CAPITOLO VI.

»Ebben si parta! Addio, mia patria, addio.»

_Lord Byron._

Il consiglio privato di Scozia che dopo l'unione di questo regno

all'Inghilterra collegava al potere esecutivo l'autorità giudiziaria,

stava assemblato nella grande sala gotica, vicina a quella ove altre

volte in Edimburgo il parlamento teneva le sue adunate. Entratovi il

generale Claverhouse prese luogo frammezzo ai giudici, poi Morton e

Cuddy furono fatti sedere alla panca degli accusati, vicino a Macbriar

condottovi prima. Costui avea le catene ai piedi e alle mani, ed era

legato in tal modo da non poter fare un sol gesto.

»Generale, voi ci avete imbandito un piatto di salvaggina variata in

modo singolarissimo (disse a Claverhouse, volgendo in giro l'occhio su i

tre prigionieri, un dei giudici seduto a destra del presidente). Un

corvo, che fra poco udremo gracchiare, uno stornello che a quanto sembra

non sa ove dare la testa, e uno... come dovrò chiamare il terzo?»

»Senza cercare metafore, o milord, rispose Claverhouse, chiamatelo un

onest'uomo che mi sta particolarmente a cuore.»

»Non potrò almeno chiamarlo un _wigh_?[2]» soggiunse il primo

interlocutore, mandando una lingua sì grossa, che pareva potesse appena

capir entro la cavità della bocca e cercando comporre alla malignità una

fisonomia grossolana ed atta solamente a dipingere la stupidezza.

[2] Sono troppo notorie, perchè non occorra ai nostri leggitori

un lungo schiarimento a tal proposito, le fazioni dei _wigh_ e

dei _tory_, e pochi non sanno che i _wigh_ erano i partigiani

del culto presbiteriano, i _tory_ del culto cattolico romano, i

quali doveano quindi necessariamente prevalere sotto gli

Stuardi.

»Sì, milord, rispose con quella sua imperturbabile calma Claverhouse.

Egli è un _wigh_, come lo era la signoria vostra nel 1641.»

»Ne avete avuto pe' vostri denari, o milord» disse sorridendo al primo

un altro di que' consiglieri.

»Sì, sì, rispose costui e contorse la faccia credendo sorridere. Dopo

l'affare di Loudon-Hill non se gli può più parlare.»

»Segretario (entrò allora in mezzo il duca di Lauderdale che presedeva

al consiglio) leggete l'atto di malleveria prestata dal generale Graham

di Claverhouse e da lord Evandale. Apparve da sì fatta lettura come gli

anzidetti personaggi guarantivano a rischio d'una somma di dodici mila

marchi d'argento per cadauno, che Enrico Morton sarebbe uscito del

regno, nè vi porrebbe più piede a meno che sua maestà si degnasse di

richiamarlo; e tal bando era espresso in termini che l'infrangerlo

avrebbe fruttato pena capitale a chi l'infrangea.

»Sig. Morton, disse indi il duca di Lauderdale, accettate voi a queste

condizioni il perdono offertovi dalla clemenza di sua maestà?»

»Non ho migliore scelta, o milord» rispose Morton.

»Avvicinatevi dunque, e venite a sottoscrivere l'atto di vostra

sommissione.»

Morton si prestò senza opporre replica a sì fatta sollecitazione, ben

convinto non esservi da sperare per lui un trattamento più favorevole.

Mentr'egli sottoscriveva, Macbriar fattosi acceso in volto esclamò: »Dio

di Giacobbe, vedilo che or compie la sua apostasia, e riconosce il

tiranno! Odilo rinnegare il tuo nome!»

»Zitto là! (sclamò tosto quel consigliere che era stato primo a volgere

la parola a Claverhouse, e che pretendea pompeggiare di spirito). Non vi

prenda il prurito di assaggiare la minestra degli altri. Troverete calda

a bastanza la vostra, e tanto calda che vi brucierà forse il

gorgozzuolo.»

»Ci siamo colle minestre bollenti! pensò fra se stesso Cuddy. Non vorrei

che mi ricadesse addosso anche questa.»

»Fate venire avanti l'altro prigioniere (disse il presidente dopo avere

ordinato si assegnasse a Morton una delle seggiole che guernivano i lati

della sala). Colui ha la fisonomia di que' montoni che saltano il fosso

dopo essersi veduti precedere dagli altri.»

Allora due archibugieri accompagnarono Cuddy presso la tavola, nanti a

cui sedevano i giudici. Volse attorno gli occhi impauriti, indi gli

abbassò compreso da rispettosa tema in veggendo tanti grandi personaggi

che si prendean pensiere di lui; nè lo stesso ricordarsi delle

assicurazioni date da Claverhouse al suo padrone lo sciogliea d'ogni

inquietudine sulle conseguenze che alle deliberazioni di quei lordi

succederebbero. Aspettando intanto che lo interrogassero fece in goffa

guisa parecchi inchini.

»Vi siete voi trovato all'affare del ponte di Bothwell?» Fu questa la

prima interrogazione che gli venne mossa e che produsse su di lui

l'effetto dello scoppiar della folgore. Non ardiva confessare le verità,

e per altra parte avea giudizio quanto bastava a comprendere, che col

negare, facilmente si avventurava ad essere convinto di menzogna. Volea

pertanto sciorsi d'impaccio con qualche scappatoia.

»Non nego la possibilità d'essermici trovato.»

»Rispondete a dirittura. — Sì o no? — Voi sapete bene che ci eravate.»

»Non tocca a me il contraddire la signoria vostra.»

»Torno a chiedere. Ci eravate, o non ci eravate?»

»Ma chi può ricordarsi di tutti i luoghi ove è stato ne' diversi giorni

della sua vita?»

»Furfante! (gridò allora il generale Dalzell) se non rispondi meglio, ti

fo saltare i denti fuori di bocca col pomo della mia spada. — Pensi

forse non abbiamo altro che fare in tutta la giornata fuorchè

interrogarti e seguirti di domanda in domanda, come cani che corrono

dietro ad un lepre?»

»Ebbene dunque! poichè niun'altra risposta può contentare le signorie

loro, scrivano che non posso negare d'esservi stato.»

»Ora, soggiunse il duca, credesti tu col trovarviti di commettere un

atto di ribellione?»

»Risponderai una volta?» gridò con voce di tuono Dalzell che vedea

esitante Cuddy.

»Adagio di grazia, signori miei! vedete bene che non è sì facile il

rispondere presto ad interrogazioni che puzzano di capestro, disse

fregandosi il collo Cuddy. Credo dunque che avrei fatto meglio...»

»Meglio che cosa? Sbrigati.»

»Che avrei fatto meglio a non andarvi.»

»In nome di Dio! sclamò il presidente. Questo almeno si chiama

rispondere. — E se il re si degna perdonarvi la ribellione nella quale

siete caduto, pregherete voi il cielo per la prosperità del suo regno?»

»Oh, di tutto cuore, milord! e non manderò giù un bicchiere di vino

senza berlo alla salute di sua maestà.»

»Eh! costui è un mariuolo di buona lega. — Ma, amico mio, chi vi ha

indotto a prendere parte in questa sollevazione?»

»Il cattivo esempio, milord, e una vecchia madre indiavolata, salvo il

rispetto che debbo alla signoria vostra.»

»Ottimamente! Non credo possa mai venire in animo a nessuno che tu trami

una congiura. — Speditegli il suo perdono in termini semplici e chiari.

— Fate ora avvicinare quello sgraziato, seduto là in fondo.»

Mentre Cuddy tutto giubbilante andava a porsi vicino a Morton, Macbriar

veniva condotto al luogo che questi due aveano abbandonato un dopo

l'altro.

Al nuovo interrogato parimente chiesero s'ei si era trovato alla

battaglia del ponte di Bothwel.

»Io vi era» egli rispose con voce franca e sicura.

»Armato?»

»Armato, sì; della parola di Dio per sostenere coloro che per la causa

di Dio combattevano.»

»O in altri termini, predicavate la ribellione contra il re!»

»Sei tu che il dicesti.»

»Voi conoscerete probabilmente Iohn Balfour di Burley?»

»Se lo conosco! Sì. E ne ringrazio Iddio. Egli è un cristiano sincero e

zelante.»

»Che è egli addivenuto di questo grande personaggio?»

»Son qui per rispondere intorno a me stesso, non per mettere a rischio

la sicurezza degli altri.»

»Troverem noi modo a farti uscire le parole di bocca» sclamò Dalzell.

»Se costui fosse in un angolo di foreste, soggiunse un altro giudice, a

capo d'un centinaio di Puritani, oh! parlerebbe senza farsi pregare!»

»Ponete mente, gli disse il duca, a quai pericoli andate incontro col

ricusar di rispondermi; parlate finchè ne siete anche in tempo. Voi

siete troppo giovane per potere resistere ai patimenti che diverranno

conseguenza della vostra ostinazione.»

»Vi sfido! (rispose Macbriar lanciando su i giudici uno sguardo di

rabbia e disprezzo). Non è la prima volta ch'io sia stato imprigionato e

assoggettato ai tormenti, e comunque giovane, ho vissuto abbastanza per

imparare a morire quando Dio l'avrà ordinato; perchè, sappiatelo; non è

da voi altri che la mia vita dipenda.»

»Va ottimamente! il duca riprese a dire; ma vi sono certe cose

sgradevoli che vi possono accadere innanzi ancor di morire;» e detto ciò

fe' udire lo squillo d'un campanello d'argento posto sopra una tavola

dinanzi a lui.

Nel tempo stesso venne sollevata una cortina di color cremisi che era ad

un'estremità della sala, e che lasciò ad ognuno visibile il carnefice,

munito di tutti gli ordigni della tortura, in quel secolo tuttavia

barbaro, adoperata. Morton, tutt'altro che preparato a così truce

spettacolo non potè starsi dal fremere. Macbriar vide questi apparecchi

senza impallidire, o mostrare il menomo segno di debolezza.

»Conoscete voi quell'uomo?» gli chiese Lauderdale.

»Egli è senza dubbio l'esecutore degli atroci comandi che avete dettati

contra gli eletti del Signore, nè agli occhi miei siete spregevoli men

di colui. Benedico il cielo, poichè mi dà la forza di non temere i

tormenti che voi saprete ordinare e ch'e' saprà farmi soffrire. La carne

e il sangue possono risentirsi di tai patimenti; la fragilità della

natura umana potrà costrignerla a gemiti e a lagrime, ma la mia anima è

superiore ai vostri sforzi congiunti.»

»Fate il vostro dovere» disse il duca al carnefice.

Risparmieremo ai nostri leggitori la troppo increscevole pittura de'

tormenti che al prigioniero si fecero sopportare, limitandoci a dire

ch'ei li sostenne con una costanza degna di miglior causa. Il presidente

ordinò più d'una volta si sospendesse quella orribile fazione per

reiterare al paziente l'inchiesta fattagli intorno a Burley, ma ne

ottenne sempre la stessa risposta. Finalmente i patiti travagli avendo

privato Macbriar dell'uso de' sensi, un chirurgo postogli a canto

proferì che la natura non poteva reggere a maggiori prove.

»Dunque, disse il duca, or non occorre altro che pronunziare la sua

sentenza.»

Intanto che il chirurgo operava i soccorsi della sua arte per richiamare

i sopiti sensi dello sciagurato, il presidente raccoglieva i voti de'

membri del consiglio, il quale al primo segno di vita esternato dal

prigioniero, pronunziò contro di lui sentenza di morte per delitto

d'alto tradimento, condannando, lui essere appiccato e ad avere indi

tronche la testa e le mani; le sostanze sue ad essere confiscate a pro

del pubblico erario.

»Doomster, diss'egli allora; leggete al condannato la sua sentenza.»

Doomster era il carnefice. Giusta le leggi che a que' dì si osservavano

nella Scozia, e che lungo tempo dopo ancor vi durarono, era tra gli

ufizi del carnefice il far nota ai condannati la loro sentenza; il che

aggiugnea nuovo grado d'onere nell'animo di que' miseri col farli

accorti come sarebbe incaricato di operare il loro supplizio chi ad essi

ne leggea la sentenza. Macbriar non avea potuto che imperfettissimamente

comprendere il tenore della medesima allorchè il presidente la

pronunziò, ma avea già ricuperati i sensi allor quando la udì letta da

Doomster.

»Milord, egli disse terminata questa lettura, vi rendo grazie. Mi avete

compartito il solo favore ch'io fossi pronto a non ricusare da voi. Co'

patimenti preparaste la mia anima all'eternità, e mi porgete occasione

di far conoscere alla terra tutto quanto un cristiano può sopportare per

la buona causa. Da un mondo di tenebre voi mi fate passare nel seno

dell'eterna luce. Vi rendo grazie, ripeto, o milord, e vi perdono la

morte mia. Possano gli ultimi momenti della vostra vita essere per voi

felici e tranquilli come lo sono per me!»

Venne trasportato dalla sala del consiglio al patibolo; i suoi

lineamenti erano quelli d'un uomo condotto in trionfo, e serbò fino

all'ultimo istante la stessa fermezza e lo stesso entusiasmo.

Finchè durò questa scena tanto crudele lo spirito di Morton sofferse

tutti i supplizi de' quali il suo sfortunato collega era vittima. Più

d'una volta spinto da involontario moto era surto in piedi, ma gli occhi

di Claverhouse sempre fissi sopra di lui lo richiamavano alla prudenza,

e il costrigneano di bel nuovo a sedersi. Finalmente perdè i sensi egli

stesso: e sapeva appena quali cose gli accadessero intorno; tal che

allor quando fu nel calesse del generale, non potea rendere ragione a se

medesimo del modo onde vi si trovava.

»Qual coraggio! quale fermezza! diss'ei finalmente. Oh! quanto è da

compiagnersi che tanti bei pregi dell'animo sieno stati oscurati e

inviliti dagli errori d'una setta feroce!»

»Egli muore, disse Claverhouse, con quella medesima calma, che era in

lui quando a morte vi condannò. La giustizia il volea. — Ma voi, signore

Morton, udiste che vi è mestieri abbandonare questo regno?»

»Sì, lo so. Ma non potrò innanzi partire congedarmi da' miei amici?»

»Hanno parlato di voi a vostro zio; ma questi ricusa vedervi. Il buon

uomo è troppo atterrito. Lo ha compreso uno spavento, non del tutto

irragionevole, che la colpa di tradimento onde foste giudicato vada a

percotere le sue sostanze. Però non accadrà nulla di questo. Vi manda la

sua benedizione e una piccola somma che troverete entro di questa borsa.

— Quanto a lord Evandale, egli è tuttavia in cattivo stato di salute, nè

può vedere nessuno. — Il maggiore Bellenden è a Tillietudlem insieme

alla cognata e alla nipote, tutti intesi a tornarvi le cose nel primo

ordine. Quei bricconi non si sono affaccendati poco nel mettere a sacco

que' monumenti rispettabili d'antichità che erano primo scopo alla

venerazione di lady Bellenden. Hanno persino abbruciato il seggiolone

col baldacchino, che la buona signora chiamava il _trono di sua maestà_.

— Vi sono altre persone che voi desideraste vedere?»

»No! disse Morton, sospirando profondamente, no! ma comunque debba

essere sollecita la mia partenza, mi abbisognano ancora alcuni

apparecchi indispensabili.»

»Tutto fu preveduto, il generale rispose. La vostra valigia è dentro il

mio calesse, e in un forziere collocato dietro ad esso troverete quanti

arredi vi mancassero ancora. Eccovi diverse lettere commendatizie che

lord Evandale vi ha preparate affinchè possiate trasferirvi alla corte

dello Statolder principe d'Orange. Io medesimo ne ho aggiunta una a lui

stesso. Feci la mia prima carriera militare sotto gli ordini di questo

principe, e alla giornata di Senet vidi con lui il fuoco la prima volta.

— Eccovi ancora una credenziale sopra un banchiere dell'Aja. Ella è

tratta da lord Evandale, che vi prega non trovare difficoltà a farne

uso. Gli è un prestito che qualche giorno potrete restituirgli, se pur

vi piace considerare siccome prestito quanto ei ravviserebbe appena per

un tenue rimborso degl'immensi debiti che vi professa.»

Morton non credea quasi ai propri occhi e alle proprie orecchie, nè

sapea riaversi dallo stupore prodotto in lui da una così subitanea

esecuzione della sentenza di bando intimatagli.

»E Cuddy?» Soggiunse.

»Ne avrò cura io medesimo. Procurerò che torni al servizio di lady

Bellenden. — Perchè non credo che omai lo prenderà la tentazione di

mancare ad una rassegna; ma fo per lui sicurtà che non gli viene più il

prurito di campeggiare co' Puritani. — Oh! eccoci alla spiaggia. Un

palischermo vi aspetta.»

E tosto si presentarono alcuni piloti, che preso il fardello di Morton,

nel palischermo il portarono.

»Possiate essere felice! gli disse Claverhouse stringendogli la mano, e

possano venir tempi più tranquilli da rivederci ancor nella Scozia! Non

dimenticherò mai la condotta generosa che serbaste per riguardo al mio

amico Evandale! Ella vi onora tanto più agli occhi miei, che mi son noti

i segreti sentimenti dell'animo vostro: e pochi, credo io, nel caso in

cui vi trovaste, avrebbero lasciato sfuggire il destro di spacciarsi

d'un uomo, che loro attraversava il cammino, e ciò in tempo che lo

spacciarsene non gli copriva all'aspetto del pubblico d'alcun disdoro.»

Gli strinse una seconda volta la mano, e se ne disgiunse all'atto che

l'altro stava per entrare nel palischermo.

Sparito appena Claverhouse, Morton sentì prendersi la mano, e lasciarla

tosto; e vi trovò un biglietto piegato in modo che occupasse il minore

spazio possibile. Si volse immantinente. La persona trasmettitrice di

questo foglio avvolgeasi entro grande mantello sì fattamente, ch'era

impossibile ravvisarne il volto; si mise un dito alla bocca, poi si

perdè tra la folla.

Incidente dal quale la curiosità di Morton fu scossa oltre ogni dire.

Appena trovatosi a bordo del vascello ove era aspettato, e che a

Rotterdam veleggiava, si scostò da' suoi compagni di viaggio, e aprendo

il biglietto consegnatogli con tanto mistero, lesse tai note.

_Il coraggio che dimostrasti nella fatale giornata ove Israello fuggì al

cospetto dei suoi nemici ha espiato in tal qual modo i tuoi errori e le

tue colpe. So che desti il cuore alla figlia dello straniero. Scordati

di lei, perchè, ch'io sia lungi o vicino, in esilio al punto della

morte, la mia mano starà sollevata contro della sua casa, e il cielo mi

ha compartito il modo di far ricadere sovr'essa i tanti delitti d'una

sciagurata famiglia. La lunga resistenza opposta del castello di

Tillietudlem è la principale cagione onde fummo disfatti al ponte di

Bothwell il sangue dei nostri fratelli grida vendetta. Non pensar più

dunque a costei, e riunisciti ai nostri colleghi esiliati. Tu ne

troverai in Olanda, che terran gli occhi sempre aperti sull'ora della

liberazione. Sonerà quest'ora e se tu sei tuttavia degno di coltivare la

vigna del Signor, mi troverai tantosto, facendo chiedere notizie di

Quintino Mackell d'Irongray, all'ottima cristiana Bessia Maclure, che

dimora presso l'albergo di Niel. Intanto cigniti i lombi colla cintura

della pazienza, e tieni accesa la lampada, com'uomo che vegli di notte,

perchè all'ora che meno gli uomini si aspetteranno, comparirà l'angelo

sterminatore, coperto d'una veste tinta di sangue, e vendicherà sopra i

suoi persecutori Israello._

Una sì straordinaria lettera era sottoscritta I. B. DI B. Ma non

abbisognava di queste iniziali per provare a Morton che essa non poteva

essere stata scritta fuorchè da Iohn Balfour di Burley. Sorpreso dalla

audacia e dall'ostinatezza di cotest'uomo, che nell'atto medesimo di

vedere pressochè annichilata la sua fazione, pensava a raggruppar le

fila d'una orditura già posta in pezzi, non quindi sentì alcun desiderio

di legare con costui una corrispondenza, congiunta al certo a pericolo,

e molto meno di rinnovare un'alleanza che per poco non gli fu micidiale.

E quanto alle minaccie profferite contra la famiglia Bellenden, Morton

non ravvisò in esse che effetto d'un risentimento ancor caldo contr'essa

per la bella difesa operata dal castello di Tillietudlem; laonde non ne

fece caso, nè gli venne tampoco in pensiero, che un nemico fuggiasco e

bandito potesse dar da temere ad una famiglia attenente alla parte dei

vincitori.

Ciò nullameno rimase perplesso un istante se dovesse trasmettere la

lettera di Burley a qualcuno, fosse poi lord Evandale o il maggiore

Bellenden, ma poichè questa medesima lettera dava indizj sul soggiorno

di chi la scrivea, gli parve che il far ciò sarebbe stato un rendersi

reo di tradita confidenza, ed anche senza pro, trattandosi di prevenire

un danno che immaginario ei reputava. Lacerato pertanto il biglietto ne

gettò i frammenti nel mare, non senza però avere prima notati e il nome

additato da Burley per farne ricerca, e il luogo per saperne contezza.

In questo mezzo la nave salpava dal porto, e un vento propizio ne

rigonfiava le vele. Sparvero agli occhi del giovane di Milnwood le coste

della Scozia e a poco a poco le cime ancora delle montagne; e Morton si

vide per molti anni disgiunto dalla contrada d'onde avea sortito il suo

nascere.

I Puritani di Scozia, vol. 3 · 第 7 / 22 题