AGL. (_a Mènecle_) E tu... che gli hai risposto?
MÈN. Io... io... gli ho risposto che... veramente... come fratello, non
ha tutti i torti... che però... il torto mio...
AGL. (_energicamente interrompendo_) E chi, per le Dee, e con che
diritto, ha pensato a fartene? Mio fratello forse?... (_a Fània_) E chi
t'ha incaricato?
FÀN. (_impacciato_) Nessuno... ma il mio amor di fratello...
MÈN. (_passando vicino a Fània, rapido e sottovoce_) Bravo! bravo! dài
sotto!...
AGL. Amor di fratello?... Tardi lo senti...
FÀN. Presto o tardi, — è un fatto che non vi vedete quasi mai, peggio
che foste due coniugi spartani; che tu stai chiusa, sola, tutto il
giorno, lui quasi tutto il giorno fuor di casa...
AGL. E che? è forse mio marito un uomo infermo, un uomo invalido, un
uom decrepito...
MÈN. (_dà un balzo per sorpresa_) (Eh!?... che cosa dice?) (_vorrebbe,
tra il serio e il comico, objettare qualcosa ad Aglae, che non gliene
dà il tempo_) Ecco... veramente...
AGL. (_rompendogli la parola e proseguendo il parlar con Fània_) ...
sì... è forse un uom decrepito, che debba serrarsi in casa a far la
guardia alla moglie da mattina a sera, come quei mariti imbecilli
che rubano ad Argo il mestiere, e trovano così il modo più sicuro di
rendersi alle mogli odiosi e insopportabili?[171].
MÈN. (_a sè_) (Ah! volevo dire! ha gusto ch'io stia via!).
AGL. E credi tu, figlio di Epònimo, che la figlia di Epònimo sarebbe
contenta, mentre Atene ha tanto bisogno di lui, di vederselo tutto il
dì ai fianchi...