di Paskevitch, formava un insieme di 130,000 uomini. Lo czar lʼaveva
passato in rivista a Zmygrod. Il granduca Costantino lo seguiva da
dilettante. Di già Lüders, nel sud, aveva invaso la Transilvania, il
19 giugno, alla testa di 50,000 uomini. In breve, il 1.º luglio
cʼerano in Ungheria 191,587 Russi e 130,000 Austriaci. Contro questa
massa formidabile lʼUngheria non potè opporre che 150,000 uomini sopra
unʼestensione immensa: per mancanza dʼarmi, non per mancanza dʼuomini.
Non potendo far fronte a quella valanga, si cercò la salvezza nella
strategia. Dembinski concepì il piano di campagna, prendendo per base
dʼoperazione il Banato, provvisto di due difese naturali, la Tisza e la
Maros. Görgey, che era, lʼho già detto, incapace di formare egli stesso
un piano, promise dʼeseguire quello del suo inimico, piano, del resto,
discusso ed approvato da un Consiglio di guerra. Ma egli non vi si
conformò. E fece ancor peggio. Abbandonò il fiume Czonczo, che copriva
la via di Buda–Pesth, e si ritirò nel campo trincerato di Comorn,
lasciando il terzo Corpo isolato sulla Vag. Cinquantamila Austriaci
vennero ad offrirci battaglia. Lʼaccettammo senza esitare.
Il combattimento ebbe principio allʼalba. Ad unʼora gli Austriaci,
posti in rotta allʼala sinistra, piegavano anche al centro, sotto una
irresistibile carica di ventiquattro squadroni di Ussari condotti da
Görgey. Io ne comandava quattro, e fui testimonio dʼun attentato che mi
addolorò, quantunque lo trovassi salutare: un ussaro misurò a Görgey,
per di dietro, un colpo di sciabola alla testa—per liberare il paese
chʼegli tradiva. Noi credemmo assicurata la vittoria. Da un punto
allʼaltro, dinanzi agli Austriaci dispersi e Francesco Giuseppe che
fuggiva, apparve la riserva russa, che smascherò cinquanta pezzi posti
in batteria. Era la tela del destino, che si alzava per mostrarci la
voragine nella quale la patria doveva perdersi. La notte, che scese,
mise fine alla pugna, e coprì la nostra disfatta.
Görgey inviò al Governo un dispaccio ribelle, che provocò la sua
dimissione; ma si commise il fallo di lasciargli il portafogli
della guerra. Kossuth si faceva ancora illusione, o voleva ancora,
a forza di magnanimità, ritardare il tradimento di quellʼinfame.
Lʼesercito, commosso dai commentarii insolenti del colonnello
Bayer, capo dello stato–maggior generale, si mostrò scontento della
destituzione di Görgey. Un Consiglio di guerra nominò due delegati,
Klapka e Nagy–Sandor, per andar a pregare Kossuth di levare a Görgey,
piuttosto il portafogli della guerra, che il comando in capo. Io pregai
Nagy–Sandor di condurmi seco a Pesth. Sentivo che, se fossi restato
presso Görgey, lʼavrei ucciso.
Partimmo. Il 5 luglio, i delegati furono ammessi dinanzi al Consiglio
dei ministri, e la loro domanda fu accordata; ma il Consiglio
insistette sulla pronta partenza dellʼesercito dellʼalto Danubio per
andare a concentrarsi colle truppe che dovevano operare sulla Tisza.
Lʼaccecamento era incurabile: Dio, che voleva perderci, colpiva di
demenza il Governo e lʼesercito! Più Görgey sʼinoltrava nella via del
tradimento, più la sua popolarità aumentava. A lui si attribuivano
tutti i successi, mentre egli rigettava sopra questi e sopra quegli
la responsabilità dei falli e dei disastri. Pure, le più brillanti
vittorie dellʼesercito del Danubio non erano state riportate da lui.
Guyon aveva guadagnata quella di Braniczko; Gaspar quella di Hatvan;
Demjanich quella di Bicske; quella di Isacszeg fu principiata senza di
lui; egli non assisteva nè a quella di Vacz, nè a quella di Nagy–Sarlo,
nè a quella di Buda. Si dimenticava tutto ciò. Si era già entrati in
quella vertigine che spinge allʼabisso.
Görgey non obbedì alle ultime ingiunzioni. Egli non partì. Al
contrario, tentò di rompere le linee nemiche intorno a Comorn.
Lʼesercito si battè tutta la giornata dellʼ11 luglio, senza riescirvi.
Alla sera, dopo la disfatta, dovette rientrare nel suo campo
trincerato. Görgey diede finalmente il segnale della partenza.
Era troppo tardi, perchè i Russi occupavano già Debreczin, e gli
Austriaci Buda–Pesth. Haynau lanciò nella capitale un proclama, ove
lʼorribile gareggiava col grottesco. Dʼaltra parte, Guyon aveva battuto
Jellachich parecchie volte, e gli Ungheresi rioccupavano la regione
posta fra la Tisza ed il Danubio. Ma Szeged, ove il Governo trasferì la
sua sede, era minacciata.
Kossuth mi aveva nominato colonnello, e Bem mi chiamava nel suo
esercito, riservandomi un comando. I miei voti erano esauditi. Mi posi
in cammino. Avevamo ora la speranza della disperazione: perderci nel
naufragio! Il naufragio ci pareva inevitabile, poichè lʼacciecamento
ed il tradimento sʼeran messi della partita. Io era terribilmente
triste. Incontravo sui margini delle strade dei gruppi di giovani, che
ritornavano dallʼesercito, laceri, dimagriti, terribilmente consumati
dalla febbre, tremanti sotto un sole pesante, denso, giallastro, che
divorava tutto ciò che toccava, agonizzanti, assetati e non avendo da
bere che lʼacqua limosa, verdastra e pestilenziale delle paludi. La
_puszta_ non era più quellʼantico lago di 500 chilometri di diametro
cangiato in prateria, che alla primavera sembrava un mare di verdura
ondulante, limitato dalla gran curva del Danubio, da Pesth a Belgrado,
ed il semicerchio delle montagne azzurre dei Carpazii; era un mare
giallo, gonfiato qua e là da vapori bianchi, che strisciavano sotto
lʼaspirazione esausta del sole,—la nebbia avvelenata delle paludi, ove
il toro bianco e la cavalla selvaggia degli Czikos, si trascuravano
essi stessi, sonnolenti ed oppressi. La Tisza e la Maros travolgevano
delle onde melmose dʼun verde livido. Tutto aveva lʼitterizia e
lʼardore divorante della febbre. La caldura annientava le forze. Nei
villaggi si vedevano degli uomini, validi ancora, accovacciati agli
angoli delle strade, la pipa in bocca, aspettare lʼignoto, che pesava
sovrʼessi e li stringeva da ogni parte. Non un soffio dʼaria, non una
goccia di rugiada: sempre lʼalito snervante e malaticcio, che corre
sulle acque tenebrose delle paludi, come quello dʼun demone. Io sentiva
la voglia di piangere. Affrettavo il passo, seminando consolazioni ed
incoraggiamenti, che erano accettati col sorriso della rassegnazione.
Due uomini soli non disperavano ancora, Kossuth e Bem.
Bem aveva già cominciate le sue operazioni. Egli aveva sotto i suoi
ordini 20,000 uomini effettivi, e con questo pugno di coscritti doveva
far fronte a 13,000 Austriaci e 50,000 Russi, e impedir loro dʼentrare
in Transilvania. Questʼimpresa prendeva le proporzioni dʼun miracolo;
la storia si tagliava le ciarpe della leggenda. Ma in guerra i grossi
battaglioni finiscono sempre col divorare i piccoli. I Russi, venendo
dalla Valacchia e dalla Bucovina, presentandosi a tutte le entrate in
una volta, avevano finito col forzarle sotto la pressione delle loro
possenti colonne. Essi penetravano nella Transilvania da sei passi.
Io incontrai Bem il 10 luglio, di mattina, al momento che i Russi
lʼattaccavano, presso Besztercze. Egli non volle ripiegarsi, e subimmo
un grosso scacco. Sei giorni dopo, a Szered–falva, fummo nuovamente
battuti. Bem aveva subito già due altre disfatte presso Teke, malgrado
i prodigi che seppe fare con poche centinaia dʼuomini, circondati dai
Cosacchi, come il mare circonda unʼisola. Nondimeno corremmo nel paese
siculo a dar battaglia a Clam–Gallas. Vincemmo due giorni di seguito,
il 21 e 22 luglio, poi con 2,500 uomini entrammo in Valacchia per fare
una diversione ai Russi. I Moldo–Valacchi non risposero alla nostra
chiamata, quantunque lʼavessero promesso, e ritornammo sui nostri passi.
Nellʼandare, avevamo molto maltrattato i Russi che volevano tagliarci
la strada. Al ritorno, Lüders accampava già in Segesvar, quando Bem
venne, poco lungi dalla città, a dargli battaglia. Ai primi colpi di
cannone, egli fu ferito e rovesciato in un fosso. Non potendo più stare
a cavallo a causa della sua prima ferita, Bem comandava correndo in una
piccola vettura tirata da due focosi _inkers_ attaccati allʼungherese,
con delle bardature chiamate _csalang_, da cui pendono da tutte le
parti dei cuoi adornati da piastrine di ottone e da piccole strisce
di panno pavonazzo come nappe. Vettura, cocchiere, cavalli e padrone
furono rovesciati nel ruscello fangoso. Bem vi si tenne quatto a tutta
prima. Poi, strisciando nella belletta, andò a nascondersi fino alla
notte nelle paludi. Io feci tutto il possibile per scacciare i Russi da
quel sito. Mettendo in esecuzione quella eterna manovra di respingere i
Cosacchi, ebbi il terribile spettacolo, che non può più cancellarsi dai
miei occhi: la morte di Petőfi.
Egli caricava, alla sua volta, con una dozzina di ussari leggieri. Una
ondata di cavalieri russi piombò sopra lui, e sommerse i suoi compagni.
Il suo cavallo, un diabolico _tarkas_ della Puszta, partì con un salto
di fianco, e lo trasportò traverso uno spazio chʼesso vide solitario.
Ed era solitario per una buona ragione. Quello era uno stagno, coperto
da una lanugine traditrice di erbe marcite, che prendevano la forma del
terreno ove lʼerba tentava di crescere. Il cavallo fece ancora alcuni
passi sopra quella voragine di fango, aderente, tenace, viscoso. Pareva
volare anzichè camminare, perchè sentiva il suolo venirgli meno sotto i
piedi. Petőfi provò di farlo tornar indietro, ma lo slancio era preso.
Egli penzolava già sopra una specie di vortice, che si sarebbe detto
bollisse, tanto la melma si ingolfava con precipitazione nelle fessure
del suolo. Io gettai un grido di spavento.
Petőfi volse il capo, e mi rispose con una specie di sorriso orribile.
Egli scendeva già nellʼabisso. Il cavallo si dibatteva dalla stretta
formidabile del fango. Ma più egli si sforzava di sollevarsi, più
scavava il vuoto che lo aspirava, più ingrandiva il buco da cui
era inghiottito. Petőfi si rizzò sul corpo del cavallo, già quasi
scomparso. Sperò per un momento che la sua cavalcatura colmasse la
fessura della palude. Illusione della speranza! Derisione del destino!
Lʼuomo che aveva vissuto di raggi, doveva morire soffocato nella
melma. Lo vidi scendere, scendere sempre, immergersi fino a quel
petto ove batteva un cuore così generoso e così eroico, fino alla
testa chʼegli portava sì alta, malgrado il peso del pensiero, sotto
lʼaureola del genio! Vidi quel capo così fieramente caratteristico
sparire, ed il fango rinchiudersi sopra il tutto, dopo questo orribile
agguato dellʼabisso, come se nulla fosse avvenuto, ed ogni cosa
ritornare allʼaspetto formidabilmente tranquillo dellʼimboscata calma e
silenziosa. Fuggii da quel sito.
Bem uscì dalla sua palude, come Mario, verso notte, e raggiunse il suo
corpo. Trovò riuniti 7,000 uomini a Maros–Vasarhély. Si gettò sopra
Nagy–Szeben, respinse gli Austriaci a Medgyes, rovesciò i Russi a
Vizahna, prese dʼassalto Nagy–Szeben. Lüders accorse allʼindomani, e si
presentò in ordine di battaglia sotto le mura della città. Bem non lo
fece attendere. Gli andò incontro, dicendoci:
—Siamo civili con questo Calmucco.
I Sassoni di Nagy–Szeben ci gettarono dellʼacqua bollente sul capo,
e tirarono dalle finestre su noi. Lüders ci bombardò a meraviglia.
Ritirandosi, Bem incontrò la staffetta del Governo, che lo richiamava
in Ungheria in qualità di generalissimo. Kossuth ricalcitrava ancora
allʼidea di confidare la dittatura a Görgey. La proposta era stata
fatta, e le circostanze la imponevano.
Görgey aveva eseguita la sua ritirata da Comorn con grande abilità,
salvando i suoi 25,000 uomini dallʼinseguimento dei 120,000 Russi, che
gli erano sempre dietro, battendoli negli scontri di retroguardia,
barcamenandosi fra lʼesercito di Paskevitch, che lo balestrava da una
parte, ed un nuovo esercito russo, che veniva alla sinistra dalla
Gallizia, condotto da Osten–Sacken. Avrebbe anche potuto venire in
soccorso di Nagy–Sandor, il quale, non avendo seco che 7 a 8000 uomini,
era attaccato allʼimprovviso a Debreczin da 80,000 Russi.
—Ecco Nagy–Sandor, che riceve una bastonata! sclamò sorridendo Görgey,
udendo tuonare il cannone.
Görgey aveva giurato la distruzione di Nagy–Sandor e del suo corpo.
Quando egli aveva emessa lʼidea di una dittatura militare, Nagy–Sandor
aveva detto:
—Se cʼè qualcuno che vuol divenir Cesare, io sarò il suo Bruto.
Finalmente Görgey aveva ricondotto lʼesercito ad Arad. Ma il Governo
aveva dovuto abbandonare anche Szeged. Dembinski vi aveva riunito circa
35,000 uomini in una specie di campo trincierato, appena abbozzato.
Nonostante, la posizione non sembrandogli tenibile sotto le valanghe
di Russi e di Austriaci che affluivano da tutte le parti, aveva dato
lʼordine di abbandonarla e di stabilirsi un poʼ più lungi, a Szőreg.
Haynau, che comprendeva il suo vantaggio di numero e di posizione, non
gli lasciò il tempo di condurre a fine il suo cambiamento di posto.
Attaccò le truppe, che cominciavano a prender stanza a Szőreg. La
battaglia ebbe principio il 5 agosto di sera. Gli Ungheresi avevano
gli occhi abbagliati dal sole che tramontava ed impediva loro di
vedere lʼinimico. Essi non furono sconfitti, ma piuttosto cedettero
il terreno, protetti dagli ussari, che rinnovando delle ammirabili
cariche, tennero in iscacco gli Austriaci.
Dembinski aveva a scegliere allora fra due linee di ritirata: Arad, ove
Görgey doveva arrivare il giorno stesso; o Temesvar, fortezza che era
nelle mani degli Austriaci, ma dove sperava di tirare a sè il corpo di
Kmety. Il vecchio generale polacco preferì, per fatalità, Temesvar,
la cui guarnigione, credeva egli, non poteva resistere lungamente.
Il Governo seguiva il corpo dʼarmata di Dembinski. La Dieta si era
aggiornata _sine die_. Il principe Nyraczi e sua figlia si ritiravano
collʼesercito, cacciati dallʼultima loro dimora di Szeged e spinti
dalla tempesta, che li travolgeva dinanzi a sè.
Cʼera unʼaltra ragione. Il nipote del principe, che comandava il suo
battaglione di volontarii, era stato ucciso. Gli ufficiali avevano
domandato al principe di scegliere un nuovo capo per condurli.
—Io stessa, gridò Amelia.
—Sotto ai miei ordini, rispose il principe.
E prese il comando.
Li ritrovai a Temesvar, ove arrivai con Bem il 9 agosto.
Ove arrivava Bem, arrivava la pugna. Egli prese immediatamente
dalle mani del suo compatriotta Dembinski il comando in capo come
generalissimo, schierò i battaglioni magiari, mise lʼartiglieria in
posizione, ed aprì il fuoco contro il nemico. Haynau rotto, sconvolto,
fece avanzare la riserva russa. Di un tratto, il fuoco ungherese si
estingue. Mancano le munizioni. Bem ordina la ritirata. Scende la notte.
Ci eravamo impegnati in una stretta nel mezzo dʼun bosco, ove i nostri
distaccamenti si confondevano gli uni cogli altri, sfiniti, affamati,
non avendo mangiato fino dal giorno innanzi. Dei nugoli di Cosacchi ci
seguivano come corvi, raccogliendo tutti quelli che restavano indietro,
ritardando la nostra marcia, obbligandoci ad ogni istante di far fronte
per respingerli. Bem, con un pugno di ussari che io comandava, e col
battaglione del principe Nyraczi, copriva la ritirata. In un istante,
lʼavanguardia, sbucando da una stretta fra due avvallamenti di colline,
si trovò di faccia allʼinimico,—il corpo di Lichtenstein, che Bem
aveva voluto evitare, cessando la lotta. Un fremito straordinario
côlse il nostro esercito. Bem si slanciò in avanti per prendere la
testa dellʼavanguardia, ma per un indietreggiare delle file anteriori,
il suo cavallo sʼimpennò, e cavallo e cavaliere caddero rovesciati.
Mi precipitavo in suo soccorso, quando un lungo grido dietro di noi
mi annunziò un altro pericolo. Guardai: il battaglione del principe
Nyraczi era intieramente ravvolto in un turbine di Cosacchi, come un
giallo dʼuovo nella sua albumina. In mezzo ai volontarii, o piuttosto
alla loro testa, si trovava Amelia.
La scôrsi da lontano, al crepuscolo della notte che sorgeva dal
piano, vestita da amazzone, fieramente rizzata sugli arcioni,
sciabolare i Russi. Ella aveva perduto il suo kalpak di velluto
celeste guarnito di cigno, col pennacchietto di perle, ed il suo
dolman violetto agramentato dʼoro ed argento. Le treccie disciolte dei
capelli ondeggiavano sulle sue spalle. La sua sciabola brillava dʼun
corruscamento fosco e rossastro, sotto i colpi che dava o parava. La si
sarebbe detta lʼangelo scaduto dellʼUngheria che lanciava i suoi ultimi
raggi avanti di eclissarsi. Non una parola le usciva di bocca. Il
lavoro terribile che compieva, lʼassorbiva. Ma i Cosacchi, alle prese
con una giovine donna, bella di una bellezza più splendida di tutte
le loro madonne bizantine, gettavano degli urli grotteschi, feroci,
lascivi, pieni di desiderii, di paura e di ammirazione nellʼistesso
tempo. I volontarii ungheresi ruggivano alla loro volta, scagliandosi
sui Cosacchi per respingerli, o cadendo sotto i ferri dei loro cavalli.
Io mi spinsi avanti colla paura della disperazione, calpestando sotto i
piedi amici e nemici onde arrivare sino a lei. La siepe si faceva più
fitta. Cadaveri e viventi ostruivano lo stretto passaggio, che io aveva
a varcare.
Il principe Nyraczi fu più fortunato di me. Io lo credetti almeno per
un istante, vedendolo accorrere dallʼaltra estremità della gola, quasi
al galoppo, abbattendo come spighe, sotto la sua vecchia sciabola,
tutti quelli che incontrava.
Egli non aveva più ottantʼanni. Il pericolo cui correva la vita e
soprattutto lʼonore di sua figlia gli dava una nuova giovinezza.
Giunse alfine. Giunse nel momento in cui il cavallo dʼAmelia cedeva
sotto di lei, ed i Cosacchi piombavano sulla loro preda, come un
branco di pesci–cani sopra una persona caduta in mare. Il principe
la vide sparire e parve disperato, poichè tirò una pistola dai suoi
arcioni. Tuttavolta, per un istante, la mischia si calmò. Egli la
vide, e la vidi io pure, quasi nuda ormai sotto quelle mani immonde.
Il principe non ebbe che un secondo di quella vista orrenda, che a me
parve unʼeternità. Ciò bastò. Armò, puntò la sua pistola, mirò, tirò un
colpo, e sua figlia cadde allʼindietro colla testa franta da una palla.
I Cosacchi, non sapendo dʼonde venisse quel colpo, si rialzarono. Il
principe Nyraczi sembrava un gigante ritto sulle staffe, la mano ancora
tesa, lo sguardo profondo, fisso, perduto, spaventevole. Egli faceva
paura.
—Sono con voi, sono con voi, gli gridai da lontano. Tenete fermo
ancora un minuto.
La mia voce lo fece trasalire. Levò lo sguardo dal cadavere e mi
scôrse. Mi riconobbe.
—No! urlò egli; non voglio lʼaiuto dʼun servo che ho fatto frustare
come un ladro.
E, dicendo queste insensate parole, continuava il molinello colla sua
sciabola, e mieteva i Cosacchi. Mi fermai. Ebbi torto. Avrei potuto
forse salvarlo suo malgrado. Lo vidi cadere un istante dopo sotto i
kandjari dei Russi, e coprire col suo corpo il cadavere di sua figlia.
Non distinsi più nulla. Non so come e da chi fui trasportato a Lugos.
Credo di essere svenuto.
X.
Il resto non mʼimportava più. LʼUngheria aveva soccombuto. Io voleva
morire. Ma avrei voluto vedere, prima, la punizione di Görgey.
Görgey trattava già coi Russi.
Egli propose di offrire la corona di Ungheria al principe di
Leuchtemberg. Il Governo approvò questa idea. Kossuth non vi si
oppose. La nazione, che ritta dietro lui, lʼaveva sostenuto per due
anni, era atterrita sotto il peso di 350,000 soldati austro–russi[1]
e sotto lʼinfluenza del suo proprio esercito abbattuto. Lʼ11 agosto,
Kossuth diede la sua dimissione, e decretò la dittatura a Görgey. «Ami
egli il suo paese, disse Kossuth alla nazione nel suo proclama, col
disinteresse che lʼho amato io stesso, e più fortunato di me pervenga
ad assicurare la felicità della patria. Così il Dio di giustizia e di
misericordia sia con essa».
Paskewich rispose: «Lʼunico scopo dellʼesercito russo è di combattere.
Se Görgey vuol fare la sua sommissione al suo sovrano legittimo, si
rivolga al comandante in capo dellʼesercito austriaco».
—Morremo tutti combattendo, allora, replicò Görgey.
Egli aveva aperto le trattative per rendersi ai Russi colla clausola
espressa «di non deporre le armi senza condizioni dinanzi gli
Austriaci».
Görgey non tanto detestava lʼAustria, quanto era geloso di Kossuth. Ma
egli sapeva cosa sarebbe avvenuto dopo una reddizione agli Austriaci.
Di già Haynau aveva fatto appiccare Guber e Mednyanszky, ufficiali
ungheresi. La proposizione di Görgey fu alfine accettata da Paskewich,
e subita da Haynau. Görgey lasciò allora Arad, e si mise in marcia per
Vilagos. Pochi ufficiali soltanto sapevano che lʼesercito ungherese
si avvicinava ai Russi per metter giù le armi. Lʼesercito credeva di
andare a battersi ancora, e non domandava che la battaglia, quantunque
ormai certo della sua disfatta finale.
Bem mʼinviò a portare i suoi ordini a Görgey, nella sua qualità di
generalissimo, poichè egli considerava come incostituzionale la
trasmissione di poteri fatta da Kossuth a Görgey, senza la sanzione
della Dieta. Arrivai a Vilagos il 12 agosto, alla sera, ma non
potei penetrare nel castello di Bohus, ove risiedeva Görgey, e non
insistetti. Circolai un poʼ nelle file dellʼesercito.
Gli ufficiali erano tristi, i soldati in collera. Tutti gli aspetti
che la disgrazia, lo scoraggiamento, la malinconia, la rabbia e
lʼabbattimento possono prendere, si dipingevano sulle fisonomie di
quegli uomini. Tutte le impronte strazianti, che il dolore e la
disperazione possono scolpire sopra una faccia virile e vivente, i
tratti di quei soldati le portavano. La notizia della reddizione era
ormai conosciuta. Non cʼera più subordinazione. I bivacchi della
notte furono tregende. Qui gridavano, bestemmiavano, maledicevano, od
insultavano gli ufficiali meno afflitti; là si rompevano le armi, si
ammazzavano i cavalli, si suicidavano. Il dolore ebbe voci diverse,
ma immense e spaventevoli. Nessuno mangiò. Nessuno dormì. I cavalli
stessi parevano penetrati da un sentimento di pesante tristezza. Si
facevano dei progetti assurdi. Si concepivano speranze insensate.
Tutti erano accusati, e nessuno si scusava. Si ricordavano i giorni
gloriosi della vittoria, della gioia, lʼentrata trionfale nelle città,
il perdono generoso accordato al nemico dopo di averlo vinto, i colpi
fortunati, le orride serate del bivacco dʼinverno, coricati sulla neve,
senza fuoco, senza mantello, senza cena, e pure felici. Si gittava al
vento un ritornello patriottico di Petőfi, ormai senza eco: un flebile
ritornello delle arie della pianura, che provocava una esplosione
di lagrime, che ricordava il villaggio, le serate dʼestate sotto
lʼeffluvio delle stelle, le serate dʼinverno allʼangolo dellʼamato
focolare, la madre, la sorella, la fidanzata, la sposa lasciate
per la patria, i fanciulli benedetti partendo, che giocavano colle
sciabole. I buffi dʼindignazione e di annientamento si alternavano e
si succedevano. Cʼerano là 30,000 uomini, che domandavano di battersi
ancora. Si desiderava la battaglia del destino—la disperazione contro
la potenza.
Una notte serena, irradiata da uno spolverio di stelle, filtrata da
un vapore bianco e leggero, avviluppava di ombre tutto il paesaggio.
Le finestre del castello di Bohus risplendevano. Là si macchinava il
disonore, e si vegliava. Là stavano forse lʼinsonnia ed il rimorso
degli uni, il dubbio e lʼesitazione degli altri, la volontà calcolata
del capo. Poi, quando lʼalba principiò a imbiancare il cielo, quando
arrivò lʼora dellʼesecuzione, eʼ fu come un accesso di delirio. Ad un
punto, centinaia e migliaia dʼuomini presero la fuga, e si nascosero
nei boschi: 7,000 uomini sparvero dalle file in pochi quarti dʼora.
Il sole si alzò.