Rivelazioni!...
L’istessa notte in cui stanno per compiersi questi avvenimenti che
rapidamente volgono al loro termine, uno dei famigli d’Enrico bussava
alla porta del suo appartamento.
Il signore della Casa della Valle tutto chiuso in sè colle sinistre
memorie del suo passato avea fatto serrare la porta della sala dei
banchetti; non più i canti d’allegre brigate erano echeggiati sotto
le vôlte del vasto salone!... Intorno ai capolavori d’arte che ne
adornavano le pareti, il ragno intesseva le sue fila, il pipistrello
aveva ampio campo a svolazzarvi intorno, e poteva appendersi colle
anche alate a qualche barba di santo od al naso di qualche amorino!...
Le sale del piano signorile eran chiuse e deserte, ei vi si aggirava
talvolta, tetro e cupo... cercando a sè d’intorno qualche cosa
d’animato e non trovandovi che le sue memorie... triste compagnia
contro cui non valeva a lottare tutta la forza della sua anima che
andava prostrandosi sotto il peso di quella maledizione che sentiva
gravare su lui compiendo insensibilmente l’opera del suo annientamento.
Ai colpi battuti sulla porta della sala dove egli si trovava, Enrico si
scosse. — Sono il vostro umile servitore che chiede dirvi una parola,
disse una voce che ei riconobbe per quella di Ambrogio il gigante che
più d’una volta abbiamo veduto immischiarsi ne’ suoi affari.
Enrico aprì bruscamente, e poi che vide sulla soglia quella sinistra
figura di bandito, che girava tra le dita la sua berretta di felpa, gli
fe’ segno che si spicciasse a fargli il messaggio per cui dovea esser
venuto.
— Reverendo messere... borbottò il bandito, sono venuto a darvi una
buona nuova.
— Una buona nuova?... esclamò Enrico fissandolo tra minaccioso ed
accigliato... Di che vuoi tu parlarmi marrano?...
— D’un racconto di fantasmi che ho inteso ora nella bottega di mastro
Antonio il barbiere.
— E che parli tu di fantasmi?... mormorò Enrico fattosi pallido come un
morto.
— Lo dissi così, messere... per servirmi dell’espressione di mastro
Antonio, il che non toglie ch’egli veda lucciole per lanterne, e che
la paura gli abbia dato di tracollo al cervello... Il gigante raccontò
allora quanto veniva d’aver inteso nella bottega del barbiere. Enrico
l’ascoltò lasciando sfuggir dalle ciglia lampi di gioja selvaggia.
— Affè!... esclamò egli, tu sei un astuto mariuolo, Ambrogio!...
— Vi par che s’abbia a credere che le ombre camminano sull’acqua e vi
spariscan sotto, e cantino e faccian tai cose da vivi?... scommetterei
la guaina della mia daga, che v’è da aguzzar gli occhi per veder
chiaro!... e vedrei tutt’altro di quel che ha veduto il barbiere!... Se
volete che mi metta in posta, la mezzanotte non tarda tanto, e farò ben
io passare alle ombre il grillo di venir a gironzare nei dintorni del
palazzo.
Enrico pareva rapito in profonda astrazione, perchè non diè risposta
alle parole del gigante; egli si immerse ne’ suoi pensieri e parea
stesse annodando le intricate fila che gli si venian svolgendo
nell’immaginazione esaltata.
— Dove è sparita quest’ombra?... questo diavolo?... questa cosa
qualunque come a te pare? esclamò stizzito e di malumore. Cosa
dedurresti tu da questa maledetta fantasticheria da inspiritati?...
— Io dedurrei, messere, che l’ombra invece di esser sparita sotto
l’acqua del canale sia entrata nel vano che v’è appunto al di là della
saracinesca.... Non v’è là una porticina che mette a quella parte
rustica dove nessuno abitò mai... dopo la morte di vostro zio?...
Enrico impallidì di terrore.... e strinse con violenza il braccio
d’Ambrogio come volesse sulle labbra soffocargli le parole che aveva
profferite.
— M’avete domandato cosa ne pensi.... borbottò il gigante, affè,
messere, fatemi avviso se avete intenzione di rompermi le braccia a
questo bel modo!...
— Che sai tu di quella porta?... gli domandò Enrico agitatissimo.
— Affè!... Cerco per dove possa essere entrata quell’ombra indiavolata,
che a quanto disse mastro Antonio cantava una strana canzone. Sapete
cosa ricorda?... Il canto dei morti di quella vecchia strega che
il diavolo s’è portata con sè, e che temo non abbia voluta nemmeno
l’inferno.
— Marta!... vuoi tu parlare di Marta?...
— Affè!... sì... di quella strega!...
— Marta!... ripetè Enrico fra sè con impaziente anelito come se nel
suo pensiero stesse formandosi un concetto intorno a cui la mente
s’adoperava affannosa... Marta!... borbottò ancora; sì, era ben dessa
che apparve in quella notte nella sala del banchetto!... Essa che ha
rapita Angela!... Essa che è sparita dal palazzo dopo quel giorno!... e
che io ho invano fatta cercare!... E tu dicesti, Ambrogio, che un’altra
voce avea risposto a quella della vecchia?...
— Adagio... mastro Antonio non disse poi che era una vecchia.... in
quanto alla voce ei disse ed affermò che gli parve dolce come quella
d’un angelo... non è strano, messere, che gli spiriti abbiano di tali
voci?...
Enrico battè i piedi con impazienza come se non volesse essere sturbato
nell’anelante ricerca in cui impiegava tutte le facoltà della sua
anima, dall’importuno cicaleggio del gigante. Taci, marrano... mormorò
egli con affannosa concitazione... — Oh se fosse di lei!... Ambrogio,
io ti farei ricco come il primo dei cavalieri del duca...
— Chi?... domandò il bandito.
— Angela!... non capisci tu che è d’Angela che io intendo parlare...
che se quella vecchia è Marta.... là nascosta non vi può essere che
Angela... Egli si slanciò verso la soglia e gridò al bandito con voce
alterata dall’emozione, — a noi!... seguimi, Ambrogio.... e al diavolo
gli spettri.... fanfalucche da fanciulli... Essa è là... la sento... e
la troverò... dovessi far demolire questo palazzo pietra per pietra fin
ch’io l’abbia trovata.
L’orologio del castello suonava la mezzanotte.