ciò gli tingeva un poco di grigio le idee malgrado la sua proverbiale
trascuranza di ogni interesse mondano. Quel buco nella tasca, quella
goccia continua gli dava pensiero. Non sarebbe stato meglio fare
elemosina?
«C'è di buono» pensava «che mi secco e tutti mi strapazzano. Non giuoco
mica per piacere».
Ecco a sinistra della via uno scuro d'alberi, un ascender lento di
questa oscurità informe a tre grandi cipressi ineguali, neri sul
cielo. Là tra i vecchi cipressi posa la romita chiesetta di San Luca
e, addossato a lei, un piccolo convento, vuoto da cento anni. Il breve
poggetto inghirlandato di viti non porta altre case. Nè dal convento nè
dal prato che regge la chiesetta vegliata dai cipressi si scorge la via
maestra, ma solo altri poggi gai di vigneti, di ville e case campestri,
isole d'un immenso piano che va da colline più lontane alle alpi, e
sfuma a levante nei vapori del mare invisibile. Il semplice cappellano
della signora Carlotta viveva solo nel convento come un sacerdote del
silenzio, contento della magra prebenda, contento di predicare a più
non posso nella sua chiesetta, di esser chiamato il giorno a benedire
i fagiuoli e la notte ad assistere i moribondi, di coltivarsi le viti
con le proprie mani; contento di tutto, insomma; anche della serva,
una brutta zitellona sui quarant'anni, a talento della quale mangiava,
beveva e vestiva rassegnatamente, senza scambiare con essa dieci parole
l'anno.
— Se la mando via — diceva tra sè, passando fra le alte siepi della
stradicciuola che sale dalla via maestra a San Luca — è un danno, è un
disonore per lei. Non posso in coscienza, perchè son sicuro, caspita,
che non è vero niente. Col Moro, poi!
L'orologio del campanile suonò le undici, don Rocco pensò alla predica,
di cui un buon quarto era ancora da scrivere, e traboccò giù in furia
dal prato della chiesa al portone del suo cortile, affondato lì presso,
sotto il campanile, in capo a un viottolo scosceso. Aperse il portello,
attraversò a mezzo il cortile e si fermò su' due piedi. Una fioca luce
usciva dalle finestre del suo salotto, l'antico refettorio dei frati, a
pian terreno.
Don Rocco era uscito alle quattro per andar a parlare con la contessa
Carlotta e non era rientrato più. Non poteva aver dimenticato il
lume acceso. Doveva esser tornata la Lucia, dunque, prima di quel che
aveva promesso; certo, certo. Non affaticò il suo cervello in altre
supposizioni ed entrò in casa.
— Siete voi, Lucia? — diss'egli. Nessuno rispose. Entrò nel vestibolo,
s'affacciò alla cucina, rimase lì, immobile, sulla soglia.
Un uomo stava seduto sotto la cappa del camino con le mani protese
sulle brage. Voltò il viso al prete e disse senza scomporsi:
— Don Rocco, servitor suo.
Al chiarore del fumoso lume a petrolio che ardeva sulla tavola, don
Rocco riconobbe il Moro.
Egli si sentì un certo leggero rammollimento del cuore e delle gambe.
Non si mosse nè rispose.
— Resti servito, don Rocco — riprese il Moro imperturbato, parlando
come se fosse in casa propria. — S'accomodi qui anche Lei, che fa
freddo stasera, fa umido.
— Fa freddo, sì — rispose don Rocco con una forzata benevolenza
nell'accento. — Fa umido.
E posò la lanterna sulla tavola.
— Venga qua — riprese l'altro. — Aspetti che L'accomoderò io. — Andò a
pigliar una sedia e la piantò sul focolare a fianco della propria,
— Ecco — diss'egli.
Intanto don Rocco veniva ripigliando fiato e facendo con un cipiglio
terribile dei faticosi ragionamenti interni.
— Grazie — rispose. — Vado a metter giù il tabarro e torno subito.
— Lo metta giù qui il tabarro — replicò il Moro non senza una certa
fretta, una nuova imperiosità, che piacquero pochissimo a don Rocco.
Egli depose silenziosamente sulla tavola il tabarro e il cappello e
sedette sotto la cappa del camino, a fianco del suo ospite.
— Mi scuserà se ho fatto un po' di fuoco — riprese questi. — È una
buona mezz'ora che son qui. Credevo che Lei fosse in casa a studiare.
Non è sabato, stasera? Avrà bene a dire, domattina, le solite quattro
minchionerie ai villani!
— La spiegazione del Vangelo, vorrete dire — rispose vivamente don
Rocco, che su quel terreno lì non conosceva paura.
— Lei capisce le cose in aria — disse il Moro. — Mi scusi, son villano
anch'io, si parla alla buona, ma con rispetto. Vuol favorirmi una
presa?
Don Rocco gli porse la tabacchiera.
— _Da trozi?_ — fece l'altro con un'occhiata d'intelligenza. _Da trozi_
ossia _da sentieri_ chiamano in quel paese il tabacco che entra di
furto nello Stato.
— No — rispose don Rocco alzandosi. — Forse ne posso avere un poco di
sopra.
— Lasci stare, lasci stare — s'affrettò a dire il Moro. — Qua, qua.
E affondate tre dita nella tabacchiera, vi attinse una libbra di
tabacco e se lo fiutò a piccole riprese, contemplando il fuoco. La
fiamma moribonda gl'illuminava la barba nera, il viso terreo, gli occhi
vivaci, intelligenti.
— Adesso vi sarete riscaldato — s'arrischiò a dire don Rocco dopo un
momento di silenzio. — Potrete andare a casa.
— Hum! — fece l'altro con una spallata. — Avrei qualche affaretto,
prima.
Don Rocco si contorse un poco sulla sedia, battendo forte le palpebre,
con un cipiglio straordinario.
— Dicevo così perchè è tardi — borbottò fra il rustico e il timido. —
Ho appunto a far qualche cosa anch'io.
— La predica, eh? La predica, la predica — ripeteva l'altro,
macchinalmente, guardando il fuoco e pensando. Senta — conchiuse —
facciamo così. Ho visto che in salotto c'è penna, carta e calamaio.
Lei si accomoda lì e scrive le Sue chiacchiere. Io, intanto, se per Sua
buona grazia mi permette, mi prendo un boccone, perchè sono sedici ore
che non assaggio cibo. Quando abbiamo finito si parla.
Don Rocco pareva poco persuaso sulle prime; ma quanto era focoso
nell'eloquenza sacra, altrettanto era impacciato nella profana.
Non seppe che contorcersi e metter qualche sommesso grugnito di
dubbio; dopo di che, l'altro tacendo sempre, si alzò dalla sedia più
stentatamente che se vi si fosse invischiato.
— Vado a vedere — diss'egli — ma ho paura che troverò poco. La serva....
— Lei non s'incomodi — interruppe il Moro. — Lasci fare a me. Vada
a scrivere, Lei. — Saltò giù dal focolare, accese un altro lume e lo
portò nell'attiguo salotto che aveva le finestre a mezzogiorno, verso
il cortile, mentre le finestre della cucina si aprivano a tramontana,
sul lato posteriore del vecchio convento, dov'erano la cantina e il
pozzo. Poi tornò lesto a spiccare, sugli occhi dell'attonito prete, una
chiave appesa nell'angolo più buio della cucina, ne aperse un'armadio a
muro, vi alzò la mano sicura a un formaggio di capra, di cui don Rocco
non sospettava neppure l'esistenza; tolse il pane in una credenza, il
coltello in un cassetto della tavola.
Fu questa la terza o la quarta volta nella vita di don Rocco che il
famoso cipiglio, per alcuni istanti, scomparve. Anche le palpebre
restarono di battere.
— Lei mi guarda, don Rocco — disse il Moro, compiacendosene — perchè
son pratico di casa Sua. Badi a scrivere. Sentirà poi. — Terremo anche
vivo il fuoco — soggiunse, quando il prete, rinvenuto poco a poco dal
suo sbalordimento, passò in salotto.
Prese il soffietto di ferro, una specie di canna da spingarda, ne volse
un capo alle brage e soffiò nell'altro in modo così insolito che ne
uscì un fischio potente. Quindi die' di piglio alla cena.
Che diavolo aveva? Ora divorava, ora levava la faccia e rimaneva lì
trasognato, ora camminava su e giù per la cucina, urtando le sedie e
la tavola. Pareva una bestia prigioniera che ogni tanto leva il muso
dall'osso, ascolta e guarda, lo acciuffa, lo lascia, dà una girata
rabbiosa per la gabbia, torna a sgretolare.
Don Rocco intanto pendeva sul suo scartafaccio, ammirando ancora
ciò che aveva veduto, non sapendo trarne, nel suo candore, alcuna
induzione, ascoltando in pari tempo i passi e i rumori della camera
vicina, con certa torpida inquietudine che somigliava vagamente
alla paura, come la intelligenza dello stesso don Rocco all'ingegno.
_Sentirà poi_ — si diceva. — Cosa ho a sentire? Che sa dove sono i
denari? — Li aveva messi nel cassettone della sua camera da letto,
ma erano in tutto due biglietti da dieci lire, e don Rocco pensò con
soddisfazione che il vino nuovo non era ancora venduto e quei denari là
eran sicuri dalle unghie del Moro.
Violenze non pareva che costui ne minacciasse. — Infin dei conti
andranno venti lire — concluse don Rocco adagiandosi nella sua
filosofica e cristiana noncuranza dell'oro. Abbandonò mentalmente le
venti lire al loro destino e cercò ricondurre i pensieri al sacro testo
«nemo potest duobus dominis servire.» Nello stesso momento gli parve
udire fra i passi affrettati del Moro un gran colpo sordo, più lontano,
come di un uscio che si sfondi; poi il tonfo d'una seggiola rovesciata
in cucina; poi un altro colpo lontano. Il Moro entrò in salotto e
chiuse violentemente l'uscio dietro di sè.
— Don Rocco, son qua — diss'egli, — Ha finito anche Lei?
— Ci siamo — pensò il prete, a cui ogni altra cosa che quella presenza
uscì di mente.
— Finito, no — rispose. — Ma finirò quando sarete andato via. Cosa
volete?
Il Moro prese una seggiola, gli sedette in faccia, incrociò le braccia
sulla tavola.
— Faccio una brutta vita, signore — diss'egli. — Una vita da cane e non
da cristiano.
A don Rocco, per quanto disposto placidamente al peggio, si allargò il
cuore. Egli rispose severo, e con gli occhi bassi:
— Si cambia, figlio, si cambia.
— Son qui apposta, don Rocco — replicò l'altro. — Voglio confessarmi.
— Adesso subito — soggiunse perchè il prete taceva.
Don Rocco battè le palpebre e si contorse alquanto.
— Bene — diss'egli, sempre con gli occhi bassi. — Adesso potremo
parlare, ma per la confessione abbiamo tempo. Per la confessione
potreste ritornare domani. Ci vuole un poco di preparazione. Bisognerà
anche vedere se siete istruito.
Il Moro tirò con tutta placidità e dolcezza tre e quattro cannonate
contro Dio in sacramento, come se recitasse un'_Ave_, per conchiudere
che ne sapeva quanto un chierico.
— Ahi, ahi, vedete, vedete — disse don Rocco contorcendosi più che mai.
— Si comincia male, figlio caro. Volete confessarvi, e bestemmiate.
— Lei non deve guardare a queste piccolezze — rispose il Moro. — Il
Signore Le assicuro io che non ci guarda. È un'abitudine, così, della
lingua. Niente altro.
— Brutte abitudini, brutte abitudini — sentenziò l'accigliato don
Rocco, guardando nel fazzoletto che si teneva sotto il naso a due mani.
— Insomma, mi confesso — insistette colui. — Taccia, taccia, non dica
di no; ne udrà delle belle.
— Adesso no, assolutamente no — protestò don Rocco, alzandosi — Adesso
non siete preparato. Adesso ringrazieremo il Signore e la Madonna che
ci hanno toccato il cuore e poi andrete a casa. Domattina verrete alla
Santa Messa e dopo la Santa Messa staremo ancora insieme.
— Va bene — rispose il Moro. — Faccia pure.
Don Rocco s'inginocchiò a terra presso un canapè e parve attendere,
girando il capo, che colui lo seguisse.
— Faccia faccia — disse il Moro. — Io ho male a un ginocchio e reciterò
le mie orazioni seduto.
— Bene, sedete qui sul sofà, vicino a me che starete meglio,
accompagnate le parole col cuore e tenete gli occhi a quel Crocifisso
là in faccia. Da bravo, preghiamo il Signore e la Madonna che vi
mantengano in queste buone disposizioni onde abbiate la fortuna di fare
una buona confessione. Devoto, da bravo!
Ciò detto, don Rocco incominciò a recitare dei _Pater_ e degli _Ave_,
alzando spesso, devotamente, il suo cipiglio. Il Moro gli rispondeva
seduto sul canapè. Pareva lui il confessore e l'altro il penitente.
Finalmente don Rocco si fece il segno della croce e si alzò.
— Adesso segga qui che mi confesso — disse il Moro come nulla fosse.
Don Rocco gli diè sulla voce. Non erano già intesi che si sarebbe
confessato all'indomani? L'altro faceva il sordo da quest'orecchio,
continuava a battere il suo punto con una placidità ostinata. —
Finiamola — disse a un tratto. — Stia attento che incomincio.
— Vi dico che non è possibile e che non voglio — ribattè don Rocco. —
Andate a casa vostra, vi dico. Io vado a letto, adesso.
S'incamminò subito; ma il Moro lo prevenne, balzò all'uscio, lo chiuse
a chiave e si cacciò la chiave in tasca.
— Nossignore — diss'egli. — Lei non se ne va. Non posso morire stanotte
io? Non basta che il Signore mi soffii su, là, così?
Soffiò sul lumicino a petrolio e lo spense.
— E se vado all'inferno — continuò con voce cupa nelle tenebre — ci
viene anche Lei, sa!
Il povero prete, a quell'improvvisa violenza, a quel buio, perdette la
tramontana, non sapeva più in che mondo si fosse, ripeteva «andiamo,
andiamo!» cercando il canapè a tentoni, urtando l'aria con le palme
distese. Il Moro si accese uno zolfanello sul braccio e don Rocco ebbe
una visione della tavola, delle seggiole, del suo strano penitente
prima che il buio tornasse più nero di prima.
— Ha veduto? — disse colui. — Adesso incomincio; dal peccato più
grosso. Sono quindici anni che non vado a confessarmi, pure il peccato
più grosso è questo, che ho fatto all'amore con quella brutta figura
della Sua serva.
— Corpo di bacco! — fece don Rocco involontariamente.
— Se son pratico della cucina — continuò il Moro — è perchè sarò venuto
qua cinquanta volte, la sera, quando Lei non c'era, a mangiare e bere
con la Lucia. Lei forse si sarà anche trovato a mancare qualche lira...
— Non so niente, no, non so niente, no — borbottò don Rocco.
— Qualcuna di quelle poche lirette del suo cassettone, primo cassetto a
sinistra in fondo.
Don Rocco mise una sommessa esclamazione di sorpresa e di dolore.
— Per me ho finito di rubare — continuò l'altro — ma quella strega Le
porterà via la casa. Brutta donna, don Rocco, brutta donna! Bisogna che
ce ne liberiamo. Si ricorda di quella camicia che Le è mancata l'anno
scorso? l'ho addosso io e me l'ha data lei. Restituirla non posso,
perchè...
— Non fa niente, andate là, non fa niente — interruppe don Rocco. — Ve
la dono.
— Ci sarà poi anche qualche bicchiere di vino, ma non l'ho bevuto tutto
io. E poi c'è la tabacchiera d'argento con Pio IX.
— Corpo di bacco! — esclamò don Rocco che credeva avere nel cassettone
questa preziosa tabacchiera regalatagli da un vecchio collega. — Anche
quella?
— Bevuta, sì signore. Bevuta in quindici giorni. Non si riscaldi che
siamo in confessione.
— Cosa c'è?
Un colpo sul portone del cortile. Un gran pugno o una sassata.
— Malviventi — disse il Moro. — Bricconi che girano la notte. — O
qualche malato, forse. Adesso vado io a vedere.
— Sì, sì — fece don Rocco in fretta.
— Vado e tornerò domani — continuò quegli — perchè vedo che Lei già non
ha voglia di confessarmi, stanotte.
Trasse gli zolfanelli e riaccese il lume dicendo:
— Senta, don Rocco. Voglio fare il galantuomo, lavorare; ma dovrò
cambiar paese, e i primi giorni, come si mangia? Mi capisce.
Don Rocco si grattò la nuca.
— Domattina venite, già — diss'egli.
— S'intende! Ma avrei anche qualche debituccio qui, e andando in giro
di giorno vorrei mostrare la mia faccia senza riguardo a nessuno.
— Bene — fece don Rocco, molto accigliato ma con accento benevolo. —
Aspettate.
Prese il lume, uscì dal salotto, e ritornò subito con un biglietto da
dieci lire.
— A voi — diss'egli.
Colui ringraziò e partì, accompagnato col lume fino a mezzo il cortile
da don Rocco, che aspettò lì fino a quando l'altro, uscito dal portone,
gli ebbe gridato che non c'era nessuno. Allora andò a chiudere e
rientrò in casa.
Non potè coricarsi subito. Era troppo agitato. — Corpo di bacco! —
ripeteva fra sè. — Corpo di bacco! — Non avrebbe mai saputo immaginare
un caso tanto straordinario, e toccava proprio a lui. Si sentiva
un testone enorme come quando giuocava a tresette e non capiva il
giuoco e tutti lo strapazzavano. Che caos ci aveva dentro di bene
e di male, di amarezza e di consolazione! Quanto più la cosa gli
pareva straordinaria, con tanto maggior fede, con tanto più trepida
riverenza la riferiva alla mano di Dio. A ripensare il suo affacciarsi
alla cucina e quell'uomo seduto al focolare, la memoria gli metteva
uno sgomento più forte di quello recatogli dalla realtà; e subito vi
sottentrava un'ammirazione mistica per le arcane vie del Signore. Certo
la colpa della Lucia era amara, ma come si vedeva chiaro il disegno
della Provvidenza! Condurre l'uomo in casa del prete; per il peccato,
alla grazia. Che gran dono gli aveva fatto Iddio, a lui, l'ultimo dei
preti della parrocchia, uno degli ultimi della diocesi! Un'anima così
perduta, così indurata nel male! Gli venne scrupolo d'essersi lasciato
rincrescer troppo l'inganno della serva, la perdita della tabacchiera.
Inginocchiato al suo letto, recitò, battendo a furia le palpebre,
una interminabile serie di _Pater, Ave, Gloria_, pregò il Signore, S.
Luca e S. Rocco che lo aiutassero a diriger bene quella conversazione,
ancora immatura. Caspita, venire a confessarsi con una fila di moccoli
e accusare più gli altri che sè? A don Rocco il cuore del Moro si
rappresentò con una similitudine di cui si compiacque, tanto gli parve
nuova ed evidente. Un frutto sano con una prima punta di putrefazione;
ma tutto questo a rovescio.
Quando fu a letto e coricato sul fianco per dormire, gli venne in mente
che all'indomani sarebbe arrivata la Lucia. Questo pensiero gliene
suggerì subito un altro. Si voltò di colpo a giacer supino.
Si trattava in fatti d'un problema grave. Aveva il Moro parlato della
Lucia in confessione o no? Don Rocco si ricordò di non aver fatto
osservazione alcuna quando colui, spento il lume, aveva dichiarato di
volersi confessare, nè poi quando gli aveva detto: «non si riscaldi
che siamo in confessione.» Dunque vi era per lo meno un dubbio grave
che si trattasse di vera confessione; e se il penitente l'aveva poi
interrotta, ciò non poteva togliere affatto il carattere sacramentale,
posto che vi fosse stato; e allora? La Lucia? La risposta alla signora
Carlotta? Corpo di bacco! Pareva il caso di Sigismondo. Don Rocco fece
alle travi un cipiglio formidabile.
Si ricordava il _pereat mundus_ e gli argomenti di quell'arca di
scienza, di quella cima d'uomo del professore. La Lucia non si poteva
ora mandar via. Le parole oscure della signora Carlotta gli entrarono
finalmente del tutto nel cervello. Doveva andarsene lui: _pereat
Rochus_.
Le ore suonarono all'orologio del campanile. Gli era cara, nella notte,
la voce dell'orologio. Il suo ruvido cuore si rammollì un poco e Satana
colse il destro di fargli vedere la devota chiesuola con i cipressi
attorno, sua, tutta sua, e un certo caro fico sotto il campanile; di
fargli sentire la dolcezza delle celle santificate da tante antiche
anime pie, la dolcezza di vivere in quella nicchia quieta di S. Luca,
così bene adatta all'umile persona di lui, esercitando il ministero
dell'opera e della parola senza brighe mondane, senza responsabilità
di anime. Satana gli mostrò pure la difficoltà di trovare un discreto
collocamento, gli ricordò i bisogni del vecchio padre, della sorella,
poveri contadini, l'uno ormai troppo vecchio e l'altra troppo
infermiccia per poter lavorare e guadagnarsi il vitto. Finalmente
Satana si fece casista e cercò dimostrargli che senza tradire il
segreto, si poteva congedar la serva con un pretesto o anche senza; ma
a questo suggerimento di approfittare della confessione, don Rocco fece
un cipiglio così spaventevole che il diavolo scappò senz'altro. Tenersi
la Lucia dunque, e lasciare che ci pensasse lei a mettersi d'accordo
col sacro testo: _nemo potest duobus dominis servire_. Guardate un po'
come le sante parole venivano a capello! Don Rocco si studiò di cucire
mentalmente insieme gli ultimi periodi del sermone. Era un'impresa
troppo faticosa per lui. Ci sarebbe tuttavia riuscito, ma in un
passaggio di grande difficoltà cadde addormentato.
III.
Dormì poco e s'alzò all'alba. Prima di scendere si affacciò alla
finestra per guardare il tempo. Nel ritirarsi gli cadde sott'occhio
l'uscio della cantina. Era aperto.
Don Rocco discese ed entrò in cantina. Ne uscì subito con una faccia
straordinaria. Il vino non c'era più. Nè vino nè botte. C'era invece,
lì fuori, una traccia fresca di ruote.
Don Rocco la seguì fino alla strada maestra. Là si perdeva. Non ne
restava che un breve arco dall'orlo al mezzo della via, al labirinto
di tutte le altre rotaie. Don Rocco non pensò lì per lì d'andare in
cerca di qualche autorità per denunciare il fatto. Le idee gli venivano
adagio adagio; e forse questa non poteva arrivare prima di mezzogiorno.
Tornò invece, meditabondo, a S. Luca. — Quei colpi! — diss'egli fra sè
— quella sassata! Per fortuna il Moro era con me, allora; altrimenti
si sarebbe sospettato di lui. — Ritornò alla porta della cantina, ne
considerò minutamente l'uscio sconquassato, contemplò il posto della
botte e, grattatasi alquanto la nuca, se n'andò in chiesa a dire un po'
d'uffizio.
IV.
A Messa c'era folla. E prima e poi si fece un gran parlare del furto.
Tutti vollero vedere la cantina vuota, l'uscio malconcio, la traccia
delle ruote.
Due bottiglie sfuggite ai ladri scomparvero nelle tasche di un fedele.
Non si capiva come il prete non si fosse accorto di nulla; poichè lui
asseverava, senz'altre spiegazioni, non avere inteso nulla. Le donne
lo compiangevano, ma gli uomini, per lo più, ammiravano il colpo e
ridevano del povero prete che aveva il torto grave di essere astemio,
di non saper stringer con la gente quella fraterna dimestichezza del
bicchieretto vuotato assieme.
Ridevano, specialmente durante la predica, per il cupo cipiglio che
volevano attribuire al vuoto della cantina.
Del Moro nessuno parlò, ed egli stesso non comparve in S. Luca nè
alla Messa nè poi, onde il povero don Rocco era pieno di scrupoli e
di rimorsi, temeva di non essersi saputo regolare a dovere. Vennero
invece, sul tardi, i carabinieri, esaminarono tutto, interrogarono
il prete. Non aveva sospetti? Nessuno. Vollero sapere ove dormiva.
Come mai non aveva udito? Ma! non lo sapeva nemmeno lui; aveva avuto
persone in casa. A che ora? Tra le undici e il tocco, circa. Uno dei
carabinieri, sorrise malignamente, ma don Rocco, innocente come un
bambino, non se ne avvide affatto. L'altro domandò, se non avrebbe
sospettato di un certo Moro, sapendo, come loro sapevano, che poco
prima delle undici era stato veduto salire a S. Luca. Allora don Rocco
s'infervorò a protestarsi certo dell'innocenza di colui, e, incalzato
un poco di domande, mise fuori la sua gran ragione: era appunto il Moro
che l'aveva visitato a quell'ora, per affari suoi. — Forse non erano
gli affari che Lei ha creduto — disse il carabiniere. — Se sapesse cosa
penso io! — Don Rocco non lo sapeva e non cercò neanche, nella sua
umile placidità, di saperlo. Non s'impacciava mai, lui, dei pensieri
degli altri. Gli bastava la fatica di vederci un po' chiaro nei propri.
Coloro gli fecero ancora alquante domande e se n'andarono portando seco
l'unico oggetto trovato in cantina, un cavaturaccioli che lo scrupoloso
don Rocco non volle affermare, per difetto di sicura memoria, che gli
appartenesse, benchè lo avesse pagato al suo predecessore il doppio
del giusto. Adesso la sua cantina e la sua coscienza erano egualmente
pulite.
Verso l'imbrunire di quel giorno don Rocco leggeva l'uffizio
passeggiando su e giù nel cortile per fare un po' di moto senza
dilungarsi da casa. Chi sa? Forse poteva ancora venire, colui. Ogni
tanto don Rocco si fermava e tendeva l'orecchio. Non udiva che voci
di carrettieri giù nella pianura, rumori di ruote, abbaiar di cani.
Finalmente ecco un passo nella stradicciuola che scende fra i cipressi;
un passo tardo ma non pesante, un passo signorile con un certo strider
sommesso di scarpe ecclesiastiche, un passo che ha il suo recondito
significato, che esprime, a chi lo sa intendere, uno scopo non urgente
ma grave.
Il portello si aperse e don Rocco, fermo in mezzo al cortile, vide
comparire il fine viso ironico del professor Marin.
Il professore, veduto don Rocco, si piantò sulle gambe aperte, e,
giunte le mani dietro alla schiena, si diede a dondolar silenziosamente
il capo e le spalle a destra e a sinistra sorridendo con un misto
indescrivibile di condoglianza e di canzonatura. Il povero don Rocco lo
guardava anche lui, taceva anche lui, sorrideva ossequiosamente, rosso
come un pomodoro.
— Tutto, ohe? — disse finalmente il professore, interrompendo la sua
mimica e facendosi serio.