Chieco saltò dal letto, corse così com'era, scalzo e in camicia, a

pigliar il suo violoncello e, sedutosi in faccia a me, se lo piantò

fra le gambe, attaccò un delizioso andante appassionato. La Purgher e

la serva fecero subito capolino all'uscio, ma il maestro s'interruppe,

si diede a sgambettar verso il soffitto, fischiando in un suo modo

infernale, per cui le donne scapparono da capo, non ci seccarono

più. Egli, suonando mi guardava sempre. I visacci che faceva non

si scrivono; non sapevo se commuovermi della melodia dolcissima, o

ridere della bizzarra faccia, ora lugubre ora sfavillante, ora solenne

ora furbesca, ora patetica ora beffarda, comica sempre. Chieco ha

trentott'anni, barba e capelli misti di nero e d'argento; ciò accresce

la stranezza della sua fisonomia napoletana, piena di sentimento umano

e di brio diabolico. Finalmente depose lo strumento. — E come si fa? —

diss'egli. — Caro Cesare, e come si fa?

Gli domandai che musica fosse quella.

— Povero Chieco! — mi rispose serio serio: — io ho detto tutto,

e questo infelice _ragionát_ non ha capito niente. La mia musica

significa, o straccione, che io sono innamorato e che tu ti devi

ammogliare.

Io pigliai la cosa come una delle sue solite pazzie per quanto mi

giurasse che non aveva mai detto in vita sua parola più vera.

Egli conosceva benissimo le mie passate relazioni con donna Antonietta

e me ne parlò in modo tale che lo pregai a smettere. — Quanto sei

asino! — diss'egli. — Tu le vuoi ancora bene. — Diventai troppo rosso,

forse, ma negai; ahimè, più di tre volte. Intanto Chieco ripeteva su

tutti i toni, infilando le mutande: — Quanto sei asino! quanto sei

asino! — Tuttavia non mi parlò più di Antonietta.

Invece, appena compiuta la sua toeletta, m'invitò a vedere «Castel

Pulcino». Prima di tutto mi condusse in cucina vociando: — O Purganti,

o Purganti del diavolo, dove siete? — E trovata, invece della Purgher,

la servotta tedesca, incominciò a farle boccaccie, a gesticolarle

davanti, a stordirla con un diluvio di _schlicche schlocche_, da cui

la disgraziata doveva capire di preparar subito da pranzo per due; ed

accennò d'aver capito tanto bene che Chieco la volle abbracciare prima

di portarmi fuori.

Il castello non aveva proprio niente di raro, toltone la postura e quel

cortile pittoresco; ma quando Chieco s'infatuava d'un luogo, lo sentiva

da gran poeta fantastico, lo idealizzava con una potenza straordinaria.

— Questo è Castel Divino, capisci? — mi diss'egli nel cortile, estatico

davanti a un capitello gotico dei più comuni. — Guarda che bestia

gentile dev'essere stato lo scultore di quella graziosa porcheria lì!

Sono dieci anni ch'io passo otto mesi dell'anno a Parigi e puoi pensare

se ho visto Pierrefonds. Ho visto anche i castelli del Reno. Ebbene,

sono niente rispetto a questo; ti dico _niente_. Qui, se tu non sei

troppo asino, ci vedi tutti i tempi. Questo pavimento non sa che sia

scalpello, tu lo vedi; è ancora dell'età della pietra. Le fondamenta

di queste mura son romane. Va qui vicino dal prete di Santa Pazienza,

ch'è un sant'omo, a domandare se i Romani non praticavano qui. E

poi c'è tutto questo Medio Evo; e poi nelle camere tu hai veduto il

Rinascimento fino al rococò; e poi ci sono i Purganti che sono il vile

presente; e poi ci sono io che sono l'avvenire!

Gli chiesi se avesse fatto gite.

— Che gite, che gite! — mi rispose. — Queste sono idee da _ragionàt_.

Mi volevano ben mandare a Santa Pazienza, a Mancavino, al diavolo che

li porti. Ma io, questi nomi, li fiuto e mi basta. Vado qualche volta

a Comano, ecco tutto. Domattina, per esempio, vado a far colazione a

Comano.

— Vengo anch'io! — dissi.

— No! — gridò Chieco. — Nossignore! Domattina Lei resta a Castel

Tavolino e mi rimpasta qualche dozzina di versi. Io vado per intendermi

sul ballo.

— Che ballo?

— Il ballo che si dà qui domani sera. Una cosa magica, mio caro;

vedrai. Ho invitato tutti quegli straccioni di Comano per aver lei. Si

fan due passi fuori?

— Chi, _lei_?

Chieco mi piantò per ricomparire due minuti dopo in ombrellino,

_panama_ e babbucce.

— Si deve capire ch'io sono in casa mia — diss'egli — e che tu sei uno

straccione qualunque. Del resto eccoti lei, ma somiglia poco.

Mi diede la fotografia d'una signora che non mi parve assai giovane, nè

assai bella.

— Somiglia poco — ripetè. — La vedrai. È una musica dalla punta dei

capelli alla punta dei piedi. Povero Chieco!

Grossi nuvoloni uscivano dalla gola delle Sarche, raggiungevano e

celavano il sole; l'_òra_ del Garda soffiava sempre più forte nei

pini e negli arbusti, sul lago tumultuante, tutto mobili luci plumbee.

Chieco si buttò a giacer supino nell'erba con le mani intrecciate sotto

la nuca, e mi volle accanto a sè.

— È una musica — diss'egli. — È la più morbida, fine musica ch'io

conosca; è del Bach, per Sebastiano!

Balzò su a sedere per potersi sfogar meglio. Non pareva più il matto di

prima.

— Tu sai — diss'egli — o piuttosto tu non sai come disegna Bach.

Ebbene, quando lei si muove e io vedo svolgersi tutte le linee del suo

dolcissimo corpo e ondulare in aria, così così, dietro di lei, io penso

sempre alla musica di Bach.

Scosse forte il capo piantandosi le cinque unghie della mano destra

nella fronte.

— Cosa vuoi? — disse. — Ha un orecchio, per esempio, che lo può fare

solo il mio violoncello. E due labbra poi, due labbra così frementi

di passione e di sensi, di tutti i peccati capitali, mio caro! Benchè

sia santa e _prude_ come una vecchia diavolessa inglese. È questo che

ti frigge il sangue, capisci? Non ti parlo degli occhi, non sono mica

il Padre Eterno per poterne parlare. Ma le mani, per Bach, ma le mani!

C'è un birbaccione di professore tedesco che gliele studia con gli

occhiali, e gliele ha trovate _psichiche_! Maledetto, come ha trovato

bene! È un pezzo di quattrocento.

Continuò a lungo su questo tono misto di fuoco meridionale e di

finezza parigina, di sensualità e di poesia, levando a cielo persino

le toelette della dama, delle quali tremava che fossero una cosa

sola con quel corpo e quell'anima, che le crescessero vive intorno

come il calice al fiore. L'anima? Ah l'anima era musica italiana del

settecento, così ricca di vena, così delicata nello scherzo, così

composta e precisa nel sentimento, sempre penetrata da una ragione

luminosa. Insomma questa donna era la sola degna di sposare Lazzaro

Chieco, la sola cui avrebbe voluto sacrificare la sua libertà.

Questo accesso di febbre matrimoniale mi strappò una esclamazione molto

ammirativa. Allora Chieco mi parlò con toccante gravità della tristezza

ch'era in fondo al suo cuore, sotto tanti pazzi umori, come l'acqua

morta, scura in fondo al lago sotto tanto ballare e luccicare d'onde.

Era stanco, disgustato di tutto fuorchè della musica e di un suo antico

ideale d'amore, non detto mai ad alcuna delle tante femmine che aveva

prese un momento.

— Ho trentott'anni — mi diss'egli — ma potrei forse amare ancora ed

esser felice come un fanciullo di venti.

— E perchè non lo sarai? — diss'io.

— Perchè questa stupida non mi ama — rispose.

La signora Purgher chiamò da una finestra. Chieco balzò in piedi e,

ficcatosi un dito in bocca, cacciò il suo fischio diabolico.

— Andiamo a tavola — diss'egli.

IV.

Mi fece udire quella sera stessa, sopra un piano scellerato, la

sinfonia e, in parte, il primo atto della sua _Tempesta_. Per vero

dire, la imitazione delle onde, del vento, dei tuoni, delle urla non

mi è sembrata mai, con licenza dell'amico, straordinariamente felice

in quella sinfonia; l'ultima melodia, che figura il canto d'Ariele

quando acquieta il mare, è soave, ma ricorda forse un po' troppo la

_Canzone di primavera_ di Mendelssohn. Invece il pezzo sinfonico che

segue, eseguito dall'orchestra a sipario alzato e scena vuota, mi parve

veramente, come parve al pubblico sublime. La musica non è descrittiva,

ma seconda mirabilmente l'immaginazione dello spettatore che sappia

esser quella un'isola deserta dell'Oceano, popolata da spiriti

obbedienti a un mago, e dove si prepara uno strano dramma in cui

avranno parte quelle aeree potenze misteriose e tante passioni umane.

L'amico mio infondeva nella sua esecuzione una vita indiavolata, mi

gridava i nomi degli strumenti, li imitava con la voce, urlava nei

punti di grande sonorità, rovesciando il capo all'indietro, tempestando

con le braccia e con le gambe. Mi fece udire con gli altri pezzi,

il duetto originalissimo di Calibano e Ariele, di cui non erano per

anco scritti i versi. — E il duetto dell'anima — mi disse Chieco. —

Shakespeare non lo ha immaginato, ma io sì. Lo faccio precedere da un

assolo di violoncello ch'è divino. Te lo suonerò poi, fuori di qui.

Il bizzarro uomo suonò infatti più tardi questo pezzo ispirato a capo

della scala che scende nel cortile, presso una finestra poetica da

cui si domina il lago e si vedon giù, porgendo il capo, le alte mura,

lo scoglio, i salici e i fichi selvatici che ne sbucano a pender

sull'acqua. Io sedeva sulla scala, cinque o sei gradini più sotto.

Il violoncello sospirava e gemeva più dolcemente di qualsiasi voce

umana. Il vento sibilava nelle logge, sbatteva ogni tanto qualche

uscio per le solitudini del castello. Un soffio più forte spalancò

la finestra, portò dentro il rumore delle onde. Pareva di essere in

un'altra isola incantata, di udire un altro Ariele, altre voci confuse

di spiriti. Possibile che la sera prima, a quell'ora, io stessi

pranzando in Galleria Vittorio Emanuele? Mi pareva un sogno, mi sentiva

una vaga commozione, una inquietudine inesplicabile.

V.

Il mattino dopo l'amico mio se n'andò a Comano per tempo. Io vagai

lungo il lago, e prese le _zette dell'Imarò_ che fiancheggiano i

precipizi in fondo a cui si rigira, per un bagliore di ghiaie, la

Sarca verde, giunsi a veder là di fronte, fra montagna e montagna, un

cocuzzolo bianco, il ghiacciaio della Tosa. A colazione ebbi con la

signora Purgher un lungo dialogo su Chieco. — Matto — diceva — ma che

cuore! — Gli avea visto prodigare oro ai poveri come un principe e

parole assai più preziose dell'oro; abbracciare una vecchia pezzente

che somigliava a sua madre. Di questa lo aveva udito parlar con un

fuoco che gli empiva gli occhi di luce e di lagrime. Peccato che non

avesse freno nel trattar con le donne! Era un orrore per quello. La

signora Purgher finì col farmi _acquistare_, era la sua frase, un

eccellente bicchier d'Isera, dopo di che mi accinsi a rabberciar le

strofette melliflue del poeta B. secondo certi concetti shakespeariani

espressimi la sera antecedente dall'amico Chieco.

Il pomeriggio di quel giorno e tutto il giorno appresso furono

interamente occupati dai preparativi del ballo. Chieco ne parlava come

se l'offrisse lui questo ballo, ma in fatto non aveva offerto che la

sua direzione, la sua camera, la musica e l'acqua. Le provvigioni,

i fiori, i fuochi d'artificio vennero, per cura della società di

Comano, in parte da Comano, in parte da Trento, insieme a tre famelici

musicanti, un pianista e due violinisti, che noi battezzammo Trinculo,

Stefano e Calibano. Chieco ne elesse subito uno a suo gran tappezziere,

un altro a suo gran facchino, il terzo a suo grande sottocuoco.

Lavoravano come scimmioni goffi, istupiditi da quella novità di

mestiere e di padrone, guardando costui con un comico sgomento, non

osando ribellarsi nè sapendo se almeno fosse loro lecito di ridere.

— Tu non fai niente, brutto straccione — mi disse Chieco — ma stasera

ti cambio nome, vestito e mestiere, ti sollevo a mio primo lustrascarpe

e barcaiuolo. Ho fatto venire apposta un canotto da Riva. Gli chiesi il

perchè di tanto onore, ma egli non me lo volle dir subito. Dopo pranzo

mi prese a braccetto e mi condusse in giardino.

— Parliamo sul serio — diss'egli. — Poichè non la posso sposare io,

come si fa? la devi sposare tu. Maledetti voi che siete nati uno per

l'altro!

— Mi dirai almeno il suo nome! — interruppi ridendo.

— Non ridere! Tu non sai quanto bestia io sono in questo momento e

quanto stupido sei tu. Perchè lei ti vorrà bene, capisci, e tu ne

vorrai a lei, e io che se ci penso ti strozzerei come l'ultimo dei

piccioni, te la do, te la do e che siate maledetti!

Ciò detto mi saltò al collo, mi baciò, mi strinse in modo che lo

credetti impazzito davvero.

— Ti voglio bene, sai — diss'egli — perchè ci conosciamo da tanti anni,

perchè non scrivi musica e ti piace la mia; ma se mi amasse, tu non

saresti qui. Non ridere e non domandare il suo nome. La vedrai stasera.

Se non ti piace è inutile che tu ne sappia il nome. Le ho già detto

che ho qui un canotto e un domestico, e che questo domestico sa remare

e ch'ella potrà fare una corsa sul lago. Ha accettato a patto ch'io

non venga. Andrà con te solo, dunque. E adesso mi dai trentadue lire e

settantacinque centesimi.

Feci un atto di meraviglia.

— Oh! furfante! — esclamò Chieco. — Vuoi che l'abbia fatto venire a

mie spese il canotto? Vuoi fare all'amore tu e ch'io paghi? Come sei

_ragionàt_!

Non capivo bene, sulle prime, se scherzasse o no, ma il dubbio durò

poco. Chieco voleva veramente le trentadue lire e io le sborsai,

dichiarando tuttavia che in canotto non ci sarei andato, poichè la sua

incognita non mi tentava affatto.

— Oh — diss'egli — tu vuoi farti rendere il denaro?

Alle corte, dovetti promettere, per non offenderlo, di fare a suo

modo, ma soggiunsi che non sarei uscito un momento dalla mia parte di

barcaiuolo.

VI.

Alla sera Chieco, in _frac_ e cravatta bianca, raccolse una banda di

ragazzotti, distribuì loro delle lanterne di carta e delle torcie a

vento, li schierò in colonna, vi collocò in mezzo i due violinisti,

e, salito sull'asino di casa Purgher, si pose a capo di una bizzarra

marcia alle fiaccole, in omaggio a quelli di Comano che doveano

trovarsi al Ponte delle Sarche dopo le nove. I violini stridevano,

Chieco zufolava, i portafiaccole facevano un chiasso d'inferno, il

terzo musicista tirava razzi dal nero culmine del castello, sul monte

Cavedine sorgeva un fantasma velato di luna. Io m'imbarcai per una

corsa di prova. Il canotto era un vecchio arnese pesante, troppo alto

di sponde, fatto per i flutti e le collere, _fluctibus et fremitu_, del

Garda, ben diverso dalla elegante barca inglese che il maestro aveva

a Fiumelatte; ma stava a galla, e io non desideravo di più. Approdai

subito al luogo indicatomi da Chieco e vi attesi che le fiaccole e

i clamori tornassero dal Ponte delle Sarche. Faceva quasi freddo,

l'aspettazione di questa signora che piaceva tanto a Chieco m'era

sgradevole. Mi dolevo di avere scritto una certa lettera ad Antonietta,

di non essere invece partito per S. Vincent dov'ella si trovava. Le

avevo scritto per chieder perdono e pace, ma la penna non aveva forse

scritto come il cuore dettava, la penna aveva forse talvolta sentito il

freno del maledetto orgoglio; non mi si era risposto. Perchè scrivere?

La febbrile visione di un incontro con Antonietta venne improvvisamente

sopra di me. Era di una vivezza e, in pari tempo, di una mobilità

tormentosa. Ora Antonietta mi passava a fianco senza salutarmi,

conversando e ridendo con altri, ora mi diceva un freddo «buon giorno»,

ora il suo lungo sguardo mi correva deliziosamente le vene. Intanto i

clamori e le fiaccole tornarono. Udii il fischio di Chieco. Voleva dire

che la signora c'era e che mi tenessi pronto.

Ero uscito dal canotto e mi preparavo un'attitudine ossequiosa di

barcaiuolo che aspetta, quando comparve Chieco tenendo a braccetto la

dama avviluppata in uno sciallo bianco.

— Entra, entra tu! — mi gridò il maestro. — E a posto! La signora

siede a prua e al canotto gli dò una spinta io. — Presto! — soggiunse,

parlando a lei. — Facciamo presto, altrimenti ci prendono!

Infatti si gridava dietro a loro: Chieco! Chieco! anche noi! Dove

siete, Chieco?

Entrai nel canotto, sedetti sul banco di mezzo voltando le spalle

alla prua, e impugnai i remi. In un baleno la signora balzò dentro,

il canotto fregò, saltando indietro, la sabbia. — Presto, presto!

— ripeteva Chieco. — Gira, gira! — Feci girare a tutta forza quella

vecchia carcassa e la misi con quattro colpi di remo alla corsa.

Si tagliava diritto all'altra sponda, quando la dama, che non aveva

ancora aperto bocca, mi disse:

— Fate il giro del castello.

Dio mio, che dolce voce era questa? N'ebbi tronchi, per un momento,

il moto, il respiro, il pensiero; era la voce _sua_. Appena potei,

ripresi a remare a caso, immaginando febbrilmente ch'ella sapesse, che

non sapesse, non osando volgere il capo, sentendo che era un momento

supremo.

Ella ripetè: — fate il giro del castello! — con una leggera impazienza,

stavolta. No, no, non poteva saper niente, Chieco l'aveva ingannata

come me. Obbedii; piegammo verso lo scoglio del castello, incendiato

ingiro dal bengala. Qualcuno gridò: — donna Antonietta! A terra! A

terra! — Ella mi chiese allora se si potesse approdare dall'altro lato

della penisola.

Esitai un poco, e risposi con voce involontariamente alterata:

— Non lo so.

Antonietta non replicò nulla, ma subito dopo sentii il canotto piegare

sul fianco destro.

Certo ell'aveva fatto un movimento, aveva cercato vedermi in viso.

Anche la sua voce mi parve leggermente alterata quando soggiunse:

— Voglio tornar indietro, all'approdo.

Pensai che mi avesse riconosciuto, che forse mi credesse complice

dell'inganno. Guai se credeva questo, lei, col suo carattere! Non

c'era da sperar più nella pace. Voltai il canotto, silenziosamente,

per ricondurla all'approdo. Ero ben risoluto di parlare, ma solo quando

ella fosse libera di scendere, di lasciarmi. La luna usciva brillante

di sotto un nuvolone: entrai nell'ombra del muro di cinta.

— Vi sono altri forestieri qui nel castello? — chiese Antonietta colla

stessa voce di prima. Eravamo a una trentina di metri dall'approdo.

Non risposi. Ora avrei dovuto voltar il capo verso di lei per approdar

bene. Remavo adagio, adagio, il cuore mi batteva in tutto il petto.

Antonietta non ripetè la sua domanda. L'angolo del muro di cinta mi

comparve a fianco, era lì che dovevo approdare. Trassi di un colpo i

remi nel canotto e balzai in piedi voltandomi a lei che si rizzò in un

lampo e fece l'atto di slanciarsi a terra.

— In nome di Dio — esclamai stendendole le braccia — non sapevo niente!

Mi crede, mi crede? Non è possibile che non mi creda!

In quel punto il canotto urtò la riva. Antonietta non parlò nè si mosse.

— Esci, se vuoi — proseguii tra l'angoscia e la speranza, giungendo le

mani. — Proibiscimi di seguirti, di parlarti, ma credi!...

— Se non lo sapeva — interruppe Antonietta — perchè questa commedia?

Saltai a lei, le afferrai una mano ch'ella nè mi abbandonò, nè mi

tolse, le raccontai con affannosa fretta quello ch'io pensavo allora

essere uno scherzo di Chieco, le parlai del mio folle orgoglio

distrutto dal dolore, dell'ardente speranza che mi riprendeva, della

vita mia ch'era in sua mano, come anche l'anima, forse! Ebbro di

gioia sentii quella mano cedere, cedere; potei stringere fra le mie

braccia la dolce fidanzata che nulla, neppure la morte, potrà mai più

interamente dividere da me.

Mi disse che avea creduto riconoscermi al mio primo «non lo so»,

ma che n'era stata sicura solo quando non avevo risposto alla sua

domanda. Vinsi così presto perchè la mia lettera, arrivata a Saint

Vincent, quando Antonietta n'era partita per non trovarvisi bene,

l'aveva raggiunta, dopo lunghe peregrinazioni, a Comano, la mattina

di quel giorno stesso. Le proposi di restare in barca, di pigliare

ancora il largo. Non le parve conveniente; e neppure ch'io, mutata

qualità, l'accompagnassi al ballo. Ma prima di andarsene dovette pur

dirmi qualche cosa di Chieco. Egli le aveva infatti parlato d'amore;

trivialmente, sulle prime, a modo suo; più tardi con una serietà e

una passione di cui Antonietta aveva creduto capace il violoncello,

ma non l'uomo. Respinto in tutti i modi, le aveva detto male di me,

scandagliando il terreno, giurando che non si sarebbe fatto alcuno

scrupolo di prendere ciò che io non avevo saputo tenere. A questo punto

Antonietta gli aveva chiuso la bocca con due parole asciutte cui egli

dichiarò di accogliere come il _turacciolo del fiasco_, soggiungendo

però che farebbe vedere alla signora chi fosse Chieco, che testa e che

cuore.

— Aveva ragione — disse Antonietta abbracciandomi dopo il suo racconto.

— Ci ha intesi molto bene ed è stato molto buono. Ed ora vado, sai.

— Va va — risposi trattenendola più forte che potevo.

— Come mandi via la gente, tu! — diss'ella con una boccuccia e un

accento di bambina dolente, aggiustandomi i capelli sulla fronte. Mi

pose le labbra all'orecchio, mi susurrò: — ho piacere che siamo qui

al buio, che tu non mi veda bene negli occhi, altrimenti ci tornerebbe

troppo orgoglio qui dentro!

Ritirò il viso, rise un poco, mi diede un bacio, saltò a terra e fuggì.

Io mi scostai dalla riva remando in fretta e, deposti quasi subito

i remi, mi abbandonai all'ebbrezza che m'invadeva cuore, pensieri

e sensi. Non so quanto tempo rimanessi così sdraiato sul banco del

canotto, con la nuca a una sponda, i piedi all'altra, le braccia

incrociate, gli occhi alla luna; so che mi scosse il fischio di Chieco.

Mi rizzai e remai a terra. Egli era là, sulla riva. Quando mi vide

a pochi metri disse: — e come si fa? — Vi era in me una battaglia

di sentimenti diversi; pure saltai subito fuori ad abbracciarlo. Io

non potevo parlare, egli ripeteva: — come si fa? Poco somigliante la

fotografia! Come si fa? — Avevamo gli occhi umidi, credo, tutt'e due.

— Povero Chieco! — diss'egli. — È stato un gran fiasco!

Intanto un carro s'era fermato lì vicino sulla strada e alcuni uomini

vennero difilati al canotto.

— Cosa succede? — diss'io al maestro.

— Succede che la barca e io andiamo via. Mi seccava di vederti, ma ti

sei andato a cacciare in mezzo al lago, bisognava bene farti venire

a riva. Adesso si mette il canotto sul carro, Chieco sul canotto e

Castel-t'-inchino.

Così fu. In un attimo si caricarono il canotto e i bagagli. Nel

castello ballavano e suonavano, nessuno sapeva niente, tranne la

signora Purgher che credeva sognare e venne tutta commossa per un

ultimo saluto. Chieco, seduto sopra un baule, non volle stringerle

la mano, pretendendo che non fosse pulita; e le ordinò bruscamente di

avvertire le signore e i signori che il maestro non cavaliere Chieco

stava per partire e avrebbe degnato dar loro un saluto.

Si udirono presto dei passi rapidi, delle grida, delle esclamazioni, il

carro fu attorniato di gente che lo voleva prender d'assalto per tirar

giù a forza il maestro. Ma questi cacciò tali improperi napoletani e

lombardi da fare scappar le signore e star quieti gli uomini.

— Adesso — diss'egli — o straccioni, vi saluto. Se volete poi sapere

perchè ne ho abbastanza di voi, ecco qua.

Trasse il suo magico violoncello, incominciò la melodia dolcissima,

appassionata ch'è del duetto nel secondo atto della _Tempesta_, la

troncò subito con quattro raschiate buffonesche, ripose lo strumento e

gridò — avanti! — I buoi si mossero, le ruote stridettero, gli uomini

salutarono con la voce e il cappello, le signore col fazzoletto, due o

tre giovinotti saltarono sul carro. Vedo ancora Chieco buttarli giù a

calci, l'odo ancora gridar loro in segno di vittoria: — e come si fa? E

come si fa?

TERZO INTERMEZZO.

BOCCHERINI

MINUETTO IN la

SECOLO XVIII. _Una festa da ballo._

La scena rappresenta un elegante gabinetto a pian terreno fra la sala

da ballo, zeppa di gente, e il giardino. Musica. Un cavaliere e una

dama ballano il minuetto.

DAMA (_ballando_)

Sebben rido così, sospiro nel mio cuore.

CAVALIERE (_ballando_)

Sebben rido così, è il riso mio dolore.

(_Riverenze_)

M'inchino a Lei, signora.

DAMA

Signore, a Lei m'inchino.

CAVALIERE

La musica è dolcissima, è splendido il festino.

(_Si avvicinano ballando_)

Doman sarò lontano, ti stringo in fantasia

Sul cor, ti bacio gli occhi, ti dò l'anima mia.

(_Si allontanano_)

Ballar bisogna e ridere, avendo a gola il pianto.

DAMA (_ironicamente_)

Sì, sì, ballare e ridere; siamo felici tanto!

(_Riverenze_)

CAVALIERE

M'inchino a Lei, signora.

DAMA

Signore, a Lei m'inchino.

Che grazia, che malizia nel trillo del violino!

(_Si avvicinano_)

CAVALIERE

Cedi, t'adoro, vieni, parti con me se m'ami!

DAMA

Non dir così, l'eterna sventura mia tu brami.

(_Si allontanano_)

È gaio il minuetto, ma pur talvolta piange.

CAVALIERE

È gaio il minuetto, ma pur il cor mi frange.

(_Riverenze_)

M'inchino a Lei, signora.

DAMA

Signore, a Lei m'inchino.

Oh guardi, alate maschere salgono dal giardino.

_Entra una mascherata di Zefiri_

GLI ZEFIRI

Siam venti correnti dal gelo a l'ardor,

Da l'ombre al fulgor,

Dal tedio al piacer;

Soffiamo nei cor

Furor di goder;

Siam Zefiri a Venere ministri e ad Amor.

Se teme e non osa sul labbro salir

Un dolce sospir,

Se langue e non vien

La voce al desir

D'un fervido sen,

Desiri e sospiri a noi tocca dir.

Da i vezzi e gli arcani d'un mondo sì bel

Ogn'invido vel

N'è caro turbar.

Modestia crudel

Noi deve negar;

Siam aure innocenti, spiranti dal Ciel.

Fedele ed altri racconti · 第 3 / 8 段