suo esodo. Il soprabito del professore gli ballava sulle calcagna
e gl'inghiottiva le mani, sino alla punta delle dita. Il cappello a
cilindro, enorme, gl'inghiottiva gli orecchi.
Il professore gli veniva alle spalle ridendo silenziosamente. Nel
cortile parecchia gente corsa al rumore dell'accaduto, rideva. Solo
non rideva il vecchio accattone, bizzarro uomo, mezzo filosofo. —
Oh don Rocco, cosa pare! — dicevano le donne. E chi gli raccontava
un fatto della Lucia, chi un altro, cose d'ogni colore ch'egli non
aveva sospettate mai. — Basta, basta — rispondeva lui, turbato nella
coscienza di questo sparlare. — Oramai è fatta, oramai è fatta.
Si avviò seguito da tutti, diede un'ultima occhiata al fico del
campanile e, passando fra i cipressi di fronte alla chiesa, si voltò
alla porta, si levò divotamente il cappello e piegò un ginocchio.
La carrettella lo attendeva sulla strada maestra. Il vetturale,
vedutolo in quell'arnese, non rise meno degli altri.
Allora don Rocco si congedò da tutti, ringraziò nuovamente il
professore, mandò a riverire la contessa, fece tacere quelli che
dicevano ancora improperi alla Lucia. Quando fu a posto, l'accattone
gli si avvicinò, gli mise la mano destra sopra una scarpa.
— Questa è Sua? — diss'egli.
— Sì sì, le scarpe sì — rispose il prete con una certa soddisfazione
mentre il cavalluccio partiva.
L'accattone si recò alla fronte la mano che aveva toccato la scarpa di
don Rocco e disse solennemente:
— _In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen._ —
R. SCHUMANN
(_Dall'Op. 68_)
Si ardeva, l'altra sera, nel salottino giallo di donna Valentina. Il
calorifero ci soffiava fuoco nelle gambe. La bella dama vi brillava
tra un sistema planetario di globi lucenti; perchè una lampada
splendeva sul piano, due lampade splendevano sulle _consoles_, un
astro discreto luceva fra le orchidee della giardiniera, un astro
azzurrognolo, sospeso a mezz'aria, fiammeggiava sul nostro capo. E
poi c'era una fragranza così turca di sigarette di Salonicco; e poi
donna Valentina era così africana, con quei capelli neri più folti, con
gli occhi più grandi e indolenti che mai, con la corazza nera, con i
guanti che le facevano due lunghe, sottili mani d'ebano. Io guardavo,
inquieto, la signora; suo marito guardava, inquieto, il termometro; gli
altri personaggi, un giovane biondo, un vecchio elegante e un maturo
ufficiale di artiglieria, innamorati tutti e tre di donna Valentina,
erano in ebullizione.
A lei poi venivano delle idee nubiane. Si disputò se la musica possa
raccontare e descrivere, o no. Donna Valentina compativa nel suo
languido modo indolente, con le sopracciglia e il sorriso, con qualche
parolina sommessa, il povero marito infuriato al _no_ contro i tre che
lo caricavano, artiglieria in testa. Io tacevo. A un tratto la signora
si alzò dal divano, pigliò fra la sua musica un fascicolo dell'_Arte
antica e moderna_ di Ricordi; il fascicolo decimoquarto, mi pare. I
tre si ritirarono subito, in disordine, per acclamarla e accendere
le candele del piano. L'uno d'essi, però, il vecchio signore, non fu
abbastanza lesto e rimase prigioniero fremente del marito, che non gli
dava quartiere con le sue mazzate di positivismo greggio.
— Una prova — disse la signora, aprendo il fascicolo sul leggìo. — Io
suono Loro due pagine di musica. Se v'è musica che parli, è questa. Qui
c'è una scena e una storia, chiarissime. Ciascuno di Loro me la traduca
subito in iscritto. E non ci sono scuse! — Lei tradurrà in versi — mi
diss'ella.
Chiesi venir dispensato dai versi, avendo posata, secondo il solito,
la mia letteratura nell'anticamera, con il soprabito. E poi una
traduzione in versi non s'improvvisa. Intanto i due zelanti accendevano
una candela per ciascuno, e io nascosi male un sorriso, chinandomi a
leggere, in capo alle due pagine di musica:
R. SCHUMANN
(_Dall'Op. 68_)
Donna Valentina vide il sorriso e, perchè ci conosciamo bene, v'intese
un volume di cose, sorrise pure, con la finezza più europea, con uno
sguardo molto lungo, molto sospetto; il quarto o il quinto che avevo da
lei, quella sera.
— Scettico! — diss'ella, sotto voce. E strappò dalle viscere del piano
il ripetuto angoscioso gemito che apre quella stupenda pagina di musica
e vi ritorna ogni momento.
Aveva una sera felice. Nel _pianissimo_ del ritornello, dopo le prime
otto battute, mi parve proprio udire il lamento di un'anima. Gli
adoratori della dama, tuffati in tre poltrone, ascoltavano con una tal
quale segreta angustia, contemplando l'astro azzurrognolo sospeso in
aria. Finito il pezzo, ne chiesero ed ottennero la replica; dopo di che
il salottino giallo diventò un Parnaso all'opera.
L'ufficiale, che nel conversare sciabolava _de omni re scibili_, si
trovò, dopo due minuti, tutto attonito di non essere in vena; smise,
per il suo meglio, di tirarsi i baffi e le idee. Il vecchio signore,
il giovine biondo ed io, presentammo a donna Valentina le nostre opere
complete.
— Adesso si legge — diss'ella. Già la scena è del deserto, e sono due
amanti che vi muoiono insieme.
Il giovine diventò rosso e voleva riprendere il suo parto, ma donna
Valentina non lo permise, riconobbe che la musica era una lingua
senza dizionario e senza grammatica da non potersi tradurre lì per lì
con sicurezza, e lesse ad alta voce questa prosa del vecchio signore
elegante, persona molto a modo, del resto, e ingegno colto, ch'era una
pietà di vedere umiliato ai piedi di lei da una passione ridicola.
MONDO DEI SOGNI — VALLE DELLE ROSE
_All'aurora_
— Folle sogno! Folle sogno! Nel caldo Oriente io poso giovane con lei
su le rose.
Folle sogno! Folle sogno! Baciami, non parlarmi, bocca soave, non mi
destare.
È lontano, è lontano il freddo paese della neve; son lontani, son
lontani i tristi giorni della vecchiezza.
È fuoco nel core, nel sangue, è fuoco nel mare di rose, è fuoco nel
cielo profondo. Bocca ardente, bocca ardente, fuoco tu sei e mi divora
la molle fiamma.
Ti scongiuro, ti scongiuro, non obliarmi poi quando ci desteremo nel
freddo paese, nei giorni tristi, quando scura, muta sarà la fiamma
che divora il mio petto, ma fervente, ma potente a tornarti su le rose
voluttuose per un giorno, per un'ora, a spirar fuoco nel tuo cuore, nel
tuo sangue, ne l'aura amorosa a le tue grazie circonfusa.
*
* *
— Pompe! Acqua! — susurrò l'ufficiale, mentre il marito, che aveva
spesso scompigliate, con il suo riso grossolano, le rose dell'oriente,
esclamava: — grazie di quel deserto! Grazie di quegli amanti che
muoiono!
— Deserto sì — disse la signora sorridendo amabilmente all'autore.
— Suppongo che i Suoi amanti non ci vorranno mica dei _flâneurs_ in
questa valle delle rose. E se non muoiono, dormono, sognano. _To die,
to sleep, perchance to dream._ — Adesso la Sua — soggiunse sorridendo,
stavolta, al giovane biondo. E lesse:
UNA CATTEDRALE
_Notte_
_La penitente._ — Che dolore! Che dolore! Egli morì da tanti anni ed è
ancor piena di peccato l'anima mia.
L'amo ancora! L'amo ancora! Cerco Dio, non trovo che lui, ardo sempre
delle passate ebbrezze.
_Uno spirito._ — Amami ancora! Amami ancora! Da tanti anni, nell'ombra
della morte, sono ancora pieno di te.
Non ti dolere! Non ti pentire! Solo mi ristora, nel tormento eterno, il
tuo amore.
_Il confessore._ — No, non t'accostar così al Sacramento, non muovere
ad ira il Signore, va, prostrati sul marmo di gelo, prega e piangi,
prega e piangi, forse il tuo cuore avrà pace.
_La penitente._ — Egli soffre! Egli soffre! Io lo sento, io non prego,
non voglio esser mai felice, non dolermi, non pentirmi; forse lo
ristora, laggiù nei tormenti, l'amor mio.
_Il confessore._ — Empia, va, esci dal luogo santo, io t'abbandono
all'impuro fuoco. Forse perdona, forse perdona il Signore a lui, non a
te, mai.
_La penitente._ — Padre mio! Padre mio! Non lasciarmi, t'oppongo le mie
disperate braccia, prego e piango, prego e piango, mi pento, mi pento,
cado infranta a' piedi tuoi, Signore!
*
* *
— Conserva di romanticismo alle cipolle — disse l'ufficiale. — Una cosa
lagrimevole.
— Io la trovo bellissima — mormorò la signora con una squisita dolcezza
d'ammirazione rattenuta, guardando ancora lo scritto.
— Specialmente — soggiunse il marito perchè la cattedrale è un deserto;
non c'è nemmeno il sagrestano, se quei due lì, in confessione, gridano
come disperati. E gli amanti non solo muoiono, ma uno è bell'e andato
da un pezzo.
— Battista — disse donna Valentina — non essere insopportabile! —
Vediamo un poco Lei, cos'ha scritto — soggiunse volgendosi a me. — Sono
curiosissima.
Prese le mie povere fatiche, le percorse con una rapida occhiata e
susurrò quasi parlando fra sè e sè:
— Non capisco.
— Lei sarà stato sublime — mi disse l'ufficiale.
— Grande — gli risposi inchinandomi. — Sublime è stato il Suo silenzio.
La signora lesse:
IL POETA E LA DAMA
_Il poeta_
— Mia signora! Mia signora! Come può Lei sopravvivere a questo
diabolico inverno?
— Mia signora! Mia signora! Non gela il Suo piccolo tepido cuore?
_La dama_
— Mio signore! Mio signore! Come vive Lei col Suo cuore di ghiaccio?
Mio signore! Mio signore! Io ho un morbido nido caldo.
Ho la mia stufa legittima che conserva ancora qualche bragia e manda
di tempo in tempo qualche languido focherello. Ma non basta! Ma
non basta! Ho un giovane caminetto dalle vampe bionde, che non mi
brucia, mi consola, mi fa sognare. Ma non basta! Ma non basta! Ho un
maturo, bollente scaldamani, una palla di cannone, coperta di panno
ricamato d'oro, ch'io prendo tal volta per trastullo, posando il
libro o l'uncinetto. Ma non basta! Ma non basta! Ho un vecchio devoto
scaldapiedi che mi serve tanto e manda pure il suo timido tepore. E
se talora ho troppo caldo, apro la finestra, e guardo il cielo. Pur
non basta! Pur non basta! Vorrei il Vostro spirito di poeta, vorrei
un'azzurra fiamma d'alcool per il mio thè, per il diletto degli occhi
miei.
_Il poeta_
— Mia signora! Mia signora! Io mi faccio, con il mio spirito, il mio
umile caffè. —
*
* *
Questa roba agghiacciò tutti.
— Scusi — mi disse donna Valentina — cosa L'è venuto in mente?
— Che vuole? — risposi. — Non capisco la musica. Ho scritto una
sciocchezza a caso.
— Va bene — replicò la dama. — In pena, Lei non avrà il Suo caffè,
stasera. O thè con noi, o niente.
LIQUIDAZIONE
LETTERA AL DIRETTORE D'UN GIORNALE
_Signor Direttore,_
Ella mi propone, molto cortesemente, di lavorare per il Suo giornale.
Grazie tante, ma non sa, caro signore, cosa c'è di nuovo? Chiudo
l'officina. Che vuole? I miei libri non vanno, è gran ventura se
qualcuno me ne arriva alla seconda edizione; capisce, a questi tempi!
Intanto gli anni passano, l'ingegno si stanca, mi cade il cuore. Creda,
non v'è più avvenire per me. Ora, gli scrittori nuovi, _chissi so
bravi_, come diceva don Ciccio De Capo a Massimo d'Azeglio. La roba
mia non ha il taglio nè il colore che piacciono al pubblico, e non c'è
rimedio; _chiù d'accussì no saccio fare_. Vuole che mi ostini a questo
melanconico mestiere? Chiudo l'officina e vendo quel po' di ferri.
Tutta roba in cattivo stato, roba di poco valore, ma tanto ne vorrei
pur trarre qualche cosa e prego anzi Lei di venirmi in aiuto.
Ci ho, per esempio, dei meccanismi usati da romanzo. Li darei per una
miseria; supponga per il volume _Chérie_ di Goncourt; e con pochissimo
si possono rimettere a nuovo come tanti sanno fare.
Lei mi dice che non usano più, che ora si fa tutto vivo e naturale;
tanto è vero che poi i libri muoiono naturalmente, da sè; una cosa
prodigiosa. Ha ragione, non ci avevo pensato. Allora mi accontenterò
se un confratello del mio stampo me li prende per qualchecosa meno
di _Chérie_, per un giuoco di pazienza, per una scatola di frasi da
comporre odi alcaiche, supponga. È ancora troppo? Piglierò gl'_Inni
Sacri_ del Manzoni, che non valgono più niente, e facciamola finita.
Ho pure delle vecchie lenti da presbite, per osservare le cose e
le anime. Veramente sono in forse di spezzarle per uno scrupolo di
coscienza. Dopo averle adoperate un pezzo in buona fede, m'è venuto il
dubbio amaro di non so quale occulta falsità nel cristallo. Che non
sieno del tutto acromatiche mi pare impossibile; tuttavia, passi! Si
può credere che abbiano preso il colore del mio spirito. Sarebbe un
piccolo guaio. Una goccia d'alcool e io le garantirei perfettamente e
per sempre oggettive a ogni valoroso artista che sappia guardare senza
spirito. Ma il peggio si è ch'io vedo un mondo diverso da quello che
vedono i miei confratelli d'arte; diverso dal vero, insomma.
Vedo un mondo ove appare del brutto, del sudicio, del vile più ancora
che non ne rispecchino certi libri dei miei colleghi; e appare anche
del buono, del bello che non esiste certo, perchè in que' libri non
si trova mai. Pare impossibile, ma io non vedo dei grandi uomini che
tutti vedono, e vedo poi invece delle donne grandi che nessuno conosce.
Leggo le fantasie degli scogli alpini benchè siano così alte, e non
posso leggere quelle di certi scrittori benchè siano così basse. Vedo
in tutte le anime qualche riflesso bagliore di una luce ignota, di
una idea sovrana; e non posso veder la luce dell'_idea sperimentale_
neppure nel cervello di Emilio Zola. Non vorrei che una goccia di
maledetta poesia fosse stata mista al cristallo; perchè l'artefice
fece queste lenti prima che il romanzo diventasse scienza, prima
che un maestro, discorrendo di tale mirabile evoluzione, correggesse
timidamente Voltaire così, presso a poco: _Nul genre n'est bon si ce
n'est le genre ennuyeux._
Sa, signor Direttore, come finiranno queste lenti? Nè le vendo, nè
le spezzo; le tengo, le faccio legare in oro perchè mi ricordino il
generoso fuoco del mio cuore quando s'illudeva, folle ma felice, di
penetrar con esse l'universo, per trarne, secondo una propria idea
dell'arte, fantasmi d'anima eterna e vive ombre di esseri; perchè mi
ricordino qualche spirito fedele e ardente che voleva pur seguirmi e
guardar con esse, sdegnando chi ci sdegnava. E prima di morire gitterò
in mare, come il vecchio re di Thule, cristallo ed oro, perchè nessuno
più se ne inebbrii dopo di noi e si perda.
Lei mi chiede: e documenti umani? Ne tenevo parecchi, ma davano
pessimo odore. I rispettabili personaggi delle mie collezioni ne erano
stomaccati; qualcuno ne soffriva addirittura nella salute. Una bella
signora altera della collezione d'ideali, un abate e due venerabili
dame della collezione di macchiette parlavano di andarsene. Ho dovuto
gittare dalla finestra quanto avevo di poco pulito, beneficando forse,
senza saperlo, qualche spazzaturaio della letteratura; qualche povero
collega, avido di lettori, di quattrini e di fama. Non dico mica di
non possederne ancora, documenti umani. Ne ho di rari e curiosi che
mi costarono un occhio quando li raccolsi, con infinita compiacenza,
nel taccuino. Pure li cedo tutti per un solo biglietto circolare
di ferrovia, de' più modesti. Quando osservo la vita, e la penso
e la porto nel mio petto, essa vive ancora, dentro a me, del mio
stesso calore, del mio sangue; quando la noto nel taccuino, vi muore
miseramente, vi si dissecca, io vi cerco invano una ispirazione, la
mia fantasia la sdegna, il mio cuore non la sente più. I miei migliori
documenti umani non sono miei; mi vivono bensì intorno o almeno passano
davanti a me.
Poveri ideali miei, e voi pure andrete dispersi. Questo me ne consola,
che tutti, anche la bella signora schifiltosa, conoscono il fango della
via e degli uomini, perchè è appunto là ch'io gl'incontrai veramente. E
questo ancora me ne consola, che nessun nemico inferiore, nessun poeta
dell'arte nuova dirà loro villania che li tocchi, tanto al di sopra
della folla passa il loro sguardo inteso al di là della vita. Io apro
ai nobili signori, inchinandomi, la porta, onde tornino nel mondo, le
donne pure ad amare e soffrire, gli uomini forti a soffrire e operare.
Se parleranno di me che li ospitai, certo diranno che la mia casa non
era degna di essi, ma che la mia devozione lo era.
Quanto alle macchiette, ai personaggi di seconda riga, è un altro
discorso. Qui faremo affari, signor Direttore. È tutta roba da vendere
e da vender bene. Ne tengo di ogni qualità, vecchie e giovani, brutte
e leggiadre, stupide e argute. Tengo qualche gentile signora, qualche
bel cavaliere che Lei, a prima giunta, piglierebbe per ideali. Li
smonti un poco e vi guardi dentro; vedrà che non c'è l'ombra d'un'idea,
sono macchiette. Tengo dei personaggi solenni, dei dignitari, delle
celebrità, degli aristocratici che mi guardano dall'alto in basso e
non sospettano di essere graziose macchiette della mia collezione,
classificate per ordine di ridicolo, ciascuna con l'etichetta della
propria particolare vanità, ciascuna atteggiata giusta la propria linea
comica, interna o esterna.
Poi ci ho le macchiette serie, le macchiette amabili, atte a
sostituire, occorrendo, gl'ideali, a rappresentare le prime parti.
Mi pesa di staccarmene, perchè la loro conversazione quieta e modesta
mi riposa lo spirito e parecchie sono veramente amiche mie, persone
care.
Queste le potrei cedere solo a qualche delicato artista, capace di
rispettarle, di metterle in scena con lo stesso ambiente degno, buono
in cui vivono la vita reale; capace di rappresentare con maggiore
sentimento, finezza ed effetto ch'io non saprei, quel vero nè sublime,
nè basso, nè patetico, nè ridicolo, che si trova tutti i giorni in
tutti i luoghi.
Avrei dei paesaggi quasi finiti. Ahimè, non c'è abbondanza d'altro in
Italia. Il sentimento della natura, da dieci anni in qua, ce l'hanno
tutti; ed hanno una ricchezza di tavolozza ch'io non possederò mai. Non
ho cobalto, si figuri; come farò a descrivere un cielo che adesso paia
tollerabile?
Come saprò io mettere in un volume i colori che altri oggi sa mettere
in un sonetto?
Lessi di recente dei prodigi d'analisi ottica, degli spettri solari
in versi. Cosa vuole che faccia io senza neanche cobalto? Chiudere,
chiudere e vendere i miei paesaggi a peso di carta.
Io sono solito tenere un fiore sul mio tavolino.
Se mai vi fosse nel mondo qualche semplice creatura di molto cuore e di
poco spirito che avesse letto le cose mie con una tal quale benevolenza
per esse e per me, le offrirei la bianca ultima rosa che muore sulle
carte abbandonate. Ci siamo amati, la povera regina ed io. Ella era una
mistica poesia, uno slancio idealista della terra amorosa, e mi diede
la sua idea di bellezza, il suo arcano spirito di fragranza. Io le
diedi un rispettoso culto, una dimora semplice dove nè voce nè pensiero
mai poterono offendere la sua fiera purezza.
Avrei ancora, signor Direttore, un po' di vecchia fede, che m'ha
servito, lo dico apertamente, a scrivere. Ma, se la vendo, come vivrò?
FINE.
INDICE
PAG.
NOTA DELL'AUTORE ALLA PRIMA EDIZIONE 9
FEDELE 15
_Primo intermezzo:_ CLEMENTI (op. 26 — Lento) 51
UN'IDEA DI ERMES TORRANZA 55
_Secondo intermezzo:_ VAN BEETHOVEN (op. 27) 105
IL FIASCO DEL MAESTRO CHIECO 109
_Terzo intermezzo:_ BOCCHERINI (Minuetto in LA) 151
EDEN ANTO 159
_Quarto intermezzo:_ MARTINI (Gavotta) 199
UNA GOCCIA DI RHUM 205
_Quinto intermezzo:_ CHOPIN (op. 17, n. 4) 217
PEREAT ROCHUS 223
R. SCHUMANN (op. 68) 305
LIQUIDAZIONE 321
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Fedele ed altri racconti, by Antonio Fogazzaro