acclamarlo, eravamo nuovamente in marcia. Il 29, avevamo di fronte
Urban e Jablonowski, trincerati in una eccellente posizione presso
Bethlen. La fucilata e il cannoneggiamento principiarono. Di punto in
bianco, Bem esclama:
—Finiamola con codesti buffetti: alla baionetta.
Unʼora dopo, gli Austro–Valacchi erano in rotta.
Bem inseguì Urban; Riczko, Jablonowski. Il 31, Bem e Riczko batterono
di nuovo il nemico. Ci fermammo. Le munizioni erano esauste. Le nuove
munizioni arrivarono il 2 gennaio. Il 3 del 1849, Bem raggiunse gli
Austriaci presso Tihucza, appostati in un passo formidabile. Il
combattimento durò tutta la giornata. Alla sera, gli imperiali tagliati
a pezzi nella loro retroguardia, sloggiati, posti in fuga, decimati,
presi da terrore, correvano sulle cime delle montagne, ove le capre
stesse sarebbero state prese da vertigine, gettando sacchi e fucili;
e quelli che non rotolarono nei precipizi, o non si sprofondarono
negli abissi di neve, traversarono il confine, e si arrestarono, mezzo
gelati, nella Bukovina.
—Che insaponata! sclamò Bem alla sera.
Infatti, il nord della Transilvania era netto dʼAustriaci.
—Ragazzi, disse Bem, fa freddo, e non abbiamo nulla. Che diavolo
faremmo qui? Vi resteremmo gelati. Andiamo a riscaldarci nel
mezzogiorno; Puchner ci darà del fuoco.
Da quindici giorni non avevamo dormito che tre notti, e i nostri
pranzi non erano stati sostanziali, che quando avevamo posto la mano
sul rancio preparato dagli Austro Serbi. Rispondemmo ad una voce:
—In marcia, babbo.
Chiamavamo il generale: papà Bem.
Puchner si avanzava in cerca dellʼesercito ungherese. Lo incontrammo in
vicinanza di Galfalva il 17 gennaio. Ci battemmo per cinque ore.
—Ingoiatemi un poʼ quei furfanti! gridò Bem.
Allora li caricammo alla baionetta. Puchner fuggì coi rimasugli della
sua colonna nella direzione di Nagy–Szeben (Hermannstadt).
—Addosso a quei cani, urlò Bem.
E noi incalzammo i fuggiaschi, la spada alle reni, per quattro giorni.
Nevicava, ventava. Nessuna strada. Attraverso burroni, montagne,
torrenti profondi come fiumi, i terreni sfondati e rappresi soltanto
alla superficie come per tenderci un agguato, i bagagli in ritardo. Il
pane, sempre un problema; senza tabacco.... e mai un lagno! Che voluttà
quel far la guerra per unʼidea, quando si ha fede in un capo dotato
di tutte le grandezze morali! Ci fermammo il 21 davanti Nagy–Szeben,
città circondata da un muro di cinta continuato, munita di pezzi da
posizione, irta di bastite, di trinceramenti avanzati, difesa da 11,000
uomini, molte guardie nazionali, e 54 cannoni. Bem non aveva sotto i
suoi ordini che 4,500 fantaccini e 450 cavalieri, che marciavano da
quattro giorni, e 18 bocche da fuoco di piccolo calibro.
—– Generale, devo comandare lʼassalto? gli domandai.
—Per bacco!
—Non volete dunque attendere i 1,700 uomini che deve condurci Czetz?
—Mettiamoci a tavola, li attenderemo mangiando.
Egli lanciò la legione tedesca e i Siculi. Respinti. Li lanciò ancora.
Respinti di nuovo. Li lanciò per la terza volta. Indietreggiarono.
—Avanti gli ussari, gridò Bem, mettendosi alla lor testa egli stesso.
Una grandine di mitraglia ci rovesciò.
—Czetz è arrivato, generale.
—Avanti tutti, allora.
Gli Austriaci escono in massa, con quattro batterie alla testa. Lʼala
sinistra ed il centro sono sfondati, i nostri fuggono. Puchner insegue.
Bem resta indietro con uno squadrone degli ussari di Mathias ed una
batteria, chʼegli punta in persona. Puchner si ferma, poi rientra nella
città. Bem si stabilisce poco lungi, a Iselindek. Passano otto giorni.
Il 30 gennaio, Puchner ritorna, e ci circonda.
—Che fortuna! esclama Bem, ne avremo fino alla gola. Datevene a
crepapancia, ragazzi miei.
Puchner attaccò, ritornò alla carica, poi attaccò ancora. Battuto,
respinto, maltrattato, slogato, Puchner fa suonar la ritirata, e
rientra alla sera in Nagy–Szeben.
Questi combattimenti di tutti i giorni avevano ridotte le nostre
forze ad un numero veramente esiguo. Ci promettevano dei rinforzi,
che dovevano essere verso Deva. Andammo verso di loro. Puchner lanciò
dietro a noi 12,000 uomini e dei cannoni. Noi eravamo 2,000.
—Cosa si fa, generale? gli chiesi.
—Per dinci! quando non si può difendersi, si attacca, rispose Bem
senza levare di bocca la pipa. Fate suonar la carica.
Fummo schiacciati. Il nostro esercito si trovò ridotto a 1300 uomini,
6 cannoni, e punto di munizioni. Arrivammo a Szerdahely. I Sassoni
diminuirono ancora le nostre forze, uccidendo i nostri feriti, che
Bem faceva sgombrare sopra Szasz–Sebey. Un grido dʼindignazione si
alzò. Bem non ebbe il tempo di puntare i suoi cannoni. I soldati si
scagliarono, bajonetta in mano, sulla città. Mezzʼora dopo, essa era
spazzata dai nemici. Bem si stabilì dietro una cinta fortificata, che
improvvisò. Puchner non ci lasciò tranquilli neppur là.
—Codesto diavolo dʼuomo non mi lascia neppure il tempo dʼempir la mia
pipa. Va bene. Così facciamo economia di tabacco. Andiamcene, ragazzi.
E sempre lottando, senza esser mai intaccati, arrivammo a Szaszvaros.
Bem fu ferito alla coscia da una scheggia di mitraglia.
Il 7 febbrajo ci arrivò un rinforzo: due compagnie di honved e due
squadroni di guardie nazionali a cavallo. Inoltre essi ci fecero
conoscere che erano seguiti da 7700 uomini con 28 cannoni. Puchner
venne a offrirci battaglia di nuovo; Bem lʼaccettò.
—Facciamo una burla ai nostri fratelli, dissʼegli. Quando arriveranno,
troveranno lʼaffar fatto. _Tarde venientibus ossa_. Avanti.
Fummo ancora battuti, e perdemmo i nostri ultimi quattro cannoni.
—Quei monelli hanno preso la gotta per via. Andiamo a vedere come sta
la cosa.
Bem partì sul momento per Piski. Io solo lo accompagnai.
Trovammo effettivamente i 7700 uomini ed i 28 cannoni. Il 9 febbrajo
eravamo di nuovo di fronte agli Austriaci.
Questa battaglia fu drammatica. Gli honved respinsero il nemico, che
si avanzava sul ponte di Sztrigy dinanzi la città, poi traversarono il
fiume sopra dei banchi di ghiaccio che galleggiavano, e li caricarono.
Gli ussari di Mathias indietreggiavano. Bem, malgrado la violenza
della febbre che la ferita e la lunga corsa al galoppo gli avevano
data, venne a prendere il comando. Lʼinimico fu respinto in disordine,
la cavalleria gli diede la caccia. Ma ecco che ci cacciamo dentro ad
unʼimboscata. Il nemico prese lʼoffensiva. Noi avevamo consumato tutte
le munizioni.
—Come! quei facchini, gridò Bem, ballerebbero colla musica che abbiamo
pagata noi. Alla bajonetta dunque!
Gli Austriaci anchʼessi non avevano più munizioni.
La sera, eravamo padroni della vittoria, che era dubbia al mattino, che
ci sorrideva a mezzo giorno, e che ci abbandonava alle tre.
Bem, col suo infallibile colpo dʼocchio, vide allora la posizione della
campagna.
Puchner non aveva più base alle sue operazioni.
La nostra base, la più sicura, la più favorevole, era il paese dei
Siculi, amici nostri, ove avremmo trovato uomini, armi, provvigioni
dʼogni fatta.
Bem ordinò allʼistante una maravigliosa marcia di fianco. Passammo fin
sotto le mura della fortezza di Karolyvar, sotto il fuoco del cannone
nemico. Ci arrampicammo per delle montagne coperte di neve, irte di
precipizi, sdrucciolanti, a picco sopra voragini che ci aspiravano,
circondati da un uragano che ci toglieva il respiro, e soffocava uomini
e bestie. Scivolammo sopra dei campi di neve indurita, che talvolta
cʼinghiottivano, passando per delle gole ove quattro uomini di fronte
avanzavano a stento, bloccati dalla tempesta che sʼingolfava col
rumore e la forza di una batteria tuonante di cannoni. Valicammo dei
torrenti, che trascinavano dei massi di pietra e dei massi di ghiaccio,
formando dei turbini traditori, gli uomini ajutando le bestie, tirando
colle braccia lʼartiglieria, carichi di bagaglio, mal nutriti, vestiti
insufficientemente, gelati, senza tende, senza riposo, senza sonno...
E cantavamo i ritornelli di Petőfi, che marciava sempre alla testa,
e che era primo sempre alla mischia, mentre gli echi della montagna
ripercuotevano i viva a papà Bem, e ripetevano la famosa strofa sopra
la barba del generale polacco, che Petőfi chiamava «uno stendardo
bianco!»
Il 15 febbraio raggiungemmo Medgyes.
Là ritrovai Amelia.
VI.
La contessa Tichter aveva lasciato Pesth, quando gli Austriaci e
Windischgraetz vi entravano. Ella aveva saputo a Debreczin, ove suo
padre sedeva nella Dieta, che suo marito viveva ancora, ed anzi che
egli era in Ungheria. Ella era andata al castello di suo padre; poi,
avendo appreso che Bem conduceva il suo esercito nelle sedi sicule, ove
io era nato, ove tante sventure dovevano ricordarmi i miei antenati,
i miei parenti, ella vi si recò pure per velarmi colle visioni
dellʼavvenire le lugubri memorie del passato.
Arrivata la vigilia, essa volava incontro a noi.
Eravamo attesi.
Delle cinque sedi sicule, quattro, sedotte, si erano sottomesse
allʼimperatore. La quinta, che era la mia, restò fedele alla patria.
Ma, appena apparve Bem, i Szekely delle cinque sedi presero fuoco;
e ricevemmo molto a proposito dei rinforzi da Kolosvar. Bem non
voleva nessuna Capua. Quegli che i suoi compatriotti chiamavano «un
aristocratico», da due mesi non si era coricato che cinque volte sopra
un letto, ed anche dopo essere stato ferito. Quanto a noi, ne avevamo
perfino perduta la memoria. Partimmo. Questa volta ancora ci trovavamo
di fronte ad Urban, che ritornava. Bem lo raggiunse presso Jad, il 23
febbrajo, lo schiacciò, e lo rigettò anche una volta nella Bukovina.
Puchner riapparve, ma rinforzato da 10,000 Russi, cui aveva chiesti, e
cui il general Lüders, occupante la Moldo–Valacchia, gli aveva inviati
sotto il comando dei generali Skariatin ed Engelhardt. Il primo scontro
ci fu favorevole, il secondo contrario. Fummo obbligati ad uscire da
Medgyes, e ripiegare sopra Segesvar. Bem vi ricevette dei rapporti, e
diede lʼordine di porsi immediatamente in marcia.
—Ragazzo mio, va, sei per avere ben presto un duro còmpito, mi disse
il generale, dandomi il comando di due squadroni di ussari e di due
compagnie di honved.
Amelia, che ci aveva preceduti, mi spiegò le parole di Bem.
Ella mi fece chiamare. La trovai in piedi, vestita di unʼamazzone, in
mezzo agli ufficiali dello stato–maggiore, pronta a mettersi in marcia
con noi.
—Maurizio, ella mi disse, la moglie di Luigi IX di Francia, durante
lʼassedio di Damiata, pregò il signor di Joinville di ucciderla, se la
vedesse vicina a cadere nelle mani dei Saraceni. Il signor di Joinville
rispose:—Regina, ci avevo pensato.—Voi che fareste in una simile
circostanza?...
—Ciò che avrebbe fatto il signor di Joinville, risposi io impallidendo.
—Grazie, replicò Amelia. Mio marito è a Nagy–Szeben. Noi vi andiamo.
Io vengo con voi.
Io aprii le mie braccia, ella vi si gettò; il patto era firmato.
Arrivammo lʼ11 marzo avanti al capoluogo dei Sassoni, chè anchʼessi
aveano invocato lʼajuto dei Cosacchi. Il nemico si avanzava incontro
a noi. Con uno slancio alla bajonetta lo respingemmo nella città. Gli
Austriaci tentarono una seconda sortita, ne tentarono sei altre, e noi
li costringemmo sempre a cercare un ricovero dietro i bastioni. La
notte scendeva. Bisognava finirla. Bem lanciò la colonna di Bethlen,
ove era io. Amelia si tenne presso il generale sopra una piccola
altura, cui la mitraglia spazzava senza tregua. Invademmo i sobborghi,
cantando un nuovo ritornello di Petőfi, ed ivi ci precipitammo contro
la porta di Nagy–Szeben. Fummo forzati ad indietreggiare tre volte.
Accadde allora un fatto, come se ne incontrano spesso nellʼIliade,
e come un altro doveva accaderne pochi giorni dopo, il 4 aprile, a
Nagy–Kata, fra il capo degli ussari croati, Riedesel, e il capo degli
ussari ungheresi. Sebö. Il colonnello Tichter comandava la quarta
sortita. Io slanciai il quarto attacco. Ci trovammo faccia a faccia. Ci
riconoscemmo.
Amelia vedeva tutto, e indicava la scena a Bem.
—Diavolo! colonnello, gridai io, avete la vita tenace.
Egli non rispose, ma scaricò dʼuna mano un colpo di pistola a
bruciapelo sulla mia testa, mentre con lʼaltra mi lasciò andare un
fendente. Io ebbi il tempo di far impennare il mio cavallo, che
ricevette il colpo di sciabola; la palla bruciò i miei capelli. Il mio
cavallo non cadde. Lo lanciai allora sul colonnello. Come per tacito
consenso, i soldati e gli uffiziali delle due parti fecero alto onde
assistere a questo duello. Io attaccai alla mia volta, frugando con
la sinistra nella sella per trarne una pistola. Il colonnello parò,
indietreggiando: io lʼincalzavo sempre. Trovai finalmente la mia
pistola. Lo mirai fra i due occhi. Cadde, e questa volta per non più
rialzarsi. La battaglia passò sul suo corpo.
I battaglioni siculi marciarono in avanti, ed entrammo nella città.
La notte, gli Austro–Russi fuggirono. Bem mʼabbracciò, e mi nominò
maggiore.
Bem proclamò lʼamnistia, e mʼinviò alla Dieta a portar lʼannunzio che
la Transilvania era ormai libera. Bem la spazzò due giorni dopo.
Io partii: Amelia e i suoi dieci domestici mi accompagnarono. Il mio
cuore ridondava di gioia. Il destino mi carezzava; Bem e Petőfi erano
miei amici; Amelia era libera e mi amava.
Essere lʼamico di Bem!...
Voi vi sarete già disegnati nella vostra mente questa figura.
Egli era uno scienziato, specialmente in geologia ed in mineralogia.
Era stato lʼanima della insurrezione di Vienna, ed era uscito dalla
città dopo lo scacco, nascosto in un carro di fieno, sfuggendo così
alla sorte di Roberto Blum. I suoi compatriotti gli contesero a Pesth
il comando della legione polacca, ed un giovine del suo paese tentò
perfino di assassinarlo, tirandogli un colpo di pistola, che lo ferì
al viso.
Bem era piccolo, ma ben costrutto, agile come un camoscio, elastico
come la tigre. Il pensiero, il genio alloggiavano nella sua enorme
testa, come un Dio in un tempio. Nulla di misterioso, dʼoscuro, di
traditore, di basso, di falso, nei suoi tratti: si leggeva nella sua
anima a libro aperto; tutto vi era vasto e luminoso. La sua barba
bianca ondeggiava a capriccio dellʼaria, come una di quelle vele
latine, che issano le barche nel Mediterraneo, molcite dallʼimmenso
azzurro. Il suo cranio accidentato era calvo; le tempie avevano
conservato delle lunghe ciocche di capelli bianchi. Il fronte alto
e largo, appena rugato, olimpico, torreggiava, e si rialzava negli
angoli arrotondandosi. Esso conteneva più che una volontà, rivelava un
carattere. Nulla di sanguinario, come nel cranio di Napoleone, ma un
misto di scienziato e di poeta.
Bem abborriva il sangue. La prima sua parola, quando la vittoria
pareva decisa, era: Basta! Il primo suo atto, quando entrava in una
città o in un paese conquistato, era di proclamare lʼamnistia. I suoi
occhi grigi, mobili o fissi a volontà, avrebbero frugato nel fondo
dellʼOceano. Nondimeno tutto vi risplendeva, potente, limpido e dolce a
volta a volta, come in quelli dʼun fanciullo di genio, che principia ad
interrogare il mondo e la vita.
Bem non levava mai di bocca la sua pipa. La conservava dormendo; a
tavola lʼaccarezzava colla mano, come il mento dʼuna bella amante.
La sua parola era pittoresca. Amava le metafore, soprattutto nelle
circostanze drammatiche, perchè allora la metafora dà precisione.
La sua voce elettrizzava. Gli si credeva. E non pertanto alcuno
degli uomini della sua tempera, a tipo leggendario, non ha sì poco
sceneggiato il Messia ed il Mosè. Bem restava paterno, nello stesso
tempo che realizzava la formula la più assoluta dellʼautorità e della
volontà, che sʼimpongono e che trionfano. Egli non comunicava i suoi
disegni a nessuno, forse perchè aveva uno scopo e non aveva un metodo.
Il suo genio, pieno di espedienti, di presenza di spirito, di slanci,
di scintille, gli rivelava allʼistante il nodo delle situazioni. La
sua bravura era temeraria. Egli scorgeva tutto in un colpo dʼocchio:
lʼinsieme ed i particolari; la sua induzione teneva il posto della
divinazione. Come la rondinella, egli andava sempre dritto, senza
riposare, senza stancarsi mai.
Estremamente sobrio, vestito dʼuna tunica grigia, egli è stato il più
realmente semplice fra tutti gli eroi; colui che lo seppe meno, e meno
se ne curò. Non carezzò mai lʼammirazione del pubblico. Non sʼatteggiò
in nessuna maniera, nè alla magnanimità, nè alla generosità, e neppure
a quel disinteresse teatrale e sciocco, che abbaglia il popolaccio. La
Dieta lo nominò luogotenente–maresciallo, e gli diede la decorazione
di prima classe, ed egli accettò. Bem non prese niente, non domandò
niente, ma sdegnò la parte volgare dʼun Cincinnato da melodramma.
Quando occorse farsi Turco, per aver la ventura di battersi contro
la Russia e lʼAustria, egli salutò la mezza–luna, e divenne pascià.
Sarebbe andato in collera se i suoi, quelli che avevano fede in lui,
come nel genio della guerra e della libertà—fede virile—lʼavessero
trattato niente niente come un Dio od un eroe. Bem rispettava la
dignità umana, ed avrebbe arrossito di vederla oltraggiata dalla
degradazione e dallʼadulazione. Leale, franco, generosissimo, non
invidiando nessuno, sapendosi ricco del suo, non imponendosi mai,
non intrigando in nessuna maniera egli spaventò Görgey; il quale,
confrontandosi con quella grandezza morale, si trovò piccolo ed abietto.
Perciò Görgey, quando fu ministro della guerra, tentò di disfarsi di
Bem. Ma Kossuth lo sostenne.
La fulminante audacia dei suoi colpi di mano, la sicurezza che mostrava
nella vittoria definitiva; una parola dʼelogio senza enfasi, che
sapeva dire a tempo e farne come un cammeo; le ricompense che non
lesinò; lʼesempio che dava, non domandando agli altri cosa chʼegli non
avesse fatto, o volesse fare; la sua sorprendente attività, al punto
che si sarebbe detto uno spirito, una fiamma elettrica, una visione;
la rapidità della concezione e dellʼesecuzione.... tutte queste
qualità lo facevano idolatrare dalle sue truppe. Bem è passato allo
stato di leggenda nel sud dellʼUngheria. LʼEuropa non se ne fece un
feticcio,—ciò che è proprio delle glorie vere, serie e durature. I
semi–dei della plebe hanno sempre del ciarlatano. Petőfi lo chiamava un
Giulio Cesare galantuomo.
La notizia, che io portava, mi aveva preceduto. Ciò non le tolse di
essere bene accolta;—ed anzi Kossuth diede un banchetto, ove io
raccontai, coi più pittoreschi particolari di uomini e luoghi, lʼepopea
della campagna. La fortuna sorrideva di nuovo allʼUngheria.
Görgey, dopo essersi rivoltato contro il Governo nazionale, dichiarando
che non obbedirebbe che al ministro della guerra nominato dal re—cioè
dallʼimperatore dʼAustria—aveva continuato la sua difficile ritirata,
inquietato da ogni parte dallʼinimico, che era tenuto a distanza
in tutti gli scontri dal bravo Guyon alla retroguardia e da Aulich
allʼala sinistra. La ritirata era penosa, attraverso gole senza strade,
montagne rese impraticabili dalla neve, piene di precipizii nascosti,
di nebbie che avviluppavano e impedivano la vista dei nemici, di fossi
che inghiottivano artiglieria e cavalleria, di ponti rotti, di fiumi
traboccati, senza scarpe, con una temperatura di venti gradi sotto lo
zero. Malgrado tutto ciò, Guyon battè Schlick a Braniczko, mentre che
Görgey danzava a Löcse, a quattro leghe dal campo di battaglia: Klapka
lo batteva ancora a Tokaj; Bulharyn a Tarczal. Schultz schiacciava
lʼala sinistra degli Austriaci a Kisfalud; Perczel sconfiggeva
Ottinger a Szolnok, a Czegled. Lʼesercito ungherese si trovava così
riunito dietro la Tisza, e Dembinski ne otteneva il comando supremo,
mentre che Windischgraetz, padrone della capitale, si credeva padrone
dellʼUngheria.
Questa illusione non durò molto.
Noi riprendemmo presto lʼoffensiva. Lʼesercito ungherese si componeva
di 46,000 uomini, 6,000 cavalli e 170 cannoni. Windischgraetz disponeva
di circa 60,000 uomini, 5,000 cavalli, 200 bocche da fuoco. Il primo
scontro fra i due eserciti ebbe luogo a Kapolna, ove gli Austriaci
misero in linea 35,000 uomini, e gli Ungheresi 17,000. La battaglia
durò due giorni, il 26 ed il 27 febbrajo. Görgey, che detestava
Dembinski, come detestava Kossuth, come detestava Bem, come detestava
Perczel, Guyon, Klapka, Damjanich, ritardando lʼarrivo delle due
divisioni Kmetz e Guyon sul campo di battaglia, rese il combattimento
allʼincirca indeciso; ma Windischgraetz tenne la posizione, e
Dembinski, per una precauzione eccessiva, ordinò la ritirata dallʼaltra
parte della Tisza. Questa ritirata, a traverso le paludi terribili di
Egerfarmos, fu disastrosa. Dembinski cedette il comando. Wetter prese
il suo posto, ma Görgey ottenne tre corpi sotto i suoi ordini. Questo
fu il più grande sbaglio, lʼunico forse, che Kossuth abbia commesso
durante tutto il tempo in cui tenne il destino dellʼUngheria nelle
sue mani. Görgey doveva esser fucilato, ed egli ne faceva il padrone
dellʼesercito!...
Le ostilità ricominciarono immediatamente. La vittoria si fissò alle
nostre bandiere. Damjanich ne aprì la serie col brillante scontro di
Szolnok il 3 marzo. Wetter, che aveva elaborato il piano di campagna,
cadde malato, e Görgey ebbe infine la felicità ineffabile di essere
investito del comando supremo, così ardentemente ambito. Kossuth
mʼinviò nuovamente presso di lui come ajutante di campo. Ma di già
Görgey mi faceva lʼonore di odiarmi, sapendo come io adorassi Bem, e
come ne parlassi cogli ufficiali di stato–maggiore. Egli mi ricevette
molto male, quantunque gli fossi presentato dallo stesso Kossuth, che
venne al campo. Görgey mi rivolse appena la parola, e mi diede poi
degli ordini calcolati per sacrificarmi. Le ferite non mi mancarono
certo.
Gaspar esordì col battere Schlick a Hatvon. Klapka e Damjanich misero
in fuga Jellachich a Tapio–Bicske, e gli fecero subire delle perdite
considerevoli. Finalmente, il 6 aprile, tutto lʼesercito si trovò in
presenza degli Austriaci a Isaszeg. Lʼinimico era più forte di un
terzo, occupava delle alture boscose, ed aveva alle spalle una foresta.
Klapka cominciò lʼattacco. Damjanich gli venne in ajuto, e tutti e
due non avevano di fronte che il corpo di Jellachich, appostato sulle
alture, dinanzi e dietro Isaszeg. A tre ore arrivò il corpo dʼarmata
sotto gli ordini di Windischgraetz, e Damjanich fu investito di fianco
da Schlick. 14,000 Ungheresi tenevano testa a 30,000 Austriaci. Lʼala
sinistra, comandata da Klapka, già piegava. Damjanich teneva fermo
alla diritta. A quattrʼore arrivò Görgey, e prese la direzione della
battaglia. Ciò malgrado, gli Ungheresi si ripiegavano.
Ad una lega di distanza, accampavano due corpi del nostro esercito.
Gaspar con 16,000 uomini da una parte, Aulich dallʼaltra con 8,000
uomini, 1000 cavalli e 38 cannoni. I due capi udivano, fino dal
mezzogiorno, la voce del cannone. Gaspar restò immobile, attendendo un
ordine che lo chiamasse. Io, spontaneo, mi slanciai verso Aulich, per
sollecitarlo a venire al nostro soccorso. Ma egli era già in marcia,
senza essere invitato, ed arrivò come Desaix a Marengo, a cinque ore,
per decidere della battaglia. La vittoria fu completa. Kossuth era
presente. Io fui ferito al capo da una scheggia di mitraglia.
Tre giorni dopo, il 9 aprile, Damjanich e Klapka rompevano Götz alla
testa di 12,000 uomini a Vacz; dieci giorni dopo, il 19, questi
due stessi generali, con 18,000 uomini, vincevano la battaglia di
Nagy–Sarlo, ove il generale Wohlgemuth comandava a 26,000 Austriaci.
Görgey non si allontanò dal suo quartier generale di Leva. Si
marciò in avanti per sbloccare Comorn, e vi si riesci dopo due ore
di combattimento. Görgey arrivò alla sera. Gaspar, secondo la sua
abitudine, non arrivò punto. Gli Austriaci avevano abbandonato Pesth,
e si ritiravano su Vienna per la via di Raab. Görgey avrebbe dovuto
inseguirli, e rientrare con loro, o prima di loro, nella capitale
degli Absburghi. Egli preferì ritornar sui suoi passi per cacciare la
guarnigione austriaca da Buda, ove si era rinchiusa.
Nel frattempo, un grande atto si compieva a Debreczin, un gran delitto
a Vienna.