La Corte di Vienna oggimai aveva gettata la maschera. Non cospirava

più, attaccava. Il 25 settembre, essa lanciò due manifesti reali. Col

primo, il re accusava di rivolta la Dieta, i ministri, la nazione, e

nominava il conte di Lamberg, ungherese di nascita, austriaco di cuore,

a commissario reale in tutto il paese, comandante di tutta la forza

armata. Col secondo, il re ordinava ai soldati di rientrare sotto le

loro antiche bandiere.

Lʼassemblea si era riunita al 27 di sera, ed aveva decretato: Che

i manifesti erano illegali ed incostituzionali; che la nomina di

Lamberg era nulla; che le truppe non dovevano obbedire, sotto pena di

tradimento. Kossuth stese in questo senso un proclama al paese, che

copriva allʼindomani tutte le mura di Buda e di Pesth.

Lʼagitazione delle due città era al colmo. Il general Lamberg la sfidò.

Egli dimorava in un albergo di Buda. Il mattino, prese una vettura,

e si fece condurre a Pesth presso Giorgio Mailath giudice del regno.

Proprio in quel momento noi avevamo attraversato Buda in mezzo alle

frenetiche acclamazioni di una folla immensa e di un popolo intero,

armato di falci, di cui sʼera impadronito in un pubblico deposito. La

nostra vista raddoppiò il loro entusiasmo e la loro esasperazione.

Io mi separai dai miei compagni, perchè la contessa mi aveva pregato

di accompagnarla alla sua casa. Io ero divenuto pallido, ma avevo

obbedito. Essa andava da suo padre. Alla porta del magnate, volli

ritirarmi, e colla disperazione nella voce le dissi addio. Ella mi

ordinò di salire con lei. Quando fummo nel salotto, la mi disse:

—Signor Zapolyi, attendetemi un istante, voglio presentarvi a mio

padre.

—Al principe Nyraczi?

—Al principe Nyraczi.

—Giammai.

—Perchè dunque, di grazia?

—Perchè, signora, io sono il figlio di Paolo Nagy. Io sono quel

giovine disonorato, al quale vostro padre fece dare ventiquattro colpi

di frusta pel delitto commesso... di aver cercato di vedervi. Non lʼho

mai perdonato.

Amelia si lasciò cadere sopra una seggiola, e sembrò abbattuta. Io

restai in piedi, credendo vedere lo spettro di mio padre appiccato che

mi gridava: vendetta! Dʼun tratto la contessa si alzò, si slanciò a me

dʼincontro, le braccia aperte, e sclamò:

—Maurizio, io tʼamo.

Da quel momento ho creduto alle visioni del paradiso.

Cinque minuti dopo, io usciva dal palazzo, e mi parve di emergere da

una stella e cadere in una notte eterna. Camminai forte: avevo bisogno

dʼaria e di spazio. La mia vita straripava, mi soffocava. Mi fermai

un momento per respirare, allʼestremità di quello splendido ponte

sul Danubio che congiunge Pesth a Buda. La giornata era raggiante.

Il cielo mi sembrava vestito a festa, di un azzurro più limpido del

solito onde rallegrarsi della festa del mio cuore. Il Danubio, dallo

sguardo giallo, dallʼandare tranquillo e linfatico, borbottava alcunchè

di rauco e dʼindeterminato, ma non aveva già quellʼaccento di collera

che sʼindovina nel brontolío del Po e del San Lorenzo. Al di là, la

roccia appesa e misteriosa che porta la cittadella, e sovrappiomba

nel fiume. Allʼindietro, delle brune colline dai poggi di vigna,

tagliati da burroni, lungo i quali sʼarrampicano i casini, le osterie,

i caffè, le case rustiche dai campaniletti rabescati; e più lungi

ancora allʼestremo orizzonte, in mezzo ad un vapore violaceo, dei punti

cerulei come una manata di turchesi, i primi spalti dei Carpazii. Io

scorgeva tutto ciò in una volta, con uno sguardo interno, che avrebbe

abbellito ed illuminato la bottega dʼun carbonajo, allorchè una vettura

traversò il ponte, ed una testa, coperta da un cappello da generale, si

mise fuori per guardarmi: era il conte Lamberg.

Fu visto e riconosciuto.

Non durò che un lampo. Una folla, che sbucava non so donde, si gittò

sopra di lui, rovesciò la vettura, i cavalli, il cocchiere, lo trasse

fuori, lo trascinò, lʼuccise, gli tagliò il capo. Io aveva appena

scôrto un uomo vivente che mi squadrava di unʼaria burbera; un minuto

dopo, vidi una testa pallida ed insanguinata in cima ad una picca. Un

brivido percorse tutta la città. La folla armata di falci irruppe nella

sala dellʼassemblea. Il presidente balzò sul suo seggio, e con gesto da

re, gridò:

—In nome della legge, vi ordino di uscire.

Le grida si spensero in un attimo, e quegli uomini insanguinati se ne

andarono come pecore, senza rispondere una parola.

Allʼindomani, Moga batteva Jellachich a Pakozd, lasciandogli lʼinfamia

di tirare il primo colpo di fuoco. Cinque giorni dopo, Görgey disarmava

mille ottocento austro–croati; ed il 7 ottobre, Maurizio Perczel

raggiungeva il corpo di Roth e Philippovich, forte di settemille e

cinquecento uomini, e lʼobbligava a posare le armi.

IV.

Lʼuomo che aveva messe le mani al colpo di Stato contro lʼautonomia

ungherese ed aveva inviato Lamberg, il conte Latour, ministro della

guerra in Austria, fu appeso ad un fanale dal popolo viennese

nellʼinsurrezione del 6 ottobre. Moga, che inseguiva lʼesercito di

Jellachich, il quale marciava su Vienna, avendo esitato di passare a

tempo la Leitha, fu alla fine battuto presso Schwechat, in vista della

capitale dellʼImpero, da Windischgraetz, che aveva già schiacciato

Vienna, e che si preparava ora a marciare contro lʼUngheria. La

guerra che facevamo in Transilvania contro i Valacchi, i Sassoni, gli

Austriaci ed i Serbi, malgrado alcuni scontri brillanti, era, tutto

sommato, disgraziata, e lʼesercito si ritirava sulla Maros, mentre

Schlick invadeva lʼUngheria settentrionale. La nostra causa era

seriamente minacciata, la patria seriamente in pericolo. Il _Comitato

di difesa_, che concentrava nelle sue mani tutto il potere esecutivo,

si mostrò allʼaltezza della sua missione; e Kossuth, che lo riassumeva

tutto, riempiva già della sua persona tutta lʼombra che aveva lasciata

la Casa di Absburgo, ritirandosi. Si domandarono delle nuove leve

di _honved_—difensori della patria—, e si ebbero più uomini che

non sʼavessero armi. Si creò una cavalleria, unʼartiglieria. I capi

tiepidi, incapaci, dubbiosi, furono surrogati: Damjanich prese il posto

di Kiss al Sud, Görgey quello di Moga al Nord; Windischgraetz si mise

in moto.

Io aveva ottenuto un brevetto di capitano nel mio reggimento, che era

stato completato per supplire ai quattro squadroni che, trovandosi

in Boemia, non eran riesciti ad evadersi come noi. Io comandava il

settimo squadrone staccato presso lʼesercito del nord. Görgey mi

nominò suo aiutante di campo.

Kossuth, consegnando il comando in capo dellʼesercito del Nord al

maggiore Görgey, aveva detto allʼAssemblea: «Ho tirato un buon numero

dallʼurna del destino!» Ahimè! Kossuth aveva letto quel numero a

rovescio. Io non aveva ancor veduto Görgey. Avevo applaudito quando

egli, eseguendo lʼordine del Consiglio di guerra di Csepel, aveva fatto

impiccare il conte Zichy che, andando incontro a Jellachich, aveva

introdotto lʼinimico nella patria. Ma concepii tosto dei dubbi sul suo

carattere quando, essendosi disgustato col suo capo Maurizio Perczel,

riescì a farlo passare come incapace, e si fece attribuire il merito

della presa del corpo di Roth e Philippovich. Quando io lo vidi al suo

quartier generale di Pozsony, risentii come un subito colpo al cuore.

Arturo Görgey era militare. Aveva fatto gli studii allʼAccademia

militare di Tuhn nellʼAustria, poi aveva passato cinque anni nella

guardia nobile ungherese. Nominato luogotenente in un reggimento di

ussari, non avendo i mezzi di avanzare rapidamente, stanco della

vita di guarnigione, diede la sua dimissione, e si ritirò a Praga

per studiarvi la chimica. Là, aveva domandato in isposa una ricca e

nobile ereditiera, e non avendola ottenuta, sposò la sua istitutrice,

una francese. Il suo carattere traspariva di già: ambizione, invidia,

rancore, orgoglio, vendetta! Görgey dissimulava poco la feccia del

suo cuore, quando poteva farlo senza inconveniente; e così forse

vendicavasi della natura che, nella composizione della sua persona,

metteva in guardia gli osservatori.

Grande, svelto, sottile, agile, il suo corpo di dandy finiva con una

testa di donna, piccola e non bella. Aveva capelli castani, rari,

tagliati corti, nellʼintenzione di dare più spazio e più lume alla

sua fronte scura. I suoi occhi grigi, instabili, irritabili, non

avevano quella dietro–cortina degli ipocriti, che copre nellʼabisso

della pupilla lʼabisso dellʼanima. Egli li velava con occhiali dʼoro,

che offuscavano ciò che vʼera di petulante in quel viso. Un par di

mustacchi magri e sottili, faceva spiccare il pallore ceruleo e lʼavida

sottigliezza delle labbra, sempre corrucciate, se un sorriso beffardo

cessava dʼincresparle. Questa fisonomia corta sopra una statura

elevata, quei tratti comuni sopra un corpo disinvolto, quel viso ove la

natura aveva scritto una idea, ed ove la premeditazione sostituiva una

maschera, mi diedero a riflettere. Görgey sʼaccorse che io lʼosservava.

E se avesse potuto dubitare che io dirigeva su lui la mia implacabile

attenzione, come un microscopio che lo scandagliava nel fondo delle

viscere, e notomizzava i suoi pensieri, mʼavrebbe certo, alla prima

occasione, messo in un posto da essere ucciso sicuramente. Già egli

disapprovava la mia condotta verso il colonnello Tichter Egli aveva

pochissima barba, ed era pallido. Di marziale, solo il contegno e le

abitudini. Poco avvicinabile, di maniere sdegnose, temendo rivelarsi

avanti il momento e fuor di proposito, egli sorvegliava le proprie

parole, fuorchè nellʼironia e nella maldicenza, che aveva molto pronte

e colorite. Del resto, dava ai suoi pensieri delle forme poetiche, e

non mancava di eloquenza. La sua tenuta rigida imponeva il rispetto.

La sua andatura, sicura di sè stessa, grave, fiera, imperiosa, ove

lʼorgoglio traboccava, era dʼaccordo colla parola breve e col suono

brusco della voce. Egli correggeva collʼarroganza dellʼanimo e

dellʼuomo, ciò che poteva mancare di guerriero e di cavalleresco al

militare ed al generale.

Con tutto ciò, eccellente cavaliero, sobrio, paziente, dʼun bel

coraggio personale, chʼegli sʼimponeva nelle circostanze decisive, con

uno sforzo di volontà. La vista del sangue non lo turbava. Il pericolo

altrui lo toccava poco. Egli non lo fuggiva, il pericolo, ma non lo

cercava neppure, come avremo occasione di vedere. Non risparmiava le

fatiche alle sue truppe, ma le divideva, e dormiva con esse sulla

neve con un freddo di 18 gradi sotto il zero Réaumur, senza pranzo

dopo unʼassenza di asciolvere, e restando senza cena, dopo non aver

pranzato. Con lui, si riposava dʼun combattimento con una marcia, e

dʼuna marcia con una battaglia. Severissimo nella disciplina, ingiusto

soltanto verso i suoi nemici e verso quelli di cui era geloso, che

invidiava o temeva. Pieno di ingegno, non sapeva mai riconoscere

lʼingegno degli altri, sempre disposto ad impiccolire il merito che

lʼoffuscava, senza generosità insomma, senza nobiltà di animo.

I soldati lo amavano: essi non scorgevano che la persona; gli

ufficiali, eccetto i suoi fidi, lo detestavano, e diffidavano di lui:

gli leggevano nel cuore.

Görgey disprezzava tutto quanto non fosse militare. Considerava il

_civile_ come un intruso, un intrigante, un imbecille. Kossuth, che

lʼavea creato, cadeva sul suo cuore abbietto come una goccia dʼacido

solforico, che brucia senza posa e senza pietà. Görgey sapeva eseguire

con molta abilità i piani altrui, ma era incapace di concepirne uno

egli stesso. Il suo spirito mancava dʼiniziativa, egli non possedeva

la bussola dellʼindefinito. Dopo una vittoria, non sapeva più che

farne. La pletora del successo pesava sopra di lui, e lo rendeva

inetto, come lʼeccesso dellʼamore uccide lʼamore. Tutte le sue passioni

occulte insorgevano allora, ed egli si consumava nel nasconderle o

nel coprirle sotto una forma onesta, se lʼesplosione gli preparava

un ostacolo. Tutto era virile in lui. Niente era elevato. La sua

intelligenza nuotava nella visione delle grandezze le più sfrenate,

mentre doveva imporsi una condotta moderata. Egli sentiva tutta la

superiorità morale ed intellettuale di Kossuth. LʼUngheria intera

accarezzava questa credenza, esprimeva questa convinzione. Görgey

intraprese unʼopera di tenebre, a capo della quale, smascherando le

sue batterie, egli doveva far ricadere il suo paese al fondo dʼun

precipizio. Ragno del male, egli tesseva la tela del disastro per

avvilupparvi unʼopera divina, la risurrezione dʼun popolo!

Görgey aveva lʼanima austriaca. Egli non comprendeva dunque nè la

libertà, nè la nazionalità, nè lʼindipendenza, nè lʼautonomia di una

razza, nè la supremazia e la maturanza dʼuna civiltà. Egli si batteva

contro lʼAustria, non per odio contro unʼistituzione un principio, ma

perchè nutriva una rabbia concentrata contro i generali austriaci, e

ambiva di surrogare lʼAustria in qualche luogo, per poi rimetterla a

posto, facendo per sè nellʼopera e nellʼimpero una parte corrispondente

allʼaltezza del servigio reso. LʼAustria non si è dessa mostrata

generosa per certi meriti, la Casa di Absburgo per certi delitti?

Nel secondo abboccamento chʼebbi con Görgey, lo compresi tutto.

Dissecai il suo pensiero, e lo giudicai. Da quel momento, lo odiai.

Egli ne sospettò, e mi tenne presso di sè, per sedurmi, o per perdermi.

Ma avrò a riparlarvi di lui.

Windischgraetz, dopo i primi passi, rimase immobile. Egli esitava a

impegnare un combattimento, nel quale temeva di restare schiacciato.

Nondimeno, quando la Dieta ungherese rifiutò, dopo lʼabdicazione

del vecchio imperatore, di riconoscere il nuovo imperatore e re

Francesco Giuseppe, il maresciallo austriaco fu obbligato ad agire

seriamente. Egli si avanzò, in conseguenza, alla testa di 50 a 60,000

uomini. Görgey non ne aveva che 23 a 24,000, sparsi sopra una grande

superficie, sulla diritta del Danubio; ed il corpo di Perczel, 5 a

6000 uomini, che doveva raggiungerlo, era ancora sulla Drava. Görgey

ordinò la ritirata, ed avvisò Kossuth di questa sua risoluzione. Egli

mi chiamò alla sera, e mʼingiunse di partire sul momento per portare a

Pesth il suo dispaccio.

—Generale, io gli dissi, sono capitano, e non ho ancora assistito ad

una battaglia. Pur ritirandoci, noi ci batteremo certo. Posso chiedervi

il favore di restare?

Görgey, con un sorriso beffardo, mi rispose:

—Non ci batteremo punto. Partite.

Partii.

Allʼindomani, Görgey aveva cangiato dʼavviso.

La prima sua ispirazione era, per altro, buona. Egli lʼaveva adottata,

dietro un Consiglio di ufficiali superiori. Ora eseguiva quella stessa

ritirata, sotto la pressione immediata dei battaglioni austriaci, che

affluivano da ogni parte e lo circondavano. Onde, la fu una ritirata

brillante, ma disastrosa.

Lʼinverno si mostrava severo. Lʼimmenso piano dellʼUngheria era

divenuto una stesa di neve, chiazzata qua e là da paludi traditrici,

come quella di Hansag, che inghiottì un quarto della brigata di

Leopoldo Zichy. Lʼatmosfera aveva un colore plumbeo, ove ondulavano

talvolta, come vele stracciate dalla tempesta, dei cenci di nebbia

sucida, moventisi lentamente, cadenti di botto. Non cʼera più di

azzurro, che negli occhi elettrizzati dei nostri _honved_. Faceva

un freddo terribile. Le notti erano nere. Non trovavi più traccia

di strade, e quelle vicine ai corsi dʼacqua, erano sfondate ed

impraticabili. Bisognava marciare attraverso i campi, a caso. Le

truppe vestite leggermente e troppo cariche compivano delle marcie

interminabili, sempre sul _chi va là_, non prendendo fiato che per

respingere lʼinimico, non riparando la loro sinistra, senza trovarsi di

fronte ad un pericolo a destra. Malgrado i bei combattimenti di Kmety a

Pahrendorf, e di Guyon, lʼabile e valente irlandese, a Nagy–Szombath,

che coprirono la ritirata; malgrado il combattimento di retroguardia

a Raab, che si dovette sgomberare, la marcia retrograda continuò.

Görgey fu respinto a Babolna, e Perczel subì una disfatta a Moor, che

si sarebbe potuta cangiar in vittoria, se Görgey fosse accorso in suo

aiuto. Egli non volle.

Il 1.º gennaio, la Dieta abbandonò la capitale, e trasferì la sede

del Governo a Debreczin, dietro la Tisza, in mezzo ad unʼimmensa

pianura, ove i villaggi, completamente magiari, sono molto disseminati.

Lʼ8 gennaio a mezzogiorno, la retroguardia ungherese sgombrava anche

Buda–Pesth. Alcune ore dopo, lʼesercito austriaco entrò nella città,

e la bandiera giallo–nera prese il posto dei tre colori nazionali,

bianco, rosso e verde come quelli dellʼItalia.

Presentandogli il dispaccio, vidi per la prima volta Kossuth. Questo

abboccamento durò un istante, ma fu caratteristico. Amelia gli aveva

parlato di me, come una donna entusiasta parla di un bel giovane

che ama, e Kossuth aveva bevuto il mio elogio nella di lei parola

risplendente come una strofa di Vittor Hugo, sgorgando dalle labbra

della più bella fra le Ungheresi. Gli domandai di lasciare Görgey, e

di essere inviato come aiutante, o perfino come semplice soldato, al

generale Bem, che operava in Transilvania.

—Perchè ciò?

—Perchè con Bem il soldato si batte, e con Görgey si ritira; perchè

Bem è un patriota fedele oggi, fedele sempre, e Görgey mormora oggi, e

tradirà domani.

Kossuth assunse unʼaria severa, e si torse i mustacchi. Poi disse:

—Voi meritate di esser punito per parlare così del vostro capo.

—Accetto il castigo. Soltanto vi prego di aggiornarlo a sei mesi. Se a

questʼepoca la mia profezia....

—Basta così. Andate ad attendere gli ordini del ministro della guerra,

e tenetevi pronto per partire nella notte.

Kossuth cadde in una profonda meditazione. Io uscii lentamente.

Tre ore dopo, io partiva per la Transilvania, come aiutante di campo

del generale Bem.

Non ebbi il coraggio di andar a vedere Amelia. Le scrissi.

Il proclama di Görgey, datato da Vaez il 6 gennaio, venne a provare

a Kossuth che io aveva giudicato rettamente il carattere di quel

generale. Görgey si ribellava contro lʼautorità della Dieta.

V.

Io intanto correva la _puszta_.

Avevo traversato quel paese altra volta, con la morte nel cuore e la

disperazione negli occhi, andando incontro allʼignoto, con un sole

malinconico e smorto. La traversavo adesso, collʼamore nellʼanima,

colla speranza che cantava nei miei sogni, in cerca di gloria. Sotto il

cielo basso, fosco, carico di neve che cadeva a larghi fiocchi e che

talvolta si polverizzava sotto lʼimpeto dʼun vento turbinoso, oh come

io ricordava che tutto, quattro anni prima, era morto! Il contadino

era servo, il signore soggetto. LʼAustria era qualcosa di tenebroso,

di misterioso, lontana, ma sacra ed inviolabile, le ciglia corrucciate

e cariche di minaccie. Se ne parlava a bassa voce e volgendo il capo

da unʼaltra parte. La donna si occupava della sua casa. La ragazza,

tutta infettucciata, pensava al primo bacio che aveva ricevuto, al

primo bacio che ella aspettava. Il bambino giuocava rotolandosi nel

pantano col porcellino, o si arruffava colle oche. Lʼaria era muta, o

risuonava di monotoni ritornelli. La sciabola e la penna erano oggetti

di addobbo. Lʼebreo odiava. Il prete cattolico mirava a Vienna ed a

Roma.

Ora, il vassallo è uguale al suo padrone, e non paga più tributo; il

padrone è cittadino. LʼAustria batte, ma il suo prestigio è morto. Il

nome di _santa patria_ fa risuonare tutti gli echi. LʼUngherese si

batte contro il soldato imperiale, come si batteva una volta contro il

Turco. La donna cuce la tunica del suo marito, dei suoi figliuoli, che

si arruolano negli _honved_, attende le notizie dellʼesercito, scrive

quelle del villaggio o della casa ai suoi cari, spera, prega, piange,

teme, si rallegra. La ragazza è ansiosa per le battaglie, ove è il suo

amoroso, o dove andrà domani il suo fidanzato. Il fanciullo giuoca al

soldato. Gli ebrei, i preti cattolici benedicono la patria, hanno una

patria.

Il mio viaggio in mezzo alla _puszta_, malgrado la solitudine

dellʼinverno, malgrado lʼoscurità della notte, mi parve una festa.

Incontravo dovunque, notte e giorno, delle bande di cittadini che

andavano ad arrolarsi come volontarii, o a rispondere alla chiamata

come coscritti. Dappertutto un sorriso, in nessun luogo il cadavere

della speranza colpita a morte dallʼinsuccesso. In ogni soffio dʼaria

ove un uomo aveva respirato, una strofa ardente di Petőfi. Ovunque,

delle sciabole, dei pennacchi, dei vaghi vestiti per festeggiare la

lotta. Felice chi aveva un fucile od una pistola: tutti avevano un

cuore. Felice chi mi poteva ricevere nella sua capanna. Dico capanna:

il castello, ahimè! era un altro affare. Una parola che io gettava,

passando di galoppo nei villaggi, si propagava di campanile in

campanile. Lo scampanío rispondeva alla campana a martello. Ove io

gettava un grido, germogliavano soldati.

Incontrai le prime colonne dellʼesercito del Sud, che il Governo

chiamava a difesa della linea della Tisza. Strinsi la mano a Damjanich,

colui che Klapka chiama lʼuomo di ferro, lʼenergico comandante

delle formidabili _berrette rosse_, il 9.º _honved_. Lasciando il

Banato, egli diresse ai Serbi un proclama, in cui loro ordinava di

starsene tranquilli, durante la sua assenza, e di rispettare uomini e

proprietà, Magiari o Tedeschi, e concludeva:

«Se vi accadesse di non fare alcun caso delle mie esortazioni, se

persisteste nei vostri conati sanguinarii e liberticidi, io vi giuro

che devasterò le vostre contrade, e vʼinseguirò fino a che esisterà sul

suolo ungherese un solo Serbo; e allora, perchè non resti in Ungheria

la menoma traccia della vostra razza traditora, ucciderò me pure».

Damjanich era Serbo.

Avrei voluto battermi sotto i suoi ordini, se non avessi avuto la

fortuna di andare a combattere sotto quelli di Bem.

Seguii il Danubio dallʼaspetto terroso e triste, che non era gelato,

malgrado la temperatura di 20 gradi sotto lo zero, e rassomigliava ad

un filo di rame un poʼ ossidato sopra uno scudo dʼacciaio riflettente

la luna. Alla fine arrivai alla frontiera della Transilvania, provincia

che è una fortezza, circondata dai Carpazii, aperta allʼUngheria

soltanto per tre porte: tre gole.

Bem mi aveva preceduto di sei giorni.

Lo raggiunsi, il 22 dicembre, nella direzione di Deez, e gli presentai

il dispaccio di Kossuth. Dico male dispaccio, dovrei dire viglietto.

Bem, entrando al servizio dellʼUngheria, aveva posto per condizione di

non dipendere direttamente che da Kossuth, _dal capo del Governo_.

—Dallʼamico, avea risposto Kossuth. E gli tenne parola.

Kossuth gli scriveva queste semplici righe:

«Amico mio, tʼinvio un giovanotto, che vuol farsi uccidere, o divenire

generale. Ha il diavolo in corpo, cioè un amore nel cuore, ove

irradiansi i due più bei occhi di myosotis dellʼUngheria. Fa ciò che

puoi per questi due ragazzi. Prendi il capitano per aiutante di campo,

e sarai più felice di me; la giovine donna abbraccierà forse la tua

testa calva».

Bem fissò su di me i suoi grigi occhi dʼaquila. Ci scrutammo

scambievolmente. E da quel momento fummo amici.

—Sta bene, disse il generale, vi prendo per mio aiutante. In sella.

Lʼesercito di Transilvania, diviso in tre corpi, ammontava in tutto

a 10,950 uomini dʼinfanteria, 1335 cavalieri, e 24 cannoni; la metà

guardie nazionali. Il generale austriaco comandava a 20,000 uomini di

truppe regolari, e a diverse migliaia di _leve in massa_, Valacchi

e Sassoni, provvisti di 60 cannoni, e divisi pure in tre colonne. I

corpi ungheresi comandati da Baumgarten, da Dobay, da Czetz, avevano

incontrato lʼinimico in marcia. Il 18, Baumgarten schiacciò Urban, lo

sciacallo dellʼesercito austriaco. Il 19, Dobay battè Wardener. Il 20,

Czetz, che ha scritto la storia di questa campagna, ruppe la terza

colonna austro–valacca. Il 23, Bem incontrò la brigata imperiale di

Jablonowski, lʼattaccò alla baionetta, e la disperse. Ci precipitammo

allora verso Kolosvar. La marcia era talmente forzata, che rosicavamo

un pezzo di pan nero senza fermarci, e rimettevamo il sonno alla fine

della campagna, come diceva Petőfi, che era aiutante di campo di Bem.

Arrivammo a Kolosvar, capitale della Transilvania, il 23 dicembre,

proprio il giorno fissato previamente da Bem al Comitato di difesa.

Gli Austriaci non accettarono la battaglia, e noi entrammo nella città

che essi abbandonarono.

—Bene! disse Bem, ecco pagata in scadenza la nostra cambiale.

Le notti degli emigrati a Londra · 第 2 / 23 段