CAPITOLO XLI.

Rivelazioni!...

L’istessa notte in cui stanno per compiersi questi avvenimenti che

rapidamente volgono al loro termine, uno dei famigli d’Enrico bussava

alla porta del suo appartamento.

Il signore della Casa della Valle tutto chiuso in sè colle sinistre

memorie del suo passato avea fatto serrare la porta della sala dei

banchetti; non più i canti d’allegre brigate erano echeggiati sotto

le vôlte del vasto salone!... Intorno ai capolavori d’arte che ne

adornavano le pareti, il ragno intesseva le sue fila, il pipistrello

aveva ampio campo a svolazzarvi intorno, e poteva appendersi colle

anche alate a qualche barba di santo od al naso di qualche amorino!...

Le sale del piano signorile eran chiuse e deserte, ei vi si aggirava

talvolta, tetro e cupo... cercando a sè d’intorno qualche cosa

d’animato e non trovandovi che le sue memorie... triste compagnia

contro cui non valeva a lottare tutta la forza della sua anima che

andava prostrandosi sotto il peso di quella maledizione che sentiva

gravare su lui compiendo insensibilmente l’opera del suo annientamento.

Ai colpi battuti sulla porta della sala dove egli si trovava, Enrico si

scosse. — Sono il vostro umile servitore che chiede dirvi una parola,

disse una voce che ei riconobbe per quella di Ambrogio il gigante che

più d’una volta abbiamo veduto immischiarsi ne’ suoi affari.

Enrico aprì bruscamente, e poi che vide sulla soglia quella sinistra

figura di bandito, che girava tra le dita la sua berretta di felpa, gli

fe’ segno che si spicciasse a fargli il messaggio per cui dovea esser

venuto.

— Reverendo messere... borbottò il bandito, sono venuto a darvi una

buona nuova.

— Una buona nuova?... esclamò Enrico fissandolo tra minaccioso ed

accigliato... Di che vuoi tu parlarmi marrano?...

— D’un racconto di fantasmi che ho inteso ora nella bottega di mastro

Antonio il barbiere.

— E che parli tu di fantasmi?... mormorò Enrico fattosi pallido come un

morto.

— Lo dissi così, messere... per servirmi dell’espressione di mastro

Antonio, il che non toglie ch’egli veda lucciole per lanterne, e che

la paura gli abbia dato di tracollo al cervello... Il gigante raccontò

allora quanto veniva d’aver inteso nella bottega del barbiere. Enrico

l’ascoltò lasciando sfuggir dalle ciglia lampi di gioja selvaggia.

— Affè!... esclamò egli, tu sei un astuto mariuolo, Ambrogio!...

— Vi par che s’abbia a credere che le ombre camminano sull’acqua e vi

spariscan sotto, e cantino e faccian tai cose da vivi?... scommetterei

la guaina della mia daga, che v’è da aguzzar gli occhi per veder

chiaro!... e vedrei tutt’altro di quel che ha veduto il barbiere!... Se

volete che mi metta in posta, la mezzanotte non tarda tanto, e farò ben

io passare alle ombre il grillo di venir a gironzare nei dintorni del

palazzo.

Enrico pareva rapito in profonda astrazione, perchè non diè risposta

alle parole del gigante; egli si immerse ne’ suoi pensieri e parea

stesse annodando le intricate fila che gli si venian svolgendo

nell’immaginazione esaltata.

— Dove è sparita quest’ombra?... questo diavolo?... questa cosa

qualunque come a te pare? esclamò stizzito e di malumore. Cosa

dedurresti tu da questa maledetta fantasticheria da inspiritati?...

— Io dedurrei, messere, che l’ombra invece di esser sparita sotto

l’acqua del canale sia entrata nel vano che v’è appunto al di là della

saracinesca.... Non v’è là una porticina che mette a quella parte

rustica dove nessuno abitò mai... dopo la morte di vostro zio?...

Enrico impallidì di terrore.... e strinse con violenza il braccio

d’Ambrogio come volesse sulle labbra soffocargli le parole che aveva

profferite.

— M’avete domandato cosa ne pensi.... borbottò il gigante, affè,

messere, fatemi avviso se avete intenzione di rompermi le braccia a

questo bel modo!...

— Che sai tu di quella porta?... gli domandò Enrico agitatissimo.

— Affè!... Cerco per dove possa essere entrata quell’ombra indiavolata,

che a quanto disse mastro Antonio cantava una strana canzone. Sapete

cosa ricorda?... Il canto dei morti di quella vecchia strega che

il diavolo s’è portata con sè, e che temo non abbia voluta nemmeno

l’inferno.

— Marta!... vuoi tu parlare di Marta?...

— Affè!... sì... di quella strega!...

— Marta!... ripetè Enrico fra sè con impaziente anelito come se nel

suo pensiero stesse formandosi un concetto intorno a cui la mente

s’adoperava affannosa... Marta!... borbottò ancora; sì, era ben dessa

che apparve in quella notte nella sala del banchetto!... Essa che ha

rapita Angela!... Essa che è sparita dal palazzo dopo quel giorno!... e

che io ho invano fatta cercare!... E tu dicesti, Ambrogio, che un’altra

voce avea risposto a quella della vecchia?...

— Adagio... mastro Antonio non disse poi che era una vecchia.... in

quanto alla voce ei disse ed affermò che gli parve dolce come quella

d’un angelo... non è strano, messere, che gli spiriti abbiano di tali

voci?...

Enrico battè i piedi con impazienza come se non volesse essere sturbato

nell’anelante ricerca in cui impiegava tutte le facoltà della sua

anima, dall’importuno cicaleggio del gigante. Taci, marrano... mormorò

egli con affannosa concitazione... — Oh se fosse di lei!... Ambrogio,

io ti farei ricco come il primo dei cavalieri del duca...

— Chi?... domandò il bandito.

— Angela!... non capisci tu che è d’Angela che io intendo parlare...

che se quella vecchia è Marta.... là nascosta non vi può essere che

Angela... Egli si slanciò verso la soglia e gridò al bandito con voce

alterata dall’emozione, — a noi!... seguimi, Ambrogio.... e al diavolo

gli spettri.... fanfalucche da fanciulli... Essa è là... la sento... e

la troverò... dovessi far demolire questo palazzo pietra per pietra fin

ch’io l’abbia trovata.

L’orologio del castello suonava la mezzanotte.

Il palazzo del diavolo, vol. 2/2 · 第 31 / 48 题