della Russia—ed era un ungherese, il conte Enrico Zichy, che accettava
lʼinfamia di andare a chiedere il soccorso dello czar.
Kossuth proponeva alla Dieta la decadenza degli Absburghi.
VII.
Era il 14 aprile 1849. Questa data segna unʼepoca nella vita e
nella storia del popolo ungherese. I primi soffi della primavera
intiepidivano già lʼaria. Il cielo era grigio–chiaro, il che velava
forse lʼinfinito, ma addolciva lo sguardo. Il sole provava i suoi primi
raggi. La neve sʼera sciolta, ma lʼimmensa pianura trasudava una nebbia
bianca, leggiera, allegra, che il venticello dellʼaurora smuoveva,
stuzzicava, le dava la vita della lama agitata. Si sarebbe detto che
il mar Bianco avesse scavalcato le steppe della Russia, franta la
cintura azzurra dei Balcani e dei Carpazii, e si fosse rovesciato tutto
fremente sul paese piatto del Danubio. Tutte le campane delle torri
bizantine di Debreczin suonavano a gloria. La città si adornava come
per una festa, un gran movimento di persone e di parole animava le vie.
Debreczin è una città di 50,000 anime, il centro della razza magiara.
Le donne con gli usatti maschili, colla casacca di pelle dʼagnello,
il pelo al di dentro a causa della freschezza del mattino, ornata
dʼastrakan e di ricami in lana di varii colori, un fazzoletto di cotone
o di seta sul capo legato sotto il mento, i capelli intrecciati dietro
la testa con una quantità di fettuccie; le donne, dico, erano superbe
di non portar più alcun ornamento dʼoro o dʼargento: esse avevano
offerto tutto alla patria. Non si vedeva più un anello, una collana,
un paio dʼorecchini sopra le donne ungheresi, principalmente su quelle
della classe del popolo; avevano tutto dato come dono patriottico. Gli
uomini erano tutti, in una maniera o nellʼaltra, armati. LʼUngherese è
grande, solidamente costrutto; ha la faccia aperta, lo sguardo franco,
della vivacità nello spirito, una personalità che conosce sè stessa e
si confessa quale è, nonostante lʼincoerenza delle idee, la leggerezza
dei propositi, la vanità generata dalla bellezza della razza—tutti
sapendosi nobili, o credendosi tali. LʼUngheria sembra abitata da
un popolo di gentiluomini. In mezzo però a tanti grandi e leggiadri
uomini, a tante belle ed allegre donne, tutti dallʼaria felice, ben
nutriti, ben alloggiati—i contadini avendo dei bei poderi che lor
danno da vivere, ed i borghesi, in poco numero però, esercenti una
professione od unʼindustria—, si introducevano dei mendicanti che
mostravano delle piaghe schifose—loro strumento di lavoro—, o un
nugolo di zingari color cioccolatte. Tutta questa gente si dirigeva
verso la sala ordinaria della seconda Camera—il Collegio riformato di
Debreczin—e lʼinvadeva.
La Dieta aveva discusso in comitato secreto, durante due giorni, la
decadenza della Casa di Absburgo, ed aveva deciso di deliberarne
pubblicamente in quel giorno. I magnati si erano riuniti ai deputati,
e si mischiavano a loro, vestiti del loro mantello di velluto rosso,
celeste o nero, impellicciato dʼastrakan, di martoro zibellino, coperti
dal Kalpack nazionale con un pennacchio di pietre preziose e penne
dʼaquila, la cintura, la collana e la sciabola tempestate di turchesi,
di rubini, di perle e di granate orientali. Questo costume teatrale,
quello che portavano alla Corte, dava uno scintillamento abbagliante
allʼassemblea, ed aumentava la solennità. La sala era troppo piccola;
la folla, che vi soffocava, si portò al tempio riformato, e fece
proporre alla Dieta, da uno dei suoi membri, di trasferirvi per
quel giorno la sede delle deliberazioni. LʼAssemblea si condusse
immediatamente alla chiesa protestante, ed occupò il posto ai piedi e
dirimpetto al pergamo, lasciando al pubblico il resto della chiesa e
le gallerie. Paolo Almasy, presidente della seconda Camera, e Pérényi,
presidente della Tavola dei magnati, si stabilirono alla presidenza:
Kossuth ascese alla tribuna. Il silenzio era perfetto. Alla vista di
Kossuth, un fremito scosse la folla come scintilla elettrica, ed un
evviva immenso e prolungato risuonò sotto la volta. La Dieta, magnati e
deputati, fece eco. Fu un abbarbagliante sfolgorío di berretti piumati
agitati nellʼaria, uno strepito di sciabole risuonanti rumorosamente.
Lo spettacolo divenne sublime.
Pochi uomini hanno avuto la fortuna di Kossuth. Come Washington, egli
fu lʼanima, la fede di un gran popolo, e si mostrò degno della sua
parte. Kossuth è una delle più belle espressioni del tipo magiaro,
Lʼocchio ceruleo, ardito, fiero, la testa alta, il contegno nobile, il
portamento altiero; egli domina col suo gesto, impone il rispetto con
ogni movimento, seduce col prestigio della voce. Questo Alcibiade ha
lʼaccento, lʼaudacia, la poesia, lʼelettricità della parola di Mirabeau
e di Burke, lʼelevatezza dʼidee di Chatham e di Fox. La serenità del
suo animo, nelle circostanze complicate, stupisce. Egli possiede il
calore della concezione dellʼuomo di Stato francese, ed il giudizio
freddo ed infallibile dellʼuomo di Stato inglese. Il vigore della
forma, i ricchi colori di cui veste la sua eloquenza, aumentano la
precisione geometrica dei suoi ragionamenti. Egli calcola a lunghe
distanze di epoca. Ed ecco perchè alcuni suoi atti, che non ebbero
tempo di svolgersi e di maturare, sembrarono errori. Egli non possiede,
forse, lʼorgano felice dellʼosservazione profonda dei caratteri, cui
Pitt ebbe, e che mancò a Napoleone; forse non ha la ruvida fibra della
resistenza, particolare di Canning; ma forse pure, la sua fede nella
grandezza, nella giustizia, nella verità dello scopo, gli fecero
negligere queste precauzioni. Il suo solo fallo, durante due anni
dʼimpero, fu Görgey. Egli non scrutò il cuore; giudicò il talento, e
non misurò la feccia delle passioni. Kossuth credeva alla sua opera, e
dominò la nazione dallʼalto della sua fede. LʼUngheria, questo Oriente
dellʼOccidente, ha la confidenza indolente degli Orientali, e lo
spirito dʼesame dei popoli dellʼOccidente svegliato e pronto.
Il discorso di Kossuth fu un poema, interrotto ad ogni strofa da
applausi. Egli tessè lʼatto dʼaccusa della dinastia degli Absburgo, e
mai a coscienza umana cancrenata non fu presentata sotto un aspetto
più lurido. Ogni frase dellʼoratore conteneva un fatto; ogni fatto
diveniva una gogna; una doccia di fuoco stillava sullʼuditorio. «Questi
sono i fatti, continuò egli. Dopo atti simili, è egli possibile che
il popolo conservi il menomo rispetto per la dinastia? Mantenere la
Casa dʼAustria sul trono, sarebbe annientare ogni sentimento onesto,
calpestare sotto i piedi ogni morale. Noi non esporremo a ciò il paese».
—No, no, gridarono tutti, Dieta e popolo.
—È dunque venuta lʼora, riprese Kossuth, in cui è dovere
dellʼUngheria, dovere dei rappresentanti della nazione dichiarare in
faccia allʼEuropa ed al popolo, in faccia di Dio e dellʼUniverso, che
vogliono esser liberi ed indipendenti.
Lʼentusiasmo fu al colmo, Kossuth finì il racconto della lotta di
tre secoli fra lʼUngheria e la Casa dʼAustria, espose la situazione,
raccontò le peripezie dellʼultima guerra, e concluse colle due seguenti
proposizioni:
1.º Che lʼUngheria fosse dichiarata Stato indipendente, e,
relativamente al territorio, indivisibile, inviolabile;
2.º Che la Casa di Absburgo–Lorena fosse dichiarata decaduta per
sempre dal governo, proscritta dal suolo ungherese, priva dei diritti
civili dellʼUngheria.
Poi, alzando le mani al cielo in attitudine religiosa, esclamò:
—Così sia! _Amen_!
Le proposizioni furono votate ad unanimità.
Kossuth fu eletto presidente–governatore dellʼUngheria.
Gli _Eljen Kossuth_ furono interminabili. Kossuth, profondamente
commosso, con le lagrime agli occhi e sulle guance, con la voce
tremante, soggiunse:
—Giuro pel Dio eterno e sul mio onore che non terrò il potere un solo
istante dopo che i diritti dello nazione saranno assicurati, perocchè
io non voglia essere che un povero e modesto cittadino dellʼUngheria
liberata.
Egli è adesso nellʼesilio—come Vittor Hugo, Ledru–Rollin,
Quinet....—esempio della rigidità della coscienza umana.
Il primo magnate, che votò la decadenza degli Absburgo e lʼindipendenza
dellʼUngheria, fu un vegliardo quasi ottuagenario, il principe
Nyraczi—il padre dʼAmelia.
Il 24 aprile, gli Ungheresi rientrarono in Pesth. Buda restava in mano
di 4000 Austriaci. Görgey, che poteva marciare su Vienna e sanzionare
colà la decadenza della Casa imperiale, comunicando allʼEuropa attonita
il decreto di Debreczin, Görgey si preoccupò della guarnigione di Buda,
ritornò sui suoi passi, e diresse allʼesercito questo proclama:
«Commilitoni.
«È scorso appena un mese da quando, confinati dietro la Tisza, noi
gettavamo uno sguardo dubbioso sul nostro avvenire oscurato. Chi
avrebbe allora creduto che, un mese dopo, avremmo passato il Danubio
e liberato il nostro bel paese dal giogo di una dinastia spergiura? I
più arditi fra noi non avrebbero certo osato nutrire una così grande
speranza. Ma voi bruciavate del nobile amor di patria, e lʼinimico
ha provato il vostro coraggio, eguale a numerosi eserciti! Voi avete
trionfato, trionfato sette volte, una dopo lʼaltra. Oggimai voi
trionferete mai sempre.
«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!
«Ognuna delle battaglie che abbiamo combattute fu decisiva. Più
decisive ancora saranno quelle che combatteremo dʼora in avanti.
Sacrificando la vostra vita, voi avete avuto la fortuna di assicurare
allʼUngheria la sua antica indipendenza, la sua nazionalità, la sua
libertà, la sua esistenza duratura. Tale fu la nostra missione, la più
santa fra le missioni.
«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!
«Molti fra voi credono che lʼavvenire desiderato è fin dʼora
conquistato. Non vʼingannate. Questa lotta pei diritti naturali
dei popoli contro le usurpazioni della tirannia, non sarà soltanto
sostenuta dallʼUngheria. Ed i popoli vinceranno dovunque! Voi non
sarete forse testimoni della loro vittoria. Consacrandovi a questa
lotta con fedeltà incrollabile, voi dovete essere fermamente risoluti
a cadere vittime della più bella e della più gloriosa di tutte le
vittorie.
«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!
«E siccome io ho la convinzione che non uno fra voi preferirebbe una
miserabile esistenza ad una morte così gloriosa, e che voi tutti
sentite come me che gli è impossibile di asservire una nazione, i cui
figli eguagliano gli eroi di Szolnok, di Hatvan, di Tapio–Bicske, di
Isaszeg, di Vacz, di Nagy–Sarlo e di Komarom; per ciò, in mezzo anche
allo spaventevole rumore delle battaglie, io dʼora in avanti non avrò
per voi che un sol grido:
«Avanti, camerati, avanti.
«Rammentatelo quando di nuovo marcerete alla pugna!»
_Avanti!_ gridavano le truppe come il capo. Avanti! Ma Görgey
ritornava indietro. Per lui, il pericolo non stava a Vienna: stava a
Pesth! Per lui, il nemico non era Francesco–Giuseppe, era Kossuth.
VIII.
—Ho di parlare di me, continuò il colonnello Zapolyi, in mezzo ai
grandi fatti ai quali ho preso parte, ai grandi disastri che mi restano
a raccontare. Ma voi mi avete domandata la mia storia, ed io la finirò.
La mia ferita era appena guarita. Si battevano dinanzi a Buda. Accorsi
colà. Amelia e suo padre abitavano già Pesth, ove il Governo riportava
la sua sede.
Görgey investiva la fortezza di Buda con forze considerevoli. Un primo
attacco, per distruggere la pompa ad acqua che approvvigionava la
guarnigione, era stato respinto. Era principiato il fuoco per aprire la
breccia. Hentzi, che comandava la fortezza, rispose bombardando Pesth,
come Windischgraetz aveva bombardato Vienna, come Radetzky bombardava
le città italiane. Questa città monumentale ardeva in diversi punti.
—Sono le torce funebri intorno alla bara di Casa dʼAbsburgo! diceva
Görgey.
Egli ordinò un assalto generale, benchè lʼartiglieria non avesse ancora
resa praticabile la breccia. Lʼattacco ebbe luogo nella notte dal 16
al 17 maggio. Io era arrivato la sera; non mʼero ancora presentato
al generale. Sentendo il cannone di notte, mi condussi in mezzo
ai combattenti come semplice volontario, e mi trovai col corpo di
Nagy–Sandor, che aveva ricevuto lʼordine dʼimpadronirsi della breccia.
Il combattimento durò tre ore,—combattimento feroce, la baionetta
contro il cannone!—Gli honved si slanciarono allʼassalto sei volte.
Fummo sempre respinti. La breccia restava inaccessibile: le scale,
colle quali tentammo la scalata, si trovarono troppo corte. Il giorno
cominciava a spuntare. Gli altri Corpi non erano stati più felici di
noi alla porta di Vienna, al Varkapu (porta del castello), al giardino,
alla macchina dellʼacqua. Suonò la ritirata. Il cannone ricominciò
lʼopera della breccia.
Il 21 maggio, questa sembrò praticabile. Allʼalba lʼattacco generale
fu rinnovato, al grido formidabile di: _Eljen a Magyar!_ La fanteria
ungherese si slanciò di nuovo sulle mura. Noi corremmo alla breccia.
Ci respinsero ancora. Gli altri Corpi ruppero la resistenza in tutti
i punti. La pompa fu presa da Kmety, a cui mancata due volte. Noi
ritornammo allʼassalto, e finalmente riescimmo ad impadronirci della
breccia, ed a salire sugli spaldi dei bastioni. Io mʼera arrampicato in
cima ad una scala. I soldati italiani della guarnigione ci porgevano
la mano per aiutarci a montare. Io era sul punto di saltare sulla
spianata, quando un ufficiale austriaco uccise lʼitaliano di un colpo
di spada, e con un secondo colpo, traversandomi la spalla sinistra, mi
precipitò sul terrapieno in mezzo ai mucchi di cadaveri. Ma la fortezza
era nostra.
Ripresi i sensi allʼospitale del Tabor.
Görgey non prese parte allʼazione: egli restò a grande distanza, nel
quartier generale, sopra la collina Kis–Svábhegy.
Mi assopii, dopo che la mia ferita fu medicata. Due ore dopo, mi
risvegliai allʼimprovviso. Amelia serrava la mia testa sul suo cuore,
ed appoggiava le sue labbra al mio fronte. Ella volle farmi trasportare
in sua casa, o piuttosto nellʼappartamento che la occupava nel palazzo
di suo padre. Io mi opposi, e resistei tre giorni. Al quarto cedetti.
Ciò fu causa di una violenta scena fra Amelia e suo padre, ed il primo
passo verso la catastrofe che doveva inghiottirci tutti.
Il principe Nyraczi era il più ardente patriotta, ma in pari tempo
il più forsennato aristocratico dellʼUngheria. Nessuno si mostrò più
generoso di lui, ma nessuno altresì più ostinatamente reazionario.
Egli aveva dato alla patria centomila franchi, tutto il suo vasellame
dʼargento dʼun enorme valore, degli oggetti in natura in quantità
considerevole, dei cavalli per gli Ussari leggieri. Aveva equipaggiato
una compagnia di duecentocinquanta volontarii, comandati da suo nipote
come suo luogotenente: _i berretti gialli_, che da due anni facevano
la guerra a sue spese. Egli sʼincaricava della coltura delle terre
di quelli fra i contadini del suo distretto che combattevano fra gli
honved. Ogni settimana, due o tre mila poveri del comitato venivano
alla porta del castello, ove ricevevano elemosine, soccorsi, prestiti!
Aveva fatto venire dallʼInghilterra una batteria di cannoni completa,
coi suoi affusti, e lʼaveva regalata a Bem, suo amico. Nei suoi
castelli non restava più nè biancheria, nè coperte, nè materassi. Tutto
era stato inviato agli ospitali pei feriti. E tutto era stato inviato
e ricevuto dietro i suoi ordini, senza rumore: la cosa era fatta per
sè stessa, e non per ostentazione. Ma la voce del principe Nyraczi fu
la sola che si oppose allʼemancipazione dei contadini, allʼabolizione
delle corvèes, dei livelli, delle decime. Egli aveva esatto mai sempre
questi tributi di servitù, per la servitù in sè stessa, non già per
il profitto; perocchè egli trovava mezzo di dare ogni anno in regalo
ai suoi contadini dieci volte più di quel che prendeva come signore.
Abborriva lʼAustria, perchè lʼAustria è tedesca, e lʼimperatore perchè
non è magiaro; ma non perchè lʼuna è la tirannia straniera, lʼaltro
un padrone. Non poteva comprendere che un contadino e lui, principe
Nyraczi, fossero dellʼistessa stoffa, e dovessero godere degli stessi
diritti sociali, civili e politici. E, nella sua natura di bronzo, nè
le idee, nè le passioni si modificavano mai.
Egli conosceva tutta la mia storia, e le relazioni chʼio aveva con
sua figlia dapoichè lʼavevo incontrata da suo marito, il colonnello
Tichter. Ma io, per lui, era sempre il figlio degli impiccati, che
avevano perduto il diritto di nobiltà; il contadino, al quale egli
aveva fatto infliggere la pena disonorante del bastone. Cacciatore di
contrabbando e ladro, per lui erano lʼistessa cosa. Aveva giudicato sua
figlia in silenzio, perchè non ci era scandalo nella nostra condotta,
perchè il nostro amore non era contaminato da nessuna macchia. Ma lo
scandalo ora cʼera. Io abitava il suo palazzo, presso sua figlia.
Egli la fece chiamare, e lʼattese nel salone a fine di togliere
allʼabboccamento ogni carattere di paternità. Non dovevano esserci
colà che il principe di Nyraczi e la contessa Tichter. Amelia comprese
tutto ciò di uno sguardo. Suo padre stava ritto presso il vano della
finestra, chʼei riempiva della sua figura colossale. Aveva gettato
sopra una seggiola la sua berretta di velluto nero dalla penna
bianca, e con la testa alta squadrava la contessa. Il suo dolman di
panno violetto, rattenuto sulla spalla sinistra da una catenella
dʼoro, aggiungeva unʼaria marziale alla sua aria grave di vecchio
e di aristocratico indurito. Lʼetà avanzata non aveva curvato di
una linea la sua persona, come lʼesperienza non aveva fatto piegare
lʼinflessibilità delle sue idee. Teneva la sciabola attaccata alla
cintura, che risuonava ad ogni movimento contro gli speroni dʼargento
degli stivali inverniciati, guarniti di astrakan, che gli arrivavano
fin su del ginocchio. La sua bella barba bianca gli scendeva a mezzo
il petto, armonizzando coi lunghi e ricciuti capelli. La commozione lo
faceva pallido, e questo pallore prendeva una espressione di collera,
sotto il riflesso di due pupille nere, accese dallʼinterna violenza.
Gli occhi erano il dinamometro delle passioni del principe. Sua figlia
aveva lʼabitudine di leggervi entro la calma o la tempesta. Ella
conosceva il carattere di suo padre. Più dʼuna volta questi due nugoli
carichi di fulmine sʼerano incontrati, ed avevano scambiato dei lampi.
—So, disse Amelia con voce ferma, perchè mʼavete fatta chiamare. Che
ordine volete darmi?
—Uno di questi due, rispose freddamente il principe: spazzate il mio
palazzo dalla lordura che vi avete introdotta, o lasciatelo voi stessa.
—Gli antenati di quello che voi chiamate una lordura, rispose
fieramente Amelia, erano conti, quando i nostri non erano ancora che
semplici nobilucci. Il titolo di quei baroni data dal quinto secolo,
il nostro dal sedicesimo. Essi lo tengono da Attila, e furono capi di
bande guerriere; noi lo abbiamo dalla Casa dʼAustria per servigi resi
ad uno straniero, ad un padrone. Ecco, per la lordura. Io lʼamo, ecco
la mia ragione.
—Lo so, rispose il principe, senza uscire dalla sua calma tempestosa;
ecco perchè vi ho posto un dilemma, e non vi ho scacciata semplicemente.
—Il dilemma diviene inutile, dappoichè io non sono qui nè in casa
di mio padre, nè in casa mia. Ah! pel principe di Nyraczi, una
contessa.... che cosa? una contessa Tichter non è una lordura.
—Dei rimproveri, ora? Sono io forse che ha fatto codesto matrimonio?
Non fui forse messo nella necessità di non poterlo rifiutare?
—Io aveva sedici anni allora.
—E cosa bisognava che io mi facessi, signora, la situazione essendo
divenuta inesorabile?
—Uccidermi.
Il principe piegò il capo, e riflesse. Poi soggiunse:
—Hai ragione, Amelia, io fui un vile.
—Dunque, domani noi lasceremo il vostro palazzo.
—Noi! di già?
—Noi. Io sono vedova, non vi domando nulla, fuorchè la vostra
benedizi....
—Giammai!
—Giammai. Che importa dʼaltronde? Non arriveremo forse mai a codesto
punto. Gli avvenimenti si accalcano su di noi. Centomila Russi hanno
già varcato il confine su tutti i punti; altri centomila ricalcan le
tracce delle prime colonne; noi saremo schiacciati.
—Ed allora?
—Allora, voi sarete impiccato. Io mi ucciderò. Lʼ_altro_ sarà già
caduto sopra un campo di battaglia qualunque.
Il principe tacque per un momento ancora, poi sclamò:
—Basta. Addio.
—A rivederci, disse la contessa.
—Ah!
—Vado ad attendervi a Szeged, nel castello di mia madre. Quello è mio,
ed io vi offro un asilo colà, quando i Russi vi avranno cacciato da
Pesth.
Ella non attese la risposta, ed uscì.
Ella venne a trovarmi in un grande stato dʼesaltazione. Compresi subito
la scena che era avvenuta, e che io aveva prevista. Mi raccontò tutto.
Siccome io non era in istato dʼintraprendere un viaggio, il chirurgo,
che aveva medicata la mia ferita, mi accolse nella sua famiglia, e mi
affidò alle eccellenti attenzioni di sua moglie e delle sue figlie.
Amelia lasciò Pesth pochi giorni dopo, incrociandosi con Kossuth, il
quale ritornava in mezzo alle più entusiastiche ovazioni dei paesi che
attraversava.
Aveva io il tempo di essere ammalato?
IX.
Lʼesercito austriaco, non vedendosi inseguito, si fermò a Presburgo.
Noi riprendemmo lʼoffensiva, nella speranza di battere gli Austriaci
prima che le orde dello czar traboccassero su di noi. Noi avevamo
nelle regioni superiori del Danubio 55,000 uomini e 230 cannoni
contro un esercito di 82,000 uomini e 324 bocche da fuoco. Görgey
contro Haynau, quellʼHaynau che il macello di Brescia aveva posto in
evidenza, e che la correzione inflittagli dagli operaj della birreria
Barclay e Berkins a Londra rese celebre. Haynau era una delle jene
dellʼesercito austriaco, che, generalmente, è rispettabile. Görgey, per
una aberrazione inqualificabile, seguiva la riva sinistra del Danubio,
che è la linea più lunga, frastagliata da torrenti e seminata di paludi
omicide.
Il combattimento glorioso di Csorna, guadagnato da Kmeti, inaugurò
bene la campagna. Ma questi ultimi sorrisi della vittoria erano più
unʼironia che un favore del destino. Io raggiunsi Görgey a Perod, il 21
giugno. Kossuth mʼaveva addetto allo stato–maggiore.
Görgey mi ricevette ancor peggio di prima; e se non mi mise agli
arresti per essermi battuto a Buda, invece di presentarmi al suo
quartier generale, si fu perchè avevamo avuto nel giorno precedente
degli scontri disgraziati, e dovevamo batterci nel giorno stesso. Il
21 giugno ci fu altrettanto funesto che il 20. Russi ed Austriaci ci
oppressero colle loro forze. Io mi battei come un semplice soldato.
Haynau si preparò a marciare sopra Pesth per la riva diritta del
Danubio, rimasta libera, mentre Görgey intrigava e si allontanava
continuamente dallʼesercito, cumulando il grado di generalissimo con
quello di ministro della guerra. Al 28, subimmo unʼaltra disfatta a
Raab, e fummo obbligati ad abbandonare il terreno. Francesco Giuseppe
assisteva alla battaglia. Görgey scrisse a Kossuth dʼabbandonare
Pesth entro tre giorni, e finiva il suo dispaccio con queste parole:
«Quanto a me, abbandonatemi al mio destino». Grido dʼallarme calcolato.
Significava: rimettetemi i poteri concentrati, la dittatura. Egli non
mirava oramai che a questo, e non sognava che colpi di Stato.