Secondo Tacito, i Germani erano un popolo molto numeroso. In Cesare
troviamo un ragguaglio approssimativo della forza dei singoli popoli
tedeschi; egli fa ascendere gli Usipeti e i Tencteri, apparsi sulla
riva sinistra del Reno, a 180,000, comprese le donne e i fanciulli.
Quindi, per ciascun popolo, circa 100,000[25], che è già assai più
degli Irocchesi, ad esempio, i quali, nel loro fiore, non superavano
i 20,000, e furono il terrore dell'intera regione dai grandi laghi
sino all'Ohio e al Potomac. Ciascuno di questi popoli, se noi ci
proviamo ad aggruppare quelli stabilitisi nei pressi del Reno e che,
per le relazioni pervenuteci, ci sono più noti, occupa sulla carta,
all'incirca ed in media, lo spazio di una provincia della Prussia,
a un dipresso 10,000 chilometri quadrati o 182 miglia quadrate
geografiche. Ma la _Germania Magna_ dei Romani, sino alla Vistola,
abbracciava in cifre tonde 500,000 chilometri quadrati. Data una media
di 100,000 individui per ciascun popolo, il totale per la _Germania
Magna_ ammonterebbe a cinque milioni; il che è già molto per un gruppo
di popoli barbari, mentre sarebbe pochissimo per popoli odierni,
che contano 10 teste per chilometro quadrato, o 550 per ogni miglio
quadrato geografico. Ma i Germani non finivano lì. Lungo i Carpazii,
sino alle foci del Danubio, abitavano popoli tedeschi di stirpe gotica,
i Bastarni, i Peukini ed altri, così numerosi che Plinio ne fa la
quinta tribù principale dei Germani, e che, dopo aver servito, 180
anni avanti la nostra êra, quali mercenarii del re macedone Perseo, si
spinsero, nei primi anni di Augusto, sino nella regione di Adrianopoli.
Fossero solo un milione, avremmo, al principio della nostra era, un
totale probabile di almeno sei milioni di Germani.
Presa dimora in Germania, la popolazione dovette crescere con rapidità
accelerata: basterebbero a provarlo i progressi industriali testè
menzionati. Gli oggetti trovati nelle paludi dello Schleswig, come
si desume dalle monete romane che li accompagnavano, sono del terzo
secolo. In quell'epoca esistevano quindi già sul Baltico un'industria
tessile e un'industria metallurgica assai sviluppate, un attivo
commercio coll'Impero romano e un certo lusso nei ricchi — tutte
traccie di popolazione alquanto densa. Ma alla stessa epoca incomincia
anche la guerra generale di aggressione dei Germani su tutta la linea
del Reno, sulla frontiera fortificata dei Romani e sul Danubio, dal
Mare del Nord sino al Mar Nero — prova diretta d'una popolazione sempre
crescente e che tende ad espandersi. Trecento anni durò la lotta,
durante la quale tutta la tribù principale delle popolazioni gotiche
(eccetto i Goti Scandinavi ed i Burgundi) trasse verso il Sud-est e
formò l'ala sinistra della grande linea d'attacco, al centro della
quale gli Alto-tedeschi (Erminoni) sul Danubio superiore, e alla cui
ala destra gli Iskevoni (oggi Franchi) si spingevano sul Reno; agli
Inghevoni toccò la conquista della Britannia. Alla fine del quinto
secolo l'Impero romano giaceva snervato, dissanguato e impotente,
aperto agli invasori Germani.
Eravamo pur dianzi alla culla dell'antica civiltà greca e romana.
Eccoci al suo funerale. Su tutti i paesi del bacino del Mediterraneo
era passata la pialla livellatrice della mondiale dominazione romana,
e ciò per lunghi secoli. Dove non faceva resistenza il greco, tutti
i linguaggi nazionali avevano dovuto cedere a un latino corrotto; non
v'erano più differenze di nazionalità; non v'erano più Galli, Iberi,
Liguri, Norici; tutti eran divenuti Romani. L'amministrazione romana e
il diritto romano avevano sciolti dappertutto gli antichi aggruppamenti
di schiatta, e distrutto con ciò l'ultimo avanzo di indipendenza locale
e nazionale. La qualità di Romano conferita a tutti non offriva un
compenso; essa non esprimeva una nazionalità, ma solo la mancanza di
ogni nazionalità. Gli elementi di nuove nazioni esistevano dappertutto;
i dialetti latini delle diverse provincie si differenziavano sempre
più; i confini naturali, che in passato avevano fatto territorii
indipendenti l'Italia, la Gallia, la Spagna, l'Africa, esistevano e si
sentivano ancora. Ma in nessun luogo esisteva la forza di aggruppare
questi elementi in nuove nazioni; in niun luogo restava traccia di
capacità di sviluppo, di forza di resistenza, e, meno ancora, di una
forza creativa. L'immensa massa umana di quell'immenso dominio non
aveva che un vincolo: lo Stato romano, e questo era divenuto col tempo
il suo peggior nemico ed oppressore. Le provincie avevano annientata
Roma; Roma stessa era divenuta una città di provincia come le altre —
privilegiata, ma non più signora, non più centro dell'Impero mondiale,
non più neppure sede degli imperatori e dei sotto-imperatori, che
risiedevano a Costantinopoli, a Treviri, a Milano. La Stato romano era
divenuto una gigantesca e complicata macchina, non ad altro diretta
che a dissanguare i sudditi. Tributi, requisizioni e prestazioni
forzate di lavoro riducevano la massa della popolazione in una povertà
sempre più desolante; l'oppressione raggiunse l'insopportabile colle
estorsioni dei governatori, dei percettori delle imposte, dei soldati.
A questo era riuscito lo Stato romano col suo dominio universale: esso
fondava il suo diritto all'esistenza sulla conservazione dell'ordine
all'interno e sulla protezione contro i barbari all'estero; ma il suo
ordine era peggiore del più tristo disordine, e i barbari, contro
i quali esso pretendeva difendere i cittadini, venivano da questi
invocati quali salvatori.
La situazione sociale non era meno disperata. Già dagli ultimi tempi
della Repubblica la dominazione romana era riuscita allo sfruttamento
inconsiderato delle provincie conquistate; l'Impero non aveva abolito
questo sfruttamento, al contrario lo aveva disciplinato. Quanto più
l'Impero decadeva, tanto più crescevano tributi e prestazioni, tanto
più spudoratamente i funzionari rubavano ed angariavano. Il commercio
e l'industria non erano state mai il forte dei Romani, dominatori dei
popoli; solo nell'usura essi hanno superato tutto ciò che si fece
prima e dopo di loro. Quel tanto di commercio, che si era trovato
e conservato, andò in rovina sotto le estorsioni dei funzionarii;
quello che perdurò, riguardava la parte greca, orientale dell'Impero,
che esorbita dal nostro quadro. Impoverimento generale, regresso del
commercio, del mestiere, dell'arte, decremento della popolazione,
decadenza delle città, ritorno dell'agricoltura ad uno stadio inferiore
— questo fu il risultato finale della dominazione mondiale romana.
L'agricoltura, il principale ramo di produzione in tutto il mondo
antico, era tale più che mai. In Italia gli immensi latifondi, sin
dalla fine della Repubblica occupanti quasi tutto il territorio, erano
stati utilizzati in due modi: o come pascoli, nei quali la popolazione
era sostituita da pecore e da buoi, la cui custodia non richiedeva
che pochi schiavi; o come ville, dove masse di schiavi esercitavano
l'orticoltura in grande, in parte pel lusso del proprietario, in parte
per lo smercio sui mercati delle città. I grandi pascoli si erano
conservati ed anche estesi; le ville e la loro orticoltura erano
rovinate coll'impoverimento dei loro possessori e colla decadenza
delle città. La coltura dei latifondi, fondata sul lavoro schiavo,
non dava più profitto, ma essa era allora l'unica forma possibile
di grande agricoltura. La piccola coltura era ridivenuta la sola
forma rimuneratrice. Le ville furono frazionate, l'una dopo l'altra,
in piccole parcelle, e concesse ad enfiteuti, che pagavano una data
somma, o a _parziarii_, più fattori che fittaiuoli, che ricevevano il
sesto o appena la nona parte dal prodotto annuo pel loro lavoro. Ma a
preferenza questi piccoli spezzoni di campi erano concessi a coloni,
che pagavano una data somma annua, che erano legati alla gleba e che
potevano essere venduti con questa; essi non erano veri schiavi, ma
neanche liberi, non potevano contrarre matrimonio con liberi, e i
matrimonii tra loro non erano considerati come pienamente validi,
ma, a guisa di quelli degli schiavi, come un semplice concubinato
(_contubernium_). Erano i precursori dei servi del medio-evo.
L'antica schiavitù aveva fatto il suo tempo. Nè in campagna nella
grande agricoltura, nè nelle manifatture delle città essa dava più
un profitto rimuneratore — il mercato pei suoi prodotti non esisteva
più. E la piccola agricoltura e il piccolo mestiere, a cui erasi
ristretta la gigantesca produzione dei tempi floridi dell'Impero, non
aveva posto per numerosi schiavi. Soltanto per gli schiavi domestici
e di lusso dei ricchi c'era ancora posto nella società. Ma la morente
schiavitù bastava ancora tuttavia a far apparire ogni lavoro produttivo
un compito da schiavi, indegno di un libero Romano — e chi non lo
era oramai? Quindi, da un lato, aumentavano le affrancazioni degli
schiavi superflui, divenuti un peso; dall'altro si moltiplicavano
quà i coloni, là i liberi pezzenti (analoghi ai _poor whites_ degli
ex-Stati schiavisti d'America). Il Cristianesimo è affatto innocente
del graduale estinguersi dell'antica schiavitù. Esso ha secondata
la schiavitù per lunghi secoli nell'Impero romano, e in seguito non
ha mai impedito ai cristiani il commercio degli schiavi, nè quello
degli Alemanni nel Nord, nè quello dei Veneziani sul Mediterraneo,
nè più tardi, la tratta dei negri[26]. La schiavitù cessò, perchè
non dava più profitto. Ma la morente schiavitù lasciò dietro il suo
venefico pungiglione, nella proscrizione del lavoro produttivo dei
liberi. Questo il cul di sacco in cui s'era ficcato il mondo romano:
la schiavitù era economicamente impossibile, il lavoro dei liberi era
moralmente bandito. L'una non poteva più essere, l'altro non poteva
essere ancora, la base della produzione sociale. Unico scampo, in
simile caso, una rivoluzione completa.
La situazione non appariva migliore nelle provincie. A questo proposito
è sulle Gallie che abbiamo i maggiori ragguagli. Ivi, allato ai
coloni, c'erano ancora piccoli contadini liberi. Per guarentirsi
dagli arbitrii dei funzionarii, dei giudici e degli usurai, essi si
ponevano sovente sotto la protezione o il patronato di un potente; nè
soltanto gli individui, ma intiere comunità, talchè gli Imperatori,
nel quarto secolo, emanarono in proposito parecchi divieti. Ma che
giovava mai a coloro che cercavano protezione? Il padrone poneva loro
la condizione di trasferire in testa sua la proprietà del loro fondo, e
in ricambio glie ne assicurava l'usufrutto vita durante — gherminella
che ben avvertì la santa Chiesa e che imitò bravamente, nel IX e nel
X secolo, per l'incremento del regno di Dio e della proprietà terrena
sua propria. Vero è che allora, verso l'anno 475, il vescovo Salviano
di Marsiglia inveiva ancora contro simili ladronecci e narrava che
l'oppressione dei funzionarii e dei grandi proprietarii terrieri romani
era divenuta così grave, che molti «Romani» fuggivano nelle contrade
già occupate dai Barbari, mentre i cittadini romani, che vi dimoravano,
nulla temevano di più che di ritornare sotto il dominio romano. Che, in
quel tempo, sovente, per povertà, dei genitori vendessero i loro figli
come schiavi, lo dimostra una legge diretta ad infrenare quest'uso.
Per avere i barbari Germani liberato i Romani dal loro proprio Stato,
tolsero loro due terzi di tutto il territorio e se lo divisero fra
loro. La divisione si fece secondo la costituzione _gentile_; stante
il numero relativamente piccolo dei conquistatori, grandissime zone
rimasero indivise, e proprietà in parte di tutto il popolo, in parte
delle singole tribù e _genti_. In ogni _gente_ i campi e le praterie
erano divisi in parti eguali e sorteggiati tra le singole famiglie;
ignoriamo se, nei primi tempi avessero luogo divisioni periodiche;
comunque, questo costume cessò bentosto nelle provincie romane, e le
parti di ciascuno divennero proprietà privata alienabile, _allodio_.
Il bosco e il pascolo restò indiviso per l'uso comune; quest'uso, come
il modo di coltivazione della campagna divisa, era regolato conforme
all'antico costume e alle deliberazioni della collettività. Come più
la _gente_ stava fissa nel suo villaggio, e i Germani e i Romani a
poco a poco si fondevano, tanto più il vincolo di parentela cedeva a
quello meramente territoriale; la _gente_ si perdeva nella associazione
della _marca_, nella quale tuttavia si ritrovano bene spesso le traccie
della originaria consanguineità dei compagni. Così la costituzione
_gentile_, almeno nei paesi dove conservossi la comunità della _marca_
— il Nord della Francia, l'Inghilterra, la Germania, la Scandinavia
— si trasformò insensibilmente in una costituzione locale, diventando
con ciò atta ad essere assorbita nello Stato. Ma essa serbò tuttavia
il carattere democratico primitivo, proprio a tutta la costituzione
_gentile_, e questo carattere, sopravvissuto anche nelle degenerazioni
successive, fu un arme in mano degli oppressi, che li francheggiò
insino ai tempi moderni.
Se dunque il vincolo del sangue si smarrì presto nella _gente_, ciò
avvenne perchè, anche nella tribù e in tutto il popolo, i suoi organi
degenerarono per effetto della conquista. Sudditanza e costituzione
_gentile_ sappiamo che sono incompatibili. Qui lo vediamo confermato
su vasta scala. I popoli Germani, signori delle provincie romane,
dovevano organizzare questa loro conquista. Ma nè si potevano
accogliere le masse romane nei corpi _gentili_, nè dominarle col
mezzo di questi. Alla testa dei corpi amministrativi locali romani,
la più parte ancor vivi, conveniva porre qualcosa che sostituisse
lo Stato romano, e questo non poteva essere che un altro Stato. Gli
organi della costituzione _gentile_ dovevano quindi trasformarsi
in organi di Stato, e ciò assai rapidamente, poichè le circostanze
urgevano. Ma il rappresentante immediato del popolo conquistatore era
il duce dell'esercito. La sicurezza interna ed esterna del territorio
conquistato richiedeva il consolidamento del suo potere. Il momento era
giunto per la trasformazione del comando militare in monarchia: essa si
compì.
Prendiamo l'Impero dei Franchi. Quivi al popolo vittorioso dei Salii
toccarono in pieno possesso non solo i vasti dominii dello Stato
romano, ma altresì tutte le vastissime zone che, nelle maggiori e
minori società di _marca_ e di distretto, erano rimaste indivise,
massime tutti i grandi territorii boscosi. La prima cosa che fece il
re franco, di semplice comandante supremo divenuto un vero regnante,
fu di tramutare questa proprietà pubblica in proprietà regia, rubarla
al popolo e donarla o concederla al suo seguito. Questo seguito,
originariamente composto della sua scorta personale da guerra e degli
altri sotto-capi dell'esercito, si rafforzò presto non solo con Romani,
cioè con Galli romanizzati, che, per la loro arte dello scrivere, per
la loro coltura, per la loro conoscenza della lingua volgare romana e
dell'idioma scritto latino, come pure del diritto del paese, bentosto
gli divennero indispensabili, ma altresì con schiavi e con affrancati,
che formavano la sua Corte e tra i quali egli sceglieva i suoi
favoriti. A tutti costoro furono dapprima per lo più donati lotti di
territorio pubblico, poi furono loro concessi sotto forma di benefizî,
che da principio per lo più duravano quanto la vita del re; fu così
creata la base di una nuova nobiltà a spese del popolo.
Non basta. La vasta estensione dell'Impero non poteva governarsi coi
mezzi dell'antica costituzione _gentile_; il Consiglio dei capi, se
anche non fosse da lungo tempo cessato, non sarebbesi potuto riunire, e
fu presto sostituito dal seguito permanente del re; l'antica assemblea
del popolo si mantenne in apparenza, ma anch'essa divenne sempre più
nient'altro che la riunione dei sotto-capi dell'esercito e dei grandi
recentemente sorti. I contadini, liberi proprietarii del suolo, la
massa del popolo franco, furono stremati e rovinati dalle eterne guerre
civili e di conquista — queste ultime specialmente sotto Carlo Magno
— quanto lo erano stati i contadini romani negli ultimi tempi della
Repubblica. Essi, che avevano formato in origine tutto l'esercito,
e dopo la conquista della Francia il nucleo di esso, in principio
del nono secolo erano così impoveriti, che appena il quinto degli
uomini poteva ancora servire. Alle leve di liberi contadini, bandite
direttamente dal re, subentrò un esercito composto dei vassalli dei
nuovi grandi, tra i quali anche contadini asserviti, discendenti di
quelli, che prima non avevano conosciuto altro signore che il re, e
ancor prima nessun signore affatto, neanche il re. Sotto i successori
di Carlo, la rovina dei contadini franchi fu consumata dalle guerre
interne, dall'indebolimento del potere regio e dalle corrispondenti
usurpazioni dei grandi, ai quali si aggiunsero allora anche i Conti
di distretto, istituiti da Carlo e aspiranti all'ereditarietà della
carica; finalmente dalle invasioni dei Normanni. Cinquant'anni dopo
la morte di Carlo Magno l'Impero franco giaceva spossato ai piedi dei
Normanni, così come, quattro secoli prima, l'Impero romano ai piedi dei
Franchi.
E non solo l'impotenza all'estero, ma anche l'ordine o piuttosto il
disordine sociale interno era quasi il medesimo. I liberi contadini
franchi nulla ebbero da invidiare ai loro predecessori, i coloni
romani. Rovinati dalle guerre e dai saccheggi, essi avevano dovuto
porsi sotto la protezione dei nuovi grandi o della Chiesa, poichè il
potere regio era troppo debole per proteggerli; ma questa protezione
dovettero pagarla a caro prezzo. Come un tempo i contadini Galli,
essi dovevano trasferire al protettore la proprietà del loro fondo e
tornarlo a ricevere da lui come bene livellario, sotto forme diverse
e mutevoli, ma sempre contro prestazione di servizii e pagamento
di canoni; ridotti a questa forma di dipendenza, essi perdettero
a poco a poco anche la libertà personale; dopo poche generazioni,
la più parte erano già servi. Come presto tramontasse la libertà
del contadino, lo dimostra il catasto di Irminone dell'abbazia di
_Saint-Germain-des-Près_, allora presso ed ora entro Parigi. Sui vasti
tenimenti di questa badìa, sparpagliati nei dintorni, risiedevano
ancora, ai tempi di Carlo Magno, 2788 economie domestiche, quasi tutte
franche con nomi tedeschi. Vi si contavano 2080 coloni, 35 liti, 220
schiavi e solo 8 liberi fittaiuoli! La pratica, dichiarata empia da
Salviano, per la quale il protettore trasferiva in sua proprietà il
fondo del contadino, e non glielo riconcedeva che in usufrutto, e solo
sua vita durante, veniva ora generalmente esercitata coi contadini
dalla Chiesa. Le prestazioni obbligatorie di lavoro, che venivano
sempre più in uso, avevano avuto il loro modello così nelle _angarie_
romane, servizii coattivi per lo Stato, come nei lavori dei compagni di
_marca_ Germani per la costruzione di ponti e strade e per altri scopi
di comune interesse. La massa della popolazione sembra dunque, dopo
quattro secoli, tornata al suo punto di partenza.
Ma ciò non prova che due cose: primieramente, che il congegno sociale
e la distribuzione della proprietà nel crollante Impero romano
avevano pienamente corrisposto allo stadio della produzione d'allora
nell'agricoltura e nell'industria, ossia erano stati inevitabili; e in
secondo luogo, che cotesto stadio della produzione, durante i quattro
secoli seguenti non avendo essenzialmente nè progredito nè regredito,
aveva fatalmente riprodotta la stessa ripartizione della proprietà
e le medesime classi della popolazione. La città, negli ultimi
secoli dell'Impero romano, aveva perduta la sua antica dominazione
sulla campagna, e non l'aveva riacquistata nei primi secoli della
signoria germanica. Ciò presuppone un basso grado di sviluppo tanto
dell'agricoltura quanto dell'industria. Questo insieme di condizioni
produce necessariamente grandi proprietarii fondiarii dominanti e
piccoli contadini dipendenti. Quanto fosse impossibile innestare in una
tale società, da un lato, la romana cultura a schiavi dei latifondi,
dall'altro, la più recente grande cultura con prestazioni obbligatorie
di lavoro, lo provano i giganteschi esperimenti di Carlo Magno, colle
famose ville imperiali, sparite senza quasi lasciar traccia. Essi non
furono continuati che da chiostri, e solo per questi furono fecondi;
ma i chiostri erano corpi di società anormali, basati sul celibato;
essi potevano bensì fare cose eccezionali, ma appunto perciò dovevano
restare eccezioni.
Eppure del cammino se n'era fatto in questi quattro secoli. Se in
principio e in fine troviamo su per giù le stesse classi principali,
cangiati erano però gli uomini che le formavano. Sparita era l'antica
schiavitù, spariti i liberi poveri cenciosi, che disprezzavano il
lavoro come cosa da schiavi. Tra il colono romano e il nuovo servo,
c'era stato il libero contadino franco. Il «vano ricordo e la sterile
lotta» della romanità agonizzante erano morti e sotterrati. Le classi
sociali del nono secolo si erano formate, non già nel pantano di una
civiltà che si dissolve, ma nei dolori del parto di una nuova. La
nuova generazione, così i signori come i servi, era una generazione
di uomini, in paragone dei suoi predecessori romani. Il rapporto fra
potenti signori fondiarii e contadini dipendenti, che era stato per
questi la ineluttabile forma di rovina dell'antico mondo, fu ora
per quelli il punto di partenza di una novella evoluzione. E poi,
per improduttivi che sembrino, questi quattro secoli si lasciarono
dietro un grande prodotto: le moderne nazionalità, la trasformazione
e il nuovo assetto dell'umanità dell'Europa occidentale per la storia
futura. I Germani avevano infatti rivivificata l'Europa, e perciò
la dissoluzione degli Stati del periodo germanico non terminò colla
soggiogazione normanno-saracena, bensì collo svolgersi dei beneficii
e del vassallaggio per ottenere protezione (_Kommendation_) sino al
feudalismo, e con un così grande incremento della popolazione, che
permise, due secoli dopo, di sopportare senza danno i forti salassi
delle crociate.
Ma qual fu la misteriosa magìa con la quale i Germani infusero nuovo
vigore alla morente Europa? Fu forse una innata malìa della razza
germanica, come favoleggiano i nostri storici «sciovinisti?» Niente
affatto. I Germani erano, particolarmente allora, una razza ariana
fornita di alte doti, e in pieno sviluppo di vita. Ma non furono le
loro qualità nazionali specifiche che hanno ringiovanito l'Europa,
bensì semplicemente la loro barbarie: la loro costituzione _gentile_.
La loro capacità e il loro coraggio personale, il loro sentimento di
libertà e il loro istinto democratico, pei quali in tutti gli affari
pubblici ravvisavano un affare proprio, in breve, tutte le qualità che
i Romani avevano perdute e che sole potevano dal fango del mondo romano
modellar nuovi Stati e far crescere nuove nazionalità — che altro erano
se non i tratti caratteristici del barbaro dello stadio superiore —
frutti della sua costituzione _gentile_?
Se essi trasfigurarono l'antica forma della monogamia, se mitigarono il
dominio dell'uomo nella famiglia, se diedero alla donna una posizione
più elevata, ignota al mondo classico, che cosa mai ve li rese idonei,
se non la loro barbarie, le loro consuetudini _gentili_, le loro
qualità ancora vive, retaggio dei tempi del diritto materno?
Se, almeno in tre delle più importanti contrade, Germania, Nord della
Francia e Inghilterra, salvarono un tratto di schietta costituzione
_gentile_ sotto forma di comunità della _marca_ nello Stato feudale,
e diedero con ciò alla classe oppressa, ai contadini, anche nella più
dura servitù medioevale, un appoggio locale e un mezzo di resistenza,
quale non trovarono nè gli antichi schiavi, nè i moderni proletarii
— a che si è dovuto, se non alla loro barbarie, al loro sistema
esclusivamente barbarico di colonizzazione per stirpi?
E finalmente, se poterono sviluppare ed elevare a regola la forma
più mite della servitù già praticata nella patria e nella quale si
trasformò di più in più la stessa schiavitù dell'Impero romano; una
forma, che, come primo notava il Fourier, dà agli asserviti i mezzi per
una graduale emancipazione _come classe_ (_fournit aux cultivateurs
des moyens d'affranchissement_ COLLECTIF _et_ PROGRESSIF); una forma
che perciò si eleva molto più alto della schiavitù, nella quale ultima
non era possibile che la immediata liberazione dell'individuo senza
transizione (l'antichità non offre esempî di abolizione della schiavitù
per mezzo di ribellioni vittoriose) — mentre infatti i servi del
medio-evo riuscirono a poco a poco alla loro emancipazione come classe
— a che lo dobbiamo, se non alla loro barbarie, mercè la quale essi non
erano ancora giunti a una schiavitù completa, nè all'antica schiavitù
del lavoro, nè alla schiavitù domestica orientale?
Tutto quello, che i Germani infusero al mondo romano di robustezza
e di vitalità, era barbarie. Infatti solo dei barbari sono capaci di
ringiovanire un mondo travagliato da un'agonia di civiltà. E lo stadio
superiore della Barbarie, al quale e nel quale i Germani avevano
cercato di elevarsi prima della migrazione dei popoli, era il più
favorevole per siffatto processo. Ciò spiega tutto.