(_Escono gli Zefiri_)

DAMA (_ballando_)

Rida! Con la sua dama v'era lo sposo mio.

CAVALIERE

Il caso è assai bizzarro, ma rider non poss'io.

(_Riverenze_)

M'inchino a Lei, signora.

DAMA

Signore, a Lei m'inchino.

(_Piano_)

Io rido, sì; quei Zefiri soffiato ha qua il destino.

(_Si avvicinano_)

Io rido, sì, ti giuro seguirti ovunque vai,

Io rido, sì, oh mio amore! Non mi lasciar più mai.

(_Si allontanano. Riverenze_)

M'inchino a Lei, signore.

CAVALIERE

Signora, me Le inchino.

(_Pianissimo_)

Dio, come muor di gioia il trillo del violino!

EDEN ANTO

Un amico mio, profondo in zoologia, e convinto da lungo tempo che se

il più vecchio degl'ippopotami viventi camminasse ritto sulle zampe

posteriori, somiglierebbe tutto, almeno da tergo, al dottore Marcòn,

assessore in una cittadina del Polesine, non importa quale, e gonfiato

da piccolo notaio a gran riccone, non importa come; tanto che sarebbe

pura giustizia chiamarlo ippopotamo d'oro, costui, e non vitello. Due

immani piedi che invadono, l'uno il levante l'altro il ponente; due

divergenti gambe colossali; un zimarrone mostruoso; nessuna traccia di

collo, ma due vaste spalle curve e un testone tanto affogato in esse

che la tesa del cappello posa sulla schiena; un enorme braccio proteso

in fuori sopra una massa troppo corta; ecco il dottore Marcòn _a

posteriori_.

Egli sguazzava l'altro giorno per le pozzanghere della piazza dove

abita, con la ilarità pesante, nell'andatura, di un ippopotamo che

fiuta l'acqua.

— Avvocato! — gli gridò un pretino arrancandogli dietro affannosamente.

— Avvocato! La permetta!

Marcòn sguazzava sempre via per le pozzanghere senza voltarsi. Il prete

lo inseguì ripetendo: Avvocato! Avvocato! Avvocato Vasco! — fino a che

lo raggiunse, gli si appigliò allo zimarrone. Soltanto allora il notaio

si voltò, senza fermarsi.

— Scusi, sa — diss'egli sorridendo e toccandosi il cappello. — Non sono

mica l'avvocato. Servitor suo.

L'altro rimase lì di stucco, contemplando la schiena mostruosa

allontanarsi placidamente.

Veduto così, Marcòn pareva tutto Vasco. Solo, Vasco era forse un

_hippopotamus minor_ che si distingueva pure dall'altro per le gambe

ercoline, per il testone inchinato un poco a sinistra con una linea di

melanconica mansuetudine.

Lo strano è che il dottore Marcòn sfangava appunto verso l'abitazione

dell'avvocato Vasco. Chi sa che inquietudine nella mole mansueta, nel

roseo faccione liscio dell'_hippopotamus minor_ se avesse presentito il

venire dell'_hippopotamus maior_! Ma egli, probo, mite e timido uomo,

di origine e abitudini signorili, scivolato lentamente, a settant'otto

anni, senza macchia e senza lagno, in una povertà tuttavia nascosta ma

paurosa, non pareva pensare in quel momento al suo creditore Marcòn,

nè ad alcuna miseria di questo mondo. Stava nel suo studio, ora

scrivendo sopra un gran foglio di carta turchina, ora meditando sul

frontispizio di un volume in quarto, ingiallito dai secoli. Sviscerato

bibliofilo, possedeva una certa cultura classica, larga ed imperfetta,

bizzarramente colorita di quel suo ingegno fantasioso che si compiaceva

dei pregiudizi più insoliti, dei riavvicinamenti più inattesi, delle

induzioni più poetiche, più abborrite dalla grammatica. L'età grave gli

aveva tolto ormai di attendere alla sua professione; dalla famiglia non

aveva che tribolazioni; dei vecchi amici solo qualche libro gli restava

vivo e fedele.

Quel giorno la sua serva era uscita senza chiudere la porta e il

dottore Marcòn infilò senz'altro la scala buia, venne su soffiando,

aggrappandosi alla ringhiera, sostando ad ogni tre scalini.

— Senti il bestione — disse forte dall'alto la voce aspra della signora

Vasco.

— Sarà andato al caffè, già, signor bestia — diss'ella sporgendo dalla

ringhiera l'allampanata figura, il secco viso bilioso. — Quanto ci

vuole a tirar su quella pancia? Oh Dio, dottore, scusi per carità,

credevo che fosse mio marito.

— Niente, signora Carlotta — rispose Marcòn, pacifico. — È fuori di

casa quell'altra pancia? —

La signora Carlotta corse a vedere, ritornò subito dicendo che Vasco

era nel suo studio, e vi accompagnò il notaio.

— Zanetto — diss'ella spalancando l'uscio — guarda il dottore... Eh,

vado vado — soggiunse, perchè il dottore si era voltato a lei con una

faccia molto eloquente.

Intanto Zanetto, recatasi una mano alla papalina, si veniva levando su

su dal seggiolone, guardava con due occhietti bambinescamente timidi

e dolenti l'enorme visitatore piantato sulla porta a braccia e gambe

aperte, con il cappello nella destra e la mazza nella sinistra.

— I miei complimenti, dottore — diss'egli, umile. — Si accomodi. —

L'altro disse solo:

— _Patròn._ —

E venne avanti cercando con gli occhi una sedia. L'avvocato finì di

alzarsi; trottò a corti passi frettolosi, crollando il ventre, le

spalle e la nappa della papalina, a prendere ed accostare due sedie.

Vi calarono piano piano a sedere, guardandosi, il Marcòn molto duro,

l'altro molto trepidante.

— La permette? — fece il dottore coprendosi.

— Per amor del cielo! — rispose premuroso il signor Zanetto; e,

incoraggiato da quell'ombra di cortesia, trasse la tabacchiera, offerse

una presa al Marcòn, ne assorbì un'altra egli stesso; dopo di che i

due personaggi, affondando il mento nello sparato, chini gli occhi

e aggrottate le ciglia, fecero pulizia a buffetti nella camicia e

nell'abito.

Finalmente il dottore Marcòn, spazzati via con quattro dita gli ultimi

granelli di tabacco, rialzò la faccia.

— Dunque? — diss'egli.

Il povero Vasco si lasciò lentamente andare sulla spalliera della

seggiola e, allargate le braccia cadenti, guardando in alto rispose:

— Non posso, proprio non posso.

Marcòn inarcò le sopracciglia, agitò le grosse labbra pendenti.

— La guardi bene — diss'egli. — La guardi bene, perchè La sa i nostri

patti.

— Eh, sissignore. So i patti. Cosa vuole? Faccia. Mi rincresce per la

Carlotta che si cruccerà, povera donna, con la sua tenerezza per me,

immaginandosi che abbia a crucciarmi molto io. Io invece... cosa vuole?

Vasco abbassò la voce, fece un gesto solenne.

— Ghiaccio, signor mio — diss'egli — ghiaccio in punto... Oh bene —

soggiunse — Le dirò che, essendo ghiaccio, _cupio dissolvi_, questo sì,

_cupio dissolvi_.

Il ventre e le spalle gli sussultarono d'un breve riso amaro.

— Bravo da senno! — proruppe Marcòn. — Dica che non Le importa nè di

debiti nè di creditori, caro Lei! Perchè non si dà le mani attorno?

Questo Suo cognato a cui si doveva rivolgere? Questo figlio che Le

doveva mandar denari?

— Sissignore, lo voleva, poveretto, perchè il cuore è grande; ma poi

è mio figlio, quindi disgraziato. Come ufficiale di marina gli tocca

andare in Africa, si figuri. Non parliamo, questa sarà una gloria della

mia famiglia. Mio figlio scrive beato. Cosa vuole? Beato. Scrive una

lettera che fa tenerezza, da eroe. Ma intanto gli occorre un cavallo

subito, perchè gli ufficiali di marina potranno essere comandati a

terra, e il ministro li obbliga a fornirsi di cavalli. Non crede? Le

farò vedere la lettera.

— Gli mandi dell'asino — urlò Marcòn — che gli andrà benone!

Il povero avvocato, ferito nel suo amor paterno, nella sua buona fede,

si storceva tutto, mettendo dei brontolii sommessi, qualche «o Dio» di

meravigliato e timido risentimento.

— E il cognato? — chiese Marcòn.

— E il cognato... il cognato... — borbottò Vasco che di questo burbero

parente aveva uno spavento orribile. — Per dirle la verità, non gli ho

ancora parlato; volevo appunto andare da lui stamattina.

— Voleva? Ma vada, vada subito. Non abita qui vicino? L'aspetto. —

Vasco, levatasi la papalina con la sinistra, si grattò la nuca con la

destra; quindi, potendo il terrore presente più del futuro, sospirò

il suo solito ossequioso «con permesso», e uscì tentennando, con una

faccia lugubre.

La signora Vasco udì giù per le scale i tonfi misurati del suo passo

gridò, «serva sua, cavaliere» e corse allo studio del marito.

— È andato via, quel cane? — diss'ella aprendo. Vide Marcòn, strillò e

fuggì tanto in furia che costui, quand'ebbe finito di girar verso lei

la sua mole, il suo faccione sorridente, non la vide più.

Rimase lì un poco a considerar l'uscio, e poi si alzò, fece pian piano

il giro dello scrittoio, guardò che cosa diavolo stesse scrivendo

quell'imbecille di Vasco.

In capo al gran foglio di carta turchina si leggeva:

ULTIMO DESIDERIO

Seguivano alcune righe tagliate da due gran tratti di penna in croce.

«Condotto in questa mia cadente vecchiaia a dolorose strettezze, non

valendo l'indebolito mio spirito a sopportar l'aspettazione angosciosa

di tale miseria che neppur soffra un sottilissimo velo di esteriore

decoro, convinto non potere ormai riuscire che di afflizione e gravezza

alla mia moglie amorosa, non che al figlio dilettissimo, io...»

Lo scrittore s'era fermato qui. Seguiva uno spazio in bianco. Più sotto

si leggevano queste altre parole:

«Condotto in questa mia vecchiaia a miserevoli strettezze, e confidando

che la Divina Provvidenza si compiacerà, come dal profondo del cuore ne

la supplico, togliermi prontamente questa troppo salda vita, grave alla

mia famiglia, presso che incomportabile a me, ringrazio la virtuosa mia

moglie di tutto il bene che mi volle e fece, benedico il mio figliuolo

dilettissimo, e prego tutti a voler conservare buona memoria di me.

«Se in settant'otto anni di onesta e laboriosa vita, io ho in qualche

misura bene meritato del mio paese natio, spero possa avere effetto

il novissimo voto ch'esprimo a' miei parenti ed amici, alla degna

Deputazione della Patria Biblioteca, all'onorevole Municipio. Desidero

che il mio prezioso esemplare dell'_Orlando Furioso_ edito da Francesco

Rosso di Valenza il 1º ottobre 1532, con privilegi di Clemente VII,

del doge Gritti e di Francesco Sforza, passi alla nostra Biblioteca. È

la terza edizione del poema, l'ultima delle uscite vivente il poeta,

stimata già superiore a tutte le altre dall'illustre Apostolo Zeno,

che ne possedette un esemplare postillato dall'Aretino. Cinque soli

esemplari si conoscono di questa edizione, uno dei quali fu venduto

in Inghilterra dal conte Garimberti di Parma, per lire quattromila.

Lire tremila mi furono offerte per il mio esemplare dal libraio R.

di Roma. Il frontispizio del volume è disegnato e intagliato da

Tiziano Vecellio. A mezzo il lato inferiore vi è raffigurata una

fenice sorgente dal rogo ad ali aperte, e sopra la fenice si leggono

due misteriose parole che molti dotti uomini si studiarono invano

d'interpretare: EDE NANTO. Io credo esser giunto, dopo lungo studio

e meditazione, a penetrarne il segreto; ed è mia preghiera che ove

il volume possa essere salvato alla Biblioteca, vi s'inserisca uno

scritto ricordante il nome mio, il desiderio qui espresso e la mia

interpretazione delle due parole arcane.

«Mi parve anzitutto che non avendo i detti vocaboli significato

alcuno nel nostro idioma nè in altro moderno nè in quello del Lazio,

convenisse ricorrere a un linguaggio mistico del quale sarebbe ora

vano ricercar la chiave, oppure alla sacra favella dell'Ellade, ben

conveniente al dipintor delle Veneri che tributa omaggio al ferrarese

Omero. Di ciò convinto, indagai lunga pezza invano come avessero i due

vocaboli a leggersi grecamente, nè potei vedervi lume sino a che non li

divisi così: EDEN ANTO; brillandomi allora l'origine loro dalle voci

greche δαιω ardo e ἄνθος fiore, e questo significato; arse (o ardeva)

con fiore: stupendo significato, sia nel senso proprio riguardo alla

fenice, sia nel senso figurato riguardo al Poeta; e meraviglioso di

grecità parrà a ciascuno che ricordi il πυρος ἄνθος di Eschilo. Potrà

forse taluno...».

Qui finiva il manoscritto; ma quando il passo dell'avvocato scosse

l'anticamera, Marcòn non aveva letto oltre al periodo delle tremila

lire offerte per il libro e stava ancora contemplando quella cifra con

un vago sorriso affettuoso. Egli andò alla finestra e finse di guardar

nel cortile.

Il signor Zanetto entrò, affannato, più sepolcrale assai che non fosse

uscito.

— E così? — disse Marcòn.

— La scusi — rispose l'avvocato, sedendo. — Quel che m'immaginava, caro

Lei — soggiunse poi ch'ebbe ripreso fiato. — Mi ha anche strapazzato.

Marcòn sedette anche lui, grave. Seguì un lungo silenzio. Guardavano

diritto davanti a sè, uno la porta e l'altro la finestra.

— E come facciamo? — disse finalmente Marcòn. — Vede bene, sono

duemilacinquecento lire.

— Signor padrone, — disse la serva entrando, — Le ho portato il caffè.

L'avvocato non si scosse se non quando si vide il vassoio davanti.

— Portatene due — diss'egli sottovoce.

La serva disse che ci aveva pensato, ma che la padrona era uscita

con le chiavi, ed ella non aveva altro caffè. Allora il povero uomo,

avvezzo da cinquant'anni a quel caffè pomeridiano, lo offerse con un

gesto a Marcòn, che ringraziò e allungò sorridendo le mani al vassoio,

malgrado gli occhiacci della serva.

— Comanda che ne pigli un altro al botteghino? — chiese costei al suo

padrone. — Devo anche uscire, adesso.

— No, Tonina, no — sospirò Vasco, dolcemente. — Piuttosto fate un po'

di fuoco qui.

La serva si mise all'opera, ma forse pensando ad altro, per cui

Marcòn, dopo due o tre occhiate oblique, dopo due o tre sordi brontolii

gutturali le disse:

— Cara lei, si sbrighi.

In quel punto la fiamma brillò e la donna si alzò dal caminetto, prese

il vassoio dispettosamente e se ne andò sbattendo l'uscio con un colpo

tale che Marcòn fece «ohe!».

— Senta — diss'egli poi. — Faccio, naturalmente, il mio interesse, ma

son di carne anch'io, ho cuore e mi ripugna di venire a certi passi

con una degna persona come Lei. Guardi se non ci potessimo accordare

amichevolmente. Ella ha forse qualche oggetto prezioso, qualche

gioiello di famiglia, non so, delle argenterie...

Vasco lo considerò un poco, cacciò la destra nello sparato della

camicia, e dopo avervi frugato alquanto, ne la trasse con una medaglina

d'argento che fece vedere al Marcòn, quindi alzò ed allargò le braccia;

tutto questo in silenzio.

— E quadri? — chiese Marcòn.

— Oh Dio, quadri! Il ritratto di mia moglie. Buono, per questo, buono.

Le dirò. Ma è della Carlotta.

— Niente niente, per amor di Dio! — esclamò Marcòn inorridito. —

Lasciamo stare... Ma, La senta — riprese dopo una pausa. M'inganno, o

aveva Lei dei libri antichi di un certo pregio?

— Sissignore — rispose Vasco masticando la parola, dimenandosi e

guardando dappertutto fuorchè in faccia al suo interlocutore. —

Sissignore, ma... cosa vuole?.. Andati... venduti... divorati...

— Allora... — disse Marcòn, alzandosi. Guardò in giro come per vedere

dove avesse posata la mazza, fermò gli occhi sullo scrittoio.

— Cosa studia di bello? — diss'egli sorridendo.

— Oh, niente — balbettò Vasco, inquietissimo. — Niente. Cerca il Suo

bastone?

Marcòn non gli rispose; si accostò allo scrittoio.

— A proposito — diss'egli — quello è un libro vecchio, per esempio.

— Oh nossignore... cioè sissignore, ma un libro di nessun conto o

almeno di poco conto. Noialtri si direbbe «un pestalardo».

— È un Ariosto, però, vedo. Un gran poeta, capperi. Potrebbe valere dei

bei denari se non fosse così sporco. Lo ha inzuppato nella cioccolata?

— Sporchissimo — rispose Vasco, rasserenandosi alquanto. — Cosa vuole?

Rovinato.

Adesso Marcòn tolse gli occhi dal libro e li piantò in viso al suo

sciagurato debitore; due occhi lucenti di una bonarietà maliziosa.

— Quanto Le pare — diss'egli — che possa valere in questo stato?

All'avvocato Vasco mancarono il cuore e le gambe. Dovette sedersi.

— Non saprei — rispose — non saprei. Cosa vuole? Per me ha un valore

relativo, un valore di affezione.

Gli parve una buona uscita, questa. Le rughe della sua fronte, gli

angoli della bocca non posavano un momento. I miti occhietti infantili,

intenti al fuoco, comparivano e scomparivano sotto il battere delle

palpebre.

— Bene — disse Marcòn — non Le ho detto che ho buon cuore? Faccio

una minchioneria, adesso. Prendo l'Ariosto, vado a casa e Le mando la

cambiale.

— Lei ha letto! — esclamò l'avvocato con voce soffocata levandosi in

piedi e appuntando a Marcòn l'indice tremante della destra. — Lei ha

letto! Ma non si porterà mica via il libro, capisce? Nossignore che non

lo porterà via!

Il suo testone oscillava convulso, negli occhietti brillavano, sotto il

battere delle palpebre, due lagrime.

— Le dico la verità, avvocato — disse tranquillamente Marcòn — avevo

sempre pensato ch'Ella fosse un galantuomo.

— E non lo sono? — esclamò Vasco.

— Ecco — rispose il notaio — non so se un galantuomo cercherebbe, come

Lei, di frodare i creditori.

L'avvocato guardò il suo avversario con orrore e terrore, cadde sulla

sedia. Due o tre singhiozzi lo scossero tutto.

— Non volevo frodar nessuno — diss'egli a bassa voce e senza guardare

Marcòn. — Volevo che quel libro restasse qui sino alla mia morte.

Pensavo che, morto io e conosciuta quella carta, un poco per il merito

del libro, un poco per la memoria di questo povero vecchio, o il

Municipio, o i cittadini, o cittadini e Municipio insieme avrebbero

riscattato il libro dai creditori, e resterebbe nel mio paese un

ricordo del mio nome, di quei pochi studi che ho potuto fare. Ma se Lei

mi crede capace di voler frodare i creditori, eccolo là il libro, se lo

prenda se lo porti via.

— Ma non intende, caro avvocato, — esclamò Marcòn — che Lei mi deve

ringraziare? Di un libro in quello stato prendere duemilacinquecento

lire?

Ciò detto Marcòn prese l'Ariosto.

— Avvocato, servitor suo — diss'egli.

*

* *

Vasco non seppe alzarsi nè articolar parola, nè fare un cenno. Era

come istupidito e non si mosse che al terzo appello dell'_hippopotamus

maior_ incagliato con la sua preda sulla porta.

— Cos'è questo imbroglio? — brontolava colui girando e rigirando

inutilmente la maniglia dell'uscio. — Cos'è questa faccenda? La scusi,

avvocato. Favorisce, avvocato? Avvocato, dico!

L'_hippopotamus minor_ capitò barcollando, si studiò inutilmente di

aprire e mise quindi il naso alla toppa, esplorò. L'altro gli pendeva

sopra, enorme, palpitante di aspettazione.

— È chiuso per di fuori — mormorò Vasco, rialzandosi. — La donna ha

forse dato un colpo troppo forte e allora succede spesso così.

— Suoni — disse Marcòn.

Vasco suonò due, tre, quattro volte. Nessuno comparve. Marcòn diede

allora una tale strappata al campanello che ruppe il cordone.

— Adesso è finita — sospirò l'avvocato.

— Chiami! Gridi! — esclamò l'altro. Il pover'uomo ritornò all'uscio,

vi appoggiò la testa e si provò di metter fuori un po' di voce, ma non

aveva fiato.

— Cosa vuole che sentano? — gridò, infuriato, Marcòn. — Aspetti me.

E, posato il libro, si diede a mugghiare con il suo vocione bovino,

assestando di gran colpi all'uscio fra una chiamata e l'altra, con

la mazza. Ma la padrona stava al confessionale, dicendo male di suo

marito; e la serva stava da un tabaccaio dicendo male del notaio

Marcòn.

Non v'erano altre uscite. L'unica finestra guardava il cortile. Marcòn

aperse, chiamò. Il cortile era deserto, nessuno rispose. Il notaio si

voltò a Vasco, sbuffando:

— Non mi è mai toccata — disse — una cosa simile. Ella sta lì a

guardarmi ma io devo andar via, capisce? Assolutamente! Ho affari.

— Senta — disse l'avvocato, immerso nella sua idea fissa. — Mi perdoni.

Non sarebbe possibile ch'Ella mi lasciasse adesso il libro onde io vi

facessi inserire la mia interpretazione? E non sarebbe possibile che

Ella disponesse in modo da farlo pervenire un giorno o l'altro alla

nostra Biblioteca?

— Non mi secchi! — gridò Marcòn. — Non m'importa un fico

nè d'interpretazioni, nè di biblioteche. Se la tenga la Sua

interpretazione. Il libro poi lo vendo magari in America, se occorre!

L'ira incominciò a bollire nell'adipe dell'uomo pacifico.

— Il libro vale quattromila lire — diss'egli, alzando la voce. — Almeno

mi dia cinquecento lire da mandare in Africa a mio figlio!

— Che cinquecento lire! Che figlio!

L'inferocito uomo si affacciò ancora alla finestra, urlando senza

ascoltar Vasco, che, tremante di collera, gli fremeva nella schiena:

— Sarò un imbecille, ma questa porta è la Provvidenza che l'ha chiusa!

Prese l'Ariosto, e affrettandosi in punta di piedi, con un occhio

al caminetto e uno alla schiena mostruosa, posò il libro sul fuoco.

Quindi ritornò, pallido come un morto, sul seggiolone, e, chiusi gli

occhi, rovesciato il capo all'indietro, alitava affannosamente. Si

suonò al cancello dell'antiporto, più volte. Marcòn si sbracciava a

chiamare dalla finestra l'incognito visitatore, che non essendogli

aperto e udendo un tal vociare, venne nel cortile. Era lo stesso prete

che aveva scambiato Marcòn, in piazza, per Vasco. Egli guardò su, vide

alla finestra un testone, due spallacce. «Avvocato!» disse salutando.

«Almeno questa volta son sicuro ch'è Lei, perchè un'ora fa...». — Non

La vede, don scempio — gridò Marcòn — che sono ancora quello di un'ora

fa? Non La capisce che non possiamo aprire? Vada a cercare la signora

Carlotta o la serva di casa, dica che vengano subito! Cosa fa lì, con

la bocca aperta? Si muova!

Il prete pareva schiacciato dalla sorpresa, guardava su, ripeteva «ma

come? ma come?» Ci volle del buono prima che capisse e se n'andasse.

Marcòn stette ancora un poco alla finestra, andò ad origliare

all'uscio, se udisse qualche rumore di buon augurio, poi ritornò alla

finestra, maledicendo tutte le serve del creato. Finalmente udì delle

voci nell'antiporto; due stizzose voci femminili, la signora Carlotta e

la Tonina, che, invece di aprire subito, si bisticciavano.

— Dove ho posto il libro, adesso? — diss'egli. — Avvocato, dov'è il

libro?

Vasco aperse gli occhi, levò una mano spiegata e disse solennemente:

— _Eden Anto._

— Domando — replicò Marcòn — dov'è il libro.

Vasco alzò anche l'altra mano e ripetè:

— _Eden Anto._

— Oh, non scherzo mica, io, sa? — esclamò Marcòn; e data un'occhiata in

giro per la camera senza scoprire libro alcuno, si accostò all'avvocato

coi denti stretti:

— Non facciamo commedie! — diss'egli. — Fuori questo Ariosto! Fuori

subito!

— Ella — rispose Vasco — vuol avere un libro di quella fatta e non sa

il greco? Ella vuole la fenice di Tiziano? _Eden Anto_, signore; arse,

arse con fiore.

Appuntò l'indice al fuoco e proseguì:

— Guardi là. Se vorrà la cenere...

Marcòn mise un grido soffocato alzando le braccia come gli mancasse il

respiro, andò al caminetto, e giratosi subito a Vasco, fece due passi

verso di lui con la mazza in aria. Si arrestò, mise, scrollando le

braccia minacciose, un muggito sordo, trottò a dar di fianco nell'uscio

come una catapulta, e, spaccata di colpo la serratura, passò fra la

signora Carlotta e la Tonina, traboccò giù per le scale.

Le due donne saltarono nello studio.

— Cosa è stato? — chiese la signora Vasco.

— È stato — rispose suo marito, ancora tremante di emozione — che

voleva rubarmi e l'ho fatto scappare.

— Rubarti che, straccione?

— Oh, niente — disse il povero signor Zanetto senza guardar sua moglie

e scotendosi tutto in un singulto di riso forzato. — Un libro.

— Un libro? Hai un libro di valore, tu?

— Peuh, peuh — fece Vasco, ricominciando a soffiare — poca cosa.

Qualche centinaio di lire... forse cento... anzi cento al più... fra le

cinquanta e le cento insomma.

— Ah brutto tabaccone, — esclamò la signora. — Hai un libro così e non

dici niente, e fai patire tua moglie e tuo figlio! A me questo libro!

L'avvocato allibì, non rispose.

— Gliel'avresti dato? — disse sua moglie con una faccia, con una voce

da far paura.

— No, no, no — rispose Vasco di fretta. — Non gli ho dato niente. Però,

se non lo do a lui, bisognerà che lo dia a un altro, perchè la roba mia

è tutta dei creditori.

La signora Carlotta non avrebbe creduto che buaggine umana potesse

toccare a tal segno, e guardava suo marito con uno sguardo ineffabile,

in silenzio. Quindi scoppiò in insulti, in invettive, fulminando tutto

intorno a lei, il pancione stupido, la casa coniugale, la Tonina che

difendeva il padrone. Le intimò di uscire; e poichè colei si ribellava,

le afferrò un braccio, la trasse alla porta. Se n'andarono così tutt'e

due, tempestando, via per l'anticamera.

Fedele ed altri racconti · 第 4 / 8 段