I villaggi dʼUngheria sono una specie di Venezia. In mezzo a

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NOTE DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori di stampa e punteggiatura.

—Il testo in grassetto è stato reso come =testo grassetto=.

LE NOTTI DEGLI EMIGRATI

A LONDRA.

DELLO STESSO AUTORE:

=LʼHistoire diplomatique des Conclaves=, 4 volumes. Paris.

=Le Memorie di Giuda= (in francese ed in italiano).

=Storia del Congresso di Vienna=, con Dumas, 11.º volume

della «Storia dei Borboni».

=Préliminaires de la question romaine=, 1 volume. Londres.

=Il Re dei Re=, 4 volumi.

=Il Concilio=, un volumetto.

DʼIMMINENTE PUBBLICAZIONE:

=LʼHistoire politique et militaire de la Guerre de 1870–71.

Britania Rule=, studi sullʼInghilterra sociale politica ed

economica, 2 volumi.

=Il Re prega=, romanzo. 1 volume.

IN PREPARAZIONE:

=LʼHistoire de la Civilisation en Italie=, 6 volumes.

=Messaline=, Deuxième partie des =Mémoires de Judas=, 1 volume.

F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA

LE NOTTI DEGLI EMIGRATI

A LONDRA

Maurizio Zapolyi

Il conte Giovanni Lowanowicz

Il marchese di Tregle

MILANO

E. TREVES, EDITORE

1872.

Proprietà letteraria

per il Regno dʼItalia, Trieste, Istria, Trentino, e Cantone Ticino,

dellʼeditore E. TREVES di Milano.

Milano, Stab. Tip. di E. Treves

NOTA PRELIMINARE DELLʼEDITORE

I tre episodi delle _Notti degli Emigrati a Londra_ si riferiscono:

alla rivoluzione dellʼUngheria, nel 1848; alla sommossa della Polonia,

nel 1863–64; al tentativo di rivolta in Calabria, nel 1848.

Non è il romanzo storico. Non è la storia–romanzo. È la fantasia che

circola nella storia vera e ne fa un dramma. Tutto vive sotto questo

nuovo soffio: fatti, paesaggi, uomini. Gli enti fantastici che si

caccian dentro agli avvenimenti reali sono come un raggio di sole che

penetra in una camera oscura e rivela nellʼambiente del fascio luminoso

un mondo di molecole di oro, animate, vertiginose. Il cadavere della

storia risuscita e cammina.

Tutto è vero non pertanto—tranne le peripezie del cuore. LʼUngheria,

la Siberia, sono state fedelmente descritte; la poesia tenne la

paletta, ma la natura servì di modello. Le situazioni drammatiche sono

numerose ed impressive. Lʼinteresse del racconto sʼimpossessa del

lettore e non gli lascia più lena.

Uno spicchio di emigrati, scampati alle tempeste dei loro paesi,

gittati come alghe desolate sulle spiagge tutelari dellʼInghilterra, si

riuniscono la sera, e ciascuno racconta le miserie o le glorie della

sua patria, e le sue proprie peripezie.

Le avventure che narrano sono terribili.

Lʼungherese è fatalista, nervoso, spiccio; appena se trova il tempo

di commuoversi: egli vola. Il polacco è cattolico, piega sotto la

mano della Provvidenza e giammai non si spezza, è minuto, istrutto,

osservatore, ma ha il cuore chiuso. La sua storia psicologica

sʼintravede appena, come conviene ad un uomo nato in una contrada ove

il pensiero si spia e la parola si condanna. Lʼitaliano è scettico e

frivolo. Egli è divenuto tale sotto i disinganni e le prove.

Delle tre donne dei tre episodi, la calabrese è lʼintelligenza viva

e pronta che piglia a volo la sua parte e riceve lʼamore nel cuore

come la torpedine riceve la scintilla elettrica. Appare: non è più!

La siberiana è lʼenergia umana che lotta contro le forze della natura

e soccombe. La contessa ungherese è la fiera patrizia che aggiorna

lʼamore allʼora del trionfo della patria.... ma questʼora non giunge!

Dei nugoli di cosacchi, come i nugoli delle cavallette bibliche,

oscurano il sole della regina del Danubio.

Che tragedie!

_Il marchese di Tregle_ fu pubblicato prima in inglese nel _Cornhill

Magazine_ di Thackeray, poi in francese nelle _Revue Moderne_ a Parigi.

Questa stessa _Revue_ ha altresì pubblicati gli altri due episodi.

Le rivoluzioni, cui si accenna, finirono tutte miseramente. Ma, quella

di Polonia eccetto, esse han preso di poi la rivincita. E lʼItalia è

sorta; lʼUngheria ha assorbita lʼAustria.

Il signor Petruccelli della Gattina fa seguire dunque questi racconti

da considerazioni politiche, ove la nuova trasformazione si accenna ed

i nuovi destini sʼindicano. E questa è forse la parte la più importante

del presente volume—non per le donne, no; ma per gli uomini, i

quali, in paese libero, nella marea della storia contemporanea—che

non si localizza ma agita tutta lʼEuropa e si frange su tutti i punti

dellʼorizzonte,—desiderano approfondare la missione delle nazioni e

seguirne dello sguardo lʼorbita fatale.

Sarebbe stato forse giovevole che lʼautore avesse fatto per lʼItalia

ciò che ha fatto per la razza slava: una ricostruzione storica

limpidissima, a grandi tratti, ed una specie di foglio di via

dellʼavvenire. Ma lʼautore tratta lʼItalia leggermente. Si direbbe

chʼegli la paghi della sua moneta; perocchè glʼitaliani non apprezzano

delle opere e nelle opere di lui che la parte frivola, lo stile vivo

e scorrevole, ed alcuno non va al fondo. Eppure un fondo nuovo,

originale, che penetra fino alle fibre rudimentali della vita, vi è,

e nella _Storia diplomatica dei Conclavi_, e nelle _Memorie di Giuda_,

cui un giornale tedesco chiamava il libro più audace del secolo.

Milano, ottobre 1871.

MAURIZIO ZAPOLYI

MAURIZIO ZAPOLYI

I.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

—Il nome che porto non è il mio, continuò il colonnello Zapolyi. Non

oso più nominare il villaggio ove nacqui. Ciò che è una gloria ed una

gioja per altrui, è un ricordo di vergogna e di orrore per me.

Mio padre era nobile. Da dodici secoli, i miei antenati accampavano

nelle montagne della parte orientale della Transilvania, che serve di

confine alla Moldavia. Noi siamo Szekely, Siculi, cioè a dire, quel

ramo di Magiari che discende da una banda primitiva dellʼesercito

di Arpad, gli ultimi avanzi degli Unni che sopravvissero, riparati

nei monti, alla distruzione dellʼimpero di Attila. Questo paese,

come pure quella lista di terra che si stende lungo tutto lʼimpero

del sultano fino allʼAdriatico, formano i Confini militari, dove,

sotto la dominazione dellʼAustria, tutti gli uomini sono soldati.

Lʼamministrazione è militare. Il regime quello del reggimento. Il

colono non possiede il terreno che lavora; ne gode lʼusufrutto

soltanto. La terra paterna passa di diritto al figlio, il quale

prende nel reggimento il posto del padre in ritiro. Allora il padre

coltiva, restando sempre nella riserva. Gli altri figli non hanno

nessun diritto. Mio fratello primogenito, morto poscia in Italia,

era al servizio in quellʼepoca, e mio padre coltivava il pezzetto di

terra, che, durante sei secoli, i nostri antenati si erano trasmesso,

pagandolo, ad ogni generazione, col loro sangue e colla loro libertà.

Correva il 1845. Io aveva quindici anni, e vivevo con mio padre,

che si era allora ammogliato per la seconda volta, con una giovine

nobile slovacca. Il focolare domestico era felice. Mio padre lavorava

alacremente. Egli si rispettava molto, aveva un alto sentimento della

dignità dellʼuomo, qualunque sia il mestiere che esercita, ed un

grande orgoglio per la sua origine, malgrado la sua povertà. Egli amava

sua moglie, come amano i vecchi vigorosi che non sono corrotti dal

vizio. La stimava, perchè la era rispettabile, e perchè la mi amava.

Cʼera una profonda armonia dʼanima fra noi tutti, perchè nostro padre,

avendo la religione del dovere e della giustizia, ci aveva formati sul

suo stampo.

Ahimè! il serpente sguizzò nel nostro povero Eden. Il serpente ama i

cespugli fioriti.

Questo serpente si chiamava il colonnello Schaffner—un tedesco.

Un giorno, egli vide mia madre, e se ne innamorò, come se fosse stato

un giovine di ventʼanni. Nè la sua età, nè la sua bruttezza, nè le sue

abitudini di libertino, dʼubbriaco e di carnefice, nè la lealtà ed i

doveri di una donna maritata, che rispetta ed ama suo marito, non gli

parvero ostacoli. Quel trapezio sgraziato e deforme pretese dʼessere

amato. Egli impose il suo amore con delle atroci minaccie. Perseguitò,

spaventò quella povera donna. Che fare? Stanca delle umiliazioni che

soffriva, temendo una disgrazia, scorgendo degli agguati dovunque,

stomacata, ella denunziò la persecuzione ed il persecutore a suo

marito. Il bravʼuomo arrossì, poi impallidì, e tacque. Cenammo. Mio

padre lesse un capitolo della Bibbia,—siamo protestanti—, poi andammo

a coricarci.

Mio padre non dormì. Egli giudicò il suo colonnello.

Allʼalba eravamo tutti in piedi. Mio padre sʼapparecchiava ad andare al

campo, io alla scuola. Appo i protestanti ungheresi lʼistruzione dei

ragazzi non è negletta.

—Cosa devo fare? domandò timidamente mia madre.

Ella non aveva dʼuopo dʼindicare più chiaramente la questione. Ella

vedeva il pensiero del suo oltraggio cristallizzato negli occhi di mio

padre.

—Digli di venire domani sera.... Io parto in viaggio nella prossima

notte.

Un doloroso stupore si dipinse negli occhi della povera donna. Non

comprese quellʼordine, o ebbe paura di comprenderlo. Nondimeno si

guardò bene dal replicare. Da noi la donna è un oggetto amato,

rispettato, ma inferiore allʼuomo. È la gioja, ma non il consiglio

della famiglia. È unʼutilità. È lʼamore, ma non il giudizio e

lʼautorità del cenacolo. Ella è la primogenita delle figlie. Mia madre

non domandò dunque conto a suo marito dellʼordine strano ed offensivo,

che le dava. Obbedì.

Lʼindomani nè io nè mio padre non uscimmo. Mia madre disse nel

villaggio chʼeravamo partiti nella notte. Venne la sera.

Il colonnello non si fece attendere. Parmi ancora di vederlo! Sʼera

fatto radere; si era lavato. Aveva bevuto meno che allʼordinario,

perchè il vino usurpa sullʼamore. Aveva indossato il suo uniforme di

gala, con tutte le sue decorazioni. I suoi mustacchi lucevano come

un fiorino di zecca. Non aveva fumato che il zigaro, e anche il meno

possibile, poichè lʼodor di pipa non lo precedette, non lʼannunziò

avanti di entrare. Portava un paniere di provvisioni del pranzo.

Le sue gambe, singolarmente contorte, barcollavano. Beveva già

collʼimaginazione alla coppa della voluttà di cui veniva in busca.

Entrò ridendo, a braccia aperte, attendendo che mia madre vi si

gettasse. Il conte di Schaffner non ammetteva che mio padre, semplice

soldato, semplice colono, potesse essere trenta volte più conte di

lui,—conte di fabbrica imperiale—e quindi che mia madre non dovesse

essere profondamente riconoscente degli abbracci chʼegli si sarebbe

degnato di darle. Un lieve rumore gli fece volgere il capo.

Era mio padre, che chiudeva la porta dietro di sè.

Il colonnello si fermò di botto, e gli caddero le braccia. Non contava

proprio sopra un simile testimone della sua felicità.

La nostra casa, posta in mezzo ad un ampio verziere, si componeva di

tre stanze: un piano solo, ma una cantina al dissotto. Era situata

allʼestremità del villaggio. Non cʼerano vicini. Delle colline

sovrapposte una allʼaltra, sfrangiavano sullʼorizzonte azzurro. Era

il mese di maggio: gli arbusti, gli alberi, i fiori delle aiuole che

circondavano la casa, tutto cantava, ed attirava gli sguardi sotto i

baci della primavera.

Dopo aver chiuso a chiave la porta, mio padre andò a chiuder pure la

finestra. Mia madre accese due candele. Io guardavo, ritto sulla soglia

dellʼuscio. Non una parola durante tutto ciò. Si udivano gli ultimi

gridi della rondinella che accelerava la costruzione del suo nido. Mio

padre aprì un vecchio cassettone, vicino al cammino, e ne cavò due

spade, due sciabole e due pistole. Le spade erano due fioretti che

servivano per le mie lezioni di scherma, e chʼegli nella giornata aveva

aguzzati. Depose quegli oggetti sul tavolo, ove mia madre aveva messo i

due lumi, stringò solidamente i suoi calzoni, e rialzò le maniche della

camicia, la quale, aprendosi sul petto, lasciò vedere due cicatrici di

ferite prese al servizio dellʼAustria.

—Avrei diritto di uccidervi, disse egli al colonnello; vi faccio

lʼonore di battervi con me, e vi lascio il vantaggio di sceglier le

armi e di tirare pel primo.

Il colonnello comprese finalmente. Egli conosceva la tempra di

mio padre, e se lo vedeva li dinanzi, rizzarsi come un colosso,

inflessibile, solenne come il diritto. Si guardò intorno: nessuno

scampo. Fissò il suo sguardo sullo sguardo immobile e senza collera di

mio padre. Non cʼera grazia da sperare. Si vide morto. Che fare? Giocò

dʼaudacia.

—Domani, rispose egli assumendo un grugno severo, vi constituirete

prigioniero per avere insultato e minacciato il vostro colonnello.

Il Consiglio di guerra vi condannerà a morte. Io vi farò grazia,

lasciandovi passare solamente tre volte per le verghe tra due file di

trecento uomini.

—Domani, replicò mio padre, voi farete ciò che potrete. Per ora fate

ciò che io voglio: scegliete le armi.

—Non mi batto con un mio inferiore. Voi che avete servito venticinque

anni, voi dovete saperlo.

—Se non vi battete, sarò costretto di battervi io, di schiaffeggiarvi.

—Non mi oppongo. Domani vi farò rendere codesti schiaffi dal carnefice

avanti di farvi appiccare.

Ogni discussione era inutile. Mio padre si avvicinò al colonnello,

e lo percosse fortemente alla faccia. Il colonnello Schaffner restò

bravamente impassibile, avvegnachè la sua testa piegasse a dritta

ed a sinistra sotto la possente mano dellʼoltraggiato. Eʼ credeva

cavarsela con quella correzione, e guardava dal lato della porta.

Ma mio padre aveva tutto previsto. Conosceva lʼuomo. Fece quindi un

segno a mia madre, la quale tirò dal cassettone un gomitolo di sottil

corda. Il colonnello tremò. Divenne bianco come la camicia che aveva

probabilmente portata al suo primo ritrovo di amore.

—Volete dunque appiccarmi? sclamò desso.

Mio padre non gli rispose. Sciolse la corda, si avvicinò allʼuomo, e,

di un colpo di pugno nel petto, di un calcio nelle gambe, lo gettò a

terra. Avanti che il colonnello avesse compreso ciò che volevasi fare

di lui, si trovò i due polsi solidamente legati, i piedi strettamente

avvinti alle cavicchie, mani e piedi legati dietro la schiena, in

maniera che il trapezio era divenuto oramai un gomitolo. Mia madre aprì

la botola che chiudeva la cantina. Mio padre trascinò il colonnello,

che gridava ora come un pappagallo incollerito, e lo lasciò rotolare

giù, sopra un piano inclinato di ventidue gradini.

—Ajuto, soccorso, mi assassinano! fu lʼultimo grido che gettò colui

arrivando al fondo della scala.

La botola ricadde su lui, e non intendemmo più che un gemito soffocato.

Mia madre preparò la tavola, e levò dal fuoco una casseruola, ove

cuoceva lentamente un pollo tagliato a pezzi entro unʼeccellente salsa

rossa. Cenammo, come se nulla fosse accaduto. Poi, al solito, mio padre

lesse un capitolo della Bibbia prima di andare a letto. Quando la

preghiera fu finita, eʼ si rivolse a mia madre, e le disse:

—_Perla_ mia, Maurizio ed io abbandoniamo immediatamente questa casa

ed il paese. Tu resterai qui cinque giorni, e poi ritornerai nella tua

famiglia. Tuo fratello verrà a cercarti. Durante questo tempo, porterai

ogni giorno un pezzo di pane di una libbra, e una brocca dʼacqua, a

quel cane lì abbasso. Quando tu e tuo fratello sarete partiti alla

vostra volta, il diavolo avrà cura della sua preda. Vi metterete in

cammino alla notte. Verrò a vederti, tosto che avrò un riparo ove

condurti. Così Dio ci protegga, e ci benedica!

Mio padre abbracciò religiosamente mia madre, e uscimmo da quella casa

fortunata che i nostri antenati avevano abitata per dei secoli, da quel

villaggio ove mio padre era stimato da tutti e benedetto dai poveri.

Lʼultimo suono che percosse le nostre orecchie fu il singhiozzo della

povera donna, che restava sola a far fronte alla retroguardia nemica.

Ahimè! non dovevamo più rivederla.

Ecco ciò che avvenne.

Mia madre restò tre giorni prima di portar da mangiare e da bere al

prigioniero. Ella era spaventata dai sordi ruggiti che risuonavano

incessantemente alle sue orecchie, e dal rumore che udiva, poichè

il colonnello rotolava e si batteva a tutti gli angoli, a tutti gli

utensili della cantina. Finalmente il terzo giorno ella discese, per

obbedire agli ordini di suo marito. Il colonnello non era riuscito a

slegarsi. Ma la corda penetrava nella carne ai polsi e martorizzava

terribilmente le cavicchie. Sembrava talmente esausto, che udendo

avvicinarsi mia madre, diede solo un debole gemito. Mia madre temette

per un momento chʼegli non rendesse lʼultimo sospiro. Poggiò il lume

sopra lʼultimo gradino della scala, andò verso quellʼuomo, accovacciato

dietro un barile. Aveva la brocca ed il tozzo nelle mani. Glieli

mostrò, e gli disse:

—Mangiate e bevete.

Stese le due mani nellʼistesso tempo, lasciandogli la scelta di

mangiare innanzi di bere, o di bere innanzi di mangiare. La testa del

colonnello era spinta indietro, livida, quasi nera, il collo torto,

le vene gonfie come due gomene; gli occhi suoi parevano due macchie

di sangue; la bocca, pure insanguinata, restava aperta. La corda,

che gli passava attorno al collo, avanti di legare i piedi e le mani,

aveva roso la cravatta e intaccato la carne. La respirazione sembrava

soffocata. Mia madre nʼebbe pietà. Essa prendeva nella sua tasca un

piccolo coltello per recidere quella corda, allorchè senti afferrare

la sua mano. Due terribili file di denti lʼazzannarono, la serrarono,

frangendola fino alle ossa nella loro morsicatura. Mia madre gettò un

grido. Il colonnello la spinse, rotolando sui suoi piedi con tutto

il peso del suo corpo, e la rovesciò. La povera donna era debole,

essendo ammalata ed incinta. Il colonnello strisciò sopra di essa, e

raggiunse il suo viso, ove la morse orribilmente. Le grida avrebbero

scosso la casa e risvegliato i morti. In quel momento una testa apparve

allʼapertura della botola. Era mio zio, mandato da noi.

Arrivava in tempo per liberare sua sorella, così bella poco dianzi, e

ora così atrocemente e spaventevolmente mutilata. Ma non arrivava in

tempo per salvarla.

La scomparsa del colonnello aveva dato lʼallarme. La nostra partenza,

lʼarrivo dello zio destarono dei sospetti. Si cercava già da pertutto

il conte di Schaffner. Il giudice del circondario si presentò per fare

una visita nella nostra casa, come aveva fatto in altre. La vista di

mia madre, le grida soffocate che uscivano dal sotterraneo denunziarono

lʼopera del padre mio. Occorre dir altro? Tre mesi dopo, quella

disgraziata donna era appiccata; mio zio posto in una segreta; la casa,

lʼorto, le suppellettili, i nostri pannicelli, tutto fu confiscato.

Il colonnello aveva presieduto la Corte marziale che emanò la sentenza.

Mio padre era anchʼesso condannato al patibolo, e si prometteva un

premio a chi lo denunziasse e lo consegnasse nelle mani della giustizia.

La mancia era inutile. Era io che dovevo consumare la sua perdita.

Avevamo marciato, senza fermarci, dritto alla _puszta_—ovverossia

alla pianura dellʼUngheria magiara. Mio padre mi aveva lasciato presso

un cugino della mia vera madre, la sua prima moglie, sulle rive della

Tisza, ed egli, dopo un giorno di riposo, aveva raggiunto Rosza Sandor,

suo amico.

Rosza Sandor era un poʼ ciò che glʼItaliani chiamano un brigante.

Celebre per i suoi audaci colpi di mano, preso, si evase, ed errava

nella _puszta_ da anni, conducendosi come un bravo ed onesto

masnadiero, non odiando nè facendo male che agli Austriaci. Più tardi

Rosza Sandor comandò ad uno squadrone di volontarii, i suoi ussari,

che servirono la rivoluzione fedelmente, ma con troppe collere. Rosza

Sandor teneva la campagna ancora nel 1856, malgrado la ricompensa

promessa dallʼAustria di 10,000 fiorini a chi lo catturasse. Mio padre

restò sei mesi con Rosza Sandor. Quando fu sicuro che la giustizia

austriaca aveva perduto le sue traccie, ci fissammo in un villaggio

della _puszta_ nei dominii del principe Nyraczi, che ci diede in

affitto una casa ed un campicello.

Mio padre prese il nome di Paolo Nagy.

II.

Sei mesi dopo la nostra istallazione nella novella dimora, una sera

mio padre mʼabbracciò e partì, dicendomi che andava a vendicare

lʼassassinio di sua moglie. Ritornò sei giorni dopo, ma sʼastenne

dal comunicarmi il risultato della sua spedizione. Non osando

interrogarlo, feci unʼispezione delle sue armi. Partendo, egli aveva

nelle sue tasche una pistola e quattro cartuccie. Al suo ritorno,

una cartuccia mancava. Alcune settimane dopo, il giudice signorile

raccontava che il colonnello conte di Schaffner, dʼun circondario

siculo presso la frontiera della Moldavia, era stato ucciso alla sua

porta, una sera, con un colpo di pistola, e che la giustizia non aveva

ancora trovato lʼassassino.

Questo fu tutto.

La giustizia austriaca non è mai stata fortunata in queʼ paesi dei

Confini militari.

Passarono tre anni. La fortuna ci sorrideva. Mio padre era _jobbagy_,

cioè colono del principe Nyraczi, e possedeva un quarto di _sessione_,

cioè un pezzo di sedici jugeri di terra arativa, sei di prateria e

quattro di pascolo, con una casa ed un orto, per i quali pagava un

livello annuo di ventiquattro giorni di lavoro col bestiame, due

fiorini di tassa, la nona parte al signore, senza contare la decima ai

preti. Prosperavamo.

Io toccava i diciannove anni.

Una storditezza ci precipitò nellʼabisso.

Era una domenica del mese di ottobre. Io indossava un bel costume di

contadino magiaro: cioè una bella camicia a larghe maniche increspate;

un panciotto a bottoni dʼargento; un calzone largo color azzurro

chiaro, ricadente sugli stivali alti fino alle ginocchia; un mantello

con maniche, di lana bianca, ricamato a colori vivaci, adornato

dʼastrakan e di bei fermagli dʼargento, gettato sulle spalle, e tenuto

al petto da una catena di acciaio. Avevo sul capo una magnifica

berretta di panno color viola, orlata pure dʼastrakan con una penna

di falco. Passavo per un bel giovine. Questa parola, almeno, era su

tutte le labbra, e mi faceva già palpitare quando era pronunziata dalla

bocca di una ragazza. Nonpertanto, io non era contento della mia sorte.

Sapevo che ero nobile, e che potevo aspirare a tutto; la condizione di

mio padre, lʼomicidio che aveva commesso, la santa vendetta che aveva

fatto del suo oltraggio, lʼobbligavano a nascondersi, e mi forzavano a

tacere il nostro nome e restare contadini. Io mi ribellava contro il

destino, e mi preparava una rivincita, collʼistruirmi.

Quando tutta lʼUngheria risenti come una specie di scossa elettrica

alle scintille–folgori delle strofe di Petőfi, io balzai come gli

altri, mentre il viso dellʼAustria allibiva dal pallore dello spasimo.

Domandai: Chi è codesto possente, che muove le capanne ed i castelli,

le capitali ed i villaggi, le fanciulle ed i soldati? Mi risposero: È

il figlio di un oste–beccaio, un istrione malriescito!

La mia anima scoppiò.

Io poteva arrivare a tutto.

Mio padre indovinava la vita interna del mio spirito. Le rughe del suo

fronte si oscuravano. Egli sapeva che mi aveva serrato al collo la

gogna del plebeo, fino a quando egli sarebbe vissuto, e forse anche

dopo la sua morte, se la degradazione, che seguiva la condanna, si

fosse riflessa sulla sua discendenza.

Quella domenica, io ronzava sulla piazza del villaggio, fra le quattro

chiese che si guardano e si fanno un poʼ di smorfia: la Greca, la

Cattolica, la Protestante e la Sinagoga. Un cavallo, montato da una

ragazza vestita dʼuna amazzone verde, il viso nascosto da denso velo,

passò di galoppo, e mʼinzaccherò. Due altri cavalieri la seguivano: il

principe di Nyraczi ed un domestico.

I villaggi dʼUngheria sono una specie di Venezia. In mezzo ad ogni

strada, corre, o piuttosto sʼimpantana una pozzanghera, un ruscello,

una cloaca, che si traversa sopra dei ponti fissi o mobili, ed ove

sguazzano delle oche, delle anitre e dei porci mostruosi. Delle belle

vacche bianche, civettelle, si fermavano sulle rive, e stupivano di

vedervisi così brutte. La giovinetta, che mi aveva involontariamente

coperto di quel fango infetto, era la figliuola del principe, arrivata

da un collegio di Vienna il giorno innanzi, per passar le vacanze nel

castello di suo padre. Io non lʼaveva, potuta vedere. La dicevano

sorprendentemente bella e capricciosa. Ella andava a caccia in un

piccolo bosco riservato nei dominii di suo padre, unʼoasi di quercie,

di pini, dʼolmi, in mezzo a quella interminabile pianura dellʼUngheria,

ove queste foreste in miniatura sono rare come le isole dellʼAtlantico.

La cavalcata passò come una freccia.

Tutti, sapendomi un poʼ civettuolo, risero della mia disgrazia.

Rientrai in casa per pulirmi. Poi mi venne una voglia, una voglia

irresistibile: vedere quella giovine castellana! Mi armai, non so

perchè, del fucile di mio padre, e mi slanciai nei campi verso il

piccolo bosco. In breve vi arrivai. Cacciavano di già: lo scoppiettio

della fucilata me ne avvertiva. Io scavalcai la siepe, e mi rannicchiai

dietro un albero in una specie di viale che la cacciatrice doveva senza

dubbio traversare da un momento allʼaltro. Poco dopo, effettivamente,

un rumore di galoppo risuonò dietro di me. Non era la ragazza, ma suo

padre, seguìto da alcuni guardacaccia. Fui scoperto.

—Cosa fai tu là? mi gridò pel primo il principe con aria altiera,

appena mi scorse da lungi.

Poteva io dirgli: Aspetto per vedere vostra figlia? Arrossii, e mi

confusi. Senza pensarci sopra, mi scappò dalle labbra una risposta:

—Sto in agguato di un capriuolo. Voʼ cacciando.

Il principe fece un segno. I guardacaccia mi presero, e mi condussero

con loro.

Il giudizio non si fece attendere. Il processo non fu lungo. Il caso

non ammetteva circostanze attenuanti. I nobili in Ungheria non hanno

essi soli il diritto di caccia: le _capacità_ e gli _honoratiores_ lo

possedono pure. Era forse dubbio se io avessi potuto o no esercitare

questo diritto in qualunque altro sito, ma era vietato a tutti di

cacciare nei boschi riservati. Io aveva violata la legge.

Tradotto lʼindomani alle ottʼore dinanzi il tribunale signoriale,

composto di cinque giudici, di cui il principe Nyraczi aveva

scelto il presidente, ad otto ore e mezza ero stato giudicato e

condannato—condannato a ricevere ventiquattro colpi di bastone. Essi

avevano aggravata la pena, non avendo diritto di condannarmi che a

dodici colpi. Poco importa: il numero non faceva nulla. Il pensiero del

dolor fisico, neppure.

Io mi aspettavo di esser condannato ad una ammenda, e così pure mio

padre. Lo scorgevo in un angolo della sala del tribunale, e non ho mai

veduto una faccia umana decomporsi in quella guisa e così rapidamente.

Forse il suo viso rifletteva lo sfacimento del mio. Quella pena era il

disonore, era la mia morte morale. Gli occhi di mio padre, iniettati di

sangue, lanciavano folgori; le sue labbra, livide e gonfie, tremavano.

Tutti i tratti della sua fisonomia sʼincrespavano come sotto una

scossa elettrica. Balbettò delle parole, che non furono comprese. Le

sue narici allargate lasciavano passare una respirazione a sobbalzi,

tumultuosa. Temetti un momento che fosse fulminato da un colpo

dʼapoplessia.

I giudici, osservando la trasformazione terribile di quella bella

testa di vecchio, i cui bianchi capelli si rizzavano sulle tempie, si

fermarono a fissarlo, attendendo che potesse riacquistare la parola.

Sembrava evidente chʼegli aveva a dire qualche cosa. Si fece silenzio.

Io cadeva accasciato sotto il peso della mia disgrazia La sentenza

non ammetteva appello. Eppure mio padre taceva ancora. Il presidente,

stanco di quel silenzio, fece un segno. I gendarmi misero la mano sulla

mia spalla, e furono per condurmi nel cortile ove si doveva eseguire la

condanna.

—Fermatevi, gridò alla fine mio padre, facendo uno sforzo supremo

sopra sè stesso.

Il presidente fece un altro gesto, le mani dei gendarmi mi lasciarono

libero.

—Voi cercate da tre anni colui che punì, e poi uccise il colonnello

conte di Schaffner?

—Vi sono mille fiorini di premio a chi lo darà in mano alla giustizia,

rispose il presidente.

—Ebbene, continuò mio padre, lʼuomo che cercate sono io.

—Voi?

—Io stesso; ma io sono nobile, io sono conte. Voi non potete

infliggere la pena del bastone a mio figlio. Mi abbandono al patibolo

pel mio delitto; pago lʼammenda per mio figlio.

Un istante di silenzio seguì, momento terribile per tutti, dʼagonia per

mio padre, di terrore per me. Egli aveva rivelato il suo vero nome. Il

presidente ed i cinque giudici scambiarono alcune parole fra loro, a

voce bassa. La loro deliberazione fu breve, pure ci parve durasse un

secolo. Finalmente il presidente disse:

—Lʼesecuzione della sentenza verso quel giovane non ammette dilazione.

Il caso non è previsto dalle nostre leggi. La sentenza avrà dunque il

suo corso. In quanto allʼassassino del conte di Schaffner, egli sarà

inviato alla sede sicula, ove il delitto fu commesso, e consegnato alle

autorità locali.

Ecco tutto.

La Corte si alzò, ed uscì.

Un fremito corse in tutta lʼassemblea.

Io subii la pena delle verghe.

Mio padre fu appiccato.

Lottai quarantʼotto ore contro la tentazione del suicidio. Non bevetti,

non mangiai, non dormii durante questo tempo. Il mio cervello era

agitato dal caleidoscopio del delirio. Il terzo giorno, uno dei giudici

venne a portarmi i mille fiorini di ricompensa, prezzo del sangue

di mio padre. Egli indietreggiò spaventato dinanzi la minaccia del

semplice mio sguardo, scivolò sulla pozza che stava dinanzi la porta,

cadde, si rialzò gridando, e fuggì. La stessa sera abbandonai il

villaggio.

Tre anni avanti, venendo colà, avevo portata negli occhi la cara

nostalgia delle mie montagne transilvane. Per lungo tempo ne avevo

avuto il miraggio alla sera, credendo veder nel lontano orizzonte,

attraverso il pallido azzurro del cielo cenericcio dellʼUngheria,

delle punte di zaffiro orlare la pianura come una collana. Ora mi

allontanavo, lasciando la _puzsta_ con lʼ ansia di chi abbandona

lʼamato focolare e si immerge nellʼinfinito sconosciuto. Il sole rosso

tramontava, e circondava di unʼaureola dʼoro la prospettiva lontana.

Il cielo grigio brillava di pagliuzze lucenti, come un velo ricamato

a liste dorate. Una pianura interminabile, cielo e terra, senza

ondulazioni, sʼallargava, fuggiva a me dinanzi, nascondendosi poco a

poco sotto lʼinvasione delle tenebre che si avanzavano dallʼOriente.

La Tisza, dalle rive piatte, dalla corrente azzurra e sonnacchiosa,

scorreva maestosamente verso il giallo Danubio, che serpeggia come

un boa, e la beve, per rigettarla ben tosto nei fiotti irrequieti

del mar Nero. Più lungi, molto rari, alcuni bianchi villaggi dai

dorati campanili bizantini, che si prenderebbero per greggie in

riposo, chiazzavano il suolo giallastro; e di tanto in tanto, un

campo di tabacco dalle larghe foglie, delle canne acquatiche, dei

girasoli dal cuore nericcio, dei boschetti a foglie verdi pallide,

tremolanti sotto il venticello appena svegliato della sera. Poi, qua

e là, delle specie di grue dallʼaria sinistra, che si rizzavano come

neri patiboli, e servono ad attignere lʼacqua dal fondo dei pozzi ai

margini invisibili.... Poi ancora dei gruppi di ragazze colle braccia

ed i piedi nudi, dalla pelle bruna, colle gonne rialzate, le treccie

ondeggianti, belle e tranquille, che salutavano con un sorriso, di cui

il viaggiatore conserva la memoria. Dalla parte dʼOccidente, ove la

luce era più viva, vedevo alzarsi lentamente da terra, come dei fiocchi

di cotone, la nebbia bianca—quella lanuggine omicida dei paludi, che

sʼapposta come in agguato nella pianura, e uccide chi la respira.

Poi finalmente delle cataste di fieno, rassomiglianti a dromedarii

accoccolati nelle fermate del deserto, e qualche pastore malinconico,

pensieroso, indolente, che segue le ondulazioni delle rare nuvolette

che si bagnano nellʼimmensità. Cosa sogna egli, il solitario della

_puzsta?_

Ogni Ungherese è lʼembrione di un poeta, di un gentiluomo, dʼun

soldato, dʼun patriotta e di un pazzo—Don Chisciotte grave, capace di

tutti gli eroismi e di tutte le frivolità.

Questa pianura dellʼUngheria è grandemente triste, è la solitudine

animata, lʼincerto dellʼOriente che trasalisce sotto gli amplessi

dellʼOccidente. Io portava le lagrime negli occhi e lo scoraggiamento

nel cuore. Ogni passo che facevo verso lʼovest, era un passo

nellʼesilio, ed io sentiva le fibre della patria cader una ad una dal

mio cuore, come si strappano i petali da un fiore. Venne la notte. Mi

lasciai cadere sopra un solco di granturco tagliato, e piansi.

Un solo avvenire si apriva ormai a me dinanzi. Lʼaccettai senza

esitare. Era dar mano ad una creazione. Presi il nome che porto ora,

e mi feci soldato. Entrai in un reggimento dʼussari, a Vienna. Fui

inviato in Boemia, poi in Italia, poi in Polonia. Vi passai quattro

anni.

La rivoluzione del 1848 mi trovò in Galizia sottotenente, promosso

soltanto dalla vigilia.

III.

Il mio reggimento aveva cangiato tre volte di colonnello. Lʼultimo era

un tedesco, il conte Ferdinando Tichter. Io era segretario del suo

predecessore, un ungherese; il conte austriaco desiderò che restassi

a quel posto. Il colonnello Tichter mi spiacque irremissibilmente fin

dalla prima ora. In ricambio, amai sua moglie fin dal primo minuto.

Sei mesi dopo, ci arrivarono, una dietro lʼaltra, le notizie della

rivoluzione in Italia, della rivoluzione in Francia, della rivoluzione

a Vienna. Non saprei dirvi le impressioni opposte, che questi turbini

equinoziali produssero sopra il reggimento interamente ungherese,

e sopra il colonnello meschinamente ed orgogliosamente tedesco. La

notizia del 15 marzo di Pesth mise il colmo allʼesasperazione di

questi, ed allʼodio di queglino.

Di già la Dieta di Presburgo aveva assunto unʼattitudine

rivoluzionaria. Quando la notizia dellʼinsurrezione viennese si sparse

in Pesth, quattro giovani, di cui Petőfi era lʼanima, fecero irruzione

nelle scuole, e trascinarono gli studenti nella via di Hatvan. Si

presentarono dinanzi la stamperia Landerer, e domandarono la stampa

immediata dei _dodici articoli_—i nostri _Diritti dellʼuomo_—e di un

canto di Petőfi.

—Non posso, rispose lo stampatore. Gli scritti mancano

dellʼ_exequatur_ del censore.

—Dovete farlo, rispose Vasvati.

—Allora impadronitevi delle mie macchine, suggerì lo stampatore, ed

obbedirò alla violenza.

—Metto la mano sulle vostre macchine, e impongo agli operaj di

lavorare, sclamò Jokay.

—Ed io aggiungo, riprese Bulyovsky, che non partiremo da qui che

quando il lavoro sia compiuto.

Gli operaj non volevano di meglio. La folla intorno alla stamperia

aumentava di minuto in minuto. Un quarto dʼora dopo, il primo esemplare

dei due scritti appariva. Petőfi montò sopra un tavolo, e li lesse. La

pioggia cadeva a torrenti: la folla resta immobile. Coi dodici articoli

si domandavano tutte le libertà, la eguaglianza dinanzi la legge,

lʼabolizione dei privilegi, lʼautonomia dellʼUngheria, avente il suo

re, imperatore a Vienna. Si esigeva che i soldati ungheresi non fossero

inviati allʼestero, e che i reggimenti stranieri fossero allontanati

dal paese. Le acclamazioni della folla divennero frenetiche. Per la

folla, come pei bambini, il grido è una forza. Petőfi lesse allora la

sua poesia.

Petőfi aveva appena ventiquattro anni, una piccola statura, un viso

magro rischiarato da due occhi neri e risplendenti, lʼaspetto fiero. Si

lasciava accostare difficilmente. Vestiva da contadino e non portava

mai cravatta. Tutti lo conoscevano; lo si amava e lo si detestava

eccessivamente. Egli era fiero, brusco, brutale nella sua franchezza,

democratico intero ed assoluto, coraggioso fino alla storditezza.

Bem, più tardi, lo prese per aiutante: erano degni di essere amici.

Vi racconterò in seguito come morì. La poesia che egli lesse è

intraducibile. Abbiatene il riflesso—il riflesso del sole delle

regioni boreali nellʼinverno.

Della patria al santo appello,

O Magiari, orsù sorgete;

Esser schiavi od esser liberi

È in poter di voi: scegliete.

Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,

Noi giuriamo,

Noi giuriamo

Lʼempio giogo di spezzar.

Questa strofa fu la miccia che mette il fuoco alla mina. Una voce

immensa, la voce di tutto un popolo, scoppiò nel grido: Lo giuriamo!

Sì, essi lo giurarono, e tennero il giuramento dato.

Petőfi continuò:

Fummo schiavi. In servo avello

Gli avi dormono. A noi spetta

Di giurar sui loro tumuli

E compirne la vendetta.

Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,

Noi giuriamo,

Noi giuriamo

Lʼempio giogo di spezzar.

—Noi giuriamo, gridò la folla di nuovo col rumore del tuono.

Petőfi riprese:

Maledetto chi, pugnando,

Di morire avrà timore,

Chi la vita—inutil cencio—

Prezza più del patrio onore.

Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,

Noi giuriamo,

Noi giuriamo

Lʼempio giogo di spezzar.

Lo giuriamo! echeggiò la folla, alzando le mani al cielo per prenderlo

a testimonio.

Petőfi continuò. Si sarebbe detto che la sua voce suonasse il tocco

funebre dellʼAustria.

Più dei ceppi brilla il brando,

E assai meglio il braccio adorna;

Pur di ceppi fummo carichi,

Ora, spada, a noi ritorna.

Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,

Noi giuriamo,

Noi giuriamo

Lʼempio giogo di spezzar.

—Noi giuriamo, urlò la folla, e tutti quelli che avevano una sciabola,

la brandirono.

Le due città, Buda e Pesth, si riscossero allʼeco di quel giuramento.

Petőfi, commosso vivamente, declamò lʼaltra strofa:

Dei Magiari al nome, intera

La sua gloria renderemo,

Lʼonta vil di tanti secoli

Noi col sangue laveremo.

Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,

Noi giuriamo,

Noi giuriamo

Lʼempio giogo di spezzar.

—Lo giuriamo, risuonò, come il coro antico della feste patriottiche

della Grecia, lʼimmensa voce delle due città.

Petőfi fini il suo inno:

Sui sepolcri nostri proni

A pregar un dì vedremo

I redenti nostri posteri,

E dal ciel nʼesulteremo.

Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,

Noi giuriamo,

Noi giuriamo

Lʼempio giogo di spezzar.

—Lo giuriamo, ripetè la folla, ed intuonò lʼintiero ritornello,

illuminandolo di una musica improvvisata, ed aggiungendovi: Viva

lʼUngheria! viva la libertà!

Quando io, alla tavola degli ufficiali, lessi il racconto di questa

scena ed il canto di Petőfi, che io pel primo aveva ricevuto, non restò

più nè un bicchiere nè un tondo sulla tavola: tutto fu gettato in aria,

come per lo scoppio dʼuna bomba. Allʼindomani il colonnello, informato

di questa scena, ci mise tutti agli arresti. Sua moglie ci inviò dello

Champagne e dei fiori. Noi spargemmo in mezzo ai soldati la poesia di

Petőfi.

Da quel giorno, la nostra vita fu un accesso di febbre in permanenza.

Le notizie della nostra patria si succedevano sempre migliori. Il

_Comitato di salute pubblica_ decretava, organizzava, armava la

Guardia nazionale; un Ministero ungherese responsabile era nominato,

e ne facevano parte Luigi Batthyany, il cavaliere dellʼUngheria;

Deak, che più tardi doveva essere il Fabio dellʼautonomia ungherese;

quello Stefano Szechenyi, che durante trentʼanni fu alla testa di

tutti i progressi, di tutte le audacie, di tutte le grandi cose e

le grandi idee del suo paese, e che la catastrofe della rivoluzione

doveva colpire di follia; il principe Eszterhazy, il quale, essendo in

missione come deputato della Dieta presso lʼarciduca Francesco Carlo,

padre dellʼimperatore attuale, e pregato di attendere perchè lʼarciduca

pranzava, sclamò: «Sua Altezza può ben mangiare un piatto di meno,

quando la monarchia è in pericolo!» Kossuth, finalmente, il cui spirito

patriottico animò lʼUngheria, e le rese il sole che aveva illuminato i

Giovanni Hunyad, i Giovanni Zapolya, i Francesco Rakoczy, i Bethlen, i

Bocskay.

Il movimento si propagò alle altre razze, agli altri paesi della corona

di Santo Stefano: Slovacchi, Ruteni, Vendi, Croati, Serbi, Valacchi,

Sassoni, Siculi, Transilvani. Tutti si alzarono al fragore della grande

parola: libertà! eguaglianza! Tutti benedissero lʼiniziativa dei

Magiari. La Dieta di Kolosvar volle avere la sua notte del 4 agosto.

Il grande patriotta Nicola Wesselenyi, che usciva dalle prigioni

dellʼAustria, ottuagenario, cieco, sorse in mezzo ad una fremente

assemblea, e sclamò, parlando dei contadini:

—Che essi non sieno più plebe! che sieno cittadini liberi.

—Sieno! rispose di una voce, come un sol uomo, lʼassemblea levandosi

in piedi.

—Che sieno eguali dinanzi alla legge, come lo siamo noi, riprese

Wesselenyi.

—Sieno! ripeterono i deputati ungheresi.

—Che sieno nostri fratelli, ed abbiano comuni con noi doveri e diritti.

—Sieno! gridò lʼassemblea, coprendo dʼapplausi le parole dellʼoratore.

—Sì, continuò Wesselenyi, sì, che da oggi, giorno della Trinità, in

avanti, tutti partecipino ai benefizii della libertà, dellʼeguaglianza,

della fraternità, questʼaltra santa Trinità politica!

E sedette, mentre lʼassemblea sempre in piedi applaudiva e sanzionava

il nuovo patto, e mentre che lo strepito delle sciabole e mille evviva

annunziavano al di fuori, che non cʼerano più in Transilvania che degli

uomini liberi.

Questa concordia, questa libertà, erano la condanna della monarchia

austriaca. Essa lo comprese, e provvide.

La sede del Governo ungherese fu trasferita a Buda–Pesth. Le

nazionalità annesse ne furono gelose. Tanto bastava. La leva era

trovata, o, a meglio dire, creata. LʼAustria, che aveva già schiacciato

lʼItalia, se ne impadronì. I Croati diedero lʼesempio. Il bano

Jellachich, il ganzo fortunato dellʼarciduchessa Sofia—la fatale

amante del disgraziato duca di Reichstadt,—diede il segnale. «Il mio

cuore è con voi» gli aveva detto quellʼarciduchessa, madre di Francesco

Giuseppe. I Serbi seguirono, poi i Sassoni, poi i Rumeni, poi i Confini

militari.

La Dieta si riunì a Pesth. Essa votò una chiamata di 200,000 uomini, ed

un prestito di 42,000,000 di fiorini. Lo slancio era dato. Le ostilità

cominciarono. Il re, chiamato a Buda, rifiutò di venirvi.

I Serbi batterono lʼesercito ungherese a Szent–Ramas, ove apparve quel

famoso Janku, al quale, più tardi, Francesco Giuseppe doveva dire

quel celebre: _Multum fecisti, Janku, vere multum fecisti!_, che lo

fece passare per un letterato. Il Palatino tentò un colpo di Stato.

Jellachich passò la Drava. La Dieta che voleva ancora restare nella

legalità, inviò una deputazione al re.

La Corte tenne a bada la deputazione.

La deputazione finì collʼaccorgersene.

—A rivederci sulla Drava! disse Batthyany a Jellachich.

—A Pesth, se volete! rispose il venusto Croato: vi risparmio il

disturbo di rendermi visita.

E si pose alla testa del suo esercito, accompagnato dai voti di tutta

la Corte.

—Siamo attaccati da otto parti in una volta, sclamò Kossuth in mezzo

alla Dieta.

Il Palatino fuggì. LʼUngheria si sollevò.

Le truppe ungheresi, che si trovavano in Italia, erano già state

richiamate, ma Radetzky aveva rifiutato di lasciarle partire. Il dì 20

agosto, il re firmò il decreto pel quale i reggimenti ungheresi, nelle

altre provincie dellʼImpero, erano restituiti in Ungheria. Il decreto

fu comunicato al colonnello Tichter, come agli altri capi di corpo.

Il colonnello lo stracciò, sotto il pretesto che non era il ministro

della guerra dellʼImpero, o dellʼimperatore, che glielo significava,

ma il ministro del regno dʼUngheria e del re. Il colonnello era

austriaco nellʼanima, vale a dire idolatra della forza. In conseguenza,

il decreto del diritto non gli pareva legale. Ma per noi era più che

legale.

Attendemmo per cinque giorni lʼordine della partenza. Lʼordine non

venne. La contessa mi disse: Non verrà mai.

Il capitano del 4.º squadrone diede il segnale.

Una mattina, un suono di tromba per la chiamata venne a destarci ad

unʼora inusata. Gli appartamenti del colonnello sporgevano sullʼimmensa

corte della caserma. Egli stava scorrendo la corrispondenza ed i

giornali arrivati da Vienna, e brontolava forte. La contessa leggeva

appo di lui i giornali ungheresi, e sembrava raggiante. A quella

fanfara inattesa, il colonnello si alzò, e corse alla finestra. Aveva

una berretta rossa sul capo, la pipa in bocca, delle pianelle e una

zimarra da camera. Scendendo, prese uno scudiscio. E fu in questa guisa

chʼeʼ si presentò davanti il 4.º squadrone, già pronto e sul punto di

mettersi in marcia.

—Cosa è codesto? gridò il conte Tichter, fulminando dello sguardo il

capitano.

—Colonnello, rispose questi, ponendosi alla testa dello squadrone, noi

partiamo.

—E dove andate?

—A Pesth, colonnello.

—Chi vi ha dato lʼordine della partenza?

—Il ministro della guerra, Lazzaro Meszaros.

—Non conosco i vostri pulcinelli io, ruggì il colonnello; sono il

padrone del reggimento, ed esso non riceve ordini che da me.

—Colonnello, vʼè un padrone di tutti, re per noi, imperatore per voi.

Egli ha approvato il decreto del 20 agosto.

—Andate a costituirvi prigioniero; un Consiglio di guerra giudicherà

la vostra risposta.

—A Pesth sì. Qui no.

Quasi tutto il reggimento era accorso. Il colonnello adocchiò il

capitano del 2.º squadrone, che aveva riunito tutti i suoi; erano per

montar a cavallo.

—Capitano, gli disse, impadronitevi del capitano del 4.º squadrone, e

fate disarmare lʼintero squadrone.

—Colonnello, rispose pulitamente il capitano, date ad un altro

questʼordine parto: anchʼio. Partiamo col 4.º

La tromba suonò la marcia. I due squadroni lasciarono Marienpol. Il

colonnello lasciò andare una spaventevole bestemmia, e rientrò.

Ci aspettavamo che lʼAustriaco allʼindomani si fosse posto alla testa

dei due squadroni che gli restavano, ed avesse raggiunto il 2.º ed il

4.º

Non ne fece nulla. Il giorno dopo, tutti gli ufficiali e sotto

ufficiali gli intimarono la partenza. Bisognò che cedesse, sapendosi

sorvegliato.

—Non vi fidate di lui, mi disse alla sera la contessa. Egli medita un

colpo. Non so quale, ma un tradimento, sicuro.

—Vi è pericolo per voi, signora?

—Non so. Vegliate su me.

Questo «vegliate su me» era la confessione che io attendeva da sei

mesi. Ella sapeva che io lʼamava come un forsennato, e mi tacevo. Suo

marito, egli stesso, mi pareva sospettasse la mia passione. La contessa

non aveva fatto nulla per incoraggiarmi, ma io aveva indovinato che

il mio amore lʼaveva tocca, e che forse meco lo divideva. Come era

bella, Dio mio, quando il suo guardo inebbriato posava su di me, e mi

avviluppava di unʼaureola luminosa!

Partimmo in mezzo agli applausi di tutti gli abitanti di quella città;

le donne ci inviavano dei baci, i vecchi delle benedizioni, i giovani

degli augurii. Il colonnello si tenne sempre alla coda del reggimento,

sotto il pretesto di star vicino a sua moglie, che ci seguiva a

cavallo. Mi feʼ restare presso di sè, onde trasmettere al reggimento

i suoi ordini in ungherese, lingua chʼegli non parlava. Arrivammo al

Dniester. Pioveva da tre giorni: il fiume era ingrossato e torbido.

Bisognava traversarlo a nuoto. Il primo squadrone vi si lanciò; il

terzo lo seguì. Il colonnello non si mosse. Quando tutti furono

allʼaltra riva, egli afferrò con violenza la briglia del cavallo di sua

moglie, dicendole:

—Seguimi.

—Soccorso! gridò la contessa, strappandogli dalle mani la briglia.

Mʼinterposi.

—La signora contessa vuol ella continuare il viaggio verso la sua

contrada? le domandai.

—Sì, lo voglio.

Per sola risposta, il colonnello cavò una pistola dagli arcioni, e

fece fuoco su di me. Mi sbagliò. Tirai a volta mia. Egli cadde. Il

colonnello Tichter era un colosso. Mʼimpadronii allora delle briglie

del cavallo di Amelia, e ci lanciammo nel fiume. Fummo accolti

allʼaltra riva con urrà interminabili: i miei compagni avevano veduto

tutta la scena. Continuammo la marcia. Ci mancavano viveri e denari.

Quel poʼ di pane che i contadini ci somministravano, era dato ai

cavalli, e per nostro conto ci alimentavamo con torzoli di cavoli, di

granturco e di legumi crudi, che si potevano trovare. Avevamo fretta

dʼarrivare.

Altri reggimenti e frazioni di reggimenti fecero come noi.

Entrammo a Buda il giorno memorabile del 28 di settembre 1848.

Le notti degli emigrati a Londra · 第 1 / 23 段