Lo spazio non ci consente di addentrarci nelle istituzioni _gentili_
tuttora esistenti, in forma più o meno schietta, fra le più diverse
popolazioni selvaggie e barbare, nè di seguirne le traccie nelle storie
primitive dei più o meno inciviliti popoli dell'Asia. Le une o le altre
si trovano dappertutto. Eccone due soli esempi: Prima ancora che fosse
ben conosciuta la _gente_, l'uomo che più si sforzò di fraintenderla,
Mac Lennan, l'ha dimostrata e l'ha descritta esattamente presso i
Calmucchi, i Circassi, i Samoiedi, e presso tre popoli dell'India:
i Warali, i Magari e i Munnipuri. Recentemente M. Kovalevsky l'ha
scoperta e descritta presso gli Psciavi, gli Scevsuri, gli Svaneti ed
altre tribù del Caucaso. Qui non diamo che alcune brevi notizie sulla
_gente_, quale la troviamo fra i Celti ed i Germani.
Le più antiche leggi celte di cui abbiamo notizia ci mostrano la
_gente_ ancora in pieno vigore; nella Irlanda essa vive, almeno
istintivamente, nella coscienza popolare ancor oggi, dopo che
gl'inglesi l'hanno violentemente distrutta; nella Scozia essa era
ancora in tutto il suo fiore alla metà del secolo scorso, e anche là
non soggiacque che alle armi, alla legislazione e ai tribunali inglesi.
Le leggi dell'antica Galles, scritte parecchi secoli prima della
conquista inglese e al più tardi nell'undecimo secolo, mostrano ancora
l'agricoltura comune in interi villaggi, benchè solo come avanzo
eccezionale di un costume generale del passato; ciascuna famiglia aveva
cinque acri per sè, oltre a ciò un campo veniva coltivato in comune
e se ne ripartiva il prodotto. L'analogia coll'Irlanda e colla Scozia
non lascia dubbio che queste comunità di villaggio rappresentavano o
_genti_ o suddivisioni di _genti_, quand'anche un nuovo esame delle
leggi del paese di Galles, pel quale mi manca il tempo (i miei estratti
sono del 1869), non dovesse provarlo più esattamente. Ma ciò che le
fonti della Galles, e con esse le irlandesi, provano direttamente, è
che fra i Celti la famiglia sindiasmica, nell'undecimo secolo, non
era ancora stata affatto soppiantata dalla monogamia. Nella Galles
un matrimonio non diveniva indissolubile, o tale, per dir meglio, che
non si potesse più disdire, se non dopo sette anni. Se mancavano tre
sole notti ai sette anni, gli sposi potevano divorziare. Allora si
spartiva la roba; la donna divideva, l'uomo sceglieva la sua parte. I
mobili venivano ripartiti giusta certe regole molto umoristiche. Se era
l'uomo che scioglieva il matrimonio, egli doveva rendere alla donna la
sua dote e qualcosa in più; se era la donna, essa riceveva meno. Dei
figli, due restavano all'uomo, uno, quello di età mediana, alla donna.
Se la donna, dopo la separazione, prendeva un altro uomo, e il primo
marito la reclamava di nuovo, essa doveva seguirlo, anche se avesse
già un piede nel nuovo talamo. Ma se i due avevano convissuto sette
anni, erano marito e moglie anche senza la formalità delle nozze. La
castità delle ragazze prima del matrimonio non era punto rigorosamente
custodita o richiesta; le norme vigenti in proposito erano estremamente
frivole e punto rispondenti alla morale borghese. Se una moglie
commetteva adulterio, il marito poteva bastonarla (era questo uno dei
tre casi, nei quali ciò gli era concesso; negli altri casi incorreva in
una pena), ma non gli era permesso poi di chiedere altro risarcimento,
perciocchè «per lo stesso fallo vi deve essere o espiazione o vendetta,
ma non le due cose insieme». I motivi pei quali la donna poteva
chiedere il divorzio, senza perdere con ciò alcuno dei suoi diritti,
erano molto larghi: bastava che il marito avesse l'alito cattivo. Il
riscatto in denaro da pagarsi al capo o re della tribù pel diritto
della prima notte (_gobr merch_, donde il nome medioevale _marcheta_,
in francese _marquette_), tiene una gran parte nel libro delle leggi.
Se aggiungeremo, che è dimostrata in Irlanda l'esistenza di rapporti
analoghi; che anche ivi erano molto in uso i matrimonii temporanei,
e che alla donna, in caso di separazione, erano guarentiti grandi
vantaggi, e regolati nel modo più coscienzioso, perfino un indennizzo
pei servigi domestici resi, che ivi a una «prima moglie» se ne trovano
accanto delle altre, e nella ripartizione delle eredità non è fatta
differenza tra figli legittimi ed illegittimi — noi avremo del connubio
sindiasmico un quadro, di fronte al quale appare severa la forma di
connubio in vigore nell'America del Nord, ma tale che non può recar
meraviglia nell'undecimo secolo in un popolo, che al tempo di Cesare
viveva ancora col connubio per gruppi.
La _gente_ irlandese (_sept_; la tribù chiamavasi _clainne_, clan) non
è solo constatata e descritta dagli antichi libri di diritto, ma anche
dai giuristi inglesi del secolo XVII inviati colà per la trasformazione
del territorio dei _clans_ in demanio del re inglese. Il suolo era
rimasto sino allora proprietà comune del _clan_ o della _gente_,
in quanto non fosse stato già trasformato dai capi in loro demanio
privato. Se moriva un compagno _gentile_, e per conseguenza cessava una
economia domestica, il capo (i giuristi inglesi lo chiamavano _caput
cognationis_) faceva una nuova distribuzione di tutto il territorio
fra le restanti famiglie. In generale questa distribuzione dev'essersi
fatta giusta le norme vigenti in Germania. Ancor oggi le campagne di
alcuni villaggi — che quaranta o cinquant'anni fa erano molto numerosi
— formano il cosiddetto _rundale_. I contadini, fittaiuoli particolari
del terreno, che una volta era comune alla _gente_ e che poi fu
rubato dal conquistatore inglese, pagano ciascuno il proprio fitto, ma
riuniscono tutti i lotti di campo e di prato e, secondo la posizione e
la qualità, li ridividono in _Gewanne_, come si dice sulla Mosella, e
danno a ciascuno la sua parte in ogni _Gewann_; il terreno paludoso e
i pascoli sono sfruttati in comune. Ancora cinque anni fa si rifaceva
il riparto di tempo in tempo, e in molti luoghi annualmente. La carta
topografica di un villaggio-_rundale_ rispecchia quelle delle borgate
tedesche della Mosella o dell'_Hochwald_. La _gente_ sopravvive anche
nelle «fazioni». I contadini irlandesi si dividono spesso in partiti
che, sembrando fondati sopra divergenze assurde o prive di senso,
sono affatto inesplicabili per gli Inglesi, e pare non abbiano altro
scopo che le popolari solenni zuffe di una fazione contro l'altra.
Sono artificiali reviviscenze, sostitutivi postumi delle _genti_
distrutte, che mostrano a modo loro la persistenza degli istinti
_gentili_ ereditati. Per altro in molte contrade i compagni _gentili_
stanno ancora insieme a un dipresso sull'antico territorio; così, ancor
dopo il 1830, la grande maggioranza degli abitanti della contea di
_Monaghan_ non aveva che quattro nomi di famiglie, discendeva cioè da
quattro _genti_ o _clans_[21].
Nella Scozia il tramonto dell'ordinamento _gentile_ data
dalla sconfitta della sollevazione del 1745. Quale anello di
quest'ordinamento rappresenti specialmente il _clan_ scozzese, è ancora
da indagare; ma che esso ne sia uno, è indubitato. Nei romanzi di
Walter Scott noi ci vediamo dinanzi vivente questo _clan_ dell'alta
Scozia. Esso è, dice Morgan, «un perfetto modello della _gente_
nella sua organizzazione e nel suo spirito, un esempio evidente della
dominazione della vita gentilizia sui _gentili_... Nelle loro guerre
e nelle loro vendette, nella distribuzione del territorio per _clans_,
nello sfruttamento in comune del terreno, nella fedeltà dei membri del
_clan_ verso il capo e tra loro, noi ritroviamo dappertutto i tratti
della società _gentile_... La discendenza seguiva il diritto paterno,
sicchè i figli degli uomini rimanevano nel _clan_, quelli delle donne
passavano al _clan_ del padre». Ma che nella Scozia regnasse un tempo
il diritto materno, lo prova il fatto che, nella famiglia reale dei
Picti, secondo Beda, vigeva la successione in linea femminile. Anzi, un
tratto della famiglia _punalua_ erasi conservato, come negli abitanti
del paese di Galles, così anche fra gli Scozzesi, sin nel medio-evo, ed
era il diritto della prima notte, che il capo del _clan_ o il re, quale
ultimo rappresentante dei mariti comuni d'un tempo, era autorizzato ad
esercitare su ogni sposa, se quel diritto non veniva riscattato con una
somma di denaro.
—————
È cosa certa che i Germani, sino alla invasione dell'Impero romano,
erano organizzati in _genti_. Essi debbono aver occupato il territorio
tra il Danubio, il Reno, la Vistola e il mare del Nord solo pochi
secoli prima della nostra êra; i Cimbri e i Teutoni erano ancora in
piena migrazione e gli Svevi non trovarono sedi fisse che al tempo
di Cesare. Di essi Cesare dice esplicitamente che si erano stabiliti
per _genti_ e per parentele (_gentibus cognationibusque_), e in
bocca di un Romano della _gente_ Giulia questa parola «_gentibus_»
ha un significato preciso che non si cancella coi sofismi. Ciò
poteva dirsi di tutti i Germani; perfino la colonizzazione nelle
provincie romane conquistate pare siasi fatta per _genti_. Nel diritto
nazionale alemanno è confermato che il popolo si stabilì per _genti_
(_genealogiae_), sul terreno conquistato al sud del Danubio, e la
parola _genealogia_ viene adoperata nell'identico senso, come più
tardi comunità di _marca_ o di villaggio[22]. Kovalevsky sostenne di
recente che queste _genealogiae_ fossero le grandi comunità domestiche,
tra le quali era distribuito il terreno, e dalle quali svilupparonsi
poi le comunità di villaggio. Lo stesso potrebbe dirsi della _fara_,
con che i Burgundi e i Longobardi — cioè una stirpe gotica e una
stirpe _erminonica_ o alto-tedesca — designavano a un dipresso, se non
precisamente, quello stesso che il libro delle leggi alemanne con la
parola _genealogia_. È il caso d'indagare più da vicino di che cosa —
se _gente_ o comunità domestica — effettivamente si tratti.
I monumenti linguistici non risolvono il dubbio se tutti i Germani
avessero un'espressione comune per designare la _gente_, e quale essa
fosse. Etimologicamente la parola corrisponde al greco _genos_, al
latino _gens_, al gotico _kuni_, all'alto-tedesco mediano _künne_,
ed è anche usata nel medesimo senso. Ciò che ci richiama ai tempi
del diritto materno, è che il nome, che serve a indicare la donna,
proviene dalla stessa radice: greco _gyne_, slavo _zena_, gotico
_qvino_, vecchio norvegese _kona_, _kuna_. Presso i Longobardi e i
Burgundi troviamo, come si è detto, _fara_, che Grimm deriva da una
radice ipotetica, _fisan_, _generare_. A me parrebbe più evidente
la derivazione da _faran_, _migrare, viaggiare_, come designazione
di una sezione fissa di emigranti, la quale, è quasi sottinteso,
si componeva di parenti; tale designazione, nel corso di parecchi
secoli di migrazione, prima verso l'Est, poi verso l'Ovest, sarebbe
venuta naturalmente e a poco a poco a indicare tutta una comunità del
medesimo ceppo. Vi è inoltre il gotico _sibja_, in anglosassone _sib_,
nel vecchio alto-tedesco _sippia_, _sippa_: _parente_. Nell'antico
norvegese non se ne trova che il plurale _sifjar_, _i parenti_; il
singolare non si usava che come nome di una dea, _Sif_. — E finalmente
troviamo un'altra espressione nella canzone d'Ildebrando, dove
Ildebrando chiede ad Adubrando «quale fra gli uomini di quel popolo
fosse suo padre.... o di quale schiatta sei tu» (_eddo huêlihhes
cnuosles du sis_). Finchè vi fu un nome alemanno comune per la _gente_,
questo dev'essere stato il gotico _kuni_, e ciò non solo per l'identità
con la corrispondente espressione delle lingue sorelle, ma anche
pel fatto che da esso deriva la parola _kuning_, re, che in origine
significa il capo d'una _gente_ o d'una tribù. La parola _sibja_,
_parente_, non sembra che c'entri: almeno perchè _sifjar_ nel vecchio
norvegese significa non solo consanguinei ma anche cognati, e abbraccia
quindi i membri di almeno _due genti_; _sif_ non può quindi essere
stato l'equivalente di _gente_.
Come fra i Messicani e fra i Greci, anche fra i Germani l'ordine di
battaglia, tanto dello squadrone di cavalleria quanto della colonna
a cuneo della fanteria, veniva disposto per corporazioni _gentili_.
Se Tacito dice: _per famiglie e per parentele_, questa espressione
indeterminata si spiega col fatto che, all'epoca sua, la _gente_ aveva
cessato da un pezzo di essere in Roma un'associazione vivente.
È decisivo un passo di Tacito nel quale è detto: il fratello della
madre considera i suoi nipoti come suoi figli, anzi alcuni ritengono
il vincolo di sangue tra zio materno e nipote ancora più sacro e più
stretto che quello tra padre e figlio, sicchè, quando richiedonsi
ostaggi, il figlio della sorella è tenuto per una garenzia maggiore che
non il proprio figlio di colui che si vuol vincolare. — Qui noi abbiamo
un tratto vivente della _gente_ organizzata giusta il diritto materno,
cioè primitiva, e ci è dato come qualche cosa di particolarmente
caratteristico ai Germani[23]. Se un compagno di una tale _gente_
dava il proprio figlio in pegno di una promessa e lo lasciava cader
vittima della violazione del patto, egli non dovea risponderne che
a sè stesso. Ma se il sacrificato era il figlio della sorella, era
violato il più sacro dei diritti _gentili_; il più prossimo parente
_gentile_, cui spettava prima che ad ogni altro la difesa del fanciullo
o dell'adolescente, era colpevole della sua morte; egli o non doveva
darlo come ostaggio o doveva osservare il contratto. Se non avessimo
alcun'altra traccia di costituzione _gentile_ presso i Germani, questo
solo passo basterebbe.
Ma ancor più decisivo, perchè posteriore di circa otto secoli, è un
passo del canto vecchio-norvegese sul crepuscolo degli dei e sulla fine
del mondo, la _Völuspâ_. In questa «visione della profetessa», in cui,
com'è ora dimostrato da Bang e Bugge, sono intrecciati anche elementi
cristiani, si dice, descrivendo il tempo della corruzione e della
depravazione generale che prepara la grande catastrofe:
_Broedhr munu berjask ok at bönum verdask_
_munu_ SYSTRUNGAR _sifjum spilla._
«I fratelli si combatteranno e si assassineranno a vicenda, e
_i figli delle sorelle_ romperanno la parentela». _Systrungar_
sono i figli della sorella della madre, e che questi rinneghino
la loro consanguineità appare al poeta un delitto ancora più
grave dell'assassinio del fratello. La maggior gravità deriva dal
_systrungar_, che indica la parentela dal lato materno; se invece
di questa parola, vi fosse _syskina-börn_ o _syskina synir_, figli
di fratelli e sorelle (cugini in genere)[24], la seconda linea di
fronte alla prima non significherebbe aggravamento, ma attenuazione
del delitto. Quindi, anche al tempo dei _Vikinghi_, quando nacque la
_Völuspâ_, non era ancora cancellato in Scandinavia il ricordo del
diritto materno.
Del resto, il diritto materno, al tempo di Tacito, almeno fra quei
Germani che gli erano più noti, aveva ceduto il posto al diritto
paterno; i figli ereditavano dal padre; se non c'erano figli,
ereditavano i fratelli e gli zii paterni e materni. L'ammissione
del fratello della madre all'eredità si connette col perdurare del
costume testè ricordato e prova essa pure quanto fosse di origine
recente il diritto paterno fra i Germani. Sino in pieno medioevo si
ritrovano traccie di diritto materno. Pare che anche allora non vi
fosse ancora molta fiducia nella paternità, sopratutto fra i servi;
così, se un signore feudale d'una città reclamava un servo fuggito,
la qualità di servo nel fuggitivo, per esempio ad Augusta, a Basilea
e a Kaiserslautern, doveva venir giurata da sei dei suoi più prossimi
consanguinei, e questi esclusivamente dal lato materno. (MAURER,
_Städteverfassung_, I.º, pag. 381).
Un altro avanzo del diritto materno appena estinto, ce lo mostra il
rispetto dei Germani pel sesso femminile, quasi incomprensibile ai
Romani. Donzelle di nobile famiglia erano, nei trattati coi Germani, i
più sicuri ostaggi; il pensiero che le loro mogli e figliuole potessero
cadere in prigionia o in ischiavitù era terribile per essi e stimolava
più di ogni altro il loro coraggio in battaglia; essi vedevano nella
donna qualche cosa di sacro e di profetico, ne ascoltavano il consiglio
anche nei frangenti più gravi; così Veleda, la sacerdotessa dei
Brutteri sul fiume Lippe, fu l'anima di tutta quella sollevazione dei
Batavi, nella quale Civile, alla testa dei Germani e dei Belgi, scosse
tutta la dominazione romana nelle Gallie. In casa, la supremazia delle
donne sembra incontestata; esse, i vecchi e i fanciulli, debbono,
è vero, attendere ad ogni lavoro; l'uomo caccia, beve o poltrisce.
Lo dice Tacito, ma poichè egli non dice chi coltivasse il campo,
e dichiara formalmente che gli schiavi non prestavano altro che un
tributo, senza lavori servili, la massa degli uomini adulti avrà ben
dovuto fare almeno il poco lavoro, che l'agricoltura richiedeva.
La forma del matrimonio era, come già si è detto, un connubio
sindiasmico che mano mano si avvicinava alla monogamia. Non era
ancora la stretta monogamia, perchè la poligamia era permessa ai
notabili. In generale si teneva severamente alla castità delle
fanciulle (all'opposto dei Celti) e Tacito parla altresì con un
calore particolare della inviolabilità del vincolo coniugale fra i
Germani. Solo l'adulterio della donna egli indica quale motivo di
divorzio. Ma il suo racconto lascia qui molte lacune e tradisce troppo
l'intenzione di proporre un esempio di virtù ai dissoluti Romani.
Invero: se i Germani erano, nelle loro foreste, così eccezionali
cavalieri di onestà, come mai bastò il più piccolo contatto col mondo
esteriore per farli scendere al livello medio della restante umanità
europea? L'ultima traccia della loro severità di costumi svanì, tra
i Romani, ancor più presto del loro linguaggio. Leggasi solo Gregorio
di Tours. Che nelle antiche foreste germaniche non potesse esistere il
raffinato eccesso di sensualità che regnava in Roma, s'intende da sè,
e così resta ai Germani, anche sotto questo rapporto, un sufficiente
vantaggio in confronto al mondo romano, senza bisogno di attribuir loro
un'astinenza sessuale, che non esistì mai, in verun luogo, presso un
intero popolo.
Dalla costituzione _gentile_ provenne il dovere di ereditare le
inimicizie come le amicizie del padre o dei parenti; così pure la
«composizione», sostituita alla vendetta, per l'omicidio o per le
offese. Questa «composizione», che, soltanto una generazione fa,
era ancora considerata come una specifica istituzione germanica, la
si ritrova ora presso centinaia di popoli come una forma mitigata
ed universale della vendetta, derivante dall'ordinamento _gentile_.
La troviamo, al pari dell'obbligo della ospitalità, tra gli altri,
presso gli Indiani dell'America; la descrizione del come era praticata
l'ospitalità, secondo Tacito (_Germania_, cap. 21), è quasi la stessa,
sino nei minuti particolari, che Morgan ci dà dei suoi Indiani.
La disputa calorosa ed interminabile, se i Germani di Tacito avessero
già definitivamente distribuito l'agro lavorato, e come debbansi
interpretare i relativi passi, appartiene ora al passato. Dacchè presso
tutti i popoli fu dimostrata la coltivazione in comune dei campi fatta
dalla _gente_, e in seguito da comunistiche associazioni di famiglie,
che Cesare constata ancora fra gli Svevi, e più tardi l'assegnazione
dei campi a famiglie particolari con redistribuzioni periodiche; dacchè
fu stabilito che queste redistribuzioni periodiche dell'agro lavorato
si conservarono quà e là fino ai nostri giorni nella stessa Germania,
non è il caso di spendervi intorno altre parole. Se dall'agricoltura
in comune, che Cesare attribuisce esplicitamente agli Svevi (presso di
essi, dice egli, non vi erano terreni ripartiti o terreni privati),
i Germani, nei 150 anni corsi sino a Tacito, erano passati alla
coltivazione particolare con redistribuzione annua del terreno, è
questo in verità progresso sufficiente; il passaggio da quello stadio
alla piena proprietà privata dei terreni, in così breve intervallo e
senza estranee ingerenze, implicherebbe semplicemente l'impossibile.
Per conseguenza, io leggo in Tacito solo quello che egli seccamente
dice: essi si scambiano (o redistribuiscono) ogni anno il terreno
coltivato, e sopravvanza ancora un vasto spazio di terreno comune.
È lo stadio dell'agricoltura e dell'appropriazione del terreno, che
corrisponde esattamente alla costituzione dei Germani d'allora.
Lascio inalterato il brano precedente, quale sta nelle precedenti
edizioni, sebbene la questione nel frattempo abbia assunto un altro
aspetto. Dopochè Kovalevsky ha dimostrato (veggasi più sopra a pag.
73) l'esistenza di una comunità domestica patriarcale, molto se non
universalmente diffusa, che avrebbe formato lo stadio intermedio tra la
famiglia comunistica a diritto materno e la famiglia isolata moderna,
non si tratta più di discutere, come fanno ancora il Maurer e il
Waitz, se la proprietà della terra fosse comune o privata, bensì qual
fosse la _forma_ della proprietà comune. Non vi è alcun dubbio che al
tempo di Cesare, fra gli Svevi, non solo la proprietà era comune, ma
anche la coltivazione si faceva in comune e per conto comune. Si potrà
invece ancora discutere a lungo se l'unità economica fosse la _gente_
o la comunità domestica, o un gruppo comunistico di parenti intermedio
fra le due; o se pure i tre gruppi coesistessero, a seconda delle
condizioni del terreno. Ma ora Kovalevsky sostiene che lo stato di
cose descritto da Tacito presuppone non già la società della _marca_ o
del villaggio, ma la comunità domestica; e che solo da quest'ultima si
sarebbe poi più tardi sviluppata la comunità di villaggio, per effetto
dell'incremento della popolazione.
Posto ciò, le colonie dei Germani sul territorio da essi occupato al
tempo dei Romani, come su quello tolto più tardi ai Romani stessi,
sarebbero state composte non di villaggi, ma di grandi comunità
domestiche, abbraccianti parecchie generazioni, e le quali prendevano
a coltivare proporzionate distese di territorio, e del terreno
incolto circostante giovavansi come di _marca_ in comune coi vicini.
Se così è, il passo di Tacito sul cangiamento del terreno coltivato
dovrebbesi intendere effettivamente in senso agronomico: che cioè la
comunità coltivava ogni anno una distesa diversa, lasciando a maggese
o addirittura lasciando di nuovo inselvatichire il campo lavorato
nell'anno antecedente. Stante la scarsezza della popolazione, rimaneva
allora sempre abbastanza terreno incolto, per rendere inutile ogni
contesa pel possesso terriero. Solo dopo secoli, allorchè il numero
dei membri della comunità domestica fu tanto aumentato, che diventò
impossibile, nelle condizioni della produzione di quel tempo, la
economia in comune, essi si sarebbero sciolti, e i campi e i prati
già comuni sarebbero stati ripartiti, nei noti modi, fra le economie
domestiche individuali, che oramai si venivano formando, dapprima
temporaneamente, e poi definitivamente, mentre i boschi, i pascoli e le
acque rimasero comuni.
Questo processo evolutivo sembra essere storicamente dimostrato per
la Russia. Per quanto riguarda l'Allemagna e, in seconda linea, gli
altri paesi germanici, è innegabile che questa ipotesi spiega meglio
le fonti sotto molti rapporti, e risolve le difficoltà più facilmente
che non l'altra finora adottata, che faceva risalire fino a Tacito le
comunità di villaggio. I più antichi documenti, quelli, ad esempio,
del _Codex Laureshamensis_, si spiegano in complesso assai meglio
mercè la comunità domestica che non colla comunità di _marca_ e di
villaggio. La nuova ipotesi, d'altro canto, schiude, a sua volta,
il varco a nuove difficoltà e a nuove questioni, che dovranno venir
risolute. Solo nuove indagini potranno essere decisive; ma io non posso
contestare che lo stadio intermedio della comunità domestica ha per sè
moltissima probabilità anche per la Germania, per la Scandinavia e per
l'Inghilterra.
Mentre ai tempi di Cesare i Germani hanno appena fissato stabili
residenze e in parte ne vanno ancora in traccia, ai tempi di Tacito
essi hanno già dietro di sè un intero secolo di stabilità; ed è
innegabile un corrispondente progresso nella produzione dei mezzi
di sussistenza. Abitano in case di tronchi; le loro vesti tengono
ancora assai della primitiva selvatichezza boschereccia; un grossolano
manto di lana, pelli di animali, e, per le donne e le persone più
ragguardevoli, sottovesti di lino. Son loro alimenti latte, carne,
frutti selvatici, e, aggiunge Plinio, polenta di avena (ch'è ancora
oggi il piatto nazionale celtico nell'Irlanda e nella Scozia). La
loro ricchezza consiste in bestiame, ma questo è di cattiva razza;
i buoi, piccoli, miseri, senza corna; i cavalli, piccoli _poneys_ e
non da corsa. Il denaro era raro e poco usato, e soltanto romano. Non
lavoravano nè apprezzavano l'oro e l'argento; il ferro era raro, e,
almeno nelle tribù sul Reno e sul Danubio, quasi soltanto, a quanto
pare, importato, non procurato da loro. La scrittura runica (imitata
da caratteri greci o latini) esisteva soltanto come scrittura segreta
e non veniva adoperata che a magie religiose. I sacrifizii umani
erano ancora in uso. Insomma, abbiamo qui un popolo elevatosi allora
allora dallo stadio medio al superiore della barbarie. Ma, mentre alle
tribù confinanti immediatamente coi Romani la facile importazione dei
prodotti dell'industria romana impediva lo sviluppo di una industria
tessile e metallurgica indipendente, se ne formava una indubbiamente al
nord-est, sul Baltico. I pezzi di armatura trovati nelle paludi dello
Schleswig — lunga spada di ferro, giaco di maglie, elmo d'argento,
ecc., con monete romane della fine del secondo secolo — e gli oggetti
in metallo di fabbricazione germanica diffusi colla migrazione dei
popoli, rivelano un tipo affatto proprio e già assai sviluppato, anche
dove si accostano a modelli originariamente romani. L'immigrazione
nell'Impero romano incivilito pose termine dappertutto a questa
industria indigena, eccetto in Inghilterra. Con quanta unità di tipo
si fosse formata e avesse progredito questa industria, lo mostrano, ad
esempio, i fermagli di bronzo; quelli trovati in Borgogna, in Romania
e sul mar d'Azof, potrebbero essere usciti dalla stessa officina che
allestì gli inglesi e gli svedesi e sono tutti senza dubbio d'origine
germanica.
Anche la costituzione corrisponde allo stadio superiore della
Barbarie. In generale esisteva, secondo Tacito, il Consiglio dei
capi (_principes_) che decideva negli affari di minor conto, ma
apparecchiava i più importanti per la decisione dell'assemblea del
popolo; questa esiste anche nello stadio inferiore della Barbarie,
almeno là dove noi la conosciamo, fra gli Americani, ma solo per la
_gente_, non ancora per la tribù o per la federazione di tribù. I
capi (_principes_) si distinguono ancora nettamente dai duci di guerra
(_duces_), precisamente come fra gli Irocchesi. I primi vivono già in
gran parte dei donativi d'onore, in bestiame, grano, ecc., recati dai
compagni della tribù; essi vengono eletti, come in America, per lo
più dal seno della stessa famiglia; il passaggio al diritto paterno
favorisce, come in Grecia ed in Roma, la graduale trasformazione
dell'elezione in eredità e con ciò la formazione di una famiglia di
nobili in ogni _gente_. Questa antica cosiddetta nobiltà di tribù
si perdette per la maggior parte durante la migrazione dei popoli o
subito dopo. I duci degli eserciti venivano eletti, senza riguardo
all'origine, solo per idoneità. Essi avevano poco potere e dovevano
influire coll'esempio; lo speciale potere disciplinare dell'esercito
è da Tacito chiaramente attribuito ai sacerdoti. L'effettivo potere
risiedeva nell'assemblea del popolo. Il re o il capo della tribù
presiede; il popolo decide — no: col mormorio; si: coll'acclamazione
e con lo strepito delle armi. Essa è insieme assemblea giudiziaria;
in essa si presentano e si giudicano le querele, essa pronunzia le
sentenze di morte, e la morte è comminata solo per la codardia, pel
tradimento del popolo e pei vizi contro natura. Anche nelle _genti_ e
in altre suddivisioni, la collettività giudica sotto la presidenza del
capo, che, come in tutti i tribunali primitivi germanici, non poteva
essere che il direttore del dibattito e l'interrogatore; arbitra fin
dal principio e dappertutto era sempre, fra i Germani, la collettività.
Sin dal tempo di Cesare si erano formate federazioni di tribù; in
alcune c'era già il re; il supremo condottiero dell'esercito, come
presso i Greci ed i Romani, aspirava già alla tirannide e talvolta
l'otteneva. Tali fortunati usurpatori non erano punto padroni assoluti;
nondimeno, cominciavano già a spezzare i vincoli della costituzione
_gentile_. Mentre un tempo gli schiavi affrancati occupavano una
posizione subordinata, perchè non potevano appartenere a nessuna
_gente_, presso i nuovi monarchi tali favoriti pervenivano spesso ai
gradi, alla ricchezza e agli onori. Lo stesso avvenne dopo la conquista
dell'Impero romano fatta dai duci dell'esercito, divenuti allora re di
vaste contrade. Presso i Franchi, gli schiavi e gli affrancati del re
sostennero una gran parte, prima alla Corte, poi nello Stato; in gran
parte la nuova nobiltà discese da essi.
Una istituzione favorì il sorgere della monarchia: le compagnie
militari (_comitati_ di Tacito). Già fra i Pellirosse americani
vedemmo, come accanto alla costituzione _gentile_ si formino di proprio
moto associazioni private per fare la guerra. Queste associazioni
private, presso i Germani, erano già divenute associazioni permanenti.
Duci di eserciti, che si erano procacciata una fama, raccoglievano
a sè d'intorno una schiera di giovani avidi di bottino, obbligati
a personale fedeltà verso il duce, come egli verso di loro. Il duce
li manteneva, faceva loro donativi, li ordinava gerarchicamente: una
guardia del corpo e una schiera agguerrita per le piccole spedizioni,
un corpo completo di uffiziali per le grandi. Per deboli che dovessero
essere queste compagnie, quali anche ci appaiono più tardi, per esempio
in Italia con Odoacre, nondimeno esse formavano già il germe della
rovina dell'antica libertà popolare e si dimostrarono tali durante e
dopo le migrazioni. Poichè, in primo luogo esse favorirono il sorgere
del potere regio. E, in secondo luogo, esse non potevano essere tenute
assieme, come già nota Tacito, che dalle incessanti guerre e dalla
continua rapina. Il bottino divenne scopo. Se il capo della compagnia
non aveva da far nulla nelle vicinanze, egli traeva colla sua milizia
presso altre popolazioni, dove eravi guerra e speranza di bottino; le
truppe ausiliarie germaniche, che in gran copia combatterono sotto
bandiere romane perfino contro Germani, erano in parte composte di
siffatte compagnie. Era il primo embrione dei lanzichenecchi, onta e
maledizione dei tedeschi. Dopo la conquista dell'Impero romano, queste
compagnie del re, insieme ai servi e ai valletti di Corte romani,
formarono il secondo principale elemento della futura nobiltà.
In generale, quindi, le tribù la cui federazione formava il popolo
dei Germani, avevano la stessa costituzione che si era già sviluppata
presso i Greci dei tempi eroici e presso i Romani della cosiddetta
epoca dei re: l'assemblea del popolo, il Consiglio dei capi _gentili_,
il duce dell'esercito, che già anelava a un effettivo potere reale. Era
questa la costituzione più evoluta che potesse in generale scaturire
dall'ordinamento _gentile_; e fu anche la costituzione modello dello
stadio superiore della Barbarie. Quando la società varcò i limiti,
entro i quali bastava questa costituzione, l'ordinamento _gentile_ ebbe
fine: esso fu distrutto, e lo Stato lo sostituì.