La stanza del fratricidio.
Quando Enrico fu nel cortile... s’arrestò: avea inteso del rumore al
di là della saracinesca, avea inteso una voce, era quella di Angela che
chiamava la Marta.
La fanciulla alla sua volta avea inteso dalla parte del palazzo come
un rumore di passi precipitati; atterrita per quel senso di fina
penetrazione che è proprio di chi abbia la coscienza del pericolo, avea
gettato quel grido di spavento.
Era tanto tempo che la povera fanciulla giaceva là, separata dalla
vita, viva per una speranza che veniva collo scorrer del tempo
illanguidendosi nella sua anima angosciata... La buona vecchia che
l’avea strappata alle braccia di quell’infame, s’era sepolta con lei
in quella stanza che dovea metterla a riparo dalle ricerche del signore
della casa.
Fu nel giorno susseguente a quella terribil notte che la vecchia
Marta si spaventò d’un pensiero, vivere!... come avrebber esse vissuto
senza compromettere la loro sicurezza? per la vecchia poca cosa era la
vita... ma voleva salvare quella povera fanciulla così bella!... Dar
indizio che ella fosse là, equivaleva a ritornarla ai lascivi amplessi
di colui che essa aveva fuggito con tanto orrore... Dalla stanza dove
si trovavano le due donne per un piccolo uscio si scendeva ad una
specie di pianterreno allagato dal canale. Marta attese la notte,
scese; vi si scendeva per una scala di legno... la scala era sospesa
sull’acqua e faceva capo ad una porticina bassa sbarrata da una spranga
di ferro arrugginita dall’umidità; il luchetto della sbarra non era
chiuso a chiave, potè levarlo, e si trovò tra quel vano che eravi tra
il canale e la saracinesca dell’abbeveratojo.
L’acqua che ne resentava il fianco era bassa, vi scese e potè arrivare
dietro il palazzo... Innanzi a lei si estendeva la valle; al di là
della valle la campagna; costeggiando la riva poteva nascondersi tra i
canneti e di là internarsi pei campi dove saria andata in cerca di cibo
per sè e per Angela.
Rientrò nella stanza ove la fanciulla l’aspettava in preda ad una viva
agitazione e si convenne ch’ella cercherebbe di radunare quanto potesse
dar alimento alla loro vita limosinando per le case di campagna.. e
che dopo aver fatta sufficiente provvigione rientrerebbe di notte e
starebbero insieme quanto tempo lor permettessero i viveri raccolti,
che poi uscirebbe di nuovo per le sue bisogna, e così durerebbero
finchè il tempo non venisse in soccorso della fanciulla mutando intorno
a lei gli avvenimenti che sì terribilmente la stringevano nel lor
cerchio di ferro.
Così simile sempre in ogni suo attimo, per la vecchia e per la
fanciulla il tempo era scorso sino a quel giorno... Marta avea
provveduto limosinando per la campagna quanto di maggior bisogno
occorresse; aveva portato della paglia con cui formare un canile sul
quale poter adagiare le dilicate membra di quella vaga giovinetta
che sentiva d’amare come una madre... a cui usava tutte le premure,
a cui prodigava tutti i possibili conforti cercando tener viva
in lei la lusinga di giorni migliori che la compenserebbero delle
provate miserie... Angiola le parlava di Adolfo!... del suo giovane
fidanzato!... come si struggeva pensando cosa ne potesse esser
avvenuto!... come rabbrividiva al pensiero che il signore del palazzo
come Marta lo chiamava, avesse tentato sopra lui qualche delitto onde
togliersi dal sentiero un ostacolo che avrebbe potuto un giorno o
l’altro contendergli il possesso della donna che aveva tanto amata!...
Erano ben tristi pensieri codesti!... e ben terribili per lei nel cui
animo inquieto e trepidante andava morendo ogni giorno la speranza
di poter esser tratta da quella tomba ove era costretta seppellire la
sua giovinezza!... e spegnersi consumata dai fremiti anelanti del suo
povero cuore.
Rompevan solo la monotonia di quella miserabile esistenza le escursioni
di Marta, alla quale quando ritornava di notte, chiedeva se nulla
avesse sentito, se nulla avesse veduto... Ma la vita della Casa della
Valle non era alterata da alcun avvenimento.
Aspettava il ritorno di suo padre che avrebbe chiesto di lei, che
di lei avrebbe fatto responsabile l’uomo che s’era intruso nella sua
famiglia per carpirne la confidenza e rubarne il tesoro... pur nulla
di tutto ciò avveniva, e la povera fanciulla gemeva intanto straziata
da tutte le torture d’un’angoscia senza conforto... Infinita come
il pensiero de’ suoi mali che sulle sue labbra di fanciulla avevano
estinto il sorriso della giovinezza!...
Enrico che aveva inteso il grido d’Angela e che s’era slanciato verso
quell’ala del fabbricato da dove era venuta la voce, diè addietro
d’improvviso atterrito, coi capelli irti, colle labbra pallide. In
quella stanza!... mormorò egli con voce bassa e fremente. Lei!...
Scorsero alcuni istanti durante i quali una fiera lotta si combatteva
in quell’anima incallita nel delitto, e che pur non sapeva vincersi
in quello sforzo paralizzato dall’impressione. V’ha qualche cosa
diffatti per chi sia rotto alla colpa, più orribile di un cadavere...
Un cadavere è una cosa... si sa dove è... lo si vede, e se si deve
passar oltre, lo si evita oppure lo si calpesta come più si voglia.
Ma aver d’innanzi a sè il pensiero del proprio delitto... Vederlo
come allora, in quell’attimo terribile in cui si è compiuto... averlo
presente vestito coi foschi colori che vi presta l’immaginazione...
ecco l’orrendo spasimo d’un’agonia che dura finchè in voi dura l’idea
che ve ne formate; esso è ben più terribile dell’agonia reale che dura
quanto solo può durare un’agonia, a cui vi sottraete, o che fate finire
più presto. Un fantasma per chi è reo... è più che un uomo... L’uomo
è contro lui, il fantasma è in lui... L’uomo s’uccide... e v’ha una
convulsione in quel parossismo che attutisce le facoltà intellettuali
e fa dominare assoluta la sensualità delle impressioni. L’orgasmo
ed il terrore, sono sensi che costituiscono in dati momenti una
vita a parte... talchè vedremo talvolta il timido farsi entusiasta e
l’indomito farsi pauroso. Essi sono quali sono fatti in quell’eccezione
del momento per riprender tosto dopo la loro veste abituale.
Enrico lottava con sè stesso!... lotta terribile della realtà contro
l’indefinito... dell’uomo contro un’idea che lo accerchia, che lo
stringe, che è in lui... ed in cui egli vede una cosa orribile fuori
di lui, e che pur sente in sè... È un impressione nella quale egli si
perde, che si fonde con lui e che volendola superare per lo sforzo
istesso del pensiero che la combatte, si veste e si anima di ognor
nuove forme; che si riproduce quando egli crede d’averla distrutta.
S’intese un rumore come d’un corpo che cade, un altro grido che non era
mandato dalla voce d’Angela... Enrico non vide più nulla... egli aveva
vinto sè stesso perchè tutta la vitalità della sua anima era stata
deviata; in quel momento di parossismo il pensiero era assorbito da
quel fatto che si compieva e che diceva a lui ardente di libidine e di
vendetta... Angela è là!...
Nell’istesso frattempo Adolfo s’era gettato dentro al piccolo
sotterraneo, aveva sentita la scala sotto allo sue mani, l’aveva
salita. Angela s’era rannicchiata pallida di terrore nell’angolo più
remoto; un fioco lumicino ardeva in mezzo alla stanza, il grido di
spavento che stava per uscire dalle labbra della fanciulla gli si
soffocò dentro il petto anelante, essa si levò, bella... divina!...
collo sguardo acceso... le gote infuocate... le braccia protese come
verso una visione! Adolfo!... mormorò essa con voce debole e fioca come
un sospiro... Adolfo!... Il giovane ebbe appena il tempo di slanciarsi
verso lei ebbro d’amore, di felicità, dimenticando tutto! sè stesso,
il luogo ove si trovava, il passato, l’avvenire! per non vedere
che lei!... Un’altra porta nello stesso tempo aveva ceduto sotto la
pressione d’un urto terribile, un altr’uomo s’era slanciato in quella
stanza... Adolfo mandò un grido di gioia... Enrico più livido d’un
morto si vedeva sorger di contro il fantasima d’un altro assassinato,
là... dove aveva sepolto il fratricidio!... Egli mandò un ruggito
terribile di rabbia che soffocò in lui il fremito dello spavento...
Entrambi trassero il pugnale e si lanciarono l’uno contro l’altro.
Bastò ad Adolfo quel movimento di terrore a cui non potè sottrarsi
l’uomo ch’egli aveva chiesto a Dio colla più ardente delle preghiere,
a satana col più truce de’ suoi giuramenti, per deporre al suolo Angela
che era svenuta tra le sue braccia.
Que’ due uomini s’incontrarono corpo a corpo... Il lume si spense
urtato nella lotta. Erano soli in mezzo alle tenebre, nella solitudine
di quel palazzo misterioso... S’intese un cozzar di ferri... lo strider
delle due lame che si urtavano sitibonde di sangue, un anelito di
petti... un gemer sommesso come d’un dolore che si freni sul labbro,
uno sbalzar per la stanza come di due tigri che s’avventino... poi un
grido di rabbia... una bestemmia, un rantolo, poi... si fe’ silenzio...
un silenzio d’un attimo... Adolfo era caduto sulla vittima nella cui
gola aveva piantato sino al manico il suo coltello. Egli si sentì umide
di sangue le mani, intriso di sangue il volto che sulla fronte gli era
spruzzato mentre cadeva sopra di lui; ascoltò se ancor si moveva... non
intese che il rantolo della sua agonia... e il gorgogliar del sangue
che usciva dalle arterie squarciate. Si levò; Angela giaceva tuttavia
svenuta.
Adolfo battè l’esca ed accese il lume che per fortuna era rotolato
in un angolo della stanza e non s’era del tutto riverso. A
quell’oscillante chiarore egli vide allora... e fremè per tutte le
fibre. Quella stanza era squallida ed umida, non v’era per terra presso
al canile di paglia che una scodella di legno, non v’era che un piccolo
pertugio che parea più lo spiraglio d’una prigione, che una finestra.
Angela giaceva svenuta al posto ove egli l’avea deposta; le sue vesti
eran tutte intrise del sangue di cui era allagato il suolo e che
zampillava ancora dalla squarciata gola del morente; i capelli aveva
rabbuffi ed irti sulla fronte, non mandava più che un debil alito, un
rantolo fioco più di morto che d’agonizzante.
Adolfo si tolse tra le braccia il prezioso fardello e scese desideroso
di togliersi a quel terribile quadro. Marta rinveniva allora dal suo
assopimento, al rumore dei passi di Adolfo che scendeva la scala si
alzò. Il giovane mandò un grido di sorpresa e di spavento al veder
rizzarsegli di faccia quel nero fantasima, impressionato tuttora da
quanto era succeduto, da quanto egli aveva compiuto in quella casa
maledetta, ebbe quasi paura di quell’improvvisa apparizione!...
Dal petto di Angela uscì un debole lamento... le sue labbra pallide
mormoravano un nome... Adolfo!...
Il giovane si scosse... si strinse al cuore la fanciulla e gettò
uno sguardo di sorpresa sulla vecchia che gli si era rizzata contro
minacciosa ma essa pure aveva inteso il nome che avevan mormorate le
labbra di Angela. Al debole raggio di luce che veniva dalla stanza
dove ardeva il lume acceso da Adolfo essa lo guardò; sulla sua
fronte lampeggiò un raggio di gioia. Sareste voi!?... voi il signor
Adolfo?... domandò essa volgendosi al giovane che la guardava inquieto
ed attonito. Oh che siate benedetto!... è ben il cielo che vi ha
mandato!...
— Sì, sono io... rispose Adolfo assicurato dall’accento della vecchia,
benchè nulla comprendesse, e fosse ansioso di conoscere i particolari
di quello strano avvenimento. Ma ora è necessario, buona donna, di far
rinvenire questa fanciulla...
— Scendete dunque, scendete presto... qui v’ha dell’acqua... e le
tenebre della notte ci proteggono ancora.
Ajutò quindi il giovane a uscir fuori da quell’umido antro.
Quando la vecchia colle premure d’una madre ebbe deposta la fanciulla
nel vano che era tra le due ale del fabbricato, corse alla saracinesca
da dove gettò uno sguardo inquieto nell’interno del palazzo.
— Facciamo rinvenir presto la fanciulla, buona donna, disse Adolfo, che
aveva indovinati i timori della vecchia. Non v’ha più nulla a temere nè
per noi nè per lei!...
— Non v’ha più nulla a temere?... esclamò la vecchia fissandolo in
volto sorpresa. — È un uomo potente colui... e satana gli dà mano nei
suoi affari...
— Era potente!... mormorò Adolfo a voce bassa, e satana potrà
trastullarsene a suo bell’agio.
La vecchia non capì bene, per quanto gli paressero strane le parole del
giovane.
Angela aveva mandato dal labbro un nuovo lamento, essa corse ad
attingere al canale un po’ d’acqua col palmo delle mani e ne spruzzò la
fronte della giovinetta, che rinvenendo gettò un grido di gioia.
Due voci la richiamarono alla vita, due voci che le erano care ed
adorate!... le parve di destarsi da un sogno ma non era un sogno...
ella sentì un tocco ardente infuocargli le labbra, era un bacio di
Adolfo!... sentì un palpito anelante sul suo cuore che rinasceva alla
vita... ed ella si trovò tra le braccia del giovane e di Marta ebbra
di quell’estasi per cui si benedice anche alla sventura quando sia il
prezzo di quei sovrumani godimenti a cui non si arriva che per la via
del dolore, che solo ne consente di misurare il palpito della felicità!
Qui ha fine la leggenda... Angela e Marta appresero da Adolfo come finì
Enrico il fratricida su cui egli aveva vendicate le innumerevoli colpe.
Il suo cadavere rimasto là, dove fu spento, sarà stato portato via
dall’acqua in qualcuna delle frequenti inondazioni a cui Mantova andava
soggetta, oppur consumato dal tempo si sarà rifatto polvere e materia.
Angela e Adolfo in un alla vecchia Marta che portava alla fanciulla
un affetto di madre, affezione che nasceva in lei per l’opera istessa
del beneficio che aveva compiuto, si recarono al paesello dove era
morta Giulietta, e dove egli si recò a deporre sulla tomba del padre
il pugnale insanguinato che ne aveva vendicato l’assassino infame. Vi
trovarono la povera Margherita che fu beata di poter morire consolata
dal bacio del suo figlioccio, essa si faceva raccontare tutte le sere
dalla vecchia Marta la storia del Palazzo del Diavolo, storia che
narrava poi a tutti i ragazzi del paese. Il marchese ritornato dalla
sua missione, stanco dei tumulti della vita politica si ritirò a viver
tranquillo coi suoi figli.
In quel piccolo paesello allegrato da un vago sorriso di sole che
indora le acque del suo lago, qualche vecchio si ricorda ancora
la leggenda del Palazzo del Diavolo, che aveva sentita raccontare
da bambino. Dopo d’allora egli fu disabitato per molto tempo e si
vociferavano sul suo conto truci storie di spiriti e di folletti; si
diceva che l’anima del nipote del Mago, o del misterioso signore della
Casa della Valle vi si aggirasse di notte gemendo e mandando grida
indemoniate.
Oggi la prosa del secolo ha fatto del suo vasto salone, al quale
rimane appena alcun vestigio dell’antica splendidezza, un magazzeno
ove s’ammucchiano le granaglie... I topi si ingrassano e vi s’aggirano
despoti e signori invece delle anime dei morti; vi ballan la ridda
fra le sacca correndosi dietro per tutta l’ampia vastità del locale,
mettendo fuori dalle fenditure il loro musino vispo ed allegro. Le loro
nere ed ardenti pupille brillano di notte d’una luce fosforica, per cui
qualche buon paesano si sarà anche oggi giorno spaventato credendole
qualche spirito che sia ritornato all’antico suo albergo. Tutto vi è
diroccato... nè più v’ha forma di ciò che fu. Si è fatto del cortile
uno stallo ove fanno capo i carrettieri nei giorni di mercato; si
sono aperte al pian terreno botteghe di ferro rotto, di modiste e di
falegnami; v’è un’osteria ove vado anch’io a cena qualche volta!...
Vicino al luogo ove si sono compiuti gli ultimi avvenimenti che fanno
parte di questo racconto, cantano e lavorano battendo il bucato allegre
lavandaje senza paura che dalla porticina sprangata che mette alla
stanza allagata, esca fuori l’ombra di qualche morto a far gelare sul
loro labbro il canto col quale si rendono meno pesante il lavoro. Tutto
è scomparso e non vi resta più che un informe ammasso di pietre che
sparirà esso pure un giorno, se non al tocco della magica bacchetta dei
maghi antichi, per l’opera più proficua di qualche centinajo di mille
franchi che cercheranno un mezzo di moltiplicazione imbellettandone la
fisonomia per farne tanti mezzanini moderni da noleggiare ad usum...
Onde coprir le spese
Per tanti franchi al mese!...