Lʼagitazione della notte cessò. Un silenzio sinistro seguì, interrotto
soltanto da qualche singhiozzo soffocato, da qualche singulto
indomabile. Quelli che restavano sembravano rassegnati. Si compiacevano
a credere in qualche cosa dʼignoto al quale ognuno dava la forma che
più gli sorrideva. Un mistero dominava su questʼopera di tenebre.
Non si voleva ancora vedere in Görgey un semplice traditore. Gli si
attribuivano vendette diaboliche nascoste, colpi orrendi premeditati,
accordi presi coi Russi contro gli Austriaci, articoli secreti nella
convenzione, intelligenze collo Czar di Pietroburgo contro il Cesare
di Vienna, degli abissi profondi, degli agguati spaventevoli. Il
tradimento pare inverisimile, mostruoso, al soldato, malgrado le
smentite della storia. Vada pel diplomatico, per lʼuomo politico,
per il civile. Il tradimento si addice a costoro, è il loro mestiere
giuocare dʼastuzia: sono volpi. Ma lʼuomo di spada! il leone, franco,
aperto, brutale, sovente generoso perchè forte..., egli tessere delle
ombre! egli, delle menzogne, delle infamie, delle nefandità? egli
ordire degli agguati! impossibile!
Le trombe ed i tamburi risuonarono. I soldati si posero sotto le
armi, in fila. Poi, in marcia. E si arrivò al piano di Szőllős. Sotto
una tenda, dei generali e degli ufficiali russi attendevano già. Non
una divisa austriaca. Qualche migliaio di soldati russi formavano
un piccolo accampamento; essi pure sotto le armi, in linea, la loro
bandiera ondeggiante al vento. I 23,000 uomini, residuo dellʼesercito
ungherese, si arrestarono. Posero in fascio le loro armi e le poche
loro bandiere, riuniti in massa, come per fare un riposo. Poi
rientrarono nelle file. Gli ufficiali conservavano le spade. Le trombe
suonarono di nuovo. I cavalieri misero piede a terra. Essi ed i soldati
di linea sfilarono davanti al piccolo gruppo di Russi, che presentava
le armi. Più lungi, le file si rompevano. I soldati e bassi ufficiali,
che non avevano servito prima del 1848, raggiunsero provvisoriamente le
loro case. Gli altri ufficiali passavano dietro le file dei Russi, e
si costituivano prigionieri. Il general Rüdiger, che presiedette alla
sommissione, li diresse a Sarkad; una settimana dopo, Paskewich li
consegnò a Haynau per ordine dello czar.
Avevano confidato nella grandezza dʼanimo di Niccolò! Essi
dimenticavano la Polonia!
Görgey fu condotto al quartier generale russo, a Nagy–Varad. Il
granduca Costantino ottenne il suo perdono. LʼAustria lo internò a
Klagenfurt.
Il dramma era finito.
Io raggiunsi Bem. La mia vita era unʼagonia insopportabile. Incontrai
Bem a Lugos. Kossuth aveva preso, fino dalla vigilia, la via
dellʼesilio, dirigendosi verso la Turchia. Bem tentò di riaccendere
il fuoco, e Kmety si battè ancora una volta, il 15 agosto, vicino a
Lugos; ma la disperazione aveva accasciati tutti gli animi. Vecsey
diede lʼesempio della dissoluzione del piccolo esercito di Bem,
sottomettendosi ai Russi, il 16 agosto.
Vecsey fu il primo a salire sul patibolo di Haynau!
Noi penetrammo in Transilvania. Quel pugno dʼuomini, che ci restava
ancora, sembrava disposto a lasciarsi uccidere, piuttosto che battersi.
Perchè aggiungere nuove vittime allʼecatombe già finita? Cʼimpegnammo
nelle montagne, e, per sentieri quasi inaccessibili, raggiungemmo il
territorio turco, avendo lʼultima gioia, non lungi di Mehadia, di
accoppare gli Austriaci che guardavano il confine per arrestare i
fuggitivi.
Klapka tirò da Comorn lʼultimo colpo di cannone contro il vessillo
giallo–nero. Poi capitolò anchʼegli.
E lʼopera del carnefice incominciò.
Luigi Batthyany, primo ministro ungherese, fu trascinato dinanzi un
Consiglio di guerra austriaco.
—Io sono Ungherese, e non posso essere giudicato che da Ungheresi,
sclamò egli.
Fu condannato a morire di corda, _pei suoi atti politici_. Tentò di
suicidarsi, e vi riescì per metà. Lo fucilarono per finirlo.
Ciò accadeva a Pesth.
Ad Arad, i generali Ernesto Kiss, Schweidel, Dessewffy e Lazar vennero
pure fucilati, per _grazia_ particolare di Haynau. I generali Török,
Lahner, Knezich, Pöltenberg, il conte Vecsey, il conte Leiningen, il
colonnello Lazar furono impiccati.
—_Hodie mihi, cras tibi!_ sclamò il formidabile Nagy–Sandor, al
momento in cui il carnefice gli passava la corda al collo.
E fu impiccato.
—Io aveva, per ordine del re, giurato fedeltà alla Costituzione, e
dovetti restar fedele al mio giuramento, disse Aulich, rivolgendosi al
pubblico, come sʼera vôlto ai giudici, nel momento che il carnefice gli
aggiustava al collo il nodo fatale.
E fu appiccato.
Damjanich, che aveva rotta una gamba, condotto ultimo, sopra un carro,
al luogo del supplizio, gridò con inesprimibile dolore:
—Io che era sempre il primo dinanzi lʼinimico, arrivo qui dopo tutti
gli altri!
E fu appiccato.
Era il tredicesimo. Di già Windischgraetz aveva fatto appiccare il
comandante dei cacciatori tirolesi, il capo della legione tedesca,
Szöll, il generale Lazar, il colonnello Nadosy.
Il barone Sigismondo Pérényi era un uomo avanzato in età. Era stato
presidente della Camera dei magnati e della Corte suprema di giustizia.
Fu impiccato. Ladislao Csany era stato ministro. Fu impiccato.
Emerico Szasvay, segretario della Camera dei rappresentanti; Czernus,
consigliere al ministero delle finanze; il barone Giovanni Jeszenak
furono impiccati. Il colonnello principe Woroniecki, gli ufficiali
Giron e Abancourt furono impiccati. Il colonnello Kasinczy fu fucilato
in Arad.
Lascio i più oscuri, ma non meno degni. Il pudore mi proibisce di
nominare le dame e le donne flagellate. Madamigella Esther Lazar, che
seguì lo stato–maggiore di Bem, vestita dʼamazzone, Bianca Teleki,
Clara Lövey furono poste in prigione.
LʼAustria tirò una linea nera sullʼUngheria, sulle sue istituzioni,
sulla sua lingua, sulla sua storia, e credette di averne fatto una
provincia austriaca.
Bem morì di febbre in Aleppo, ove il Sultano ci aveva internati
dietro la domanda dellʼAustria e della Russia. Quando gli si propose
dʼabiurare il cristianesimo, in vista dʼuna possibile guerra della
Turchia contro la Russia, Bem sclamò:
—Non ho nulla da abiurare. Io non sono cristiano. Non ho che a
scambiare lʼincomodo costume dellʼOccidente contro quello più ampio
degli Orientali.
Kossuth fu internato a Kutahia.
Più tardi potemmo tutti ritornare in Europa, o imbarcarci per
lʼAmerica[2].
XI (ed ultimo)
Ed ora una parola di conclusione a questa storia.
LʼUngheria si è riconciliata collʼAustria.
Il colonnello conte Maurizio Zapolyi è restato in esilio come Kossuth.
Questi aveva detto nel suo gran discorso, ove proponeva la decadenza
degli Absburgo:
«Dio può disporre di me in questa vita come gli piacerà. Può colmarmi
di sofferenze fisiche, può condurmi al patibolo, può condannarmi
alla cicuta, od allʼesilio. Ma una cosa nella quale egli non potrà
manifestarmi la sua onnipotenza è, che mi faccia ridivenire suddito
della Casa dʼAustria».
Egli ha tenuto la sua parola.
Deak, un gran cittadino, ha sostenuto nella seconda fase della storia
dellʼUngheria quella grande parte che Kossuth ebbe nella prima.
Egli è arrivato ad un risultato: la riconciliazione dellʼAustria
collʼUngheria. Ma questa riconciliazione è dessa sincera? Lo crediamo.
È dessa possibile? Lo desideriamo. È dessa duratura? Ne dubitiamo.
Ne dubitiamo, perchè ci sembra che lʼAustria non è ancora abbastanza
matura, abbastanza sbattuta dai disastri; chʼella non è ancora
abbastanza convinta della necessità di formarsi in un insieme omogeneo,
e disfarsi di tutte le parti angolose, vulnerabili, disaggregate del
suo territorio. Occorre unʼaltra Sadowa per posare lʼAustria sulla
sua vera base definitiva e costituirla nella sua grandezza utile e
naturale. Se la sua alleanza col Governo imperiale francese—io non
dico con la Francia—fosse sincero, questo ultimo colpo del destino
coverebbe nellʼombra; e alla divisa del passato, _Felix Austria nube_,
sarebbe mestieri sostituire la strana e provvidenziale dellʼavvenire:
_Felix Austria succumbe_!
LʼAustria non ha più posto nellʼOccidente. Ecco il punto di partenza
di quellʼavvenire, che è stato inaugurato dalla riconciliazione
collʼUngheria. Essa ha cessato di essere apostolica, come ha cessato
dʼesser tedesca, come ha cessato dʼessere il perno delle alleanze
continentali contro la Francia. Un nuovo mondo è nato a Solferino ed è
stato battezzato a Sadowa. LʼAustria è di questo nuovo mondo, ma con
una missione differente e sotto una forma differente da quella gotica
dellʼImpero. Questa forma fu lʼ_acarus_ che lʼimperatore Napoleone
le inserì sotto la pelle col trattato di Presburgo, quando, ad
unʼaltrʼepoca di rigenerazione per il disastro, lʼAustria ebbe la sorte
di liberarsi dal peso del mantello imperiale dʼAllemagna. Le sceniche
assise di Carlo Magno non fanno proʼ ai giorni nostri. Lʼ_acarus_
dellʼImpero ha divorato lʼAustria. Il signor di Bismarck ha estratto,
_ferro et igne_, il germe della dissoluzione, che il terribile Côrso
aveva infuso nel vecchio sangue di Absburgo. LʼImpero di Austria non
esiste più che come un titolo. Francesco Giuseppe non ha altra corona
reale e potente che quella di S. Stefano. Il Tirolo è un imbarazzo, la
Boemia una minaccia, lʼarciducato dʼAustria un pericolo.
Sʼha a conchiudere da tutto ciò che lʼAustria dovrebbe abbandonare in
balía della corrente queste parti del suo dominio? Certo che no.
Noi crediamo che lʼintegrità dellʼAustria, con qualche utile
rettificazione delle sue frontiere, sia una salvaguardia della pace
europea. Soltanto essa deve modificare la costituzione di queste parti
dellʼImpero e cangiare la loro natura di provincia in quella di Stato.
Forse, in questa trasformazione, lʼautorità centrale perderà la metà
della sua energia, ma essa acquisterà per certo la totalità del suo
rispetto, la sicurezza di durare e continuare, la sua base di azione,
la potenza del suo effetto ed un elemento di similitudine. Il Tirolo
e lʼarciducato non sono finalmente che unʼappendice, la Gallizia un
deposito. La casa dʼAusburgo deve essere preparata a perderli, in un
dato giorno, ma con un compenso—il giuoco della casa di Savoia.
La base della nuova Austria è lʼUngheria. LʼUngheria sviluppata
nei suoi confini naturali, vale a dire dal Pruth e dai Balkani
allʼAdriatico, da Presburgo al Mar Nero, determina la nuova missione
dellʼAustria e la sua feconda grandezza. Se lʼArciducato, il Tirolo,
la Boemia, la Gallizia nella loro integrità le restano, e possono
restarle, questi Stati non devono avere col centro del regno che dei
legami accessorii, in modo che si possa tagliare il cordone ombelicale
senza pericolo per la vita e per lo sviluppo dellʼinsieme, quando la
_necessità_ lo imporrà, come fece lʼInghilterra delle isole Ionie.
Codesta necessità si addimanda attrazione delle razze, sicurezza delle
frontiere. Si persiste ancora, sʼinsorge ancora contro le esigenze
di questo decreto di salute dei popoli e delle nazioni. Non importa.
LʼInghilterra ha dato lʼesempio. La resistenza è già minore oggidì che
nol fosse nel 1815. E se la giustizia, la verità, il diritto incontrano
sul loro cammino più ostacoli che non ne incontri il male sotto i varii
suoi nomi, ciò vuol dire che sono ancora le dinastie che pesano sulla
politica, e non i popoli che la ispirano direttamente.
Gli Stati di origine diplomatica, scaturiti dalle guerre o da altre
enormità politiche, non hanno più ragione di essere. Il bisogno
del nostro tempo è di semplificare per economizzare lʼuso costoso
dellʼautorità, a quella guisa che noi economizziamo li tempo, lo
spazio, le forze improduttive. Si comprende unʼItalia. Si comprende
una Germania. Si comprende una Francia. Si comprende unʼInghilterra,
una Russia, unʼAmerica, unʼUngheria, che racchiuda tutti i popoli del
bacino del Danubio, una Polonia. Ma qualʼè la missione civilizzatrice,
lʼutilità umana dellʼImpero dʼAustria, composto di pezzi mal uniti e
tenuti insieme da una cerchia di baionette?... Per fortuna, questo
amalgama infecondo si decompone sotto lʼazione della stessa forza che
lʼavea formato: il cannone.
Se la decomposizione non fosse stata normale, lʼEuropa non avrebbe
permesso che si compisse. Lascerebbe essa, infatti, compiere la
rottura dellʼItalia o dellʼAllemagna per le mani della Francia?
La riconciliazione dellʼAustria collʼUngheria è nata da questa
evoluzione: la rottura del violento connubio degli Stati; la formazione
delle prospere unioni omogenee. La scissura si è operata a colpi
di folgore; il ravvicinamento sotto lʼimpulso dellʼinevitabile. Si
vorrà rassegnarsi giammai a questi decreti della necessità?...
Tutto consiste in ciò. Lʼavvenire della dinastia dʼAbsburgo sta
nellʼabdicazione deʼ suoi vecchi propositi a favore della sua nuova
missione. Il suo perno è lʼUngheria. Il Re dʼUngheria è alla testa
della politica della nuova Europa: lʼEuropa chʼè uscita dalla ruina
dellʼedifizio infelice, di cui il Congresso di Münster aveva gittato
le prime basi, ed il trattato di Utrecht levò le pareti, lasciando al
Congresso di Vienna la trista bisogna di completare il mostro.
Che cosa è dunque il Re dʼUngheria?...
In una parola, è il contrappeso dello Czar di Moscovia.
Il Re dʼUngheria non deve ambire di essere altro. Questa sua missione
è già vasta abbastanza, egli deve volger le spalle allʼEuropa. Se il
suo sosio, lʼArciduca dʼAustria, ha ancora delle inquietudini che
lʼattirano verso la Germania, delle vertigini che lo riconducono
verso lʼItalia, egli deve bandirlo come il genio del male. Lo sguardo
del Re dʼUngheria si spinge in avanti, là dove sorge il sole. La
sua corsa è parallela a quella dello Czar di Moscovia: egli mira
alla stessa meta; la sua attività aspira ai medesimi resultati. Essi
devono aiutarsi a vicenda, se è possibile, ma non intraprender nulla
lʼuno contro lʼaltro. Nondimeno, il pericolo dellʼEuropa sarebbe
nellʼaccordo di questo Czar e di questo Re. Ma ecco appunto perchè è
necessario di lasciare che la Germania si costituisca senza crearle
ostacoli, di aiutare la Polonia ad interporsi fra questi tre, e di
consolidare lʼalleanza della Francia collʼItalia sul cadavere del
papato temporale, o di compiere la loro rottura, mediante lʼalleanza
sana, definitiva, politica, dellʼAlemagna protestante e dellʼItalia
scettica. Ciò è ancora nel potere dellʼimperatore Napoleone, se si
decide ad escire risolutamente una volta dalla tutela dellʼinfausta sua
consorte ultramontana e dallʼinfluenza del gineceo cattolico. La sua
attitudine indeterminata attuale lo rimpicciolisce: essa getta lʼItalia
nelle braccia della Prussia, la Prussia nelle braccia della Russia, e
compromette la vita nuova dellʼItalia.
Circoscrivere il mostruoso ingrandimento della Russia, ecco il compito
dellʼUngheria nel mondo moderno, come nei secoli passati essa pose un
argine allʼinvasione della Turchia nellʼOccidente. Ma si deve altresì
fissare, senza gelosia, senza grettezze, senza puerili timori, dove
questo ingrandimento cessa di essere naturale e necessario, dove
comincia ad essere mostruoso.
Pretendere che una nazione così omogenea, come la Russia, sia una
nazione mediterranea, senza uno sbocco sul mare eterno, chiusa al
nord per otto mesi dellʼanno dal ghiaccio, strangolata al Bosforo
sotto la sorveglianza dellʼEuropa gelosa e paurosa, sarebbe un
pretendere lʼimpossibile; vale a dire che non vi sia sviluppo là
dove cʼè vita, gioventù e salute. Nessuna nazione moderna può vivere
senza lʼOceano. La Russia ha il suo punto di gravitazione inevitabile
verso Costantinopoli; le è necessario, e lʼavrà, presto o tardi,
dalla ragione, dallʼastuzia, dai trattati, o dalla violenza, facendo
nascere o profittando delle complicazioni dellʼEuropa occidentale.
Costantinopoli le farà lasciar Pietroburgo, la quarta capitale della
sua quarta evoluzione; ed allora essa cesserà di pesare sullʼEuropa per
sorvegliar lʼAsia ed aiutare il sultano nella sua azione, nella sua
missione: nellʼopera sua sulla razza siamica. La Turchia è per lʼAsia
occidentale ciò che è lʼUngheria per i residui delle razze consanguinee
slave. A questo prezzo la Russia abbandonerà la Polonia.
LʼUngheria e la Polonia redente, la Germania costituita, lʼItalia
consolidata e compiuta, lʼalleanza delle potenze del Mediterraneo
assicurata, le flotte dellʼInghilterra, della Francia e dellʼItalia
sempre allestite...... ove sarebbe allora il pericolo, il timore del
_colosso moscovita_ a Costantinopoli, che turba i sonni dei politici
di corta lena?.... Bisogna finirla, insomma, con le anticaglie
diplomatiche delle _supremazie_ dei _laghi_, dellʼ_influenza_, della
_protezione_, dellʼ_alta signoria_ (_suzerainété_), codesti bagattelli,
codeste lanterne magiche, codesti semafori dei tempi passati. Largo
alle ferrovie, al gas, alle macchine da filare, ai telegrafi elettrici
della politica moderna.
Noi non siamo ancora alla vigilia della guarigione logica ed etnologica
delle deformità europee. Ma il metodo è trovato, grazie allʼimperatore
Napoleone, a Cavour ed a Bismarck. Ecco perchè la riconciliazione
dellʼAustria con lʼUngheria sarebbe un fatto da rallegrarsene, se
non nasconde degli occulti intendimenti. Questi occulti intendimenti
possono esistere ancora. Il ravvicinamento può ancora non essere
sincero. Lo sarà per fermo il giorno in cui una novella battaglia
perduta sbarazzerà la casa dʼAustria dallʼarciducato, che è tedesco, e
deve far parte dellʼAlemagna; del Tirolo, che è italiano, e deve far
parte dellʼItalia; della Galizia, che deve ritornare alla Polonia.
Annettete presto allʼUngheria il paese che la Turchia possede, o di cui
ha lʼ_alta signoria_ al di qua del mar Nero—eccetto lʼEpiro e qualche
cantone dellʼAlbania—, e la soluzione è prossima.
LʼEuropa _reale_ termina allʼOder. LʼEuropa al di là è piuttosto
lʼOriente. LʼUngheria e la Polonia sono le primogenite di codesta
Europa slava orientale, che è un pericolo, e che devʼessere una forza,
e cui si tratta di costituire. LʼEuropa deve dunque incoraggiare
la formazione dellʼUngheria quale deve essere, ed affrettare la
decomposizione dellʼAustria quale essa è ancora, ma senza forzare con
la guerra la mano al destino.
IL CONTE GIOVANNI LOWANOWICZ
IL CONTE GIOVANNI LOWANOWICZ
I.
.....Il mio bisavolo, quantunque avanzatissimo in età, si era trovato
il 10 ottobre 1793 alla battaglia di Macieiovich, e vi era perito
vicino a Koshiusko, che non pronunziò mai il famoso _finis Poloniae!_
Mio nonno, anchʼegli molto vecchio, era morto il 25 febbrajo 1831 alla
battaglia di Grochow, ove lʼarmata polacca lottò tre giorni contro
la russa. Mio padre era stato impiccato nel 1848, dopo una di quelle
cospirazioni tenebrose, che intorbidarono sì di sovente lʼolimpico
regno dellʼimperatore Niccolò. Egli lasciava due figli: il primogenito,
chʼera io, e mio fratello Casimiro, più giovane di due anni.
La storia della mia famiglia, di cui non ho ricordato che la fine dei
tre suoi ultimi capi, indicava la nostra probabile sorte.
Quando si nasce sotto un Governo col quale si è sicuri di trovarsi
tosto o tardi in lotta, bisogna prepararvisi e stare in guardia. È ciò
che pensò nostra madre. Il cómpito non era difficile, e non occorreva
del genio per definirlo.
Ciò che guasta i caratteri, e per contraccolpo consolida le tirannie,
è la mancanza di abitudine nel sopportare il dolor fisico; è lo
sbigottimento subito, che ci colpisce in presenza dei fenomeni, dei
fatti morali. Abituare il corpo alle sofferenze e lo spirito ad ogni
sorta di urto, gli è rendersi padroni del timone della vita.
—La prospettiva che vi si apre dinanzi, ci disse nostra madre, quando
apprese come era morto nostro padre, si riassume in questo: morire
combattendo; morire sopra un patibolo, o sotto il knut; perire in
Siberia. Non cʼè esempio che un conte di Lowanowicz sia morto per la
mano di Dio. Bisogna dunque prepararvi, non già alla morte, che non
è nulla, ma a subire con sguardo sicuro, con cuore virile, le ansie
terribili che la precedono.
Lʼeducazione, che ella ci diede, fu dunque conseguente a questo
programma.
Non parlo dellʼistruzione. Fu quella che gentiluomini ben educati
dovevano avere, e potevano ricevere nelle Università tedesche e
completare viaggiando. Rammento soltanto che, a quindici anni, noi
eravamo maestri consumati nel maneggio dʼogni sorta dʼarmi; che
potevamo dormire a cielo scoperto tutta una notte, succintamente
vestiti, con venti gradi di freddo; che potevamo restare, senza alcun
incomodo, tre giorni a digiuno; che potevamo ricevere qualche colpo
di knut senza muover palpebra; che nessun lavoro materiale penoso ci
ripugnava; che conoscevamo la geografia del Caucaso, dellʼOremburgo e
della Siberia, e diversi dialetti di quelle contrade, come si conosce
la propria casa e la propria lingua. Ci eravamo dunque famigliarizzati
con tutte le cose impreviste. Eravamo preparati alla nostra parte. Ma
questa parte non doveva essere la medesima per ambedue.
Il conte Andrea Zamoyski era stato lʼamico di mio padre. Il marchese
Alessandro Vielopolski–Myszkowski era parente di mia madre. Questi due
personaggi, due incarnazioni della Polonia contemporanea, influirono in
diversa maniera sul mio spirito e su quello di mio fratello, e decisero
del nostro doppio destino. Io restai Polacco _per opera_ della Polonia
stessa, come il conte Andrea Zamoyski; Casimiro divenne Polacco _per
opera_ della Russia, come il marchese Wielopolski.
—La nobiltà polacca, diceva il marchese, preferirà certo meglio di
camminare coi Russi alla testa della civiltà slava, giovane, vigorosa e
piena dʼavvenire, che di trascinarsi, imbarazzata, disprezzata, odiata,
ingiuriata, in coda alla civiltà decrepita, brogliona e prosuntuosa
delle nazioni occidentali. Diamoci dunque ai Romanoff da uomini liberi,
che hanno il coraggio di riconoscersi vinti, senza condizioni, senza
riserva, con una preghiera silenziosa sulle labbra: di strappare, cioè,
alla razza tedesca i brani della Polonia del 1772, chʼessa possiede.
—Restiamo noi medesimi, diceva il conte Zamoyski, poichè Dio non ci ha
confusi coi Russi, poichè tutti i tentativi ed i misfatti degli uomini
per cangiarci sono falliti. Cinque o sei volte divisa e rimanipolata,
vinta nel 1794, schiacciata nel 1831, data in mano alla rude
assimilazione tedesca a Posen, massacrata in Gallizia, stritolata sotto
la Russia, la Polonia attesta la sua vitalità indestruttibile. Questa
nazione è unʼanima anzi tutto. Operiamo come unʼanima, e per lʼanima;
siamo il diritto e la giustizia che, alla lunga, trionfano sempre della
forza. Esistiamo, e persistiamo. La risurrezione per la forza non ci è
mai riescita; proviamo la risurrezione per la trasformazione morale.
_Sursum corda_!
Queste parole non potevano mancare di fare una breccia profonda in un
carattere come il mio, freddo, convinto, perseverante, senza paura e
senza impazienza. La teoria del marchese scosse mio fratello, cuore
pieno di foga, altiero e vendicativo. Noi eravamo, nel fondo, i due
sistemi della rinnovazione della Polonia; ma entrambi Polacchi. Pure
ci parve che un abisso sʼinterponesse fra noi, e la tenerezza severa di
nostra madre fu impotente a colmarlo.
Una circostanza allargò lo spazio che ci separava.
Casimiro sʼinnamorò della moglie di un generale russo, una Polacca.
Entrò nellʼesercito russo, e vi fece la sua strada. Nel 1861 era
aiutante di campo del granduca Costantino. A quellʼepoca, egli aveva
ventidue anni, io ventiquattro. Egli era a Pietroburgo, io a Varsavia.
II.
Arrivavo dalla Germania, quando lʼimperatore Alessandro II venne a
Varsavia, nel maggio 1856. Le promesse del conte Orloff al Congresso
di Parigi, le intenzioni liberali che si attribuivano al nuovo Czar,
mantenevano nellʼEuropa occidentale la meravigliosa speranza della
rigenerazione della Russia. Ognuno si rallegrava della parte che andava
a toccare alla Polonia in questa palingenesi slava. «Il meno che si
potrà fare per noi, ci si diceva, gli è di ritornare alla politica di
Alessandro I, formulata al Congresso di Vienna». Si aspettava lo Czar
con ansietà, con impazienza; i più scettici, essi stessi, sembravano
scossi.
Lo Czar venne. Egli parlò. «Intendo che lʼordine stabilito da mio padre
sia mantenuto, dissʼegli. Così, signori, ed anzi tutto, non più ubbie!
non più ubbie! La felicità della Polonia, dipende dalla sua intera
fusione coi popoli del mio Impero. Ciò che mio padre fece è ben fatto,
ed io lo manterrò... Il mio regno sarà la continuazione del suo!...» E
siccome uno dei marescialli della nobiltà sembrava voler parlare, così
Alessandro II si volse, e riprese: «Mʼavete compreso? Io amo meglio
ricompensare che punire... e punirò severamente...»