— È stata troppo amara — soggiunse dopo un istante, sospiran

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ANTONIO FOGAZZARO

FEDELE

ED ALTRI RACCONTI

X EDIZIONE

MILANO

CASA EDITRICE GALLI

DI G. GALLI & LELIO OMODEI-ZORINI

SUCCESSI A

CHIESA — OMODEI — GUINDANI

_Galleria Vittorio Emanuele, 17-80_

1897

PROPRIETÀ LETTERARIA

Milano, Tip. degli Esercenti, Via Vincenzo Monti, 31.

NOTA DELL'AUTORE

ALLA PRIMA EDIZIONE.

_Animato dal cortese signor Chiesa a raccogliere in un volume sette mie

novelle, pensai di frapporvi alcune poesie a modo d'intermezzi, com'è

uso trattenere gli spettatori, fra un atto di commedia e l'altro, con

qualche breve pezzo di musica._

_I miei intermezzi sono appunto versioni dalla musica. E qui debbo pure

chiarirne, in due parole, il concetto._

_La musica migliore genera in molti e anche in me ombre vane, per così

dire, di sentimenti; gioia e dolore senza causa, desiderio, sgomento,

pietà senza oggetto, baldanze superbe che cadono con l'ultima nota,

violenti impolsi ad impossibili azioni. Suggerisce pure confuse

immagini alla fantasia; arriva a significare torbidamente un discorso,

un dialogo, un dramma, incomprensibili perchè la lingua n'è ignota e

lontana da ogni altra, ma improntati, nel suono, di passione umana,

e svolti, persino, giusta un ordine di premesse e di conseguenze, che

somiglia indubbiamente ai raziocini migliori di questo mondo. Allora

lo spirito nostro si avventa al mistero, vi batte follemente e vi

fiacca le ali sulla porta impenetrabile, cade vinto. Io per parte mia

ho talvolta cercato di consolarmene immaginando e scrivendo ciò che la

lingua ignota potrebbe forse significare, ciò che vi potrebb'essere al

di là della porta impenetrabile, le cause arcane di quei sentimenti

la cui sola ombra mi commoveva tanto. Così mi vennero composti

cinque intermezzi su temi di Boccherini, Martini, Clementi, Chopin e

Beethoven._

_Fermo di mantenere debitamente distinte le due arti, sperai che questi

temi diventassero nelle mie versioni pura, indipendente poesia, e forse

ottenni soltanto che cessassero di essere buona musica. Certo non mi

accinsi a tradurli prima di averli intensamente meditati, e nessuna

persona ragionevole saprà dimostrarmi aver io peccato d'infedeltà._

_Ho posto dopo le novelle un breve scritto escito l'anno scorso sopra

un giornale di Roma in forma di lettera al direttore del giornale e col

titolo «Liquidazione». Presto si vide, con mio rossore e con sorpresa

di alcuni onesti lettori, che quel titolo era stato poco sincero e il

mio ritiro dalla letteratura una vana illusione. Ne fui meritamente

censurato, e ristampo qui lo scritto colpevole, per ammenda._

A. FOGAZZARO.

FEDELE.

— Soffio, signor Fogazzaro — disse, quella sera indimenticabile del

1.º agosto 1884, il generale Trézel, pigliandomi una delle mie povere

pedine. — Stia attento!

— Alle dame — gli rispose per me la signorina Prina toccandomi il

braccio con la penna. — Avanti! Detti! _Mi, co te vedo, sento Un certo

non so che; e poi?_

— Scusi, generale — diss'io dopo aver mossa una pedina a caso. — _E

digo che nol sento, E digo che nol gh'è._

— Fa piacere, Filippo! — disse la signorina a suo fratello che cercava

inutilmente sul piano il motivo dell'_Aria di Chiesa_ di Stradella.

Continuai a dettare la vecchia canzonetta che piaceva tanto alla

società milanese, molto intelligente, molto distinta, dell'Hôtel

Brocco.

Mi me se inchiava i denti

Quando te voi parlar;

E digo: i xe acidenti...

Qui mi mancò la memoria. La signorina Prina, le altre amabili signore

e un paio di giovinotti molto disposti a usare della graziosa strofetta

per i loro fini particolari, se ne desolavano. Il verso non venne e io

potei solo ripetere alla damigella con il più sentimentale accento che

seppi:

Mi me se inchiava i denti

Quando te voi parlar.

— _I xe acidenti_ — osservò sorridendo donna Luisa Trézel con la sua

solita finezza benevola e ironica insieme. — Chi sa — soggiunse sotto

voce — che il signor Fogazzaro possa avere il versetto dalla sua

fedele.

Tutti risero e io mi seccai. Mi rimisi a giuocare con attenzione; poi,

siccome Filippo non veniva a capo di nulla, mi alzai, gli accennai con

la mano destra le prime battute dell'_Aria di Chiesa_.

— Mangio, signor Fogazzaro — disse il generale che non aveva mai

tolto gli occhi dallo scacchiere se non per guardare di traverso,

qualche volta, pianoforte e suonatore. La sua signora mi domandò

se fossi in collera con lei. Non ero in collera, ma mi seccavano le

allusioni a quella persona che donna Luisa chiamava _la Sua fedele_.

Era una giovane signora arrivata da tre giorni a S. Bernardino, sola.

Nessuno la conosceva. Salutava molto gentilmente ma non parlava mai

con nessuno. La gente dell'albergo asseriva ch'era veneziana. Sul

cartoncino che là usano allacciare intorno alle salviette, perchè

i forestieri vi scrivano il proprio nome, ell'aveva scritto con una

calligrafia punto inglese, punto elegante:

_Signora Fedele._

Era bionda: non alta ma snella; bellina assai ma più delicata e

graziosa che bella. Lo confesso, non saprei dire con certezza il

colore de' suoi occhi; avevano forse il colore mutabile del mare

presso il quale era nata. Portava sempre lo stesso costume grigio, la

stessa _toque_ di pelliccia nera, gli stessi guanti neri. Usciva tardi

per qualche passeggiata solitaria; alla fonte non si vedeva mai. La

sera scendeva al caffè verso le nove. Se si faceva musica, restava

lungamente nel suo angolo scuro, lontano dal pianoforte; altrimenti

prendeva il caffè e spariva.

Si facevano commenti infiniti sulla sua origine, sul suo contegno

misterioso, sul nome _Fedele_ che serviva persino al generale Trézel

per illudersi di avere spirito. Mi accadde una volta, nel solito

crocchio della loggia, prender le sue difese contro le signore, che mi

parevano troppo maligne. Ella passò in quel momento improvvisamente,

salendo dalla via. Era molto accesa in viso, ma non guardò alla nostra

volta. Mi guardò invece quel giorno stesso, passandomi vicino nella

sala da pranzo, con uno sguardo che a' miei amici parve di gratitudine.

Ne avrei proprio fatto a meno, perchè poi non mi tribolassero tanto.

— Che miracolo, stasera, esser venuta giù così presto? — disse piano

Filippo che le aveva probabilmente dedicato i suoi pasticci musicali.

Infatti la signora Fedele era già nel suo angolo e suonavano in quel

punto le otto.

— Aspetterà il concerto — disse la signora Prina.

Ci avevano annunciato per quella sera il concerto d'un cieco suonatore

di pianoforte.

Un signore che stava in piedi presso a me, guardando giuocare al

biliardo, ci disse che il concertista si era fatto scusare per una

indisposizione del suo compagno.

A questo punto qualcuno disse sull'entrata del caffè:

— Nevica.

Le signore si alzarono esclamando, i giuocatori di biliardo gittarono

le stecche, i giuocatori di tarocco le carte. Perfino il generale

Trézel accordò una tregua alle mie pedine. Tutti si precipitarono in

sala e di là in loggia. Non accade così facilmente di veder nevicare in

agosto.

A me, antico frequentatore di quelle Alpi, ciò era successo più volte.

Mi alzai tranquillamente e mi accostai a una finestra.

Era uno spettacolo fantastico, una magnifica festa notturna che il

vento del Nord e la neve offrivano alla luna. Ella sorgeva sopra mille

punte d'abeti, fra due montagne enormi, nel sereno. Ora la vedevo

lucida, ora un turbinare di fumo argenteo la nascondeva nella sua

stessa luce. Perchè non si poteva propriamente dire che nevicasse. Era

neve delle cime, cacciata dalla tormenta. Fra un turbine e l'altro si

vedevano tutte le creste bianche fumar su nel cielo azzurro.

— La scusi, signor Fogazzaro — mi disse in veneziano una voce tremante.

— Non c'è il concerto, stasera?

Mi voltai, sorpreso.

— Scusi la libertà — riprese la signora Fedele. — So che siamo quasi

concittadini.

Ma non mi ero tanto sorpreso del suo improvviso interrogarmi come della

commozione strana, profonda, che sentivo nella sua voce, in una domanda

così volgare. E poi il caro dialetto usato così di primo acchito,

e quel chiamarmi per nome, mi avevano avvicinato con violenza alla

misteriosa signora; con una violenza certo voluta da lei chi sa per

qual fine.

— S'immagini! — le risposi. — Non credo che ci sia concerto. Ho udito

che il compagno del cieco è malato e che questi s'è fatto scusare.

— E andrà via, forse? Non suonerà più?

I begli occhi mi parvero a un tratto più grandi, la voce più tremante.

— Non lo so davvero — risposi. — Credetti poi di dover soggiungere per

cortesia:

— Lei ama molto la musica?

Ella non rispondeva, guardava fuori nella tempesta, nel baglior di luna

e di neve. Scorso qualche momento, mi domandò ancora:

— _Il compagno_, ha detto?

— Un signore, poco fa, diceva _il compagno_; ma ora, pensandoci, credo

che s'inganni. Credo che sia una compagna, una signorina.

Ella appoggiò la fronte alle invetriate, come per veder meglio; in

fatto, per non esser veduta in viso da me; e ricominciò a parlar con

voce più sommessa di prima, più rotta dall'emozione.

— Sono qui senz'amici — diss'ella — senza nessuno, e posso aver tanto

bisogno di un'anima buona. Penserà male di me, Lei, adesso? No, sa,

non pensi male. So che Lei non mi giudica come gli altri. E poi m'hanno

detto che ha famiglia. È per questo!

Parlava, così accorata!

— Si calmi, signora — risposi. — Se posso qualche cosa...

La gente tornava allora correndo, schiamazzando, allegra e intirizzita,

dallo spettacolo della neve, e il generale mi cercava con gli occhi per

finire la partita. Ci dividemmo rapidamente. Subito dopo, il padrone

dell'albergo venne a fare pubblicamente le scuse del concertista,

signor Zuane, impedito dalla indisposizione di sua figlia, che doveva

accompagnarlo anche al piano. Lo stesso signor Brocco ci informò poi

delle tristi condizioni di questo poveruomo, che, senza il concerto,

non saprebbe come pagare lo scotto dell'infimo albergo dove alloggiava.

Le signore, impietosite, mi pregarono d'andarlo a pigliare. Un valente

allievo del conservatorio di Milano s'offerse di suonare con lui.

Partimmo subito, il giovinotto ed io, pieni di zelo. Il cieco signor

Zuane ci accolse con gratitudine dignitosa, con grave cortesia da re

in esilio, parlando un italiano floscio che affondava ogni momento

nelle mollezze del mio dialetto natio. Era insieme comico e triste di

udirlo discorrere così solennemente, accompagnando alle parole il gesto

ampio e interrompendosi tutto perplesso quando incontrava con la mano

il cappello nevicato che il mio compagno gli aveva storditamente posto

davanti sul tavolino. Udivamo la signorina Zuane tossire nella camera

vicina, aperta, da cui entrava una luce affatto superflua al signor

Zuane, affatto insufficiente a noi. La signorina ci pregò, nello stesso

morbido linguaggio paterno, di venire a prenderci il lume. La sua

voce mi colpì; quando poi vidi lei a letto, credetti proprio vedere i

capelli biondi, il delicato viso della signora Fedele.

— Le raccomando tanto papà, signore — mi disse. — Sento che sono così

buoni!

Poi alzò il capo dal guanciale e mi accennò di accostarmi a lei.

— La scusi, per carità — mi sussurrò ansiosa. — Conosce Lei qui una

signorina veneziana, bionda, che mi somiglia?

— Sì, la signora Fedele.

— Per carità, non la lasci parlare a papà, La supplico a ogni costo!

Glielo dica magari a nome mio. A nome della Lisetta, dica. Adesso no,

adesso no per carità!

Non si spiegò più di così. Partendomene con il signor Zuane, cercavo

invano, fra me e me, di penetrare il mistero di dolore che avevo

sentito prima nelle parole della Fedele, poi in quelle della signorina

Lisetta; e mi pesava assai d'essermivi lasciato immischiare.

Non vidi bene lo Zuane in viso che all'Hôtel Brocco, davanti alle

candele del piano, quand'egli aspettava, in piedi, che aprissero

lo strumento, che ne portassero via le montagne di musica e si

accomodassero gli sgabelli. Altissimo della persona, si teneva immobile

ed eretto come una statua d'imperatore antico, levando sopra noi tutti

la faccia più marmorea e tragica ch'io abbia incontrato mai. Era una

faccia color di cera, senza un pelo, dal naso scultorio, dall'austera

fronte imperiosa, piena d'anima sopra gli occhi sinistramente chiusi,

piena quasi di un arcano sguardo che vi si spandesse sotto, cercando

uscita.

Non c'era moltissima gente, perchè la società dell'Hôtel Ravizza non

aveva osato affrontare il vento e la neve. La signora Fedele era là,

nel suo cantuccio favorito. Guardava il cieco, ma non accennava di

volerlo accostare.

Nei brevi momenti della mia visita allo Zuane e del tragitto

all'albergo, lo avevo udito parlar dell'arte sua con la devozione

sincera, profonda di un fanatico. Egli era, tuttavia, assai mediocre

artista. Aveva più forza ed esattezza che espressione, e mostrava poi,

nella scelta dei pezzi, un gusto molto dubbio. Il pubblico, tocco

dalla sua sventura, applaudì il primo ed il secondo pezzo, applaudì

più ancora il terzo, una fantasia a quattro mani in cui l'allievo del

Conservatorio si fece troppo onore con scarsa carità del povero cieco.

Ma il programma era soverchiamente lungo. Parecchi uscirono a guardare

il tempo, a giuocare nel gabinetto attiguo al caffè. I pochi rimasti

chiacchieravano. Durante il quinto o sesto pezzo, non ricordo bene, la

signora Fedele si alzò e venne dov'ero io, presso al piano, nel vano

della finestra. Guardava, molto pallida, quelli che uscivano, guardava

quelli che conversavano, con occhiate, non dirò di sdegno ma di

tristezza amara. Io tremava che, finito il pezzo, ella volesse appiccar

discorso con lo Zuane. Avevo ancora negli orecchi gli scongiuri della

signorina malata, quel suo affannoso «La supplico!» Mi chinai e le

dissi:

— La signorina Lisetta La scongiura di non parlargli, adesso.

Ella trasalì, m'interrogò con uno sguardo attonito e diffidente.

— Non so niente — risposi. — Lei ha detto così. Non so altro.

— Non parlerò — diss'ella sottovoce, rapidamente. — Ma Ella ha promesso

il suo appoggio a me, sa, prima che alla Lisetta!

In quel momento lo Zuane pose fine al suo faticoso pezzo. Egli pregò

alcuno dei signori presenti a volersi compiacere di raccogliere

le offerte. Io stava per farmi avanti, quando la signora Fedele mi

trattenne e mi chiese di avvertire lo Zuane che una signorina gli

offriva di chiudere il suo concerto con un pezzo vocale; e che sarebbe

bene non uscire col piatto che poi. Io esitava, ma il ragazzo Prina,

che stava lì a mangiarsela cogli occhi, colse a volo le parole di

lei, e si affrettò di pubblicare la proposta, cui lo Zuane accolse con

l'usata solennità, fiutando l'aria mentre parlava, in qua e in là, come

per iscoprire dove la gentile donna fosse.

La Fedele mi susurrò all'orecchio:

— Lei mi accompagna l'_Aria di Chiesa_? Gliela ho udita suonare,

stasera.

Mi scusai, con ottime ragioni. Ella preferì allora non pregare altri e

accompagnarsi da sè. Mentre si toglieva i guanti feci alzare il signor

Zuane e lo condussi, di proposito, a sedere alquanto discosto dal

piano. Intanto la gente, avvertita come per incanto, rifluiva nel caffè

a udir la bella venezianina. Lo Zuane si trovò subito in mezzo a un

gruppo di persone.

La signora si pose al piano. Io ero in piedi vicino a lei; potevo

vedere il leggero tremito delle sue mani, l'inquietudine delle sue

labbra. Mi chinai per dirle all'orecchio che avrei potuto pregare

l'allievo del Conservatorio di accompagnarla. Scosse il capo

nervosamente e incominciò subito, con mano sicura il preludio. Prima

di finirlo, mi diede un'occhiata come per dirmi: «Le pare?»; come per

mostrarmi il suo viso pallido, ma risoluto.

Vorrei poter esprimere la timida dolcezza accorata del suo canto quando

incominciò sottovoce:

Pietà, Signore

Di me dolente.

Guardai involontariamente i Prina e i Trézel, dei cui bisbigli, dei

cui sorrisi ironici m'ero bene accorto. Non sorridevano più. Gli occhi

miei, tornando lentamente al piano, incontrarono a caso il volto del

cieco, mentre la dolce voce saliva con un fremito di passione alle

parole:

Se a te giunge il mio pregar

Non mi punisca il tuo rigor.

Lo Zuane porgeva il viso accigliato verso la musica, ascoltando a bocca

semiaperta. A un tratto lo vidi piegarsi a destra, susurrar qualche

cosa a un vicino che gli rispose guardando la Fedele, come se gli

parlasse di lei. Ella cantava allora con uno straziante spasimo nella

voce:

Ah non fia mai che nell'inferno

Io sia dannata al fuoco eterno.

Lo Zuane si alzò in piedi con una faccia terribile, agitò le braccia

verso la parte opposta al pianoforte, quasi per farsi strada fra la

gente. Tutto il pubblico si voltò a lui, zittì così imperiosamente,

ch'egli si fermò sull'atto, si ripose a sedere. La signora Fedele

s'imbarazzò nell'accompagnamento, smarrì l'intonazione, si coperse il

viso con le mani.

— Coraggio! — le dissi sotto voce — Avanti!

— Non posso, non posso — rispose senza scoprirsi. — Sto male, faccia le

mie scuse.

Dissi forte che la signora si sentiva male e non poteva proseguire.

Vi ebbe un momento di agitazione, perchè i vicini dello Zuane e

anche altri sospettavano una occulta relazione fra l'atto del cieco

e il turbarsi di lei; ma poi uno, due, quattro batterono le mani,

scoppiò l'applauso da tutta la sala. Parecchie signore si accostarono

alla Fedele, offrirono il loro aiuto, insistettero perchè prendesse

qualche cordiale, perchè si ritirasse. Rifiutò l'una e l'altra cosa

ringraziando umilmente, ma più quasi con gli occhi e il piegar del

capo che con la voce. La voce pareva rotta, spenta. Si alzò dal piano,

sedette nel vano della finestra.

Volli starle vicino e pregai il Prina di raccogliere le offerte. Le

monete piovevano nel piatto. Lo Zuane volgeva il capo a destra e a

sinistra dietro al tintinnio dell'argento. Pareva impaziente di fare o

dire qualche cosa.

La signora Fedele seguiva cogli occhi intenti ogni suo moto. Il Prina

le si accostò esitante, dubitando se dovesse rivolgersi anche a lei o

no. Ella gli accennò col capo di venire e, trattosi un anello, lo posò

sul piatto.

— Io ringrazio questi gentili signori — disse lo Zuane quando gli

furono recate le offerte — io ringrazio questi gentili signori e prego

che il danaro sia dato per i colerosi di Marsiglia.

Le ultime parole furono proferite da lui con una subita energia di

voce, con un aggrottar fiero di ciglia, con un gran gesto d'ambo le

braccia.

La Fedele non diè segno nè di sorpresa nè di collera. Guardava sempre

lui, sempre quella faccia marmorea, quegli occhi spenti.

— Le hanno dato anche un anello, signor Zuane — disse il Prina.

Il cieco stese un braccio, brancicò le monete del piatto, prese

l'anello, lo palpeggiò con le dieci dita, alzando la fronte.

— Non accetto quest'anello — diss'egli. — La persona che lo ha dato

lo riprenderà. — Suppongo — soggiunse con voce quasi iraconda — ch'è

ancora presente.

Nessun fiatò. Lo Zuane ripetè la domanda. Allora la Fedele accennò al

Prina che rispondesse di no, come infatti rispose immediatamente.

— Pregherò i signori che m'hanno accompagnato, di restituire l'anello

domattina — disse il cieco. — Intanto è mio dovere esprimere la mia

gratitudine a questi signori.

Si fece condurre al piano e cominciò a tempestarvi su il suo pezzo di

ringraziamento, mettendo in fuga la gente, che andò a passeggiare e a

commentare l'accaduto nella sala vicina. La signora Fedele, l'allievo

del Conservatorio, il giovinetto Prina e io eravamo soli presso al

piano.

— Sento che la sala è vuota — disse lo Zuane cessando dal suonare. — Vi

è qualcuno presso di me?...

— Sì, sì — risposi.

— Ah, quel signore veneto — diss'egli. — Io sono stato poco gentile,

stasera, e devo almeno a lei qualche spiegazione.

Stavo proprio sulla brage e protestai di non volere spiegazioni;

ma quegli insistette e la signora mi scongiurò, in silenzio, a

mani giunte, con un viso disperato, di lasciarlo parlare. Guardai

involontariamente gli altri che intesero e piano piano, molto a

malincuore, se ne andarono.

— Non potevo prendere del denaro guadagnato da lei, capisce — disse

lo Zuane. — È mia nipote, l'ho allevata io, l'ho educata io. Una cosa

orribile! Mi ha tradito.

Soffrivo inesprimibilmente, mi pareva d'essere un traditore io stesso,

a permettere ch'egli parlasse così davanti a lei; ma ella lo voleva.

Aveva voltato il viso alle finestre, adesso. Chi ci spiava dall'altra

sala poteva credere che guardasse la luna e la tormenta. Dio, perchè si

ostinava a star lì? Le toccai leggermente una spalla. Ella m'indovinò,

negò del capo con la stessa muta energia di poc'anzi.

Lo Zuane tacque un poco, aspettandosi forse qualche domanda. Poi

riprese:

— Quell'anello mi era caro, una volta; adesso no, adesso no!

Io lo interruppi, gli offersi di accompagnarlo a casa, dove la

signorina Lisetta stava forse in angustia. Potrebbe parlarmi per via se

volesse.

— Sì sì — rispose senza muoversi — ma del resto è presto detto. Tutte

le miserie che si possono soffrire in terra io le ho sofferte dodici

anni perchè questa creatura diventasse artista. Ella lo aveva promesso

fin da bambina, prima a Dio poi alla Madonna — ogni artista è credente,

signore! — E lo diventava. Grande artista! Io morivo di fame e di

consolazione, signore. Ebbene, viene un giovane, un ricco, uno che non

sa cosa sia l'arte, uno che dice: ti sposo, ma niente scena, ma niente

grandezza, ma niente gloria. E allora si dimentica Dio, si dimentica

la Madonna, si dimentica tutto, signor mio, si spezza il cuore a questo

vecchio. Non basta.

— Insomma, signor Zuane — esclamai, non potendo più reggere — è tardi,

andiamo.

— Non basta — prosegui egli alzandosi. — Il marito muore, perchè lassù,

capisce, vi è una giustizia.

La povera signora, sopraffatta, giunse le mani.

— Dio, questo no! — diss'ella.

Non potrei raccontar bene ciò che seguì in quel punto. Forse nessuno

lo potrebbe. So che lo Zuane gridò, che accorse gente, che vi fu un

tafferuglio, che il cieco fu condotto via, che la Fedele mi scongiurò

di accompagnarla fuori subito subito, all'aria, alla solitudine.

La tormenta non soffiava più, ma il freddo era pungente. La guglia del

Piz Vogel fumava ancora di neve. Ci avviammo in silenzio dall'altra

parte, verso la luna e l'orizzonte basso, largo, tutto dentellato,

fra due grandi montagne argentee, di punte nere d'abeti. Di là dalla

villetta dell'ingegnere C. faceva meno freddo; la mia compagna rallentò

il passo.

— Mi perdoni — diss'ella — se Le reco tanto disturbo. È la prima e

l'ultima volta, sa. Non mi vedrà più, mai più. Domani spero che avrà

la carità di fare ancora qualche piccola cosa per me e poi non udrà

neppure più il mio nome. Mai più. Fedele è il mio nome di battesimo.

Non posso esser altro che fedele.

Su queste ultime parole la sua voce si abbassò, quasi si spense, come

se avessero qualche triste senso nascosto. Le vidi brillare gli occhi

di lagrime. «Non mi vedrà più, non udrà più il mio nome». Perchè diceva

così? Cosa voleva fare? Mi si stringeva il cuore. Doveva soffrir tanto,

pover'anima delicata, e mi si rivelava così pura! Con quel viso,

con quella voce, con quel tenero nome insolito, mi pareva una delle

creature che si amano in sogno.

— Mi ha posto nome lui, Fedele — diss'ella. — Ha ben capito, non è

vero, ch'è mio padre? Poveretto, non lo ha voluto dire. La vergogna

gli pareva troppo grande. Non dico mica di non avere colpa, sa. È vero

che avevo promesso a Dio e alla Madonna. Povero papà, forse aveva fatto

troppo conto sulle promesse d'una bambina: forse il Signore non ne ha

fatto tanto. Ma non voglio mica giudicarlo, povero papà. È la disgrazia

nostra, di tutti, che abbia un sentimento così. Io non ho nessuna

amarezza con lui. Solo non ho potuto...

Non seppe reggere al ricordo delle parole dure che più l'avevano

offesa. Le mancò la voce.

— È stata troppo amara — soggiunse dopo un istante, sospirando. —

Troppo amara! Perchè lui, caro, gli voleva bene, malgrado tutto, al

mio papà, e quel che ho fatto per tornare con il mio papà, me lo ha

insegnato lui dal paradiso. Solo non voleva che andassi sul teatro.

Il papà credeva che dopo la disgrazia lo avrei accontentato, ma non è

mica possibile; bisogna bene che lo ubbidisca più di prima, mio marito,

caro. Oramai poi ho perso tutte le speranze che il papà faccia pace.

Neanche l'anello della povera mamma è giovato a niente. Ma l'aspettavo,

sa, ma volevo pur tentare un'ultima volta. E adesso vorrei pregarla di

parlare domani alla Lisetta.

Le dissi che disponesse pure di me per qualunque cosa.

— La ringrazi tanto, prima di tutto, la Lisetta — diss'ella. — Ha fatto

quello che poteva, poverina, per aiutarmi. Le dica che non le scrivo

perchè proprio non posso, e non so neanche se le scriverò più; ma che

tutta la roba mia è sua e che le carte e i denari sono a Milano in mano

dell'avvocato Benvenuti, via S. Andrea, n. 23. Vuol prender nota?

Notai nel mio portafogli, al chiaro di luna, il nome e l'indirizzo. Il

cuore mi batteva forte, sentivo di scrivere qualche cosa di sinistro,

la fine, quasi, di un'esistenza, la fine di quella dolce, bella

creatura, tanto giovane, tanto amante, tanto mite con il fanatico

furioso che l'uccideva.

— Ecco — dissi, riponendo il portafogli.

Eravamo giunti a quella fornace dove si spicca dalla via maestra il

sentiero del laghetto.

— Vorrei andare al lago — diss'ella tranquillamente come se tutto fosse

oramai finito in pace; e mi nominò un mio libretto, dove si tocca di

questo lago alpino. L'idea di andare al lago a quell'ora, dopo quei

discorsi, mi colpì tanto che me le opposi con troppo manifesto orrore.

Fedele sorrise un poco. — Torniamo pure — diss'ella; e fatti pochi

passi in silenzio, si pose a cantar sottovoce:

Ah non fia mai che nell'inferno

Io sia dannata al fuoco eterno.

Ne fui rassicurato. Solo mi doleva di averle potuto attribuire per un

momento quell'idea orribile e d'essermi tradito. Volevo ora domandarle

che intendesse fare, e non osavo. Ella non parlava più. Passata la

villetta C., mi disse che voleva farmi sapere il suo nome, che suo

marito si chiamava Vida, e ch'ella aveva tenuto nascosto questo

nome acciocchè suo padre, venendo per caso a udirlo, non fuggisse

addirittura da S. Bernardino.

Giungemmo al villaggio deserto, tutto bianco di luna. Nel porre il

piede sugli scalini dell'Hôtel Brocco, mi feci coraggio e incominciai:

— Lei parte?

— Domattina.

— E posso sapere...?

Fedele esitò.

— Glielo dirò — rispose a bassa voce — ma non lo ripeta a mia sorella.

Me lo prometta! Vado a Marsiglia.

La guardai, le stesi la mano senza poter parlare. Ella mi diede la sua.

— So che ci muoio — soggiunse — ma in ogni caso andrei suora.

Ci parve udir parlare nell'albergo.

— Domani — diss'ella in fretta — non venga mica a salutarmi quando

parto. I suoi amici sono troppo cattivi, mi criticheranno, già, per la

mia famigliarità di stasera. Non racconti mica niente, sa. _El ghe diga

ch'el xe el nostro far, de nualtre veneziane._

Le strinsi la mano forte forte, con ambo le mie. Fu il nostro muto

addio.

— Dunque — mi disse l'indomani mattina, alla fonte, la signorina Prina,

tutta sfavillante d'ironia — glielo avranno ben trovato, quel verso,

iersera?

— Che verso? diss'io.

— Caro! — esclamò la signorina; e si mise a declamare con un enfasi

sarcastica:

Mi me se inchiava i denti

Quando te voi parlar;

E digo: i xe accidenti...

Me l'avevano trovato, il verso, sì. _E digo: el xe el mio far._ Ma io

lo tacqui, sdegnai concedere ai motteggi di quell'altera signorina, che

m'era del tutto indifferente, le ultime parole di Fedele.

PRIMO INTERMEZZO.

CLEMENTI

_Op. 26 — Lento_

L'AMANTE

Batto piano nel silenzio de la notte a la tua porta,

Palpitando, pien d'orrore; ho sognato ch'eri morta.

Ch'io t'abbracci, anima, vita, ch'io ti baci, ch'io ti miri,

E se tutto a noi si nega, ch'io ti senta se sospiri!

VOCE DALL'OMBRA

A quest'ora chi mai batte, chi mai geme, chi mai chiama?

L'AMICA

M'oda m'oda egli che teme, m'oda m'oda egli che ama.

Vado in sogno a la foresta dove un dì posar ne piacque;

Ride il sole, accennan l'ombre, cantan venti, parlan acque.

Una dice: l'ami ancora? — Quando torna? l'altra dice.

Io le ingenue voci ascolto, taccio e rido in cor felice.

L'AMANTE

Batto ancor, tu sei felice, io qui solo tremo e anelo,

La mia casa è sì lontana, vento e luna son di gelo.

Sorgi, vieni, mi raccogli nel tuo sogno se lo sai.

L'AMICA

Seguo il sogno, vo tra il verde, vo tra l'ombre, il vento, i rai.

Taccio e rido a la fontana, poi folleggio, corro e canto,

— M'ama un poco — ai fior susurro, grido al cielo — l'amo tanto!

— Presto è mio — racconto al sole, — sarai fuoco — mi risponde,

— Presto è mio — racconto al fiume — or sii pura! — sclaman l'onde.

Dico al vento: va ov'è luna, va ov'è gel con un addio,

Con l'odor de le mie chiome, col tepor del labbro mio.

UN'IDEA DI ERMES TORRANZA

I.

Il professor Farsatti di Padova, lo stesso ch'ebbe con M.r Nisard la

famosa polemica sui _fabulæque Manes_ di Orazio, soleva dire di Monte

San Donà: «Cossa vorla? Poesia franzese!» Il solitario palazzo, il

vecchio giardino dei San Donà gli erano poco meno antipatici di «monsiù

Nisarde» sin dall'autunno del 1846, quando vi era stato invitato dai

nobili padroni a mangiare i tordi, e fra questi gli si erano imbanditi

degli stornelli. Dal viale d'entrata, con i suoi ippocastani tagliati

a dado, al laberinto, ai giuochi d'acqua, alla lunga scalinata che

sale il colle; dalla base all'attico pesante del palazzo, l'eccellente

professore trovava tutto pretenzioso e meschino, artificioso e

prosaico. «Cossa vorla? Poesia franzese!»

Al tempo degli stornelli, forse, sarà stato così. Il professore non ha

più voluto rivedere Monte San Donà e dorme profondamente da parecchi

anni nel suo campo di battaglia, come posson ben dirsi:

_...... Nox fabulaeque Manes_

_Et domus exilis Plutonia._

Adesso la famiglia San Donà, che ha vissuto con un certo fasto sino

al 1848, pratica rigidamente, sotto l'impero del nobile sior Beneto,

la economia di cui qualche indizio apparve sino dal 1846. Per il sior

Beneto non esiste poesia francese nè italiana; e, sulla collina,

il giardino, lasciato pressochè interamente in balìa delle proprie

passioni, ha sciupato le fredde eleganze, ha preso, fra i vigneti

blandi degli altri colli, un aspetto selvaggio, vigoroso, che gli sta

molto bene in quel seno solitario degli Euganei. Al piano il laberinto

fu messo a prato; i tubi dei giuochi d'acqua son tutti guasti;

agl'ippocastani il sior Beneto ha sostituito due filari di gelsi.

Voleva abbattere con lo stesso scopo scientifico i pioppi secolari del

viale pomposo che da Monte San Donà mette ad un'umile stradicciuola

comunale; ma la signorina Bianca li difese con passione e lagrime

contro l'acuto argomento di papà: «bezzi, bezzi». Quando, nell'aprile

del 1875, Bianca sposò il signor Emilio Sparcina di Padova, chiese ed

ebbe in dono dal padre la promessa di lasciar in pace i cari pioppi

che l'avean tante volte veduta correre e saltare, prima del collegio,

con le sue rustiche amiche, e più tardi leggere _Rob Roy_, _Waverley_

e _Ivanhoe_, tre poveri vecchi libri della sottile biblioteca di casa,

tre poveri vecchi libri immortali che ora aspettano sul loro scaffale

altre cupide mani, altri ardenti cuori inesperti della nostra grande

arte moderna.

Ermes Torranza, il poeta, le diceva che ella stessa, a quindici anni,

pareva un piccolo pioppo ridente a ogni soffio di vento, e che certo

le colossali piante la ricambiavano di tenerezza paterna. Torranza lo

diceva sul serio; egli aveva nel sangue questo fantastico sentimento

della natura, questi istinti che i nostri freddi critici corretti gli

rimproveravano, forse a torto. Infatti, nel settembre del 79 Bianca

tornò a Monte San Donà, sola, col cuore amaro; e le parve, passando

fra i pioppi, che Torranza avesse ragione, che le piante pigliassero

con lei la espressione di quel biasimo affettuoso che vien significato

con la tristezza e il silenzio. Il piccolo sior Beneto non tenne questo

metodo. Lo aveva sempre detto, quel padre sapiente e profetico, che

la sarebbe andata a finire così, che troppi libri e troppa musica non

conducono a niente di buono, che a forza di volersi raffinare ci si

scavezza. Credeva, la signorina, di esser nata per sposare un principe,

un Creso, un chi sa cosa diavolo mai? Eran questi gli esempi avuti

dalla santa donna di sua madre? La mansueta signora Giovanna San Donà,

una santa per forza, non partecipò alle collere del suo temuto signore,

anzi godè segretamente che la ragazza non si fosse lasciata metter i

piedi sul collo e santificare come lei. Bianca aveva riamato abbastanza

sul serio il bel giovinotto biondo fattosi avanti, dopo un lungo

sospirare, per la sua mano; ma i suoceri grossolani, avari, stizzosi,

le eran riusciti intollerabili. Il marito, buono ma debole, non osava

proteggerla a dovere; indi sdegni e lagrime. Non c'erano figli; e

così Bianca aveva potuto, in un impeto di collera, tornarsene al suo

solitario angolo degli Euganei, ai suoi pioppi venerabili.

Aveva creduto, sì, a prima giunta, esserne guardata severamente; ma

poi raccontò loro tante e tante cose che ogni freddezza fra le vecchie

piante e lei ne fu tolta. Due mesi dopo il suo ritorno, quand'ella

vide, un lucido giorno di novembre, che le ultime brine e il gran vento

del dì innanzi le aveano spogliate di foglie sin quasi alla vetta, quei

tremoli pennacchi giallo-rossicci le misero una malinconia da non dire;

sentì che i pioppi la salutavano da lontano come amici fedeli, prossimi

a venir meno, a perder la parola ed i sensi.

Tutto veniva meno con essi nella gran pace, nella luce limpida del

pomeriggio di novembre; tutto, tranne il bruno dorato dei cipressi

che dai vigneti deserti presso a Monte San Donà si rizzavano qua e

là sul cielo biancastro d'oriente. La giovane signora avea lungamente

passeggiato i vigneti, e ora, al cader del sole, scendeva piano piano

la costa che ne beve con i suoi cavi sassi e con le quercie inclinate

l'ultimo tepore. Ella guardava, distratta, più le foglie dense sul

sentiero, più l'erbe grigie e gialliccie dei pendio che il piano e i

colli dorati, e il tenero cielo caldo del ponente. Perchè mai aveva

pensato, la sera precedente, appena spento il lume, a Ermes Torranza?

Perchè ne aveva sognato tutta la notte? Perchè non poteva ancora

liberarsi da questa immagine? Eran pur quasi tre mesi che non vedeva il

poeta, di cui nessuno a Monte San Donà le parlava mai; ed egli le avea

scritto una volta sola in principio d'ottobre per inviarle una romanza

da camera. Bianca credeva ai presentimenti, non dubitava che avrebbe

presto riveduto l'amico suo; ma pure, come spiegare una impressione

così forte? Ella ammirava l'ingegno di Ermes Torranza, gli voleva

un gran bene per la squisita nobiltà dell'animo, per la conoscenza

che aveva sin da bambina; ma il poeta era sui sessant'anni, e benchè

le portasse un'amicizia più appassionata che paterna, e la sapesse

esprimere molto bene in prosa e in versi, con la musica e i fiori,

non poteva turbare il cuore della giovine signora; la quale correva,

con esso il solo pericolo di offenderlo quando bisognava posare una

delicata parola fredda sulle sue effervescenze troppo giovanili.

Avea ben pensato a lui tante volte con affetto, povero Torranza; non

era mai stata assediata come ora dalla sua immagine. Proprio nello

spegnere il lume le era venuto in cuore il nome strano _Ermes_; e

subito aveva veduto l'uomo, la barba bianca, l'abito nero, la gardenia

all'occhiello. Si fermò involontariamente per una foglia che cadeva in

lenti giri, davanti a lei; e ripensò come lo aveva riveduto in sogno,

i versi dolcissimi che le aveva letti, la divina musica che aveva

suonato stendendo la mano sul piano senza toccarlo. Venendole meno la

vivezza del ricordare, a poco a poco le voci lontane per la pianura,

un frequente zittir d'insetti nell'erba la richiamarono al vero. Si

ripose in cammino sotto le quercie piene di sole, guardando trasparir

dal fogliame secco gli antichi tronchi verdi d'edera che le parlavano,

anch'essi! della strofa in cui il Torranza parla a certa gente del

proprio ideale:

Se voi seguite, aride foglie, il vento,

Tutti vi sdegna il mio fedele cor;

Di ruine, com'edera, è contento,

Sul nobil tronco ch'egli ha amato, muor.

Glieli racconterebbe, a Torranza, questi fatti bizzarri. Lui già

metterebbe in campo il suo spiritismo, la occulta influenza di una

psiche sopra un'altra. Quest'idea le toccò il cuore come la sensazione

di un mondo strano, forse non reale ma possibile; e, se reale, anche

presente, anche circonfuso a lei; non solamente circonfuso, ma nascosto

nel suo petto, inconscio nei misteri dell'anima.

Una campanellina flebile suonò le ore da lontano, in mezzo ai campi;

una, due, tre e mezzo. Non era più da credere che Torranza venisse in

quel giorno.

Bianca trasalì. Le pareva udire una carrozza sulla strada di Padova; ma

ne passavano tante! Tutti volevano godere quelle deliziose giornate di

novembre. Sì, sì, i cani della fattoria abbaiavano, le ruote stridevano

sulla grossa ghiaia del viale d'entrata. Bianca affrettò il passo. Per

tornare alla villa doveva scendere, poi risalire.

Presso a casa trovò un ragazzo che veniva in cerca di lei. Erano

arrivati tanti signori in due carrozze e la padrona gli aveva detto di

correre a cercare la padroncina. Non sapeva il nome di questi signori,

nè se ci fosse tra loro un vecchio vestito di nero, con la barba

bianca. Gli pareva di sì, ma non n'era sicuro.

Bianca entrò trafelata nella sala a pian terreno dove tutti erano

ancora in piedi e Beneto distribuiva, qui i suoi ossequi, lì le sue

riverenze, a destra i suoi rispetti, a sinistra la sua servitù, qualche

complimentino sotto voce, qualche risatina cerimoniosa. Bianca si

fermò sulla soglia, raccolse tutta quella gente in un'occhiata; il

poeta non c'era. Erano i Dalla Carretta con i loro ospiti, un piccolo

museo archeologico di lunghi scialli scuri, di cappellini barocchi, di

calze e nappe canonicali, di facce slavate; gente noiosa che veniva lì

una volta l'anno, per convenienza, a sedersi in giro e a guardarsi un

tratto in viso senza saper che dire; dopo di che un vecchio servitore

in giacchetta bigia entrava molto dignitosamente portando il caffè e

i _pandoli_ che il cavalleresco Beneto serviva con i suoi scherzetti

sempre uguali, di cui la compagnia rideva regolarmente ogni anno sullo

stesso tono e sulla stessa misura. Perdere un bel tramonto di novembre

per costoro! Bianca non li poteva soffrire, le toglievano il respiro.

— Non so — le disse fra un sorso di caffè e l'altro il canonico

Businello — non so se La sappia la brutta notizia...

— No. Che notizia?... — rispose Bianca a fior di labbro.

— Ah, sicuro — dissero due o tre voci sommesse. — Ah, sicuro.

— Il povero Torranza, poveretto... — soggiunse compunto il canonico,

intingendo nel caffè l'ultimo pezzetto della sua ciambella.

Bianca si sentì una stretta al cuore, un formicolìo freddo al viso; e

non potè articolare parole.

— Pur troppo — disse monsignore agitando la tazza in giro per

sciogliere lo zucchero rimasto al fondo. — Mancato, sì, poi... — Vuotò

la tazza e soggiunse sospirando: — Iersera, alle undici e mezza.

Bianca perdette un momento la vista, ma oppose all'emozione un voler

violento, un impeto, quasi, di collera, e vinse. La signora Giovanna

la vide farsi pallida pallida e fu per alzarsi sgomentata; una rapida

occhiata dura di sua figlia la fermò sull'atto. Le signore Dalla

Carretta, che conoscevano certi maligni epigrammi corsi a Padova sulle

fiamme senili di Torranza, si guardarono alla sfuggita e tacquero.

Intanto il canonico raccontava che Torranza s'era posto a letto

due o tre giorni prima senza sofferenze gravi, però con tristissimi

presentimenti. La catastrofe doveva esser avvenuta improvvisamente; ma

egli non poteva affermarlo. Era partito da Padova poche ore dopo, alle

dieci del mattino. La città era già piena della notizia; si sapeva che

la Giunta Municipale doveva raccogliersi d'urgenza.

— Le solite commedie — esclamò il sior Beneto. — Beata, quella gente

là, di poter far del chiasso e spender dei soldi. Capaci di ringraziar

Dio che quel povero infelice sia morto adesso che ci son loro in

Comune. E cosa crede, Monsignore, che vogliano onorarlo per quei

quattro versi? Ma neanche per idea! È perchè era famoso anche lui a

spendere e spandere. Basta questo, caro lei. Un uomo grande!

— Papà — disse Bianca agitatissima — se deliberano qualche cosa per

Torranza, fanno più onore a sè che a lui.

— Idee tutte vostre, queste — replicò Beneto dispettosamente. — Idee

tutte vostre. Non mettetevi mica in mente ch'egli fosse poi questa

gran cosa. Non m'intendo di versi, ma siamo stati a scuola insieme, con

Torranza, e posso dirlo. Volete metter la testa di Farsatti?

— No, no, no — interruppe con certa secchezza molle il canonico. — Per

talento, lasciamolo stare, il povero Ermes ne aveva più del bisogno; ma

criterio, signora! criterio, La mi scusi proprio, neanche una briciola.

— Egli era de' miei amici, l'avverto, monsignore — rispose Bianca. — A

me queste cose non si possono dire.

— Ah, bene! — fece monsignore scuro. I Dalla Carretta si rannuvolarono.

Ma Beneto non permise che la finisse così, in un silenzio burrascoso.

— Monsignore parla benissimo — disse egli — e mi meraviglio di voi che

non le abbiate mai capite, certe cose.

— Basterebbe l'affare dello spiritismo — osservò a mezza voce il

vecchio conte Dalla Carretta, rivolgendosi con un sorrisetto al

canonico, per confortarlo.

— Euh! — disse questi, alzando gli occhi e le sopracciglia. — Io non

parlo.

Una zitellona della compagnia chiese, facendo l'innocente, se

Torranza fosse proprio spiritista. Il canonico, che non voleva

parlare, si sfogò. — Spiritista fanatico, era. Aveva una biblioteca di

pubblicazioni tedesche, francesi, inglesi, americane sullo spiritismo.

Stava traducendo un libro di un certo Fechte o Fochte o Fichte, pieno

di quelle minchionerie.

— Sì capisce che Lei non lo ha letto — interruppe Bianca.

— Sta a vedere — saltò su il sior Beneto — che mi diventate spiritista.

Vorrei vedere anche questa.

Bianca fu per dare a suo padre una risposta audace e pungente. Si

contenne e rispose solo che non amava i pregiudizi di nessun colore.

— Adesso gli potremo dare la prova, allo spiritismo del povero Torranza

— osservò un signore — perchè, e questo l'ho udito io con le mie

orecchie da Pedrocchi, egli diceva che dopo morto si sarebbe fatto

sicuramente vedere e intendere da qualcheduno.

Beneto nitrì una risata gutturale, a bocca chiusa.

— Gesummaria, papà! — disse la contessina Dalla Carretta al suo

genitore.

— Matto, cara, matto! — rispose questi.

— Eh, matto, poveretto; eh, matto. — Ciascuno guardava il suo vicino,

gli passava la parola a mezza voce. Bianca si alzò senza dir nulla,

spinse via nervosamente la sua sedia e uscì.

Beneto fremeva, la signora Giovanna stava sulle spine. Dopo un breve

silenzio, la Dalla Carretta guardò, imbarazzata, suo marito, piegando

la persona; in un attimo tutti furono in piedi, contenti, sollevati da

un gran peso. Beneto discese la scalinata a braccio della contessa,

che gli espresse, con molta ipocrisia, il suo rincrescimento per i

discorsi che si eran fatti prima, per il dispiacere arrecato alla

signora Bianca. Beneto protestò. Aveva gusto che sua figlia imparasse

a conoscer meglio il mondo; era stato anche lui amico di Torranza,

per tradizioni di famiglie; ma pur troppo quel vecchio matto aveva

esercitato una pessima influenza in casa Squarcina. Intanto, dietro

a loro, scendeva la brigata tutta susurri maligni, interrotti

prudentemente da qualche osservazione a voce alta sul tramonto

vermiglio, sulle campane della parrocchia che suonavano per l'ottavario

dei morti, sul nero nebbione che si levava dall'orizzonte, soffiando.

Ecco i due carrozzoni che si fanno avanti: ecco daccapo gli ossequî,

i rispetti e i doveri. I lunghi scialli scuri, i cappellini barocchi,

le nappe canonicali, le slavate faccie noiose si allontanano sotto i

pioppi, e il sior Beneto ritorna su, borbottandosi la lettura di un

foglio consegnatogli dal cursor comunale che lo segue col berretto in

mano. Giunto sulla spianata, trova un servitore uscito ad avvertirlo

ch'è in tavola; e fa chiamar fuori la padrona.

— Qui c'è l'annuncio di Torranza — diss'egli — e questo galantuomo ha

un'altra lettera. Pagate voi?

— Cosa? — diss'ella timidamente.

— Cosa? La multa, _cosa_! Se vostra figlia si fa scrivere da dei

disperati che riempiono Dio sa quanti fogli e poi non sono in caso di

metter fuori otto palanche, suo danno! Io non pago sicuro.

La signora Giovanna guardò la lettera.

— Viene da Padova — diss'ella esitando.

— Eh, si sa, cara, che pagate!

— È urgentissima — susurrò la povera donna.

Beneto le domandò qualche cosa con gli occhi e un cenno del capo.

— No — diss'ella. — Mi pare e non mi pare di conoscerlo, il carattere:

ma di quella casa là no certo.

— Benone! — esclamò l'ironico marito. — Adesso poi, siccome sarebbe una

pazzia, così son sicuro che pagate. Accomodatevi pure.

Ed entrò in casa.

La signora non aveva un soldo in tasca, ma fece subito qualche segreta

convenzione col cursore, che salutò e sparve nella nebbia, dilagata, in

un batter d'occhio, sul piano. Il triste oceano bianco fumava su tutti

i pendii, metteva le prime ondate taciturne sulla spianata di Monte San

Donà. Ancora un momento e avrebbe chiusa la casa nel suo vapor denso,

avrebbe affacciata a tutte le finestre la sua malinconia stupida.

— Ci vorrà un lume, a tavola — disse al domestico la signora San Donà,

rientrando.

— Niente, niente — gridò Beneto dal salotto — non occorre lume che

ci si vede benone. Sbrigatevi e dite alla principessa che si degni,

almanco, di non farsi aspettare.

II.

L'annuncio così crudo, inatteso, della morte di Torranza era stato

per Bianca un colpo di sgomento e di dolore, che volle celare, quanto

potè, a quella sciocca compagnia pettegola. Comprimer lo sdegno le

riusciva men facile; e, venuti in campo i discorsi di Torranza al caffè

Pedrocchi, era uscita per non prorompere contro suo padre che rideva e

gli altri che compativano.

Si chiuse in camera. L'immagine di un nuovo Torranza, di un Torranza

morto assai più grande e buono che non le fosse mai parso il vivo, le

riempiva l'anima; e lo pianse, meravigliata delle proprie lagrime, di

sentirsi una tenerezza tanto profonda. Averlo lasciato partire così,

senza un addio! Ecco, se non fosse stato quel ch'era stato, ella si

sarebbe trovata a Padova, lo avrebbe potuto vedere. Si rimproverò

d'aver risposto un po' tardi all'ultima sua lettera, di non averlo

ringraziato bene della romanza. Tante altre sue piccole negligenze,

tante altre lievi freddezze punto necessarie che avevan forse

rattristato il poeta, le tornavano tutte al cuore, le facevano male.

Egli, un potente creatore d'anime e di figure ideali, l'aveva cullata,

da bambina, sulle sue ginocchia, l'avea consigliata dopo il collegio,

negli studi; sposa, l'aveva condotta alla più squisita intelligenza

d'ogni arte; finalmente s'era innamorato di lei come delle creature

a cui il suo genio aveva dato vita e passione. Adesso Bianca voleva

persuadersi d'essere stata amata così; sentiva più pura, in questo

concetto, la memoria del poeta, a sè più alta, più vicina al paese in

cui vivono i sogni dei grandi poeti spiritualisti. Egli l'amava ancora,

povero amico; le si era voluto ricordare dal paese dei morti appena

giuntovi. Era spirato alle undici e mezza; e Bianca si era sentito,

prima della mezzanotte, il suo nome strano nel cuore.

Fedele ed altri racconti · 第 1 / 8 段