— Corpo! — esclamò l'altro, soffocando una risata; e si fece avanti.
— Niente niente, sapete, figlio — diss'egli con improvvisa bonarietà, —
Datemene una presa. — Niente — proseguì, fiutato il tabacco. — Cose che
si accomodano. La signora Carlotta ne ha fatto tanto del vino, che per
lei già, io dico, botte più, botte meno... Mi capite! Una buona donna,
figlio, la signora Carlotta; una buona donna.
— Eh buona, buona — brontolò don Rocco guardando nella tabacchiera.
— Siete fortunato, voi, caro — riprese Marin battendogli sulla spalla.
— State da papa qui.
— Mi contento, mi contento — fece don Rocco sorridendo e spianando per
un momento le ciglia. Era lieto di udir questo linguaggio da un intimo
della signora Carlotta.
Il professore si guardò attorno con una faccia ammirativa, come se
vedesse il luogo per la prima volta.
— Un paradiso! — diss'egli, girando gli occhi per le mura sudicie
del cortile. Li levò alla ficaia pittorescamente acquattata sotto il
campanile, nell'alto angolo fra il portone e il vecchio convento.
— Solo per quel fico! — soggiunse. — Non è bello? Non dice la poesia
d'un mezzogiorno d'inverno, tepido, quieto? È una parola di dolcezza,
d'innocenza lieta, che tempera la severità delle mura sante. Bello!
Don Rocco guardava il suo fico come se lo vedesse per la prima volta.
Gli voleva bene, ma non ne aveva mai sospettate tante qualità.
— Fa i fichi piccoli — diss'egli con la voce d'un padre che ode lodare
il figlio presente, ne gode, e dice qualche parola ruvida perchè quegli
non invanisca, per nascondere la propria commozione. Poi invitò il
professore a restar servito in casa.
— No, no, caro — rispose il professore, ridendo silenziosamente
dell'uscita sui fichi piccoli. — Facciamo due passi, è meglio.
Attraversarono il cortile adagio adagio, uscirono nel vigneto che
accavalla i suoi festoni a' due declivii del poggio, e presero la
facile salita erbosa fra un declivio e l'altro.
— Una delizia — disse il professore. Fra l'immenso cielo freddo e
l'umide ombre del piano l'ultima luce moriva dolcemente sull'erbe
grigie della collina, sulle viti rubiconde, sciolte nel riposo. L'aria
era tiepida e immobile.
— Tutto vostro, qui? — chiese il professore.
Don Rocco, fosse umiltà, fosse apprensione di un imminente avvenire,
tacque.
— Sappiateci stare, figliuolo — continuò l'altro. — Io so, conosco,
credetemi; di posti beati come questo non ve n'ha un altro in tutta la
diocesi.
— Eh, per me!... — fece don Rocco.
Il professore Marin si fermò.
— A proposito! — diss'egli. — La contessa Carlotta mi ha parlato. Caro
don Rocco, dico! Spero bene che non faremo sciocchezze, eh!
Don Rocco si guardava trucemente i piedi.
— Diamine! — prosegui l'altro. — Qualche volta è un tomo la Carlotta,
ma stavolta, figliuolo caro, ha ragione. Sapete che io parlo schietto.
Voi siete solo a non conoscerle queste cose. Uno scandalo, figliuolo.
Tutto il paese che grida.
— Non ho mai udito, non ho — borbottò don Rocco.
— Ma ve lo dico io! E la contessa ve l'ha detto più d'una volta.
— Saprà cosa le ho risposto iersera?
— Delle belle minchionerie, avete risposto.
A questa legnata don Rocco si scosse un poco, abbaiò ruvidamente,
tenendo gli occhi bassi, le proprie difese.
— Ho risposto secondo la mia convinzione, oh bella! e adesso non posso
cambiare.
Egli era umile di cuore; ma qui si trattava di giustizia e di verità.
Parlare secondo la verità, secondo quello che si crede la verità, è un
dovere; dunque, perchè lo tribolavano?
— Non potete cambiare? — fece il professore, piegandosegli addosso e
ficcandogli in viso due occhi stralunati. — Non potete cambiare?
Don Rocco tacque.
L'altro si drizzò e si ripose in cammino.
— Va bene — diss'egli con ostentata pacatezza. — Padrone.
Si voltò improvvisamente a don Rocco che lo seguiva mogio mogio.
— Per bacco — esclamò con dispetto — credete proprio avere in casa uno
stinco di santa? Non tenete conto, voi, delle chiacchiere che si fanno,
dello scandalo? Andar contro il paese, andar contro chi vi mantiene,
andar contro il vostro bene, contro la Provvidenza, per quel bel tipo?
Davvero che se non vi conoscessi, caro don Rocco, non so cosa penserei.
Don Rocco, si contorceva, batteva furiosamente le palpebre, come se
lottasse con angosce segrete, con parole affannose che gli volessero
uscire suo malgrado.
— Non posso cambiare, ecco — diss'egli a conclusione delle smorfie. —
Non posso.
— Ma perchè, in nome del cielo?
— Perchè non posso in coscienza.
Don Rocco alzò finalmente gli occhi. — Ho già detto alla signora che
contro la giustizia non posso andare.
— Che giustizia? La vostra è orba, caro. Orba, sorda e zuccona. E se
avete detto una corbelleria ieri, volete ripeterla anche oggi? E se
non credete quel che si dice della Lucia, mancano ragioni di mandar
via una serva? Mandatela via perchè non vi leva l'unto del soprabito,
perchè non vi rattoppa le calze, che so io! Mandatela via perchè vi fa
i maccheroni senza sugo e la zucca senza sale.
— La ragione sarebbe sempre quell'altra — rispose don Rocco, cupo.
Neanche il professore Marin potea facilmente rispondere a un argomento
come questo. Potè solo brontolar fra i denti: — che testardo, Maria!
Arrivarono ai pochi cipressi rachitici che coronano il dorso del poggio
in faccia ad un valloncello, a un altro poggio più alto. Là sostarono
ancora; e il professore che aveva caro don Rocco per la sua semplice
bontà e anche un poco per il vario soggetto che gli forniva di amabili
celie, se lo fece sedere a fianco sull'erba, tentò un ultimo assalto,
cercò ogni via di strappargli le ragioni per cui durava tanto a credere
nell'innocenza della Lucia. Non ci fu verso che venisse a capo di
nulla. Don Rocco si riferiva sempre al discorso tenuto la sera prima
con la signora Carlotta, ripeteva di non poterlo mutare.
— Allora, addio S. Luca, figliuolo — disse, rassegnato, Marin.
Don Rocco battè molto le palpebre ma non fiatò.
— La contessa Carlotta vi aspettava oggi — disse il professore — e voi
non ci siete andato. Così ha dato a me l'incarico di dirvi che, se non
consentite subito a licenziar la Lucia per il primo dicembre, siete in
libertà per l'anno nuovo e anche prima se volete.
— Non potrò partire prima di Natale — disse don Rocco timidamente. — Il
parroco ha sempre bisogno d'aiuto in quel tempo.
Il professore sorrise.
— Cosa credete? — diss'egli. — Che la signora Carlotta non abbia un
prete bello e pronto? Pensateci che siete ancora in tempo.
Don Rocco si raccolse in sè stesso. Di rado gli accadde far un
ragionamento così rapido. Posto che questa donna era causa di scandalo
nel paese, che la signora aveva sotto la mano un altro prete, il
partito da prendere era ovvio.
— Allora — rispose — partirò il più presto possibile. Mio padre e mia
sorella dovevano venire a trovarmi uno di questi giorni. Così invece
andrò io da loro.
C'era nel suo cuore anche l'idea di portar questa donna via del paese.
I suoi non avevano bisogno di serva, ed egli, tardando a collocarsi,
non avrebbe potuto mantenerla. Ma certe idee ragionevoli, certe
necessità delle cose non gli arrivavano mai al cuore e assai tardi alla
testa, cui allora don Rocco si percoteva subito davanti o si grattava
di dietro, come se ne avesse molestia.
Nel discendere a S. Luca il professore raccontò che i carabinieri erano
in cerca del Moro, sospettato complice di una recente grassazione,
alcuni autori della quale erano caduti, quella mattina stessa, in mano
della giustizia. Don Rocco udì la cosa non senza soddisfazione; si
spiegava ora perchè non fosse venuto.
— Chi sa — si arrischiò a dire — che sia andato via, che non ritorni
più. Allora ecco che finiscono anche queste chiacchiere. Non Le pare?
— Si, caro — rispose il professore intendendo la mira del discorso — ma
voi conoscete la signora Carlotta. Oramai, che il Moro vadi o resti per
lei non rileva. Bisogna licenziare la Lucia.
Don Rocco non parlò più e il professore nemmeno. Il primo accompagnò
l'altro fino ai cipressi della chiesa, si fermò a guardargli dietro
fino a che scomparve in fondo alla stradicciuola e tornò sospirando a
casa.
Più tardi, mentre, curvo sotto il ferraiuolo, attraversava col lume
in mano il corridoio che mette al coro di S. Luca, gli si affacciò
con violenza il dubbio della notte precedente. Era proprio stata
confessione? Si fermò nell'ombra del corridoio deserto, guardando
il lume, lasciando per un momento salire i dolci pensieri tentatori
nello spirito inerte. Pigliar un pretesto, licenziar la donna, vivere
e morire in pace nel suo S. Luca. A un tratto il cuore incominciò a
battergli forte. Eran pensieri che venivan dal diavolo! Come forse
nel tempo antico aveva fatto in quello stesso luogo qualche frate
tormentato dalle calde visioni notturne dell'amore e del piacere, don
Rocco si fece in furia il segno della santa Croce, s'affrettò al coro e
s'immerse nella lettura devota del breviario.
V.
Dieci giorni dopo, alla stessa ora, don Rocco stava in preghiere
davanti all'altare della Madonna, sotto il pulpito.
Era alla vigilia di lasciare S. Luca per sempre. S'era accordato con la
signora Carlotta di fingere un'assenza breve, una visita di quindici
giorni al suo vecchio padre; di scrivere quindi che, per circostanze
di famiglia non sarebbe più ritornato. Era poi successo questo, che
il povero vecchio contadino prima di sapere la novità, aveva scritto
chiedendo soccorsi; e don Rocco aveva dovuto vendere qualche po' di
mobili tanto da risparmiar la spesa del trasporto e da non arrivare a
casa a mani vuote. Ci andava con il proposito di starvi il minor tempo
possibile, di andar cappellano dovunque piacesse alla Curia, cui si era
raccomandato.
Nè del vino nè dei ladri si sapeva ancora notizie certe: ma si parlava
di sospetti a carico di un'ostessa, di una nuova favorita del Moro, la
quale avrebbe ricettato il vino. Del Moro si diceva da alcuni che fosse
fuggito, da altri che stesse nascosto. Pareva che i carabinieri fossero
di questa seconda opinione. Andavano e venivano, frugavano dappertutto,
sempre inutilmente.
La Lucia era tornata e aveva tenuto per qualche giorno un contegno
insolito e strano. Trascurava il servizio, era aspra col padrone,
piangeva senza motivo apparente. Una sera uscì dicendo di voler andare
alla parrocchia per le sue devozioni. Alle nove don Rocco, vedendo
che non tornava, se ne andò filosoficamente a letto e non seppe mai a
che ora avesse rincasato. Si rallegrò bensì il giorno dopo del felice
mutamento operato in lei dagli atti religiosi, perchè non pareva più
quella, era tranquilla, attenta, premurosa, parlava con soddisfazione
della prossima partenza, del collocamento che don Rocco si riprometteva
trovarle presso certo arciprete, suo conoscente; una promozione. Aveva
poi degli ardori ascetici affatto nuovi. Quando don Rocco si coricava,
lei andava in chiesa, vi passava ore ed ore.
E adesso, dunque, don Rocco aveva presa l'ultima cena nel refettorio
dei frati, leggeva il breviario per l'ultima volta nella chiesetta di
S. Luca, rustica, semplice e devota come lui, dal pavimento alle travi
nere del soffitto. Aveva il cuore pesante, povero prete. Partire così
dal suo nido, senza onore! Portare umiliazione e amarezza a suo padre
e a sua sorella, di cui era tutta la speranza, tutto l'orgoglio! Aveva
ben ragione di fare il cipiglio al breviario.
Quand'ebbe finito di leggere, sedette sul banco. Penava a staccarsi
dalla sua chiesa. Era l'ultima sera! stava lì con l'occhio immobile,
battendo regolarmente le palpebre, accasciato, cupo come una bestia
atterrata che aspetta la scure. Avea passato alcune ore del pomeriggio
intorno alle sue viti, a quelle piantate tre anni addietro, che gli
avean già dato il primo frutto. I grandi cipressi, la splendida veduta
del piano e degli altri colli non gli movevano un solo sogno; il
suo cuore di contadino s'inteneriva per le belle viti, per i solchi
fertili. Aveva preso, arrossendo e vergognandosi, un tralcio di vite
e una pannocchia di granoturco per portarseli via come ricordi. Era
la sua poesia. Della chiesa non poteva portar via niente. Vi lasciava
invece il cuore un po' dappertutto; sull'altare delle sue prime
spiegazioni del Vangelo, sulla pala antica che gl'ispirava devozione
nel dir la messa, sulla bella Madonna cui era stato rialzato il manto
intorno al collo per la sua pudibonda intromissione, sulla tomba d'un
vescovo a cui due secoli prima la pace di S. Luca era parsa migliore
che gli splendori mondani. Chi sa se avrebbe mai più avuto una chiesa
così sua, esclusivamente sua? Non poteva levarsi, si sentiva uno
struggimento interno di cui non aveva mai avuto l'idea. Batteva,
batteva le palpebre come se battesse via faticose lagrime. In fatto non
piangeva ma i suoi occhietti luccicavano più del solito.
Alle nove e mezzo entrò in chiesa, dal coro, la Lucia, a veder del
padrone. — Vengo subito, vengo subito, andate là — rispose don Rocco.
Egli si credeva solo in chiesa ma rovesciando il capo all'indietro
avrebbe potuto vedere qualche cosa di straordinario. Adagio adagio una
testa umana si affacciò al pulpito nella fioca luce del lume a petrolio
e guardò giù il prete. Erano gli occhi diabolici del Moro in una faccia
ecclesiastica tutta rasa. La testa si venne alzando nell'ombra, due
lunghe braccia levarono in aria un violento gesto d'impazienza. Nello
stesso punto don Rocco ripetè alla donna esitante; andate là, andate
là, vengo subito.
Ella uscì.
Allora il prete si alzò del banco e salì all'altar maggiore. La figura
umana del pulpito ridiscese, si nascose rapidamente.
Don Rocco si voltò, stando _in cornu epistolae_, ai banchi vuoti, se li
figurò pieni di popolo, del suo popolo d'ogni domenica, e uno spirito
di eloquenza entrò in lui.
— Vi benedico tutti — diss'egli, forte. — Vorrei che foste presenti, ma
non posso, perchè non si deve saper niente. Vi benedico tutti e scusate
se ho mancato. _Gloria Dei cum omnibus vobis._
La tentazione fu, per qualcuno, troppo forte. Una voce cavernosa
risuonò nella chiesa vuota.
— _Amen._
Don Rocco rimase senza fiato, con le mani in aria.
— Si sbrighi — disse la serva, tornando. — Non si ricorda che deve
lasciarmi fuori il pastrano e gli abiti?
Il povero don Rocco si trovava assai male in arnese, portava addosso
_omnia bona sua_, e c'era da cucire, da smacchiare alquanto, diceva
la Lucia, per poter mettersi in viaggio l'indomani mattina. Don Rocco
discese dall'altare senza rispondere e fece il giro della chiesa,
porgendo il lume fra i banchi e i confessionali.
— Cosa c'è? Cosa cerca? — chiedeva ansiosamente la serva venendogli
dietro. Don Rocco non rispose per un pezzo.
— Ho fatto due parole di preghiera — diss'egli finalmente — e ho udito
rispondere «Amen».
— Avrà creduto — replicò la Lucia. — Si sarà immaginato.
— No no — fece don Rocco. — Ho proprio udito dire _Amen_. Pareva una
voce che venisse di sotterra. Un vocione grosso. Non pareva un uomo.
Pareva un bue, come.
— Sarà stato il vescovo — suggerì la donna. — Non c'è sepolto un
vescovo, qui? Si sono udite ancora di queste cose.
Don Rocco tacque. Nella sua semplicità, nella sua innata disposizione
alla fede, egli era inclinato a credere volentieri ogni cosa
sovrannaturale, specialmente se si collegasse con l'idea religiosa. Più
eran grosse, più faceva, in segno di riverenza, scuro il cipiglio, e
beveva divotamente.
— Adesso andiamo — ripigliò l'altra. — È tardi, sa, e ho a lavorare un
pezzo.
— Recitiamo almeno un _Pater, Ave, Gloria_ a S. Luca — disse don Rocco.
— È l'ultima sera che faccio orazione qui. Bisogna lasciar un saluto.
Aveva detto: un _Pater, Ave, Gloria_; ma ne infilzò almeno una
dozzina, trovando altrettante ragioni di salutare altri santi e sante
di sua particolare conoscenza. Chi doveva fornire ai due devoti la
salute eterna, chi la salute temporale, chi la grazia di vincere le
tentazioni, chi un collocamento ragionevole, chi una buona morte e chi
un buon viaggio. L'ultimo _Pater_ fu recitato da don Rocco con singolar
fervore, per la conversione piena di un'anima peccatrice. Se il prete
fosse stato meno assorto nei suoi _Pater_, avrebbe forse potuto udire,
dopo il quarto o il quinto, qualche sommessa giaculatoria di quel tal
vescovo umorista dell'_Amen_. Ma egli udì solo la Lucia rispondergli
con molta compunzione e ne fu tocco nel cuore.
Pochi minuti dopo meditava ancora, al buio, nel povero lettuccio della
sua cella, sul contegno della Lucia, sul suo turbamento dei primi
giorni quando certo una grossa battaglia si combatteva nell'animo
di lei, sui salutari, evidenti effetti della grazia divina che aveva
cercato nei sacramenti. Meditò anche sull'atto del Moro, sul raggio
balenato in quella coscienza tenebrosa, foriero, se non altro, di una
luce migliore e durevole. E vide nella sua mistica immaginazione, le
fila della Provvidenza che lo compensava di un sagrificio sostenuto
per il dovere. Era una beatitudine di pensare a questo, di sapere
che perdeva tutte le sue poche comodità terrene per un premio così.
Offerse anche il dolore di suo padre e di sua sorella, l'umiliazione
sua propria, le strettezze in cui si sarebbe trovato. Vedeva in faccia
al letto, per la finestra, il vago, lontano chiarore del cielo, sua
speranza, suo fine. Gli si chiusero a poco a poco gli occhi, in una
soave sensazione di fiducia e di pace. Si addormentò profondamente.
VI.
Non era ancora ben desto quando l'orologio di S. Luca suonò le sette e
mezzo. Subito dopo suonarono anche le campane poichè don Rocco aveva,
il giorno innanzi, avvertito il ragazzo solito a servirgli la messa,
che l'avrebbe detta verso le otto. Balzò dal letto e andò a prendersi
gli abiti che la Lucia gli doveva aver posti fuori dell'uscio.
Niente. Chiamò una, due, tre volte. Nessuno rispose. Tornò perplesso
in stanza e chiamò dalla finestra: Lucia! Lucia! Silenzio perfetto.
Finalmente comparve il piccolo sagrestano. Non aveva veduto la Lucia.
Era venuto a prender le chiavi della chiesa, aveva trovato aperto
il portello del cortile, aperto l'uscio di casa; nessuno in cucina,
nessuno in salotto. Non rinvenendo le chiavi era entrato in chiesa per
il corridoio interno. Don Rocco lo mandò in salotto a pigliargli gli
abiti, poichè era lì che la Lucia soleva lavorare di sera. Il ragazzo
tornò a riferire che non c'erano abiti. Come non ci sono abiti? Don
Rocco gli ordina di far la guardia davanti all'uscio di casa e scende a
cercarli egli stesso, in camicia. A mezza scala si ferma e fiuta. Che
abbominevole odor di pipa è questo? Don Rocco, molto buio in fronte,
procede. Va diritto in salotto, cerca, fruga; niente. Torna in cucina
con un certo battito di cuore. Puzzo orrendo, ma niente abiti. Sì,
sotto la tavola v'è un mucchietto di roba sucida; una giacca, un paio
di calzoni, un cappello da contadino. Don Rocco raccoglie, spiega,
esamina col cipiglio più minaccioso. Gli pare averla veduta ancora,
quella roba. Il suo cervello non capisce ancora niente ma il cuore
comincia a capire e batte più forte di prima. Egli si prende il mento e
le guancie con la sinistra, stringe, stringe, cerca spremersi fuori il
dove, il come, il quando. Ed ecco che gli occhi suoi fermi sulla parete
si accorgono finalmente di qualche cosa che il giorno prima non v'era.
Vi stava scritto col carbone, a destra: «Tanti saluti». E a sinistra:
«Buono il vino
Buona la serva
Buono il gabano
E buono don Rocho».
Lesse, si recò la mano alla nuca, rilesse, gli parve di smarrir la
vista, sentì un freddo, un torpore diffonderglisi dal petto a tutta la
persona. Qualcuno gridò nel cortile: «dov'è questo don Rocco?». Egli
risalì a fatica nella sua camera, si ripose a letto senza quasi sapere
che si facesse, senza pensiero, quasi, nè senso.
Abbasso lo cercavano, lo chiamavano. C'era il professore Marin e poche
altre persone, venute per la messa. Nessuno capiva come la porta della
chiesa fosse tuttavia chiusa. Il professore entrò in casa, chiamò la
Lucia, chiamò don Rocco senza che anima viva gli rispondesse. Capitò
finalmente in camera del prete e si fermò sulla soglia, sbalordito di
vederlo a letto.
— Ohe! — diss'egli. — Don Rocco! A letto? E la messa?
— Non posso — rispose sotto voce don Rocco, supino, immobile come una
mummia.
— Ma cosa? — replicò l'altro accostandosi al letto con sincero
sgomento. — Che avete?
Quel viso turbato, quell'accento affettuoso ammollirono al povero don
Rocco il cuore pietrificato dal dolore e dalla sorpresa. Stravolta
dalle palpebre inquiete spicciarono due vere lagrime. La bocca serrata
si torceva, tremava, ma resisteva ancora. Vedendo che non rispondeva
parola, il professore corse alla scala, gridò giù d'andar a chiamare il
medico.
— No, no — si sforzò a dire don Rocco, senza muoversi. La voce era
soffocata dai singhiozzi. Lo udì solo il professore tornando a letto.
— No? — diss'egli. — Ma cos'avete, dunque? Parlate!
Intanto tre donnicciuole e un vecchio accattone ch'eran venuti per
udire la messa, entrarono spaventati in camera circondando il letto,
interrogando don Rocco alla loro volta. Egli taceva come il santo
Giobbe, cercando padroneggiarsi. Forse la seccatura di tutte quelle
faccie curiose, pendenti sopra la sua, lo aiutò.
— Andate — diss'egli, finalmente, agli ultimi venuti. — Non occorre
medico, non occorre niente, andate!
Le quattro faccie si ritirarono alquanto, ma guardandolo sempre fisso
con una espressione forse di accresciuto sgomento.
— Andate, vi dico! — replicò don Rocco.
Uscirono piano e si fermarono fuori ad origliare, a spiare.
— Dunque? — fece il professore. — Cosa vi sentite?
— Niente.
— E perchè state a letto, allora?
Don Rocco si voltò con la faccia al muro. Le lagrime tornavano, adesso.
Non poteva parlare.
— Ma in nome del cielo — insistè il professore — cosa c'è?
— Mi passa, mi passa — singhiozzò don Rocco.
Il professore non sapeva che fare nè che pensare. Gli chiese se volesse
acqua e il vecchio accattone scese tosto a pigliarne un bicchiere, lo
pose al Marin. Don Rocco non ne aveva la menoma voglia, ma ripeteva:
«grazie, grazie, mi passa» e bevve ossequiosamente.
— Dunque? — domandò ancora il professore.
— Aveva ragione Lei — rispose don Rocco.
— Di cosa?
— Della femmina.
— La Lucia? Bravo, a proposito; dov'è la Lucia? Non c'è? Scappata?
Don Rocco accennò di sì. Il Marin guardava stupefatto, ripeteva
«Scappata? Scappata?» I quattro tornarono in camera, fecero eco.
«Scappata? Scappata?»
— Ma sentite — disse il professore. — State a letto per questo, voi?
Volete avvilirvi così? Via, vestitevi!
Don Rocco lo guardò, diventò rosso fino al sommo del cranio, e strinse
gli occhietti umidi in un sorriso che significava: adesso riderà, Lei!
— Non ho abiti — diss'egli.
— Cosa?
Il professore aggiunse alle parole un gesto per dire: «Li ha portati
via lei?» Don Rocco rispose pure con un cenno muto del capo; e,
veduto che l'altro frenava a stento uno scoppio di riso, si sforzò di
sorridere anche lui.
— Povero don Rocco — disse il professore, e aggiunse, sempre col riso
alla gola, parole afflitte, parole di pietà, di conforto, chiese ogni
ragguaglio dell'accaduto. — Ah se mi aveste dato retta!... — concluse.
— Se l'aveste mandata via!
— Sì — fece don Rocco, pigliandosi mansuetamente anche questa. — Aveva
ragione Lei. E adesso, cosa dirà la signora?
Il professore sospirò.
— Cosa volete che dica, figliuolo? Non dirà niente. Accade anche
questo che il vostro successore ha scritto ieri di essersi sciolto
definitivamente dagl'impegni suoi attuali e di trovarsi a disposizione
della contessa.
Don Rocco tacque, accorato.
— Guardo — diss'egli, dopo un'istante di silenzio — che alle nove e
mezzo saranno qui col cavallo a prendermi! Bisognerebbe che l'arciprete
o il cappellano potessero prestarmi un abito.
— Io, io! — esclamò il professore, pieno di zelo. — Vado a casa e ve lo
mando subito. Me lo restituirete con comodo, quando potrete.
Una viva gratitudine colorò il viso e agitò le palpebre di don Rocco.
— Grazie! — diss'egli guardandosi umilmente il naso. — Grazie tante!
— Corpo di bacco! — soggiunse fra sè, mentre il professore scendeva le
scale. — È una spanna più alto di me. Adesso mi viene in mente!
Ma non gli venne certo in mente di richiamarlo.
VII.