LʼAustria infliggeva a sè stessa il disonore dʼinvocare lʼassistenza

della Russia—ed era un ungherese, il conte Enrico Zichy, che accettava

lʼinfamia di andare a chiedere il soccorso dello czar.

Kossuth proponeva alla Dieta la decadenza degli Absburghi.

VII.

Era il 14 aprile 1849. Questa data segna unʼepoca nella vita e

nella storia del popolo ungherese. I primi soffi della primavera

intiepidivano già lʼaria. Il cielo era grigio–chiaro, il che velava

forse lʼinfinito, ma addolciva lo sguardo. Il sole provava i suoi primi

raggi. La neve sʼera sciolta, ma lʼimmensa pianura trasudava una nebbia

bianca, leggiera, allegra, che il venticello dellʼaurora smuoveva,

stuzzicava, le dava la vita della lama agitata. Si sarebbe detto che

il mar Bianco avesse scavalcato le steppe della Russia, franta la

cintura azzurra dei Balcani e dei Carpazii, e si fosse rovesciato tutto

fremente sul paese piatto del Danubio. Tutte le campane delle torri

bizantine di Debreczin suonavano a gloria. La città si adornava come

per una festa, un gran movimento di persone e di parole animava le vie.

Debreczin è una città di 50,000 anime, il centro della razza magiara.

Le donne con gli usatti maschili, colla casacca di pelle dʼagnello,

il pelo al di dentro a causa della freschezza del mattino, ornata

dʼastrakan e di ricami in lana di varii colori, un fazzoletto di cotone

o di seta sul capo legato sotto il mento, i capelli intrecciati dietro

la testa con una quantità di fettuccie; le donne, dico, erano superbe

di non portar più alcun ornamento dʼoro o dʼargento: esse avevano

offerto tutto alla patria. Non si vedeva più un anello, una collana,

un paio dʼorecchini sopra le donne ungheresi, principalmente su quelle

della classe del popolo; avevano tutto dato come dono patriottico. Gli

uomini erano tutti, in una maniera o nellʼaltra, armati. LʼUngherese è

grande, solidamente costrutto; ha la faccia aperta, lo sguardo franco,

della vivacità nello spirito, una personalità che conosce sè stessa e

si confessa quale è, nonostante lʼincoerenza delle idee, la leggerezza

dei propositi, la vanità generata dalla bellezza della razza—tutti

sapendosi nobili, o credendosi tali. LʼUngheria sembra abitata da

un popolo di gentiluomini. In mezzo però a tanti grandi e leggiadri

uomini, a tante belle ed allegre donne, tutti dallʼaria felice, ben

nutriti, ben alloggiati—i contadini avendo dei bei poderi che lor

danno da vivere, ed i borghesi, in poco numero però, esercenti una

professione od unʼindustria—, si introducevano dei mendicanti che

mostravano delle piaghe schifose—loro strumento di lavoro—, o un

nugolo di zingari color cioccolatte. Tutta questa gente si dirigeva

verso la sala ordinaria della seconda Camera—il Collegio riformato di

Debreczin—e lʼinvadeva.

La Dieta aveva discusso in comitato secreto, durante due giorni, la

decadenza della Casa di Absburgo, ed aveva deciso di deliberarne

pubblicamente in quel giorno. I magnati si erano riuniti ai deputati,

e si mischiavano a loro, vestiti del loro mantello di velluto rosso,

celeste o nero, impellicciato dʼastrakan, di martoro zibellino, coperti

dal Kalpack nazionale con un pennacchio di pietre preziose e penne

dʼaquila, la cintura, la collana e la sciabola tempestate di turchesi,

di rubini, di perle e di granate orientali. Questo costume teatrale,

quello che portavano alla Corte, dava uno scintillamento abbagliante

allʼassemblea, ed aumentava la solennità. La sala era troppo piccola;

la folla, che vi soffocava, si portò al tempio riformato, e fece

proporre alla Dieta, da uno dei suoi membri, di trasferirvi per

quel giorno la sede delle deliberazioni. LʼAssemblea si condusse

immediatamente alla chiesa protestante, ed occupò il posto ai piedi e

dirimpetto al pergamo, lasciando al pubblico il resto della chiesa e

le gallerie. Paolo Almasy, presidente della seconda Camera, e Pérényi,

presidente della Tavola dei magnati, si stabilirono alla presidenza:

Kossuth ascese alla tribuna. Il silenzio era perfetto. Alla vista di

Kossuth, un fremito scosse la folla come scintilla elettrica, ed un

evviva immenso e prolungato risuonò sotto la volta. La Dieta, magnati e

deputati, fece eco. Fu un abbarbagliante sfolgorío di berretti piumati

agitati nellʼaria, uno strepito di sciabole risuonanti rumorosamente.

Lo spettacolo divenne sublime.

Pochi uomini hanno avuto la fortuna di Kossuth. Come Washington, egli

fu lʼanima, la fede di un gran popolo, e si mostrò degno della sua

parte. Kossuth è una delle più belle espressioni del tipo magiaro,

Lʼocchio ceruleo, ardito, fiero, la testa alta, il contegno nobile, il

portamento altiero; egli domina col suo gesto, impone il rispetto con

ogni movimento, seduce col prestigio della voce. Questo Alcibiade ha

lʼaccento, lʼaudacia, la poesia, lʼelettricità della parola di Mirabeau

e di Burke, lʼelevatezza dʼidee di Chatham e di Fox. La serenità del

suo animo, nelle circostanze complicate, stupisce. Egli possiede il

calore della concezione dellʼuomo di Stato francese, ed il giudizio

freddo ed infallibile dellʼuomo di Stato inglese. Il vigore della

forma, i ricchi colori di cui veste la sua eloquenza, aumentano la

precisione geometrica dei suoi ragionamenti. Egli calcola a lunghe

distanze di epoca. Ed ecco perchè alcuni suoi atti, che non ebbero

tempo di svolgersi e di maturare, sembrarono errori. Egli non possiede,

forse, lʼorgano felice dellʼosservazione profonda dei caratteri, cui

Pitt ebbe, e che mancò a Napoleone; forse non ha la ruvida fibra della

resistenza, particolare di Canning; ma forse pure, la sua fede nella

grandezza, nella giustizia, nella verità dello scopo, gli fecero

negligere queste precauzioni. Il suo solo fallo, durante due anni

dʼimpero, fu Görgey. Egli non scrutò il cuore; giudicò il talento, e

non misurò la feccia delle passioni. Kossuth credeva alla sua opera, e

dominò la nazione dallʼalto della sua fede. LʼUngheria, questo Oriente

dellʼOccidente, ha la confidenza indolente degli Orientali, e lo

spirito dʼesame dei popoli dellʼOccidente svegliato e pronto.

Il discorso di Kossuth fu un poema, interrotto ad ogni strofa da

applausi. Egli tessè lʼatto dʼaccusa della dinastia degli Absburgo, e

mai a coscienza umana cancrenata non fu presentata sotto un aspetto

più lurido. Ogni frase dellʼoratore conteneva un fatto; ogni fatto

diveniva una gogna; una doccia di fuoco stillava sullʼuditorio. «Questi

sono i fatti, continuò egli. Dopo atti simili, è egli possibile che

il popolo conservi il menomo rispetto per la dinastia? Mantenere la

Casa dʼAustria sul trono, sarebbe annientare ogni sentimento onesto,

calpestare sotto i piedi ogni morale. Noi non esporremo a ciò il paese».

—No, no, gridarono tutti, Dieta e popolo.

—È dunque venuta lʼora, riprese Kossuth, in cui è dovere

dellʼUngheria, dovere dei rappresentanti della nazione dichiarare in

faccia allʼEuropa ed al popolo, in faccia di Dio e dellʼUniverso, che

vogliono esser liberi ed indipendenti.

Lʼentusiasmo fu al colmo, Kossuth finì il racconto della lotta di

tre secoli fra lʼUngheria e la Casa dʼAustria, espose la situazione,

raccontò le peripezie dellʼultima guerra, e concluse colle due seguenti

proposizioni:

1.º Che lʼUngheria fosse dichiarata Stato indipendente, e,

relativamente al territorio, indivisibile, inviolabile;

2.º Che la Casa di Absburgo–Lorena fosse dichiarata decaduta per

sempre dal governo, proscritta dal suolo ungherese, priva dei diritti

civili dellʼUngheria.

Poi, alzando le mani al cielo in attitudine religiosa, esclamò:

—Così sia! _Amen_!

Le proposizioni furono votate ad unanimità.

Kossuth fu eletto presidente–governatore dellʼUngheria.

Gli _Eljen Kossuth_ furono interminabili. Kossuth, profondamente

commosso, con le lagrime agli occhi e sulle guance, con la voce

tremante, soggiunse:

—Giuro pel Dio eterno e sul mio onore che non terrò il potere un solo

istante dopo che i diritti dello nazione saranno assicurati, perocchè

io non voglia essere che un povero e modesto cittadino dellʼUngheria

liberata.

Egli è adesso nellʼesilio—come Vittor Hugo, Ledru–Rollin,

Quinet....—esempio della rigidità della coscienza umana.

Il primo magnate, che votò la decadenza degli Absburgo e lʼindipendenza

dellʼUngheria, fu un vegliardo quasi ottuagenario, il principe

Nyraczi—il padre dʼAmelia.

Il 24 aprile, gli Ungheresi rientrarono in Pesth. Buda restava in mano

di 4000 Austriaci. Görgey, che poteva marciare su Vienna e sanzionare

colà la decadenza della Casa imperiale, comunicando allʼEuropa attonita

il decreto di Debreczin, Görgey si preoccupò della guarnigione di Buda,

ritornò sui suoi passi, e diresse allʼesercito questo proclama:

«Commilitoni.

«È scorso appena un mese da quando, confinati dietro la Tisza, noi

gettavamo uno sguardo dubbioso sul nostro avvenire oscurato. Chi

avrebbe allora creduto che, un mese dopo, avremmo passato il Danubio

e liberato il nostro bel paese dal giogo di una dinastia spergiura? I

più arditi fra noi non avrebbero certo osato nutrire una così grande

speranza. Ma voi bruciavate del nobile amor di patria, e lʼinimico

ha provato il vostro coraggio, eguale a numerosi eserciti! Voi avete

trionfato, trionfato sette volte, una dopo lʼaltra. Oggimai voi

trionferete mai sempre.

«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!

«Ognuna delle battaglie che abbiamo combattute fu decisiva. Più

decisive ancora saranno quelle che combatteremo dʼora in avanti.

Sacrificando la vostra vita, voi avete avuto la fortuna di assicurare

allʼUngheria la sua antica indipendenza, la sua nazionalità, la sua

libertà, la sua esistenza duratura. Tale fu la nostra missione, la più

santa fra le missioni.

«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!

«Molti fra voi credono che lʼavvenire desiderato è fin dʼora

conquistato. Non vʼingannate. Questa lotta pei diritti naturali

dei popoli contro le usurpazioni della tirannia, non sarà soltanto

sostenuta dallʼUngheria. Ed i popoli vinceranno dovunque! Voi non

sarete forse testimoni della loro vittoria. Consacrandovi a questa

lotta con fedeltà incrollabile, voi dovete essere fermamente risoluti

a cadere vittime della più bella e della più gloriosa di tutte le

vittorie.

«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!

«E siccome io ho la convinzione che non uno fra voi preferirebbe una

miserabile esistenza ad una morte così gloriosa, e che voi tutti

sentite come me che gli è impossibile di asservire una nazione, i cui

figli eguagliano gli eroi di Szolnok, di Hatvan, di Tapio–Bicske, di

Isaszeg, di Vacz, di Nagy–Sarlo e di Komarom; per ciò, in mezzo anche

allo spaventevole rumore delle battaglie, io dʼora in avanti non avrò

per voi che un sol grido:

«Avanti, camerati, avanti.

«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!»

_Avanti!_ gridavano le truppe come il capo. Avanti! Ma Görgey

ritornava indietro. Per lui, il pericolo non stava a Vienna: stava a

Pesth! Per lui, il nemico non era Francesco–Giuseppe, era Kossuth.

VIII.

—Ho di parlare di me, continuò il colonnello Zapolyi, in mezzo ai

grandi fatti ai quali ho preso parte, ai grandi disastri che mi restano

a raccontare. Ma voi mi avete domandata la mia storia, ed io la finirò.

La mia ferita era appena guarita. Si battevano dinanzi a Buda. Accorsi

colà. Amelia e suo padre abitavano già Pesth, ove il Governo riportava

la sua sede.

Görgey investiva la fortezza di Buda con forze considerevoli. Un primo

attacco, per distruggere la pompa ad acqua che approvvigionava la

guarnigione, era stato respinto. Era principiato il fuoco per aprire la

breccia. Hentzi, che comandava la fortezza, rispose bombardando Pesth,

come Windischgraetz aveva bombardato Vienna, come Radetzky bombardava

le città italiane. Questa città monumentale ardeva in diversi punti.

—Sono le torce funebri intorno alla bara di Casa dʼAbsburgo! diceva

Görgey.

Egli ordinò un assalto generale, benchè lʼartiglieria non avesse ancora

resa praticabile la breccia. Lʼattacco ebbe luogo nella notte dal 16

al 17 maggio. Io era arrivato la sera; non mʼero ancora presentato

al generale. Sentendo il cannone di notte, mi condussi in mezzo

ai combattenti come semplice volontario, e mi trovai col corpo di

Nagy–Sandor, che aveva ricevuto lʼordine dʼimpadronirsi della breccia.

Il combattimento durò tre ore,—combattimento feroce, la baionetta

contro il cannone!—Gli honved si slanciarono allʼassalto sei volte.

Fummo sempre respinti. La breccia restava inaccessibile: le scale,

colle quali tentammo la scalata, si trovarono troppo corte. Il giorno

cominciava a spuntare. Gli altri Corpi non erano stati più felici di

noi alla porta di Vienna, al Varkapu (porta del castello), al giardino,

alla macchina dellʼacqua. Suonò la ritirata. Il cannone ricominciò

lʼopera della breccia.

Il 21 maggio, questa sembrò praticabile. Allʼalba lʼattacco generale

fu rinnovato, al grido formidabile di: _Eljen a Magyar!_ La fanteria

ungherese si slanciò di nuovo sulle mura. Noi corremmo alla breccia.

Ci respinsero ancora. Gli altri Corpi ruppero la resistenza in tutti

i punti. La pompa fu presa da Kmety, a cui mancata due volte. Noi

ritornammo allʼassalto, e finalmente riescimmo ad impadronirci della

breccia, ed a salire sugli spaldi dei bastioni. Io mʼera arrampicato in

cima ad una scala. I soldati italiani della guarnigione ci porgevano

la mano per aiutarci a montare. Io era sul punto di saltare sulla

spianata, quando un ufficiale austriaco uccise lʼitaliano di un colpo

di spada, e con un secondo colpo, traversandomi la spalla sinistra, mi

precipitò sul terrapieno in mezzo ai mucchi di cadaveri. Ma la fortezza

era nostra.

Ripresi i sensi allʼospitale del Tabor.

Görgey non prese parte allʼazione: egli restò a grande distanza, nel

quartier generale, sopra la collina Kis–Svábhegy.

Mi assopii, dopo che la mia ferita fu medicata. Due ore dopo, mi

risvegliai allʼimprovviso. Amelia serrava la mia testa sul suo cuore,

ed appoggiava le sue labbra al mio fronte. Ella volle farmi trasportare

in sua casa, o piuttosto nellʼappartamento che la occupava nel palazzo

di suo padre. Io mi opposi, e resistei tre giorni. Al quarto cedetti.

Ciò fu causa di una violenta scena fra Amelia e suo padre, ed il primo

passo verso la catastrofe che doveva inghiottirci tutti.

Il principe Nyraczi era il più ardente patriotta, ma in pari tempo

il più forsennato aristocratico dellʼUngheria. Nessuno si mostrò più

generoso di lui, ma nessuno altresì più ostinatamente reazionario.

Egli aveva dato alla patria centomila franchi, tutto il suo vasellame

dʼargento dʼun enorme valore, degli oggetti in natura in quantità

considerevole, dei cavalli per gli Ussari leggieri. Aveva equipaggiato

una compagnia di duecentocinquanta volontarii, comandati da suo nipote

come suo luogotenente: _i berretti gialli_, che da due anni facevano

la guerra a sue spese. Egli sʼincaricava della coltura delle terre

di quelli fra i contadini del suo distretto che combattevano fra gli

honved. Ogni settimana, due o tre mila poveri del comitato venivano

alla porta del castello, ove ricevevano elemosine, soccorsi, prestiti!

Aveva fatto venire dallʼInghilterra una batteria di cannoni completa,

coi suoi affusti, e lʼaveva regalata a Bem, suo amico. Nei suoi

castelli non restava più nè biancheria, nè coperte, nè materassi. Tutto

era stato inviato agli ospitali pei feriti. E tutto era stato inviato

e ricevuto dietro i suoi ordini, senza rumore: la cosa era fatta per

sè stessa, e non per ostentazione. Ma la voce del principe Nyraczi fu

la sola che si oppose allʼemancipazione dei contadini, allʼabolizione

delle corvèes, dei livelli, delle decime. Egli aveva esatto mai sempre

questi tributi di servitù, per la servitù in sè stessa, non già per

il profitto; perocchè egli trovava mezzo di dare ogni anno in regalo

ai suoi contadini dieci volte più di quel che prendeva come signore.

Abborriva lʼAustria, perchè lʼAustria è tedesca, e lʼimperatore perchè

non è magiaro; ma non perchè lʼuna è la tirannia straniera, lʼaltro

un padrone. Non poteva comprendere che un contadino e lui, principe

Nyraczi, fossero dellʼistessa stoffa, e dovessero godere degli stessi

diritti sociali, civili e politici. E, nella sua natura di bronzo, nè

le idee, nè le passioni si modificavano mai.

Egli conosceva tutta la mia storia, e le relazioni chʼio aveva con

sua figlia dapoichè lʼavevo incontrata da suo marito, il colonnello

Tichter. Ma io, per lui, era sempre il figlio degli impiccati, che

avevano perduto il diritto di nobiltà; il contadino, al quale egli

aveva fatto infliggere la pena disonorante del bastone. Cacciatore di

contrabbando e ladro, per lui erano lʼistessa cosa. Aveva giudicato sua

figlia in silenzio, perchè non ci era scandalo nella nostra condotta,

perchè il nostro amore non era contaminato da nessuna macchia. Ma lo

scandalo ora cʼera. Io abitava il suo palazzo, presso sua figlia.

Egli la fece chiamare, e lʼattese nel salone a fine di togliere

allʼabboccamento ogni carattere di paternità. Non dovevano esserci

colà che il principe di Nyraczi e la contessa Tichter. Amelia comprese

tutto ciò di uno sguardo. Suo padre stava ritto presso il vano della

finestra, chʼei riempiva della sua figura colossale. Aveva gettato

sopra una seggiola la sua berretta di velluto nero dalla penna

bianca, e con la testa alta squadrava la contessa. Il suo dolman di

panno violetto, rattenuto sulla spalla sinistra da una catenella

dʼoro, aggiungeva unʼaria marziale alla sua aria grave di vecchio

e di aristocratico indurito. Lʼetà avanzata non aveva curvato di

una linea la sua persona, come lʼesperienza non aveva fatto piegare

lʼinflessibilità delle sue idee. Teneva la sciabola attaccata alla

cintura, che risuonava ad ogni movimento contro gli speroni dʼargento

degli stivali inverniciati, guarniti di astrakan, che gli arrivavano

fin su del ginocchio. La sua bella barba bianca gli scendeva a mezzo

il petto, armonizzando coi lunghi e ricciuti capelli. La commozione lo

faceva pallido, e questo pallore prendeva una espressione di collera,

sotto il riflesso di due pupille nere, accese dallʼinterna violenza.

Gli occhi erano il dinamometro delle passioni del principe. Sua figlia

aveva lʼabitudine di leggervi entro la calma o la tempesta. Ella

conosceva il carattere di suo padre. Più dʼuna volta questi due nugoli

carichi di fulmine sʼerano incontrati, ed avevano scambiato dei lampi.

—So, disse Amelia con voce ferma, perchè mʼavete fatta chiamare. Che

ordine volete darmi?

—Uno di questi due, rispose freddamente il principe: spazzate il mio

palazzo dalla lordura che vi avete introdotta, o lasciatelo voi stessa.

—Gli antenati di quello che voi chiamate una lordura, rispose

fieramente Amelia, erano conti, quando i nostri non erano ancora che

semplici nobilucci. Il titolo di quei baroni data dal quinto secolo,

il nostro dal sedicesimo. Essi lo tengono da Attila, e furono capi di

bande guerriere; noi lo abbiamo dalla Casa dʼAustria per servigi resi

ad uno straniero, ad un padrone. Ecco, per la lordura. Io lʼamo, ecco

la mia ragione.

—Lo so, rispose il principe, senza uscire dalla sua calma tempestosa;

ecco perchè vi ho posto un dilemma, e non vi ho scacciata semplicemente.

—Il dilemma diviene inutile, dappoichè io non sono qui nè in casa

di mio padre, nè in casa mia. Ah! pel principe di Nyraczi, una

contessa.... che cosa? una contessa Tichter non è una lordura.

—Dei rimproveri, ora? Sono io forse che ha fatto codesto matrimonio?

Non fui forse messo nella necessità di non poterlo rifiutare?

—Io aveva sedici anni allora.

—E cosa bisognava che io mi facessi, signora, la situazione essendo

divenuta inesorabile?

—Uccidermi.

Il principe piegò il capo, e riflesse. Poi soggiunse:

—Hai ragione, Amelia, io fui un vile.

—Dunque, domani noi lasceremo il vostro palazzo.

—Noi! di già?

—Noi. Io sono vedova, non vi domando nulla, fuorchè la vostra

benedizi....

—Giammai!

—Giammai. Che importa dʼaltronde? Non arriveremo forse mai a codesto

punto. Gli avvenimenti si accalcano su di noi. Centomila Russi hanno

già varcato il confine su tutti i punti; altri centomila ricalcan le

tracce delle prime colonne; noi saremo schiacciati.

—Ed allora?

—Allora, voi sarete impiccato. Io mi ucciderò. Lʼ_altro_ sarà già

caduto sopra un campo di battaglia qualunque.

Il principe tacque per un momento ancora, poi sclamò:

—Basta. Addio.

—A rivederci, disse la contessa.

—Ah!

—Vado ad attendervi a Szeged, nel castello di mia madre. Quello è mio,

ed io vi offro un asilo colà, quando i Russi vi avranno cacciato da

Pesth.

Ella non attese la risposta, ed uscì.

Ella venne a trovarmi in un grande stato dʼesaltazione. Compresi subito

la scena che era avvenuta, e che io aveva prevista. Mi raccontò tutto.

Siccome io non era in istato dʼintraprendere un viaggio, il chirurgo,

che aveva medicata la mia ferita, mi accolse nella sua famiglia, e mi

affidò alle eccellenti attenzioni di sua moglie e delle sue figlie.

Amelia lasciò Pesth pochi giorni dopo, incrociandosi con Kossuth, il

quale ritornava in mezzo alle più entusiastiche ovazioni dei paesi che

attraversava.

Aveva io il tempo di essere ammalato?

IX.

Lʼesercito austriaco, non vedendosi inseguito, si fermò a Presburgo.

Noi riprendemmo lʼoffensiva, nella speranza di battere gli Austriaci

prima che le orde dello czar traboccassero su di noi. Noi avevamo

nelle regioni superiori del Danubio 55,000 uomini e 230 cannoni

contro un esercito di 82,000 uomini e 324 bocche da fuoco. Görgey

contro Haynau, quellʼHaynau che il macello di Brescia aveva posto in

evidenza, e che la correzione inflittagli dagli operaj della birreria

Barclay e Berkins a Londra rese celebre. Haynau era una delle jene

dellʼesercito austriaco, che, generalmente, è rispettabile. Görgey, per

una aberrazione inqualificabile, seguiva la riva sinistra del Danubio,

che è la linea più lunga, frastagliata da torrenti e seminata di paludi

omicide.

Il combattimento glorioso di Csorna, guadagnato da Kmeti, inaugurò

bene la campagna. Ma questi ultimi sorrisi della vittoria erano più

unʼironia che un favore del destino. Io raggiunsi Görgey a Perod, il 21

giugno. Kossuth mʼaveva addetto allo stato–maggiore.

Görgey mi ricevette ancor peggio di prima; e se non mi mise agli

arresti per essermi battuto a Buda, invece di presentarmi al suo

quartier generale, si fu perchè avevamo avuto nel giorno precedente

degli scontri disgraziati, e dovevamo batterci nel giorno stesso. Il

21 giugno ci fu altrettanto funesto che il 20. Russi ed Austriaci ci

oppressero colle loro forze. Io mi battei come un semplice soldato.

Haynau si preparò a marciare sopra Pesth per la riva diritta del

Danubio, rimasta libera, mentre Görgey intrigava e si allontanava

continuamente dallʼesercito, cumulando il grado di generalissimo con

quello di ministro della guerra. Al 28, subimmo unʼaltra disfatta a

Raab, e fummo obbligati ad abbandonare il terreno. Francesco Giuseppe

assisteva alla battaglia. Görgey scrisse a Kossuth dʼabbandonare

Pesth entro tre giorni, e finiva il suo dispaccio con queste parole:

«Quanto a me, abbandonatemi al mio destino». Grido dʼallarme calcolato.

Significava: rimettetemi i poteri concentrati, la dittatura. Egli non

mirava oramai che a questo, e non sognava che colpi di Stato.

Le notti degli emigrati a Londra · 第 4 / 23 段