»Dello speco per l'orrido forame
»Pensoso il mira! dei delitti ancora
»Non sazia è in lui la scellerata fame.»
_Spencer._
L'aurora incominciava appena a spuntare, allorchè Morton intese picchiar
dolcemente alla porta della sua stanza, indi la voce della giovine
fanciulla servente che gli chiedea se volesse trasferirsi alla caverna
prima che i dragoni facessero giorno.
Vestitosi in fretta Morton raggiunse la sua giovine guida, che lesta gli
camminava innanzi, portando al braccio un piccolo canestro. Niun
sentiere le additava l'orme ch'ella tenea; inerpicavasi per montagne,
attraversava per valli, e a proporzione dell'innoltrarsi de' due
viandanti, la natura vestiva aspetto più cupo e selvaggio; finalmente
dopo avere camminato una mezz'ora, non videro più che dirupi sparsi qua
e là raramente di dumi.
»Siam noi lontani ancora dal luogo ove ci trasferiamo?» chiese Morton
alla sua conduttrice.
»Un miglio circa, rispose la giovinetta. Noi vi saremo tantosto.»
»E questa strada la fate voi spesso?»
»Ogni due giorni per portare colà comestibili.»
»E non avete timore del trovarvi sola in questi orridi luoghi?»
»Di che dovrei paventare? Non vi capita mai anima vivente, e la mia
padrona mi ha insegnato che non si deve aver paura di nulla, quando si
fanno opere buone.»
»Felice innocenza!» disse Morton fra se medesimo, e seguì la giovine
senza moverle nuove inchieste.
Pervennero ben presto in tal luogo che sembrava altra volta essere stato
selvoso, ma i rovi e le spine tenevano il luogo delle querce e degli
abeti che prima l'ombrarono. Ivi Peggy addentrandosi fra due monti
condusse il suo compagno verso un torrente. Il mormorio sordo, ch'egli
udiva da lungo tempo e che col suo avvicinarsi crescea, lo aveva
preparato in parte allo spettacolo che gli si offerse e che uom non
potea contemplare senza rimanere e stupefatto ed atterrito. Usciti fuor
della gola per cui erano passati, si videro sullo spianato d'un monte,
ricinto da un precipizio profondo oltre a cento piedi, entro il quale
precipitavasi spumeggiando il torrente, che scendea dall'altro lato
della gola trascorsa. L'occhio cercava indarno rintracciare il fondo di
quell'abisso: non si vedea che la nebbia prodotta dall'acque, che
rompeansi nel cader sì dall'alto. Laggiù parea che il torrente si
perdesse nelle caverne sotterranee delle montagne poste all'intorno; poi
a qualche distanza vedeasi riprendere più tranquillo il suo corso.
Intantochè Morton considerava questo spettacolo, in un maestoso e
tremendo, la giovinetta traendolo per le vesti gli disse: »Ecco la
strada che ci resta a fare: seguitemi se vi piace, o signore; ma badate
dove mettete il piede.» Dopo dette le quali cose abbandonò lo spianato
su cui trovavasi, e sorreggendosi or colle mani or coi piedi,
attaccandosi a qualche ramo o punta di roccia, ella imprese la discesa
verso il precipizio dall'orlo del quale si distaccava. Morton agile al
pari che ardito non esitò a seguirla, e scendendo com'ella a ritroso,
cercava ad ogni volta di mettere il piè in sicuro prima di staccar la
mano da' precedenti sostegni, ai quali via via raccomandavasi.
Dopo essersi in questa foggia calati giù per un'altezza di venti piedi,
trovarono un sito ove era lecito fermarsi, e che stava trenta piedi
all'incirca al di sotto del luogo d'onde l'acque si gettavano in
quell'abisso, e settanta piedi lontano dal fondo che le ricevea. Nè andò
guari, così vicino ad essi cadeva la cateratta, che si trovarono molli
inzuppati de' vapori che ne derivavano. Ma gli era d'uopo accostarlesi
ancor di più, e quando furono dieci passi lontano da essa, Morton
osservò una vecchia quercia che atterrata sembrava dal caso, e che
presentava a chi avea vaghezza di attraversare quella voragine un varco
periglioso quanto tremendo. La cima dell'albero situata scorgeasi dalla
riva allora occupata da Morton: le radici infitte stavano all'altra
toccando lo stretto ingresso d'una spelonca, e per traverso a questo
ingresso egli vide una rossa e tetra luce che contrastava in guisa
strana co' raggi del sole, i quali già incominciavano ad indorare la
sommità della montagna.
La giovine condottiera tirò nuovamente per l'abito il suo forestiere, e
poichè il fracasso della cateratta non le permetteva far udire la
propria voce, gli additò a cenni la vecchia quercia, siccome il ponte
sul quale ei dovea passare di là.
Morton la riguardò in aria d'uomo preso da altissimo stupore. Non
ch'egli ignorasse come sotto i passati regni i Presbiteriani avessero
più d'una volta cercato ricovero in mezzo ai boschi, sulle montagne, e
dentro le cavità delle spelonche; ma l'immaginazione di lui non avea mai
dipinto a se stessa un soggiorno cotanto orrendo siccome quello che
allora alla vista gli si parava. Maravigliò anzi che vago siccom'egli
era di procurarsi il riguardo d'ogni più sublime e portentosa fra le
vedute offerte dalla natura, quel luogo avesse potuto sottrarsi alle sue
indagini per tutto il tempo giovanile trascorso in que' montuosi
dintorni. Ma pensò di poi che in sì selvaggio deserto non avrebbero
potuto condurlo nè gli eventi della caccia, nè alcun altro motivo, e che
se quella caverna serviva all'uopo di nascondere qualche vittima della
persecuzione, era giuoco forza il concluderne pochissimi trovarsi che ne
sapessero l'esistenza, e a tal circostanza soltanto essere raccomandata
la segretezza del loro asilo.
Ma più che a ciò si diede a meditare sul modo di passar sopra quello
spaventevole ponte, fatto, per giunta di pericolo, sdruccioloso
dall'acqua della cateratta che lo bagnava. Non che fosse larghissimo lo
spazio da attraversare, ma anche una profondità di piedi fra i sessanta
e gli ottanta, presta ad inghiottire il passeggero, era cosa che
meritava qualche attenzione. Pur si sentia deliberato a tentare
l'arrischievole impresa, quanto ad infondergli vie più coraggio, la sua
giovine condottiera, senza trepidazione valicò sul dorso dell'albero il
precipizio, e tosto ritornò a valicarlo per riunirsi al compagno.
Ben allora Morton invidiò alla giovinetta i suoi piedi scalzi, co' quali
afferrando le scabrosità della corteccia quercina, si assicurava
sovr'essa una salvezza che le scarpe degli stivali non poteano a lui
procacciare. Non quindi più lungo tempo esitò, e avanzandosi intrepido
nel terribile varco, e fissando all'opposta riva gli sguardi, sordo al
romore della cateratta che gli precipitava da vicino, e fattosi forza
per dimenticare la sottostante voragine, si trovò in men d'un baleno
all'ingresso della caverna che avea scorta stando dall'altra sponda.
Quivi fermossi un istante: chè mentre la luce del fuoco di carbone
permetteagli di vedere nell'interno dell'antro, uno sporto di roccia
impediva a lui d'essere osservato da chi soggiornava colà.
Non ravvisò ne' lineamenti di Burley altro cambiamento fuor quello
derivato da una lunga barba grigia che costui aveva lasciato crescere
quando vide a vuoto il suo divisamento di lega co' montanari del Nort.
Seduto per terra, presso del fuoco, colle braccia incrocicchiate e il
capo che pendeagli sul petto, erane la fisonomia non d'inoperoso e
negghiente, ma d'uomo assorto in profonda meditazione.
La giovinetta fe' cenno a Morton ch'ei poteva entrare intanto ch'essa
dal lato opposto aspettavalo.
Appena Burley s'avvide d'un uomo che entrava nella sua caverna, prima ad
affacciarsegli fu l'idea di qualcuno che venisse per arrestarlo, e
deliberato di vender cara la propria vita, corse nella parte dello speco
la più recondita per munirsi d'una sciabola che trasse tosto dal fodero.
»Sig. Burley, gli disse Morton d'un tuono tranquillo, vengo a rinnovare
con voi una conoscenza, che rimase interrotta fin dopo la giornata del
ponte di Bothwell.»
Angustissimo essendo l'ingresso della caverna, le immani rupi sotto
delle quali la natura o i secoli l'aveano scavata, faceano che nella sua
parte interna si udisse meno lo strepito della cateratta, e potessero
vicendevolmente parlarsi ed intendersi quei che vi stavano.
Burley tosto lo riconobbe.
»Tardasti assai, Enrico Morton, gli disse; tu entri nella vigna allorchè
la duodecima ora ha sonato. Ma nulla rileva! Sta scritto che gli ultimi
saranno i primi. Ebbene! sei tu pronto a mettere mano all'opera? se' tu
fra coloro che calpestano sotto il piede i troni e le dinastie, che non
ascoltano altra voce se non se quella che vien di lassù?»
»Mi fa maraviglia, rispose Morton (che volea schivarsi dal rispondere a
sì fitte interrogazioni) che m'abbiate riconosciuto dopo una sì lunga
lontananza.»
»Le fisonomie di coloro che s'accinsero con me ad operare la liberazione
d'Israele mi stanno scolpite nel cuore. E chi avrebbe osato venirmi a
cercare in questo asilo fuorchè il figlio di Silas Morton? — Vedesti tu
qual fragile ponte unisca il mio asilo alla dimora degli uomini: uno
sforzo solo del mio piede può precipitar nell'abisso quel ponte; può
mettermi in istato e di disfidare la rabbia de' nemici che occupassero
l'altra sponda, e di disfogare il mio sdegno sullo sciagurato che avesse
osato varcarlo per innoltrarsi fin qui.»
»Non credo che v'accadrà mai il bisogno di ricorrere a tal genere di
difesa; il vostro asilo è sì inaccessibile!.....»
»Inaccessibile? Non vi sei tu pervenuto? Quello che hai fatto, non
potranno eseguirlo i nemici implacabili congiurati contro di me? Ma ciò
non m'affanna. Amo questo mio asilo sì che nol cambierei cogli
appartamenti dorati del castello appartenuto un giorno ai conti Torwood.
Tu pensi forse altrimenti, a meno che il delirio della tua febbre non
t'avesse già abbandonato.»
»Gli è appunto di quel castello ch'io debbo parlarvi, nè dubito
rinvenire nel sig. Burley un uomo ragionevole; e di mente fredda come il
vidi alcune volte quando ci battevamo entrambi per la medesima causa.»
»Sì è vero? rispose ironicamente Burley. Tale è la vostra speranza? —
Dimmi. Ti spiegherai tu in termini un po' più chiari?»
»Volentieri. Voi avete usato, e i modi me ne sono sconosciuti, d'una
potenza segreta sulle sostanze di lady Margherita Bellenden e della sua
pronipote. Il fatto è che trovansi ora spogliate di que' beni ai quali
aveano diritti i più legittimi: il fatto è che l'ingiustizia gli ha
appropriati al vile, allo scellerato Basilio Olifant.»
»Tu il credi?» gli chiese, sempre sullo stesso tuono Burley.
»Ne sono convinto, nè voi vi affaticherete certo a negarmi cosa, della
quale fa prova la lettera stessa che mi scriveste.»
»E supponendo ch'io questa cosa non neghi, e supponendo ch'io abbia il
potere e il volere di distruggere l'opera delle mie mani, di restaurare
il retaggio della casa Bellenden, qual ne sarebbe la ricompensa? Speri
tu ottenere la mano dell'avvenente pupilla, e tutte le sue facoltà...?»
»Di ciò non nudro la più che lieve speranza.»
»E a favor di chi dunque hai intrapresa questa tua venuta nell'antro del
lione per involargli la sua pastura? Conosci tu l'indole di sì fatta
impresa? Non è men difficile da mandare a termine che nol fosse la più
rischiosa tra le fatiche operatesi da Sansone. Se tu vi riuscissi chi
dovrebbe raccoglierne il frutto?»
»Lord Evandale e la sua promessa sposa, rispose Morton colla massima
fermezza. Pensate meglio del genere umano, sig. Burley, e persuadetevi
esservi tali uomini che sanno sagrificare a quella degli altri la
propria felicità.»
»Per l'anima mia! fra tutti gli enti che portano la sciabola, che sanno
domar un cavallo, che furono forniti di barba da madre natura, tu sei il
più pacifico, il men atto a risentirti contra gli oltraggi. — Come? Tu
vuoi mettere fra le braccia di questo esecrato Evandale la donna che ami
da sì lungo tempo? Gli è a favor d'un rivale che imprendi fargli
restituire que' beni de' quali per considerazioni possentissime fu
privata? E puoi credere che viva sulla terra un altro uomo, non men di
te offeso da questo reprobo, capace di una simile abbiezione? E ardisci
supporre che questo tal uomo sia John Balfour di Burley?»
»Sig. Burley, quali che siano i sentimenti motori dell'opere mie, non ne
devo conto che al cielo. Quanto a voi, che v'importa se il dominio di
Tillietudlem appartenga piuttosto a un Basilio Olifant, o a lord
Evandale?»
»Tu sbagli d'assai. Gli è ben vero che entrambi sono figliuoli delle
tenebre, estranei alla luce quanto il sia un fanciullo che non ha ancora
aperti gli occhi. Ma Basilio Olifant è un Nabal, un ente da nulla, la
cui fortuna, la cui possanza stan nelle mani di chi ha la forza di
torgliela. Divenuto puritano pel dispetto di non avere conseguito il
possedimento delle agognate sostanze, papista sotto Giacomo I per
impadronirsene, or si è fatto per conservarle partigiano di Guglielmo
d'Orange, e sarà tutto quello che piacerà a me vederlo divenire,
sintantochè vivrò io, sintantochè rimarrà in mia mano il documento che
può cacciarlo dal suo possesso, documento che da me non si è partito
giammai. I dominj goduti da costui sono un freno, del quale io tengo le
redini, mercè il quale costui non seguirà mai altra strada fuor quella
che mi sarà in grado prescrivergli. Egli li serberà adunque semprechè io
non abbia certezza di conferirne la signoria ad un amico vero, e zelante
per la buona causa. Ma lord Evandale è un reprobo dalla testa di ferro e
dal cuor di diamante. I beni di questa terra non gli offrono maggior
vezzo delle foglie secche cadute da un albero e levate in aria dal
vento; ei li vedrebbe trasportati lungi dal turbine senza scomporsi,
senza fare un passo per assicurarseli. Le virtù mondane d'uomini pari a
lui portano maggior detrimento alla nostra causa, che non la sordida
cupidigia di tanti altri, condotti dal solo interesse lor personale.
Schiavi almen costoro dell'avarizia, si può regolarne il cammino, e
farli operare alla vigna del Signore, coll'adescamento, non fosse altro,
di meritarsi il salario dell'empietà.»
»Tali considerazioni poteano forse essere in qualche parte opportune,
alcuni anni sono; e avrei trovato un'apparenza d'aggiustatezza ne'
vostri ragionamenti, comunque mi sarebbe sempre stato impossibile il
ravvisarli fondati sulla rettitudine e sulla equità. Ma ai tempi ne'
quali viviamo, mi sembra un privilegio inutile per voi il conservare
sopra Olifant la prevalenza di cui mi parlate. Qual uso potreste farne?
Godiamo ora della pace, della libertà religiosa e civile. Che bramate di
più?»
»Che bramo di più? Sclamò Burley traendo la sua sciabola fuori del
fodero. Vedi tu questa sciabola? Essa ha liberato da più d'un
persecutore la chiesa. Essa ha operate grandi cose. Pur maggiori glie ne
rimangono da operare. Le è d'uopo estirpare la eresia: le è d'uopo
rifabbricare in tutto l'antico splendore il tempio di Gerusalemme: le è
d'uopo intridersi nel sangue di coloro che si dissetarono del miglior
sangue dei martiri nostri fratelli. Compiuti che avrà questi ufizj,
venga allora a corroderla la ruggine, e si riposi vicino all'ossa del
suo padrone!»
Sì dicendo, rimise la sciabola nel fodero, e la riportò nel fondo della
spelonca.
»Pensate almeno, Sig. Burley, che non avete nè le forze bastanti, nè i
modi necessarj a rovesciare un governo fondato sopra saldissime basi
come il nostro ora lo è. Il popolo, nella massima parte è soddisfatto e
tranquillo. Non si scorgono che pochi malcontenti, e son quelli che
parteggiano tuttavia pel re Giacomo. Ma voi non vi colleghereste
certamente con uomini i quali non si varrebbono delle vostr'armi che per
condurre a fine i loro disegni, spartati affatto dai vostri.»
»Sono questi uomini in vece che senza volerlo ci assicureranno il
trionfo. Mi sono trasportato al campo del reprobo Claverhouse, come
David visitò un giorno quello de' Filistei. Avevamo stretti insieme gli
accordi per una sollevazione generale; e se non era quello sciagurato di
Evandale, tutta la parte occidentale della Scozia sarebbe in arme a
quest'ora. Io lo scannerei, soggiunse digrignando i denti, se il
trovassi ancora abbracciato all'altare. Se tu volessi, continuò indi in
tuon più tranquillo, rompere i disegni che costui formò sopra Editta, o
sposarla tu stesso; se tu mi giurassi di accignerti alla grand'opera con
uno zelo eguale al tuo coraggio, non credere già che io preferissi
l'amicizia d'un Basilio Olifant alla tua: io metterei sull'istante nelle
tue mani questo documento che è l'ultima volontà testamentaria del conte
di Torwood, e tuo sarebbe l'onore di restituire nel paterno retaggio la
discendente dei Bellenden.»
Nel dire tal cose aprendo la sua cartella, traevane una pergamena che
fece vedere a Morton.
»Un tal desiderio, aggiunse, non si dipartì dal mio cuore dopo l'istante
che ti vidi combattere con tanto valore per la difesa del ponte di
Bothwell. Io so che Editta ti amava, e se tu l'ami ancora, favella:
armato di questa carta importante, non temere che ti sia negata in
isposa.»
»Sig. Burley, venni da voi colla speranza d'indurvi ad un atto di
giustizia, non mosso da verun personale interesse. Non vi sono riuscito,
e me ne duole più ancora per voi, che per le vittime di una tale
iniquità.»
»Voi ricusate adunque le mie offerte?» disse Burley, che gli
sfavillavano gli occhi di rabbia.
»Nè esito un istante. Se l'onore e la coscienza dominassero sol per poco
nel vostro animo, voi mi consegnereste, e senza profferire patti, questa
pergamena, perchè fosse restituita a chi ne è legittimo proprietario.»
»Sia dunque annichilata!» sclamò Burley tratto fuor di sè dal furore; e
gettando il testamento in mezzo al focolare che ardeagli rimpetto, lo
spinse col piede per entro alle brage onde accelerarne la distruzione.
Ben si lanciava Morton per torlo alle fiamme; ma corsogli al collo
Burley, ne nacque una lotta fra loro. Vigorosi entrambi, e animato
ciascuno della propria passione, doppie pareano le forze di que' due
atleti. Pur Morton pervenne a sciogliersi dai legami che formavano
attorno al suo corpo le braccia dell'avversario, ma non sì in tempo che
già quella carta sì rilevante non fosse ridotta in cenere.
Il furibondo Puritano allora fissò sopra Morton due occhi, ne' quali
scintillava la barbara gioia di avere soddisfatta la vendetta e la
rabbia: »Ora, soggiunse, nulla posso più a tuo favore, ma divenisti
padrone del mio segreto; egli è d'uopo morire, o far giuramento
d'entrare a parte dei miei disegni.»
»Sprezzo le vostre minaccie, rispose Morton imperturbato, compiango il
vostro delirio, e vi lascio.»
Nel tempo stesso avanzavasi verso la bocca della caverna; ma il prevenne
in esserne fuori Burley, e corso al pedale della quercia rovesciata, che
presentava la sola via d'uscir di quel luogo, la fece cader nello abisso
con uno strepito simile a quello del tuono.
»Ebbene! gli disse colla gioia di un cannibale; eccoti mio prigioniero.
Difenditi e vediamo se ti ricordi ancora l'esercizio della sciabola. Fa
duopo cedermi o morire.»
Nel medesimo tempo corse verso il fondo della caverna per ripigliare la
sciabola.
»Non so ancora che siasi il cedere alle minacce, Morton dicea, pur non
voglio battermi coll'uomo che salvò la vita a mio padre, e gli
risparmierò un vile assassinio.»
Detto ciò lanciossi coll'agilità naturale a lui, e che pochi altri
uomini possedevano, e spiccò un salto al di sopra della voragine, che
Burley credea dovesse opporgli un ostacolo insuperabile. Aveva il piede
sull'altra sponda allorchè vide Burley presentarsi di nuovo alla bocca
della spelonca colla sciabola alla mano, e pallido per la sorpresa, e
tratto a ruggir dal furore. Sparve un istante e tornò con due pistole
per trar dietro a Morton. Ma l'umidità della caverna avendole fatte
inette al loro ufizio, il polverino non prese fuoco, nè il ribaldo potè,
se non se coi gesti, minacciare Morton, e fargli comprendere che
divenuto più ardente ognor di vendetta non si sarebbe ristato dal
perseguirlo.
In questo mezzo, Morton avea raggiunta la sua piccola conduttrice non
poco atterrita dal precipitar della quercia. Ei le disse essere stato
effetto del caso questa caduta, ed ella lo accertò non poterne venire
alcun danno a Burley che avea avuta l'antiveggenza di preparare nella
caverna altri alberi per costruir nuovi ponti di quella natura ogni
qualvolta inaspettate circostanze avessero obbligato chi stavasi in
quello speco a distruggere per propria sicurezza tal ponte di
comunicazione.
Ma le avventure di quella mattina non erano ancora al lor termine. I
nostri due viandanti trovavansi già vicini all'albergo della Maclure,
allorchè la giovinetta mandò un grido di sorpresa in veggendo venir
incontro ad entrambi la vecchia, che atteso il suo stato di cecità non
solea mai allontanarsi dalla propria abitazione.
»Peggy! sclamò ella appena ravvisati i viaggiatori alla voce, fate
presto, correte a mettere la briglia al cavallo di questo signore e
conducete voi la bestia fin'oltre allo spinaio. Là aspetterete il
cavaliere.»
»Siam noi soli? chies'ella in appresso. Vi è nessuno che possa
sorprenderci?»
Morton, mosso, più che da altro, dall'impazienza di sapere qual fosse la
novità accaduta, la incoraggiò a spiegarsi senza timore.
»Se avete premura per lord Evandale, eccovi, diss'ella, l'istante di
dargliene prova, o questo istante non torna mai più. Egli è esposto a
gravissimo rischio. Oh! come ringrazio ora il cielo che m'abbia lasciato
il senso dell'udito nel togliermi quello della vista! — No, no,
astenetevi ben dall'entrare. Venite meco, seguitemi.»
Ella condusse Morton dietro la casa, e presso alla finestra d'una
camera, ove stavano due dragoni votando un boccale di birra. Morton non
potea in quella situazione vederli, nè esserne veduto, ma bensì udì
chiaro il seguente dialogo.
»Più ci penso, dicea l'un d'essi, meno mi quadra la cosa. Lord Evandale
in fine era un buon ufiziale, era l'amico del soldato. Se ci gastigò per
l'affare di Tillietudlem, sii meco d'accordo, mio caro Inglis, noi lo
avevamo meritato.»
»Il diavolo mi porti, se gliela perdono mai più! ma non penso a ciò;
penso che è venuta la mia volta di dargli faccende.»
»Ma non sarebbe assai più il nostro conto unirci a lui e raggiugnere di
conserva i montanari? Non abbiamo noi mangiata la pagnotta del re
Giacomo?»
»Tu non sei che un asino. Lord Evandale si è lasciato sfuggire la buona
occasione; e perchè? — Perchè Holliday, quell'imbecille! ha veduto uno
spirito: perchè la sua innamorata è matta. — Ora il segreto non può
essere custodito nemmen per due giorni. E di chi sarà il profitto? del
primo gallo che canterà.»
»Affè non dici male! — Ma questo birbone di Basilio Olifant, lo credi
uomo da pagar bene un servigio?»
»Quanto possa esserlo un principe! non v'è uom sulla terra ch'egli odii
al pari di lord Evandale. Teme sempre d'avere con esso qualche lite pei
beni di Tillietudlem: e se una volta giungesse a far sua miss Bellenden,
e a mettere l'altro giù di strada, ma da dovvero non vi sono per lui più
inquietudini.»
»Però avremo noi un decreto d'arresto in buona forma contro lord
Evandale? e avendolo, siam sicuri d'una forza bastante per mandarlo ad
effetto? Perchè non troverem molte persone inclinate a fargli del male,
nè egli sarà sì facile da lasciarsi prendere al trabocchello. Si
difenderà come un lione, e staranno per lui Holliday, e forse alcuni
altri de' nostri colleghi.»
»Tu sei matto, e, chi t'ascolta aggiugnerebbe, pauroso. Egli dimora solo
a Fairy-Grove per non dar sospetto di sè. Non possono trovarsi con lui
che Holliday e il vecchio Gudyil che vale meno d'una piattonata. Olifant
è giudice di pace. Egli ci munirà bene del decreto d'arresto, e ne darà
per eseguirlo qualcuno della sua gente. Mi disse anzi che ci farebbe
scortare da un Puritano, vero demonio in carne, Quintino Mackell di
nome, tanto più preparato a ben battersi, che cova antica ruggine contra
Evandale.»
»Così sia dunque! Infine, voi siete mio superiore, e se le cose
andassero male...»
»Ne assumerò il biasimo sopra di me. — Su via! anche una tazza di birra!
Indi si galoppi a Tillietudlem. — Olà! Bessia Maclure! — Ove diamine s'è
rintanata la vecchia strega?»
»Tratteneteli finchè potete (disse Morton alla sua ostessa in tempo che
le ponea fra le mani una borsa.) Io non ho bisogno che di guadagnar
tempo.»
Poi corse là dove il suo palafreno aspettavalo »Qual via prenderò
dunque! ei dicea montandovi sopra. Di Fairy-Grove? No. Non basterei solo
a difenderlo. Vadasi dunque a Glascow. Wittenbold che comanda in quel
luogo mi darà un distaccamento e mi procurerà l'appoggio delle
magistrature. — Galoppa, Meorkopf, disse al suo cavallo. Oggi devi far
prova di tua velocità.»