s'accorse che lo avevano lasciato solo, riconobbe sullo scrittoio il
suo manoscritto dell'_ultimo desiderio_, e pianse lagrime lente, le più
roventi, le più amare della sua vita; lagrime, quasi, di una profonda
intatta vena, cui finalmente il dolore arrivasse.
*
* *
Intanto il giorno cadeva, lo studio si faceva scuro. Venne l'ora
del pranzo, ma nessuno chiamò l'avvocato, nè lui ci pensò. Preso dal
freddo, si trascinò stentatamente a chiudere la finestra, e sedette poi
davanti al caminetto, dove poche brage ardevano ancora mettendogli un
lieve tepore alle gambe, un chiaror fioco sullo sparato della camicia e
sulla fronte. Il capo gli si faceva grave e torbido, ma una calma nuova
gli entrava nel petto. Si sentiva meglio, si veniva quietando nella
confusa idea d'un bene vicino. Vedeva con soddisfazione inesplicabile,
lì nel caminetto, il suo caro Ariosto fatto cenere e brage, vedeva
e di tempo in tempo mormorava le parole misteriose: _eden anto_. Si
stupì di trovare allora per la prima volta come si convenissero anche
a lui, alla sua propria vita, che, nella mente scossa, gli comparve
florida e lieta, piena solo di ardente amore per i suoi, per la verità
e la giustizia. Quest'allucinazione della memoria gli generò poi un
dubbio bizzarro, materia di stupore ancora e di meditazione profonda:
come mai avesse potuto proporsi, anche un solo istante, di morir
volontariamente. Pensò, pensò, non intese, sorrise di sè stesso. E qui
il suo spirito intenerito passò a considerar la bontà e la grandezza
di Dio, giunse a poco a poco al barlume di quest'altra idea che la
Provvidenza faceva a lui, come al suo Ariosto, la grazia di sciogliersi
in calore e luce, tranquillamente.
Qualcuno bussò all'uscio, e non udendo rispondersi, lo aperse pian
piano con un timido «è permesso?»
— È permesso, avvocato — ripetè, entrando, quel prete che da tanto
tempo era in traccia di lui. Pensò che Vasco, di cui vedeva la mole
oscura, si fosse appisolato.
— Sono don Clemente — disse a voce alta.
Allora finalmente l'avvocato mormorò «servitor suo», si agitò un poco,
tentando, per un'ossequiosa abitudine, alzarsi.
— Comodo comodo comodo — s'affrettò a dire don Clemente. Gli sedette
accanto, mise fuori qualche frase sul freddo, sull'umido, sui piaceri
del caminetto e dell'oscurità. Vasco non rispondeva mai.
— Mi son permesso d'incomodarla — disse poi il prete — perchè avrei
da comunicarle qualche cosa su quel famoso frontispizio. Si ricorda
che quando ebbi l'onore di fare la sua conoscenza, abbiamo parlato di
un'edizione antica dell'Ariosto?
— _Eden anto_ — susurrò Vasco. — Sissignore.
— Appunto, _eden anto_. Ossia, Lei leggeva _eden anto_, e anche
l'abbate Bottoni di Ferrara ha letto così; ma è un equivoco.
— Nossignore — susurrò Vasco.
— Scusi, non c'è dubbio. Non ci può esser dubbio. Se si ricorda, mi
pareva licenziosetto quel greco, licenziosetto. Adesso mi hanno scritto
da Roma. È una cosa conosciutissima. I caratteri sono sbiaditi, vede;
possono trarre in inganno. Bisogna leggere F. DE NANTO abbreviazione
di _Franciscus de Nanto de Sabaudia_ ch'è il nome dell'intagliatore
perchè Tiziano ha solamente disegnato. Questo stesso frontispizio lo
ha l'edizione romana delle lettere del cardinal Bessarione contro i
Turchi.
Vasco tacque.
— Accendendo il lume... — soggiunse il prete, esitante — se Lei ha una
lente... si potrebbe vedere...
— Nossignore — balbettò l'avvocato.
L'altro non osò insistere, suppose che il vecchio avesse un sonno
invincibile. Si trattenne ancora un poco, in silenzio; quindi dal
respiro affannoso dell'avvocato argomentò che dormisse, e uscì a
tentoni, in punta di piedi.
Il povero Vasco si disponeva infatti a dormire un sonno invincibile.
Pochi minuti più tardi, il rapido fuoco senza fiamma, che correva
talora per le reliquie nere del volume, rivelò scomposta la sua mite
accorata faccia di bambino. Sulla soglia del Vero, l'ultima illusione
gli dava l'ultimo calore, l'ultima luce.
Morì nella notte.
QUARTO INTERMEZZO
MARTINI
GAVOTTA
(_Imitazione all'8ª_)
(Un vecchio e una fanciulla ballano la gavotta all'aperto, conversando.
A misura che la fanciulla dice, il vecchio segue).
EGLI ELLA
Leggero e grazïoso
Ballate com'io ballo.
Leggero e grazïoso Movo col suono e poso
Guardami come ballo. Piede non metto in fallo
Dietro a te movo e poso.
Sol se tu falli io fallo. Sorrido e vo pensando
Nel core mio, ballando,
Sorrido e vo pensando Un folle giovinetto
Nel core mio, ballando, Che adesso avria dispetto
La Lena giovinetta Mentr'io col mio vecchietto
Che a casa ora m'aspetta Ho placido diletto.
Bisbetica vecchietta. Lesto, messere, a voi!
Qual tratto avria vendetta, Porgetemi il mazzetto.
Tempo già fu, di noi.
Eccovi i fiori in fretta. Dolce così ballare
Come si balla noi,
Bello così ballare Ridendo, pianamente;
Come si balla noi, Il cor non s'infiammare,
Pian piano, dolcemente, Non perdere la mente.
E non sudar, soffiare,
Pigliarsi un accidente. Dolce ballar così
Sul fresco prato a sera
Dolce ballar così Or che odorosa è qui
Sul fresco prato a sera Tepida primavera.
Con te che ridi qui.
Vezzosa primavera. O l'una o l'altra gota
Baciatemi, messere,
Tra l'una e l'altra gota, Come gavotta vuole.
Un bacio, a mio vedere,
Meglio posar si suole. M'è vostra usanza ignota;
Amabil cavaliere
Ah, tale usanza ignota Baciar così non suole.
A le tue labbra fiere
Non insegnar mi duole. Ballate com'io ballo
Che piè non metto in fallo.
Io come posso ballo Lasciate il sospirare,
E sospirando fallo. Follia ch'è stata è stata;
Mi muove a sospirare Potrò dimenticare
La bocca tua rosata, Che fui così baciata.
Vorrei dimenticare
Ch'è a sera la giornata. Posiam, forse v'offende
Omai l'umida notte,
Il tuo parlar m'offende La tosse vi riprende,
E non l'umida notte, Vi mordono le gotte.
Amara mi riprende Messere, ite a la Lena.
Tristezza e non le gotte.
Miglior di te era Lena. Ed io sui prati errando
A la nascente luna,
I prati attraversando Cantando andrò, lodando
A la nascente luna Mia vita e mia fortuna
Meco verrò ammirando Sì placida e serena;
Sì come ancor fortuna Con riso andrò pensando
A naufragar ci mena Quale follia vi mena
In savia etate, quando Tutti ad un laccio stretti,
Ne tenta una sirena. Vecchietti e giovinetti.
Addio, torno a la Lena, Messere, ite a la Lena,
Vado a trar lei di pena, Ite a trar lei di pena,
Bella, addio, buona notte, Ite ite, buona notte,
buona notte. buona notte.
Buona notte. Buona notte.
UNA GOCCIA DI RHUM
Gli occhi suoi mi dissero di tacere; un domestico entrava con il
vassoio del thè.
— Per me sola — diss'ella a mezza voce — come Leopardi. — Amava,
benchè straniera, Leopardi, che io le leggevo qualche volta; e non
soffriva, allora, che chicchessia ne udisse un sol verso. Quella
sera non leggevo, avevo una febbre di passione troppo forte; dicevo
all'amica mia le visioni avute di lei e del nostro amore immortale
prima di conoscerla, prima ch'ella venisse in Italia. Non so qual genio
m'ispirasse le parole ardenti che salivano dal mio cuore come onde in
furia, mi si rompevano sulle labbra. I domestici non avevano, forse,
molto ad apprendere sul nostro legame; ma Elena si crucciava veramente
che altri m'udisse, anche solo un momento e per caso, nelle rare
effusioni dell'anima mia.
— Accendete — diss'ella al cameriere. Mi spiacque che non lo congedasse
subito, e, quando restammo soli, tacqui guardando sul vassoio la pura
fiamma azzurrina come uno spirito dell'argento. Elena pure taceva; ma,
dopo un lungo silenzio, vidi due lagrime rigarle il viso, benchè gli
occhi gravi non esprimessero, quasi, dolore.
— Elena! — esclamai.
Ella fermò il mio slancio con un sorriso ed un gesto. Mi accennò di
spegnere e disse:
— Devo parlarvi.
Non mi sorprese che adoperasse il _voi_ invece del _tu_; qualche volta
diceva anche _lei_, ed ero avvezzo a queste bizzarrie; ma mi fece paura
l'accento. Non parlò subito; vôlta alle grandi invetriate che chiudon
la loggia da ponente, guardava giù nella scura notte piovosa i lumi di
Firenze, stringendo una fronda del colossale rhododendron, tutto fiori
sanguigni sopra il suo capo.
Il thè era pronto. Lo versai nella tazza d'Elena e ricacciandomi
l'angoscia in gola, le feci con la solita voce la solita domanda:
— Latte o rhum?
Mi si permetta di non dire perchè Elena non voleva che io le domandassi
mai espressamente di rimanere con lei un'ora o due dopo la mezzanotte,
quando si spegnevano, di solito, i fanali del cancello, la lampada
del vestibolo. Era convenuto fra noi che se Elena prendeva rhum nel
suo thè, invece di latte, questo favore mi veniva concesso. Dunque le
domandai:
— Latte o rhum?
Elena si voltò. Non le si vedevano più in viso le due righe lucenti.
— Senti — diss'ella come se non avesse intesa la mia domanda — mi hai
detto una volta che vi sono troppi enigmi nel mio carattere, ch'esso
è troppo inverosimile per farne una creazione artistica. Non me l'hai
detto?
Era vero e lo confessai.
— Non dev'essere così — riprese Elena con impeto. — Tu ami troppo le
donne della tua fantasia! Io sono più bella, più viva e più vera! Chi
è questa gente che mi troverà inverosimile? Che t'importa di loro, a
te? Credi forse che avrai mai fama? Non ti amerei tanto! Io non degno
neppur ricordarmi di tutta questa povera gente al di sotto di noi.
Voglio che tu faccia di me un poema quando cominceresti a dimenticarmi.
La interruppi protestando, le afferrai una mano.
— Voglio — proseguì abbandonandomi la sua gelida mano — rinascere
nella tua mente, essere amata da te come _le altre_ e più ancora. Me lo
prometti?
— Elena — esclamai — mia, per sempre mia Elena, perchè mi parli così,
come mai pensi?...
Ella impallidì, gli occhi suoi lampeggiarono d'impazienza.
— Me lo prometti? — ripetè affannosa — me lo prometti?
— Sì, sì — le risposi, e volevo soggiungere altro; ma ella si portò con
tant'impeto la mia mano alle labbra che una commozione senza nome mi
spense la voce.
— Guardami bene gli occhi — diss'ella, alzando il viso: — devi essere
un pittore fedele.
— Mai mai — le risposi — non potrò descrivere i tuoi occhi magnetici!
Ella lo sapeva, glie lo avevo detto altre volte che non c'era
espressione umana per descrivere il carattere singolare del suo
sguardo. Sorrise tristemente e soggiunse ponendosi la mano sul cuore:
— Ma il più difficile è qui.
— Elena — le dissi con tenerezza — è per questo che piangevi, è per
questo che mi hai fatto paura?
Fu allora ch'ella mi disse le parole amare di cui, dopo tanti anni,
la memoria mi assale ancora di notte e nella solitudine. Le avevano
scritto dalla Lituania; parenti poco degni di lei, forse poco leali,
facevano appello, dopo una lunga storia, alla nobiltà del suo cuore,
perchè ritornasse colà nella fredda patria; ed ella, sapendo che il
clima e l'amore l'avrebbero uccisa, partiva l'indomani, con la sua
fatale sete di sacrificio, per Vilno, dove _nessuno_ la poteva seguire.
Vorrei dimenticare le folli cose che dissi e feci, malgrado la mia
solita calma scettica, in quell'ora terribile; ma avrei spezzato il
marmo del tavolo che tempestavo col pugno fremente, prima di piegar
Elena con le preghiere o lo sdegno. L'accusai per ultimo di egoismo; le
dissi che pensava solo a sè, sempre a sè; che metteva la virtù come un
abito di Parigi e il sacrificio come un gioiello, per ammirarsi sopra
ogni creatura. E subito le caddi a' piedi, le chiesi perdono.
— No — diss'ella, alzandosi — è forse meglio lasciarci così; si soffre
meno.
Invano la supplicavo, la scongiuravo, sempre ginocchioni, trattenendole
una mano.
— Si soffre meno — ripeteva — si soffre meno.
La sua voce lottava col pianto, ma vi si sentiva il dispetto di questa
debolezza dei nervi; la mano che trattenevo mi fu tolta.
Sorsi in piedi. In quel momento suonò mezzanotte.
Elena, ritta, non mi parlava, non mi guardava, pareva aspettar ch'io
partissi.
Tolsi dal volume di Leopardi, ch'era sul tavolino, un ramoscello
d'_olea fragrans_ postovi da lei per segno la sera innanzi, e dissi
piano:
— Permette?
Allora ella mi guardò con quel suo sguardo divino di una volta, ma non
fe' cenno nè disse parola. Posai il ramoscello; mi sentivo morire.
Mi fermai prima d'uscire, sulla soglia e mi voltai per un tacito
saluto. Elena susurrò senza muoversi:
— Lei mi farà migliore e mi amerà più nel suo libro che viva.
Il domestico entrò ad avvertire che c'era la mia carrozza, ma che
pioveva molto.
— La prego — mi disse Elena sorridendo, come per nascondere a colui la
nostra emozione — un'altra goccia di rhum.
Mi accostai al tavolo barcollando come un ebbro, mentre il domestico
usciva. La boccia di cristallo era vôta. Nei miei trasporti di
prima le avevo fatto un'incrinatura sul fondo, e il rhum era colato
silenziosamente sul pavimento.
— Ve n'è ancora per due — disse Elena.
Ell'aperse una piccola custodia nel suo braccialetto d'oro, vi
raccolse, sorridendo fra le lagrime, l'ultima goccia di liquore che
oscillava sull'orlo del cristallo, la povera ultima goccia del nostro
tempo felice. Si recò il braccialetto alla bocca; ma, prima che lo
porgesse alla mia, io colsi sul suo labbro l'umore ardente.
Ne serbo ancora nel petto un fuoco che solo la morte può estinguere: e
sempre sempre, quando lavoro al libro in cui Elena rivive, tutto quello
che mi esce veramente dal cuore ha la straniera fragranza, il fuoco
fantastico di quella goccia di rhum.
QUINTO INTERMEZZO
CHOPIN
_Opera, 17 — N. 4_
(Parla una donna al marito, che giace sul letto, morto)
Placido posa il mio amore, nè un lieve respir si sente;
Lo vo' svegliare pian piano, gli vo' cantar dolcemente.
Non dormir, folle amor mio; non sai? la diletta è qui.
Ancor? No, no! Mi fai male! Ah scherzi, forse, così.
Deh scherza, sì, con un riso balza su, stringimi al cor.
Non lo fai? Ma perchè mai? Or mi sdegno, mio signor.
Avevo, signore, un dono qui sulla bocca per Lei;
Or no, non più, ho male al core, tu l'amor mio più non sei.
No, così parlai per giuoco, scherzo io pur, non t'adontar,
Perdono! Son gaia, vedi! Vo' rider, caro, e danzar.
Che folle gioia danzare ne le tue braccia possenti,
Come portata dal mare, come aggirata dai venti,
Col viso stretto al tuo petto, bevendo il tuo ebbro diletto,
Bevendo te pien di me che un tal paradiso aspetto!
E dormi ancor! Palpitando le man ti bacio; che gel!
Che gel! Non so, non intendo che abbia la mano fedel.
Tremo, mi slancio alla bocca; è gel! T'abbraccio sul cor;
Tace! Che angoscia! M'ascolta; ti parlo a ginocchi, amor.
Odi ben, ti parlo grave, se lasciarmi pensi è male,
Tu lo sai cos'hai giurato, non puoi farti disleale.
Dimmi in che t'offesi mai, qui lo dici a Dio presente,
Egli giudichi se amai! Terra e cielo mi eran niente.
A me stessa cara io fui sol perchè mi avesti cara,
Patria, casa e madre mia senza te mi parve amara.
Nulla posso ancora offrirti, tutto, misera, donai,
E tu freddo, senza un bacio, da me tacito ten vai.
A te grido, al mondo, a Dio, chiamo, chiamo, mi dispero;
Ahi per me nessuno è pio, tutto è sordo, è muto, è nero.
Oh signor, tu sei sovrano, la mia bocca or delirava,
A tua posta vieni e parti; che t'importa s'io t'amava?
Ma pur se una volta ancora, se un'ora sola, un istante...
(Eri sì dolce e clemente, eri sì tenero e amante!)
... Se, sorridendo di questa tua semplicetta che resta,
Tanto, lo vedi, soletta, tanto, concedilo, mesta,
Pria di partir tu volessi un solo istante serrarmi
Ma tutta, così, ma forte, Dio! sul tuo seno e baciarmi...
Pietà, pietà, mi dispero!
Amore mio, dormi ancor,
Son stanca, sento mancar pensiero, voce, dolor,
Ho sonno, sorrido a le ombre d'un sogno, manco, ma in pace.
Con te?... Su questo tuo letto...? O mio sovrano, ti piace?
Quanto è potente il mio sposo, quanto serena mi rende,
Com'è profondo il riposo che dal suo letto mi ascende!
Lo sguardo mio più non vede, l'orecchio mio più non sente,
Ne l'ombra lenta del sonno si oscura e perde la mente.
PEREAT ROCHUS
I.
— Bel caso, don Rocco — disse per la quarta volta il professore Marin,
raccogliendo le carte e sorridendo beatamente, mentre il suo vicino di
destra inveiva furioso contro il povero don Rocco. Il professore durò
a perseguitare costui con un risolino a bocca chiusa, con lo sguardo
scintillante di benevola ilarità; poi si volse alla padrona di casa che
dormigliava in un angolo del canapè.
— Un bel caso, contessa Carlotta!
— Ho capito — rispose la signora — e mi parrebbe anche ora di finirla;
non è vero, don Rocco?
— No, don Rocco — riprese il professore, serio. — Se ci pensate bene, è
un caso da congrega.
— Altro che da congrega! — disse il vicino di destra.
Don Rocco, rosso come un papavero, ficcate due dita nella tabacchiera,
taceva a capo chino con un certo suo cipiglio compunto, opponendo alla
tempesta il cranio lucido, guardando sottecchi, fra un batter di ciglia
e l'altro, le carte sciagurate. Quando udì ripetere dal suo temuto
compagno la parola _congrega_, gli parve che le cose volgessero al
faceto, fece un sorrisetto e strinse il tabacco fra le dita.
— Eh, voi ridete! — ripigliò l'implacabile professore. — Non so se
avendo giuocato a _terziglio_, e fatto prendere un cappotto simile al
vostro compagno, possiate celebrare in pace, domattina.
— Eh, posso posso — borbottò don Rocco, aggrottando ancora le ciglia
e levando un poco la sua buona faccia contadinesca. — Fallano tutti,
fallano. Falla anche lui; e anche Lei, forse, qualche volta.
La sua voce pareva il grugnito di una bestia pacifica, tribolata oltre
ogni mansuetudine. Al professore scoppiavano le risa dagli occhi.
— Avete ragione — diss'egli.
Il giuoco era finito, i giuocatori si alzarono.
— Sì — disse il professore con serietà canzonatoria — il caso di
Sigismondo è più complicato.
Don Rocco strinse in un sorriso gli occhietti lucenti, chinando il
capo con un misto incomprensibile di modestia, di compiacenza, di
turbamento, e brontolò:
— Anche quello va a tirar fuori!
— Vedete — soggiunse il professore — che sono informato. Si tratta,
contessa, di un caso che don Rocco deve sciogliere alla prossima
congrega.
— Qui non c'è congreghe — disse la contessa. — Lasci stare.
Ma non era così facile cavare una vittima dalle unghie del professore.
— Non ne parliamo più — diss'egli tranquillamente. — Sentite però, don
Rocco; io non la penso come voi su quel punto. Per me, _pereat mundus_.
Don Rocco fece un cipiglio feroce.
— Io non ho parlato con nessuno — diss'egli.
— Don Rocco, avete chiacchierato, e lo so — riprese il professore. —
Abbia pazienza, contessa, giudichi Lei.
La contessa Carlotta non voleva saperne, ma il professore tirò via
imperturbato a esporre il caso di Sigismondo, come la Curia vescovile
lo aveva proposto.
Un tale Sigismondo, colto da improvviso malore, chiede di confessarsi.
Appena è solo col prete si affretta a dirgli che altri sta per compiere
un omicidio di cui egli fu istigatore. Proferite queste parole perde
la voce e i sensi. Il sacerdote dubita se Sigismondo abbia parlato in
confessione o no, e non può impedire il delitto, non può salvare questa
vita umana in pericolo, se non usando della confidenza ricevuta. Deve
egli farlo, o lasciar uccidere un uomo?
— Don Rocco — conchiuse il professore — vorrebbe che il prete facesse
da carabiniere.
Il povero don Rocco, martoriato nella coscienza dallo scrupolo di
trattare questo argomento in una conversazione profana e dall'ossequio
al suo canzonatore, ecclesiastico di età matura e professore nel
Seminario vescovile di P., si contorceva, masticava delle scuse.
— No... ecco... dico... mi pareva...
— Mi meraviglio che si scusi, don Rocco — disse la signora. — Mi
meraviglio che pigli sul serio gli scherzi del professore.
Questi protestò e strinse con sottili domande i panni addosso a don
Rocco, si mise a spremerne adagio adagio quella miscela d'istinto retto
e d'argomenti storti che aveva in capo, ripulendolo con garbo d'ogni
cattiva ragione e d'ogni buon senso, per lasciargli uno stupore pieno
di contrita umiltà. Ma il giuoco durò poco, perchè la signora congedò
la compagnia col pretesto ch'eran suonate le undici. Trattenne però don
Rocco.
Era la contessa Carlotta che lo aveva scelto, pochi anni prima, a
rettore della chiesa di S. Luca, proprietà della signora stessa. Ella
pigliava con lui un'aria vescovile che il giovane prete, semplice di
spirito quanto umile di cuore, comportava in santa pace.
— Farebbe meglio, caro don Rocco — diss'ella quando rimasero soli — a
occuparsi meno dei casi di Sigismondo e più dei Suoi.
— Perchè? — chiese don Rocco, interdetto. — Non so niente.
— S'intende; lo sa il Comune, ma Lei non sa niente.
Gli occhi della signora soggiunsero chiaramente: povero mammalucco! Don
Rocco tacque.
— Quando torna la Lucia? — chiese lei.
Questa Lucia era la serva di don Rocco ch'egli aveva lasciato andare a
casa per quattro o cinque giorni.
— Domenica — rispose. — Domani sera. — Ah! — esclamò a un tratto
sorridendo assai soddisfatto della propria intelligenza. — Adesso ho
capito, adesso so cosa Lei vuol fare. Niente, non è vero niente.
Aveva finalmente inteso che si trattava di chiacchiere corse in
paese su certi amori della sua serva con un tal Moro, un pessimo
soggetto, pratico da un pezzo della Pretura e del Tribunale, che univa
diabolicamente l'astuzia al malvolere e alla forza. Qualcuno teneva che
non fosse interamente malvagio, che il bisogno, i mali trattamenti d'un
padrone ingiusto lo avessero tratto alla colpa; ma tutti lo temevano.
— Non è vero niente? — replicò la signora. — Allora non so cosa dirà il
paese quando alla serva del prete succederanno delle novità.
Don Rocco diventò di fuoco e fece un cipiglio spaventoso.
— Non è vero niente — diss'egli brusco, risoluto. — La ho interrogata
io stesso appena udite quelle chiacchiere. Son cattiverie della gente.
Non lo vede neanche mai quell'uomo.
— Senta, don Rocco — disse la signora. — Ella è buono, buono, buono. Ma
siccome il mondo non è così, e siccome c'è scandalo, così se Lei non si
risolve a mandar via subito quella creatura, bisogna che mi risolva io
a qualche cosa.
— Farà quello che vuole — rispose il prete, asciutto. — Io debbo
considerare la giustizia, non è vero?
La contessa lo guardò e disse con una certa solennità:
— Va bene. Vuol dire che Lei ci penserà ancora stanotte, e domani mi
darà l'ultima risposta.
E suonò il campanello per far recare una lanterna a don Rocco, essendo
la notte assai oscura. Ma, con sua grande sorpresa, don Rocco ne
estrasse delicatamente una dalla tasca posteriore del soprabito.
— Cosa Le è venuto in mente? — esclamò la signora. — Mi avrà macchiata
la sedia, adesso!
Si alzò malgrado le assicurazioni di don Rocco e, pigliata una delle
candele che ardevano ancora sul tavoliere da giuoco, si chinò a
considerar la sedia in questione.
— A Lei! — disse. — Vi metta il naso. No, macchiata; rovinata!
Don Rocco si chinò anche lui, aggrottò le ciglia sopra una larga
macchia d'unto, un'isola nera nella tela grigia, susurrò gravemente
«oh, sì» e rimase assorto in quella contemplazione.
— Adesso vada — disse la signora. — Quel ch'è fatto è fatto.
Parve infatti ch'egli aspettasse il permesso di alzare il suo naso
posto in penitenza.
— Vado, sì — rispose accendendosi la lanterna — perchè adesso a casa
son solo e ho anche paura d'aver lasciata la porta aperta.
In un batter d'occhio disse «felice notte» e scomparve, senza nemmeno
guardar la signora.
Ella rimase sbalordita.
— Gran villano, mio Dio! — disse.
II.
Era un'umida, nuvolosa notte di novembre. Il piccolo don Rocco
arrancava verso il suo romitaggio di S. Luca a scosse di passi
sgangherati, tutto d'un pezzo, le braccia in parentesi, la schiena in
arco, facendo Dio sa qual cipiglio alla ghiaia della strada maestra.
Ruminava le parole oscure della signora Carlotta, la cui gravità
gli entrava adagino nel cervello grosso. Ruminava pure la prossima
congrega, il _pereat mundus_ e le sottili ragioni, mal capite, del
professore; e anche la spiegazione del Vangelo per l'indomani, che non
era ancora ben pronta. Tutta questa roba gli s'impasticciava qualche
volta insieme nella testa. Non si doveva condannare la innocente Lucia,
_pereat mundus_. La signora Carlotta era quasi una padrona per lui; ma
quell'altro gran padrone? _Nemo potest duobus dominis servire_; così,
fratelli dilettissimi, l'odierno Vangelo.