urgentissima. Bianca prese la lettera senza guardarla, pregò sua
madre di scendere a pranzo, di lasciarla sola. Non voleva trovarsi
con papà prima d'essere un po' più calma; temeva che certi discorsi la
irritassero troppo, le facessero dire quello che non avrebbe voluto.
La signora Giovanna se n'andò sospirando mentre sua figlia, chiuso
l'uscio, si sorprendeva dell'oscurità sopravvenuta nella camera, del
torbido mare che saliva davanti alle finestre. Vide per un momento
ancora i fantasmi dei vasi ritti sul muricciolo della spianata, qualche
altro spettro di piante vicine; poi niente, neppure un'ombra nel bianco
immenso, eguale, impenetrabile. E stette a guardarvi su, attonita,
sentendo la voluttuosa dolcezza di trovarsi lì nella sua piccola camera
tepida, a pensare, in grembo a quell'oceano silenzioso; sentendo una
rispondenza arcana, indefinibile delle cose esterne con i pensieri che
le empivano il cuore. Si ricordò a un tratto della lettera che aveva in
mano, l'accostò a' vetri per decifrarne il carattere.
«Oh Dio!» diss'ella.
L'aperse in furia con le mani convulse. Vi trovò uno scritto e una
fotografia. Ravvisò tosto la barba bianca, l'abito nero, il fiore
all'occhiello; lui insomma, Ermes Torranza.
Sentiva di dover leggere subito, non ci vedeva, non sapeva che si
facesse, andava per la camera con la lettera in mano cercando a tastoni
una candela che non v'era. Abbrancò un cerino sul suo tavolino da notte
e l'accese. La fiammella mise un picciol lume sul legno lucido e sul
crocefisso di bronzo, un gran buio nella camera. Bianca s'inginocchiò,
macchinalmente, e lesse, sempre ginocchioni, lo scritto che segue:
Padova, 26 ottobre 1879.
«Cara, non si turbi, non si sgomenti; legga questa lettera come io
la scrivo, con la tranquillità più serena. Non è niente; il vecchio
codino Torranza, che cosa strana! se ne va. Mi dia la buona notte, cara
Bianca; dispongo perchè questa lettera Le sia inviata appena spento il
lume.
«Avvertito da una voce interna, ho fatto stamane, spontaneamente,
quello che fece, prima di morire, il codino mio padre; adesso mi sento
nel cuore qualcosa che si allenta, e insieme un silenzio pieno di
riverente aspettazione. Avrò forse ancora quattro, sei, otto giorni; mi
basta un'ora, per Lei.
«Bianca, nei nostri passati colloqui Ella mi parve temere, qualche
volta, di un'ombra; il suo gentile affetto per me n'era turbato, non
sapeva come esprimere un risentimento. Non è vero? Pure vi è solo
nel mio cuore una tenerezza che in questo stesso momento solenne
non offende i pensieri più alti; tutta la colpa è del vecchio sangue
fantastico che lascia sempre un po' di colore sui sentimenti e sulle
parole. Mi perdoni e sorridiamone insieme, oramai.
«Ho a farle un'altra preghiera e voglio porvi su il suggello della
morte. Mi è amaro non averle dato in addietro più prudenti consigli
circa i Suoi dissensi domestici e discender nella tomba con questo
pensiero. Bianca, per il bene Suo, per il bene di persone che Le son
care e un poco anche per la mia pace nel mondo a cui vado, mi ascolti;
non resti a Monte San Donà. Ella, in fondo al cuore, ama certo ancora
Suo marito. Questo povero giovane fa pietà. L'altro giorno mi ha
parlato di Lei per un'ora, con le lagrime agli occhi. Mi disse di
averle scritto più volte, mi riferì le Sue risposte che gli tolgono
ogni speranza se i vecchi non acconsentono a una separazione, o,
almeno, se non promettono mutare contegno con Lei; e coloro non piegano
nè all'una nè altra cosa. Bianca, pensi che qualche diritto ceduto in
silenzio, qualche torto patito senza sdegno, non per timore, ma per
pietà delle persone ingiuste che ci pensano offendere, leva l'anima
nostra al di sopra del loro contatto irritante. Torni con suo marito.
Non vi è tanto amore nel mondo da gettar via questo ch'è pur fedele,
pur tenero, e non toglie la pace.
«E ora, se si ricorda le nostre conversazioni sul mondo invisibile e
sui fenomeni che il secolo nega perchè lo umiliano, non troverà strano
ch'io desideri manifestarmi a Lei, dopo la mia morte, in qualche modo
sensibile. La sera del giorno stesso in cui riceverà questa lettera,
si trovi sola, fra le dieci e le dieci e mezza, nella Sua saletta del
piano. Apra la porta che dà sul giardino; le ombre della notte devono
poter entrare. Suoni quindi la breve introduzione della romanza che Le
ho inviata venti giorni sono. Dopo di questo, se Dio permette ch'io sia
presente e possa darne segno, anche lieve, lo darò. Ella non conosce
paura e vorrà consentire all'ultima fantasia sentimentale di un vecchio
poeta che muore.
«È tempo di dirvi addio, Bianca. Ho qui davanti a me la testina
leonardesca che Vi somiglia. Gli occhi dell'incognita sono men grandi,
i capelli più chiari; ma l'espressione originale del viso è la stessa.
Questo dolce sole d'ottobre che passa tra i miei libri chiusi, brilla
sul quadretto. Vi vedo viva, depongo la penna, Vi guardo, Vi guardo,
un'ultima irragionevole lagrima mi cade e si perde per sempre, come lo
merita. Addio, addio!
«Ponete questo ritratto nel vostro salotto di Padova.
«ERMES TORRANZA».
— Sì, sì, sì — singhiozzò Bianca appassionatamente. — Tutto! — Si
chiuse il viso tra le mani, promise a Torranza, con uno slancio del
cuore, che avrebbe appagato tutti i suoi ultimi desiderî e pregò, senza
parole, per esso.
Cadendo quell'impeto di fervore, il suo pensiero si assopiva, si
perdeva, senz'avvedersene, in un altro campo. Ella non pregava più;
aperte le mani, guardava la fiammella del cerino, si sentiva tornar
nel cuore le conversazioni avute con Torranza sui misteri d'oltre la
tomba. Non cercava nè combatteva queste memorie; le lasciava venire,
inerte. Ad un tratto spense il cerino, pregò un altro poco e si rizzò.
Era notte, il bianco oceano silenzioso empiva sempre le finestre;
pareva essere in un'isola. Le venne in mente, malgrado sè stessa, un
racconto meraviglioso fattole dal poeta, una camera buia nel vecchio
castello reale di Stoccolma, in mezzo al mare; il re Carlo XI che siede
taciturno al fuoco ascoltando il dottore Paumgarten parlar della regina
morta, poi si alza, va alla finestra e dice al conte Brahe: Chi ha
acceso i lumi nella sala degli Stati?
Qui non apparivano lumi; appoggiando il viso ai vetri si vedeva in
alto, nella nebbia, un diffuso chiarore lunare. Bianca non potè a
meno di pensare alla sala del piano, di vedervisi sola con le candele
accese, ad aspettare uno spirito.
Alle sette e mezza uscì di camera senza lume, discese la scala
rischiarata dai quattro finestroni che rompono tutto un fianco del
palazzo, del primo piano alla cornice. Attraverso i due superiori
si vedeva la luna mancare e tornare fra le nebbie fumanti; dei vani
azzurrognoli si aprivano e si chiudevano nel cielo.
— Sei qua? — disse dal fondo della scala la signora Giovanna.
Subito dopo, la fessa vocina stizzosa di Beneto gridò più da lontano:
— Presto! Oramai, tanto, la poteva anche andare a letto, mi pare.
Presto!
Bianca non gli badò. Quel padre amoroso voleva proprio farle costar
poco il ritorno in casa Squarcina!
Egli era in salotto, picchiava e ripicchiava sulla tavola un mazzo di
carte, impaziente che sua moglie venisse per la solita partita.
— Qua! — diss'egli, brusco. — Qua! Andiamo!
La rassegnata signora prese il suo posto all'angolo della tavola,
presso una lucerna a petrolio. Bianca sedette sul canapè, nell'ombra.
Povera mamma, pensava, che vita! Emilio era debole, non sapeva
proteggerla; ma però, qual differenza da suo padre! Ella era sicura
che suo marito, se non ci fossero i vecchi, la farebbe regina in casa
propria. Era andato a piangere da Torranza, povero Emilio! Sentiva di
volergli bene anche lei; e bisognava pur prenderlo come la natura lo
aveva fatto.
— _A vu!_ — brontolava tutti i momenti il sior Beneto. — _A vu!_ Presto!
Egli non rivolse mai una parola a sua figlia, e dopo le otto e mezzo
se n'andò, com'era solito, a letto. Allora la signora Giovanna, che
prima non aveva mai osato fiatare, si pose attorno a Bianca perchè
pigliasse qualche cosa, offerse quanto seppe con una premura timida e
appassionata nel tempo stesso; ma Bianca non accettò nulla.
— Quella lettera? — disse sua madre. — Era di casa tua?
— No.
— Disgrazie?
— No, mamma.
— Perchè ho visto _urgentissima_ — rispose l'altra, esitante.
Bianca si rizzò e l'abbracciò.
— Mamma — diss'ella sottovoce — se andassi via presto? Se tornassi con
Emilio?
— Oh Dio! — rispose la signora Giovanna commossa — cosa vuoi che ti
dica? In coscienza non potrei mica dirti di no.
— Forse lo faccio, mamma.
Alla signora Giovanna vennero le lagrime agli occhi.
— Ma che ti maltrattino poi, no, sai! — diss'ella con voce soffocata, e
soggiunse dopo un breve silenzio:
— Se fosse per il papà, sai bene com'è fatto. Non bisogna mica badare a
certe apparenze.
— No, mamma, non è per il papà.
— Bene, cara, cosa vuoi che ti dica?
La povera donna prese la sua calza e si mise a sferruzzare
frettolosamente. Dopo le asciutte risposte di Bianca non osava toccar
della lettera urgentissima, quantunque comprendesse bene che il segreto
di questo probabile ritorno in famiglia doveva trovarsi lì. Lavorava e
taceva, sperando ottenere qualche spiegazione col silenzio ch'era come
un dignitoso dolersi del riserbo di Bianca, un espresso aspettare che
parlasse. Ma Bianca non aperse bocca, per cui, verso le dieci, la buona
signora, mortificata e non avendo il coraggio di usare autorità, posò
il suo lavoro, chiese alla figlia se volesse andare a letto.
Bianca rispose di non aver sonno. Sarebbe andata volentieri nella
saletta del piano a fare un po' di musica. La mamma voleva tenerle
compagnia, ma ella protestò tanto nervosamente che la signora Giovanna
le chiese scusa e, accesale una candela, salì le scale con la sua cerea
faccia curva sul lumicino a petrolio.
Bianca s'avviò invece per il corridoio che mette alle camere deserte
nell'angolo nord-ovest della casa. Entrò in una sala non grande, ma
molto alta, tutta istoriata di affreschi mitologici, vuota; e accese
con mano ferma le candele del suo piano attraversato a un canto. La
lenta luce si allargò, a destra, sopra un tavolino zeppo di musica; a
sinistra, sopra una giardiniera; in alto, su per le membra enormi di
non so quali Divinità. Non v'erano altri mobili in tutta la sala; i
passi della giovine signora vi pigliavano un suono lungo, vibrante.
Ella guardò l'orologio: le dieci erano imminenti. Cercò un pezzo di
musica e lo posò sul leggio del piano. Poi si trasse dal petto il
ritratto di Torranza, guardò a lungo la calva testa scultoria del
poeta. Oh, voleva bene accontentarne l'ultimo desiderio quand'anche
fosse una follìa, voleva fedelmente comporgli la scena poetica, cui
egli aveva forse pensato con qualche compiacimento prima di morire!
Si giustificava, così con sè stessa, dei suoi preparativi e della
sua emozione, senza confessarsi che aspettava davvero, con uno scuro
istinto del cuore, qualche cosa di straordinario. Posò il ritratto sul
leggìo e stette un momento, involontariamente, in ascolto. Che cosa si
muoveva dietro a lei? Niente, un foglio scivolava dalla catasta della
musica. Bianca si piegò a leggere i versi riprodotti sulla copertina
del pezzo che aveva davanti. Erano stati composti, lo sapeva, fra il
contrasto della passione con il sentimento religioso, da un giovane
amico di Torranza, morto pochi mesi dopo, presso la donna non sua che
amava malgrado sè stesso, in silenzio; e dicevano così:
=Ultimo pensiero poetico=
Le finestre spalanca a la luna;
T'inginocchia, mi sento morir.
Da i terror de la cieca fortuna,
Da la guerra de i folli desir,
Esco e salgo ne' placidi rai
Lo splendente universo a veder,
A bruciar ne l'amor che bramai,
Che non volli qui impuro goder.
Ma se orribile un ciel senza Dio
Tra le stelle funeree mi appar,
Ricadrò su quel cor ch'era mio,
Disperato m'udrai singhiozzar.
Bianca si coperse il viso con le mani, si rivide dentro alla fronte le
sinistre parole:
Ma se orribile un ciel senza Dio
Tra le stelle funeree mi appar.
Immaginava con un brivido quel che proverebbe se udisse piangere vicino
a sè nel vuoto. Aperse la romanza per dar una passata all'introduzione,
non troppo facile, che avea letto una volta sola. Ma le pagine non
volevano stare aperte, si chiudevano tutti i momenti fastidiosamente.
Le fermò col ritrattino di Torranza e suonò, sotto voce, le quindici
o venti battute d'introduzione che ricordano molto, in principio, la
_Dernière pensée musicale_ di Weber.
Dio, come parlava quella musica! Che amore, che dolore, che sfiduciato
pianto! Entrava nel petto come un irresistibile fiume, lo gonfiava,
vi metteva il tormento di sentirne la passione sovrumana senza poterla
comprendere. Bianca si alzò con gli occhi bagnati di lagrime, andò ad
aprir le imposte della porta che mette in giardino. «Le ombre della
notte» aveva scritto Torranza «devono poter entrare nella camera».
La notte era chiara. Gli alberi del giardino si vedevano sfumati nella
nebbia lattea. Non un susurro, non un soffio; la nebbia, muta e sorda,
era immobile.
Bianca tornò con un leggero tremito al piano. Guardò ancora l'orologio;
erano le dieci e un quarto. Allora si decise, si raccolse nella musica
che aveva davanti, bandì ogni altro pensiero, ogni trepidazione, come
se vi fosse dietro a lei un'attenta folla severa, e strappò dal piano,
con la sua grazia nervosa, il primo accordo.
Ella suonava ansando, per lo sforzo di metter tutta l'anima nella
musica, di non pensare a quel che forse verrebbe dopo. Le fu
impossibile eseguire le ultime note smorzate dell'introduzione; il
cuore le batteva troppo forte. Passarono dieci, venti, trenta secondi
eterni.
Silenzio.
Bianca alzò un poco la testa. In quel momento due colpi sommessi,
affrettati, suonarono vicino a lei, che balzò in piedi con un subito
ritorno di energia calma, e stette in ascolto.
Altri due colpi affrettati, più forti dei primi; poi un tocco leggero
sulla soglia della porta aperta alle ombre della notte. Bianca guardò.
Era entrata un'ombra, una figura umana. La giovine signora gittò un
grido:
— Emilio! — diss'ella.
Era suo marito.
Egli si fece avanti rosso rosso, a passo incerto e a braccia distese,
con la stessa ingenua contraddizione negli occhi, d'imbarazzo e di
ardore. Bianca pietrificata, non si moveva.
— Mi aspettavi bene! — diss'egli supplichevole, fermandosi.
Fu un lampo. Bianca vide confusamente che Torranza, chi sa come, avea
combinato questo, e rispose: — sì — buttando le braccia al collo di suo
marito con impeto così repentino che il povero giovane, tra la felicità
e il non capir niente, perdette addirittura la testa e non sapeva che
ripetere, fra un bacio e l'altro: scusa, scusa. Ma ella non lo udiva
neppure e piangeva piangeva, sentendosi una tenera gratitudine per il
suo povero amico, una gran consolazione di esser al posto che Dio,
finalmente, le aveva dato nel mondo, presso un cuore forse debole,
forse male atto a comprenderla, ma buono e fedele.
— Star qui con la porta aperta — susurrò il giovane carezzevolmente — a
quest'aria umida, con il dolor di capo che hai! Non voglio mica, io.
Ella passò in un baleno dal pianto al riso, e rise, rise sul suo petto,
rise deliziosamente sentendo tornar l'allegria pazza del suo viaggio
di nozze. Povero caro Emilio, credere che un doloruccio di capo di due
mesi prima le durasse ancora! Egli restò un momento perplesso e poi
rise anche lui di tutto cuore.
— Senti — diss'ella a un tratto, facendosi seria: — adesso spiegami
bene tutto.
Suo marito parve sorpreso. — Ma se lo sai! — rispose.
— Lo so, ma ho piacere di udirlo da te. Vien qua, conta.
Camminarono su e giù per la sala, cingendosi l'un l'altro la vita con
un braccio, parlando piano.
Lui aveva fretta, voleva sbrigarsi in due parole, dir che Torranza gli
aveva scritto di venire, e basta. Ma lei non la intendeva così! Aveva
egli seco la lettera di Torranza? No. Quando gli era pervenuta? Questa
mattina stessa, prima di mezzogiorno. E cosa diceva, proprio? Diceva
presso a poco: la sera del giorno in cui riceverai questa lettera,
trovati fra le dieci e le dieci e mezzo, a Monte San Donà. Se vedi lume
nella sala del piano, se odi suonare e se la porta è aperta, entra, che
Bianca ti aspetta, ed è disposta a tornare con te. — Che data aveva la
lettera? Anche la data? Egli non voile più rispondere nè ascoltare; la
sua gioia, la sua passione avevano bene il diritto, oramai, di passare
avanti a tutto. E si strinse Bianca tra le braccia, le soffocò nel
collo un tal impeto di tenerezza che ne perdette anche lei la parola.
Ma, improvvisamente, un lieve suono blando lo scosse.
— Zitto! — diss'ella rialzando il viso. Puntò le mani al petto di suo
marito e guardò là ond'era venuto il suono.
Al leggìo del piano la romanza _Ultimo pensiero poetico_ si era chiusa
sul ritrattino che Bianca, poco prima, vi aveva posato a trattenere
le pagine; Ermes Torranza non si vedeva più. Parve all'amica sua che
quello fosse il promesso segno sensibile, l'addio del poeta, il quale,
compiuta l'opera propria, si ritraesse chetamente, si dileguasse
nell'ombra, o per le condizioni misteriose della sua esistenza
superiore, o, fors'anche, per effetto di un malinconico sentimento che
si poteva comprendere.
— Cosa è stato? — chiese Emilio. — Cos'hai che sospiri?
Bianca tornò a piegargli il viso sul petto.
— Niente — diss'ella.
SECONDO INTERMEZZO
VAN BEETHOVEN.
_Op. 27_
ADAGIO
Il sole è morto, è nero il cielo,
Tutto tace, la terra è gelo,
Sol ne le tenebre
Ondula, palpita
Ancor l'Oceano.
Un canto potente, dolente
Nel profondo del mar si sente.
Per le voragini
Piangendo salgono
Voci di spiriti.
Peccar, miseri, in ciel; li ha infissi
Dio terribile ne gli abissi
Per tutti i secoli
Insino a l'ultimo
Dì de la collera.
Son l'arcano dolor del mondo
Che gemeva nei venti, e in fondo
Talor de l'anime
Sorgeva, incognita
Ombra funerea.
Corre il mare un susurro, un lume
Di lievi, fosforiche spume;
A galla rompono
Nel baglior livido
I tristi spiriti.
Torna buio, muore pur l'onda,
La prece nei ciel si profonda
Solenne, flebile
Di lor che ultimi
Vanno al Giudizio.
IL FIASCO DEL MAESTRO CHIECO.
I.
Rilessi nel vecchio quaderno, dove l'avevo trascritta molti anni
addietro, questa sentenza di Lessing: «Lass dir eine Kleinigkeit nicht
näher gehen als sie werth ist». — Non lasciarti toccare da una inezia
più ch'essa nol meriti. — Alzai gli occhi e vidi la mia vita, vuota e
amara per l'oblio di quelle parole sapienti. Anche lei, però! Sì, lei
era stata troppo orgogliosa, troppo fiera; ma se io le avessi detto
sorridendo: — Badi, le Sue rose avevano questa spina, e mi ha punto qui
e vi è rimasta — ella avrebbe levata la spina e forse anche baciata
la ferita. Invece io m'ero fitta in cuore, con una strana e crudele
compiacenza, quella sua lieve allusione a un passato di cui ero geloso.
Il cuore aveva poi date parole acerbe che fecero stupore e offesa;
l'amor proprio era entrato subito in mezzo, come naturale nemico di
quell'altro amore, a reprimere ogni slancio generoso delle anime; e
così, reciso dalla piccola spina un legame che pareva eterno, io non
avevo più sposata donna Antonietta, la giovane vedova del tenente
colonnello D'Embra di Challant.
Quando chiusi sospirando il vecchio quaderno, m'accorsi d'una lettera
col francobollo austriaco, che mi avean gittata sulla scrivanìa
senz'avvertirmene, al solito.
Era quel matto del maestro Lazzaro Chieco, il famoso violoncellista e
compositore, che mi scriveva così:
Castel Tonchino (o che diavolo è) 24 giugno 1883.
Caro Cesare,
Hai da sapere che il povero Chieco sta da quindici giorni in un Castel
Catino del Tirolo, fatto così. C'è un diavolo di montagna a picco,
tutta nuda; sotto c'è la strada; questa strada tocca dall'altra parte
un laghetto celeste e vi caccia dentro uno sperone di terra e sassi;
in cima a questo sperone c'è Castel Tapino. Dovevo andare ai bagni di
Comano, ma passando ho visto questo castello che non c'è più stupendo
posto per comporre, e ho detto: Chieco mio, se tu non fai il primo atto
della _Tempesta_ qui, _leverito!_ come dicono a Fiumelatte, tu creperai
senza farlo. E ci sono e scrivo. Tu sai, caro Cesare, che gli amici
musicani di Milano mi sputavano su questo soggetto per la gola che
n'avevano; ma lo straccione calabrese vuole che _se òngen_ tutti questi
_ragionàt_ quanti sono.
Solo che tu mi devi aiutare perchè il poeta veneziano ha il secondo
atto in corpo e ponza; e io gli scrivo _corajo, corajo!_ e lui
mi risponde _grassie grassie, el vien, el vien!_ ma non viene un
accidente. Dunque va in via Brera, pigliamelo per il collo, e se non
ti dà l'atto, strozzalo. Quindi tu vieni qua e stai tre giorni con il
povero Chieco. Il primo giorno riposerai, il secondo ascolterai la mia
musica, il terzo mi rifarai alquanti versi che non vanno e se li mando
in via Brera, _te saludi!_ Il quarto te n'andrai fuori dei lazzarei
piedi.
_Il tuo_
LAZZARO CHIECO.
_PS._ — Non mi guardare le donne belle del Tirolo che sono tutte mie.
Povero Chieco, e come si fa?
II.
Avevo in mente di lasciar presto Milano e di passare il luglio a
Madesimo, ma conoscevo tanto il maestro Chieco e tanto poco il Tirolo,
che forse avrei mutato piano, se quella bestia, secondo la quale, tra
parentesi, a Milano neppur si fa un risotto senza _il ragionàt_, il
ragioniere, mi avesse indicato meglio il suo Castel Tonchino o Catino
o Tapino e la via da tenere. La lettera, per verità, aveva il timbro di
Trento, ma era poco. Mi stizzii e non ci pensai più.
Otto giorni dopo ricevetti un'altra lettera con il timbro di Vezzano,
dove una tale Purgher scriveva che il signor maestro Chieco, alloggiato
nel suo albergo, era pericolosamente ammalato e mi desiderava come il
migliore dei suoi amici. La signora Purgher m'indicava di prendere a
Trento la diligenza delle Giudicarie fino al ponte delle Sarche, dove
nei giorni quattro e cinque luglio avrei trovato persona incaricata
d'accompagnarmi dal mio amico. Partii subito e arrivai nel pomeriggio
del quattro luglio sotto un sole cocente, al ponte delle Sarche.
Pochi minuti prima avevo riconosciuto a destra la nuda montagna
scoscesa sopra il mio capo, a sinistra il laghetto celeste ai miei
piedi. Scure collinette boscose lo cingevano dall'altro lato: dietro a
quelle si levavano altri monti di un verde più gaio; ma laggiù verso
il Garda, il cielo scendeva quasi fino alle ondicelle azzurre, tutte
trepidanti nell'ôra del gran lago marino invisibile a mezzogiorno. Vidi
il pugno di terra sporgente dalla riva, e sulla punta, il castelluccio
ritto e fiero come un falco.
Al ponte delle Sarche trovai una servotta tedesca che mi seppe solo
dire «Purgher, Purgher». Entrai con lei nella piccola penisola,
seguendo un parapetto merlato, un vecchio baluardo a riposo, contento
di cipressi e di rose. Fuori dai merli luccicavan l'acque, tutte vento
e sole; dentro viveva e si moveva, sotto l'alto fantasma del castello,
un affollato disordine di erbe rigogliose, di fiori incolti, di arbusti
selvaggi, di piccoli pini imbozzacchiti.
Ascendemmo, lungo il giro del parapetto, sino all'andito male
intagliato nella viva roccia che mette nel cortile del castello; un
gibboso macigno, questo cortile, inquadrato di mura nere, di logge
medioevali con pitture mezzo stinte, con un chiasso, sui parapetti, di
geranî in fiore.
III.
Il castello era un vero eremo. Neppure l'albergatrice si lasciò vedere,
e fu la serva che m'introdusse nel camerone bianco dove giaceva, sul
cuscino di un letto colossale, il mefistofelico viso del mio povero
amico Chieco. Me gli accostai in punta di piedi. Aveva gli occhi
chiusi, ma la fisonomia era composta. Dormiva? Mi arrischiai di dirgli
piano all'orecchio:
— Lazzaro!
Mi rispose con un fil di voce:
— Chi è?
— Cesare — susurrai — sono Cesare — Allora Chieco, senza aprir gli
occhi, sbattè la bocca come un cane che azzanna a vuoto, dicendo
sottovoce: — asino! E continuò con una diabolica rapidità, crescendo:
— cane, brigante, assassino, _ragionàt_! — aperse quei suoi carboni
sfavillanti d'occhi, saltò in piedi sul letto ballonzolando e gridando
come un ossesso: — Entrate, o Purganti di Castel Porcino, entrate a
vedere il principe degli straccioni che, se non si crepa, non viene! —
e si pose a tirarmi tutto che aveva sul letto, mentre entravano ridendo
la tonda signora Purgher e la serva. Colei incominciava a scusarsi meco
della burla quando Chieco, non avendo altro nelle mani, fece atto di
tirarmi la camicia. Fughe, strilli e risate; restammo soli.