Sparita!...
I convitati d’Enrico cessaron dalle risa e si guardaron sbigottiti;
un arcano terrore si dipinse sui loro volti fattisi lividi. Quella
scena muta, rapida, ed imponente aveva qualche cosa di strano. Nella
mente d’ognuno sorsero vaghe paure di fantasmi e di spettri; quella
vasta sala quasi nuda d’arredi... quel palazzo che fu deserto per
tanto tempo ed il cui silenzio di morte erasi violato quella notte
dalle grida scomposte dell’orgia, assunse quelle forme chimeriche per
cui dal popolo lo si teneva in conto come d’una casa maledetta dove i
demonj venissero a danzarvi la tregenda. Ripensaron cose a cui prima
avevan sorriso con disprezzo.... La lampada che illuminava quel quadro
pareva che oscillasse ai loro sguardi... e projettasse lampi di luce
sanguigna... Il grido della sorpresa morì soffocato nella loro strozza,
e quando Enrico scosso dal torpore in cui lo avevan tenuto le troppo
frequenti libazioni, eccitate dalla febbrile sua esaltazione, sorse dal
suo posto e cercò a sè vicina la sposa, e richiese collo atto i suoi
esterrefatti compagni.... trovò tutti quegli sguardi fissi su lui...
quei volti spauriti!... Egli provò una strana sensazione quasi di
paura!... gli parve che qualche cosa di terribile succedesse d’intorno
a lui, ben non sapea che cosa... che la sua mente non ancora libera ben
non comprendeva.... pur presentì che qualche cosa, che che si fosse,
doveva essere avvenuto di strano!...
Quando gli fu detto che Angela era sparita, che un fantasma comparso
sulla soglia improvvisamente l’aveva involata a quel banchetto...
rapita a lui!... che ebbro di lascivia pregustava già col pensiero le
gioje dell’imene!... un grido di rabbia ruggì sulle sue labbra, i suoi
occhi rotearon sanguigni nell’orbita, le pugna serrate minacciarono
il cielo, e parver sfidare l’opera qual si fosse che si frapponeva
tra lui e la sua vittima... Ma sopra il suo capo non era che la vôlta
della sala fregiata dei suoi dipinti, colle sue figure sorridenti ed
immote... colle sue immagini di guerrieri e di vergini... Intorno a
lui regnava il silenzio dello sbigottimento, l’orgia non aveva più le
sue grida allegre e spensierate, il canto non rallegrava più la mensa
nuziale.... Marta!... Marta!... gridò egli lanciandosi sulla soglia
della sala.
Marta!... ripetè l’eco che si perdeva lontano lontano.... Marta!...
Marta!...
Pareva uno scherno che finisse con un gemito....
Si gettò all’impazzata giù dalla scala.... scese nel cortile, e chiamò
ancora.
Chiamò finchè nell’impotenza d’uno sforzo convulso la bile rimescolata
nel sangue gli soffocò nella strozza la parola e ne uscì informe
gorgoglio.
Nulla!... regnava nel palazzo un lugubre silenzio.... parvegli solo
d’aver inteso un riso che nulla aveva d’umano.... Enrico si lanciò
verso l’ala sinistra del caseggiato da dove gli parea fosse venuto quel
riso.... si trovò d’innanzi la porta da cui si metteva ad una stanza
dalla quale era uscito tanti anni addietro quando la vecchia Marta
sentiva il martellar d’una picca, e le parve d’intendere il cader come
d’un corpo nell’acqua che sotto vi scorreva, ed arretrò impaurito come
se sovra quella soglia si fosse rizzato uno spettro a contendergli il
passo!...
Quando i suoi compagni scesero in cerca di lui, lo trovarono ritto,
immobile nel mezzo del cortile, fisso lo sguardo su quella porta ed
in preda ad una di quelle arcane impressioni per cui il linguaggio
umano non ha che l’enigma d’una parola, povera forma vincolata da
mille convenzioni, fatua larva in faccia a quell’immenso mistero che è
l’esistenza!...