Alcuni fucili da caccia, la falce, il
randello ferrato erano essi sufficienti per tener testa alla mitraglia?
I nostri capi di banda pensarono che bisognava combattere per armarsi,
impadronendosi dei fucili e dei cannoni dellʼinimico.
La guerra e lʼinsurrezione armata dʼaltra volta ripugnavano alla
maggioranza della nazione. I contadini, i nobili, gli studenti stessi
tennero, infatti, un riserbo significativo, durante tutta la state
del 1862. Con un poʼ più di tatto e di moderazione per parte della
Russia, la resistenza armata avrebbe ceduto poco a poco. La violenza,
la crudeltà, lʼacciecamento, lʼodio del partito militare, che dominava
intorno al granduca Costantino, precipitarono la catastrofe. Quelli
che esitavano, si videro trascinati; eʼ si fecero un punto dʼonore di
non rinnegare, di non abbandonare coloro che si erano compromessi e
coloro che soffrivano della brutalità russa senza averla provocata. Da
quel momento, studenti, nobili, contadini, vecchi e donne si misero
della partita; e si udì, in un villaggio di Lublino, delle donne, a
cui sʼintimava di rendersi, rispondere con questo motto antico: «Qui
le donne muojono vicino ai loro mariti, ed i figliuoli vicino ai loro
padri».
Breve: nel mese di marzo 1863, avevamo sotto le armi 57,000 combattenti
sulla riva sinistra e sulla diritta della Vistola, 30,000 nella
Lituania, e più di 30,000 nella Podolia e nellʼUkrania.
I nomi di Langiewicz, di Jezioranski, di Bochdanowicz, di Frankowski,
di Podlewski, di Zewandowski risuonavano nei bollettini russi e nel
cuore della nazione. Diciassette combattimenti erano stati dati, di cui
uno solo disgraziato, e tre dubbii.
Io non intendo raccontare la storia di questa guerra dai mille scontri,
ove le peripezie si rassomigliano, e lo scioglimento è sempre lo
stesso. Non amo parlare che di ciò che ho veduto; e formando parte del
Comitato, che si rinnovava del terzo, per sorteggio, ogni tre mesi,
ebbi la sfortuna di non uscirne che tardi, e per non più rientrarvi—di
addormentarmi nellʼagonia, per risvegliarmi in Siberia.
Non ebbi neppure migliore ventura, allorchè potei alla fine entrare in
campagna. Il Comitato mi aveva inviato allʼincontro delle bande formate
in Galizia, entrate di già in Volinia. Era un corpo di 1700 uomini, che
Wysocky ci conduceva, diviso in tre colonne. Il loro punto di riunione
doveva essere Radziwitow. I Russi vennero a cognizione di questo
movimento, e rinforzarono la guarnigione di quella città, posta sotto
gli ordini di un capo abile e ardito, il maggiore Semenow. Incontrai
Wysocky nella foresta di Zeloski, ove sʼera accampato, sul punto di dar
battaglia.
Rinviamo la nostra conferenza alla sera, dopo il combattimento.
Era unʼora dopo mezzogiorno, il 1.º giugno 1863. Penetrammo nella
città per le paludi, avendo dellʼacqua marcia fino al petto. I Russi
ci aspettavano. Lʼurto fu violento. Ma io non aveva ancor fatto che
pochi passi, non avevo ancora tirato un colpo di revolver, nè dato un
colpo di sciabola, che un dragone di Kargopot, del granduca Costantino,
si avvisò di spaccarmi il cranio per di dietro e aprirmelo come una
melagrana. Caddi da cavallo. Fui pigiato per due ore. I Polacchi furono
muti. Lʼazione, mi fu detto, era stata delle più sanguinose e delle
più drammatiche. Le perdite dei Polacchi erano state considerevoli,
aggiungevano i Russi. Gli abitanti si lagnavano acerbamente della
maniera colla quale questi celebrarono la loro vittoria, a spese della
città devota ai Polacchi. Tutto ciò può esser vero. Avvenne così in
ogni tempo, avviene ancora oggidì in ogni sito dove sono stati e sono
soldati, guerra, vittorie e borghesi pacifici.
Quanto a me, non rinvenni che tardi nella sera, e mi trovai steso sopra
un poʼ di paglia, nellʼangolo di un magazzino, in compagnia di diversi
altri più o meno malconci come me, Russi e Polacchi, misti insieme.
Mi avevano avviluppato il capo con una fascia a guisa di turbante. Mi
avevano alleggerito della borsa, dellʼorologio e del portafogli. La fu
per me una circostanza fortunata. Avevo nel mio taccuino delle carte di
visita col mio nome ed indirizzo. Il mio nome ricordò immediatamente
quello di mio fratello, aiutante di campo di Costantino, e quindi
molto conosciuto nellʼesercito russo in Polonia. Non fui dunque niente
meravigliato di vedere al mio capezzale, alle dieci di sera, lʼeroe
della giornata, il maggiore Semenow in persona, un poco male in gambe,
poichè levavasi di tavola, e veniva ad informarsi se io era parente del
conte Casimiro Lawanowicz, aiutante di campo favorito di S. A. I. il
granduca luogotenente. Non avevo nessuna ragione di mentire; risposi
dunque: Che arrossivo di essere il suo fratello maggiore.