CAPITOLO XXXV.

Salvo!...

Il giovane cavallaro che aveva recato Adolfo sulla groppa del suo

cavallo e che in sì buon punto era arrivato ad impedire che lo si

finisse del tutto come quei messeri non avrebbero tralasciato di fare,

come fu giunto al paese collo strano suo carico, fe’ avvisare padron

Beppo, il quale fatte mille meraviglie per il che e per il come, dopo

aver ordinato d’allestire il miglior suo letto, e chiamata la moglie

a dargli mano fe’ trasportar sopra il ferito, mentre mandava tosto pel

medico che non si fe’ aspettare.

Guardata la piaga, interrogati i battiti del cuore, la rapidità

delle pulsazioni, egli dichiarò essere la ferita pericolosa, che però

nessun organo vitale del petto era leso, e potersi sperare ancora la

guarigione da una cura vigile ed assidua.

Fu avvisata Margherita, la sua vecchia governante che vi accorse

piangente e disperata; venne il buon parroco ad averne nuova, e seppe

come Ambrogio fosse caduto vittima di quell’aggressione che egli

non sapeva a che attribuire ed a cui applicò il suo più semplice

significato, e ritenne per un’aggressione nè più, nè meno di quelle

che non eran troppo rare a succedere in quei tempi di violenze e di

rapine....

Il carbonaro aveva espiata la sua colpa, Dio gli perdonerebbe.... ed

il buon prete, ministro di perdono, pregò per lui, e credette colla

preghiera intercedergli l’eterna misericordia ch’ei si era guadagnata

coll’espiazione.

La ferita di Adolfo lasciò molto a temere per qualche tempo, ma poi non

tardarono i primi sintomi d’una prossima convalescenza; a poco a poco

il pallore delle sue guancie si animò, nello sguardo scintillò la vita

che parea fuggisse collo scorrer d’ogni giorno... giorni d’angoscia e

d’affanno per la povera vecchia che vegliava al suo letto d’agonizzante

colla premura d’una madre!...

Finalmente ei fu salvo... Il dottore lo dichiarò colla compiacenza di

sè stesso, e con somma gioja di quanti s’interessavano per il giovane,

a cui tutti quei del paese avevano simpatia e che lo sospettavano

vittima di qualche infame tranello.

Non appena coll’animarsi in lui della vita, la mente lo ritornò alla

piena conoscenza dell’esser suo, due pensieri gli si affacciarono,

occupando tutte le sensazioni della sua anima; Angela!... la vaga

fanciulla, che aveva incontrata sul suo sentiero come una benedizione

del cielo!... e congiunta a quella soave immagine.... Mostruoso insieme

d’un’idea che assimilava i palpiti più dolci del suo cuore, ai fremiti

convulsi del suo odio furente, alle trepidazioni del suo terrore

angoscioso, un fantasma d’uomo... Egli l’aveva indovinato sulle labbra

d’Ambrogio... egli l’aveva presentito, l’uomo che era sorto tra lui e

la felicità, col suo beffardo sogghigno da demone.... L’uomo ch’egli

aveva chiesto a Dio per colpirlo col braccio armato delle sue folgori

vendicatrici... quell’uomo era là... vicino ad Angela!...

Il giovine si agitò sul suo letto come il torturato sull’aculeo che

lo strazia!... Ei non sentì le sue carni lacerarsi, nè le sue membra

frangersi... ma in quella tortura terribile dell’impotenza che vorria

trovar la forza nella convulsione del desiderio... quando in questo

desiderio si accentrano tutte le aspirazioni dell’animo... ei provò ciò

che nè gli aculei, nè i carnefici hanno mai fatto provare alle loro

vittime... Il corpo sviene sotto la pressione d’un dolore... nelle

membra rotte cessa il palpito che le anima.... la natura ha imposto

una sosta al martirio, ha lanciato una sfida ai martirizzatori...

Alla forza che strazia... ha detto... qui ti fermerai perchè al di

là di quel dolore vi ha il deliquio o la morte... Due sonni che sono

una sosta del martirio... Ma v’ha qualche cosa di più orribile della

tortura dell’aculeo e di tutto quell’apparato di tormenti con cui la

tirannide credette far sfoggio della sua potenza impotente... ed è

l’accentrarsi del pensiero in un’idea fissa, irremovibile, eterna come

il tormento che vive con lei... Muta perchè non chiede, e non ascolta;

chiusa in sè... per cui tutto non è più che lei sola!... quando ogni

palpito si anima in lei... ogni atto è lo scatto d’un sol fremito,

febbrile, vertiginoso, convulso. Aver d’innanzi al pensiero ciò che

sia l’angoscia più disperata dell’anima... Vestirla con tutte le forme

del delirio... e per distruggere questo sogno che è una realtà, voler

dare la vita... sè stessi, tutto... e sentirsi impotenti a fare...

Impotenti a lottare contro questo pensiero che è là... d’innanzi a

voi... come un insulto orribile!... mostruoso sarcasmo della fatalità

che si fa giuoco della disperazione. Voler frangere la catena che danna

a vita il forzato... voler atterrare le mura che lo seppelliscono

come in una tomba, e meno che voler distruggere un delirio che è in

voi, che fa parte di voi... a cui voi date vita... che vi tortura

eternamente, e che eternamente s’incarna con voi da farne un tutto!...

Se una catena si può frangere per quanto salda sia... se le mura d’un

carcere si possono atterrare... v’è qualche cosa d’impossibile.... ed

è la distruzione del pensiero, fatuità indefinibile che vi traduce una

realtà con tutte le forme della vita, che ve le sminuzza d’innanzi...

che vi trasporta sino a toccare, a vedere, a sentire... Era questo lo

stato di Adolfo... Egli vedeva quella figura d’uomo che era l’assassino

di suo padre... l’uccisore di sua madre!... schifosa sembianza di ragno

che intorno ad un viso di angelo stendeva le immonde fila della sua

tela... Egli vedeva quell’agonia della vittima che si dibatte contro la

brutalità del carnefice... E mentre coll’alito avria voluto distruggere

quell’orribile sogno che era una verità ch’egli presentiva... si

trovava là... corpo animato dalla vertigine che si disfaceva sotto lo

sforzo del voler rifarsi per essere diverso da ciò che era...

Da questo stato d’agitazione non ne poteva venire di conseguenza che

un continuo peggioramento del ferito. Lo scorrer di qualche mese

non fu che un continuo trepidare per la sua esistenza per quanti

s’interessavano intorno al suo letto... la gioventù vinceva è vero

sul male, era però una vittoria lenta e penosa... ed il tempo scorreva

intanto maturando i tristi eventi a cui pareva congiungesse quel non so

che di fatale che così spesso si fa fosca guida delle vicende umane...

Frattanto che il nostro eroe, a cui le cure renderanno vita e salute,

riprenda lena al compimento degli inquieti progetti che s’agitano nella

sua mente inferma... ritorniamo sui precorsi avvenimenti che abbiamo

lasciati di sbalzo per riannodare le fila del nostro racconto.

Come dicemmo, nella casa della valle, la notte in cui Angela era

sparita dalla sala del banchetto, tra le braccia di quel fantasma che

aveva assunto le sembianze della vecchia Marta, regnò la più concitata

agitazione... fu un correre per tutta la casa... un sussurrarsi dai

convitati mille cose strane, assurde le une più delle altre, quali

potevano essere prodotte da quel fatto, inqualificabile per quanti

vi assistettero, muti spettatori esterrefatti dalla sorpresa... I

tempi correvano pieni di pregiudizj; quella casa era fatta centro di

sortilegi e di diavolerie da persuadere, come la cosa più naturale

del mondo, l’opera soprannaturale di qualche spirito che vi potesse

compiere chi sa che strane faccende....

Ne divenne da ciò che da quella notte si fe’ d’intorno ad Enrico un

vuoto inesorabile.... Era forse il principio del castigo che ricadeva

sul colpevole!

I suoi stessi compagni d’orgia e di dissolutezza s’allontanavano da

lui come da una minaccia di sventura... Egli si trovò solo... nel

silenzio del suo vasto palazzo, solo colle memorie che gli ricordavano

ben terribili cose... Per la prima volta egli si sentì opprimere da

quel peso d’un passato che ritornava su lui come un arco di cui egli

fosse centro a sostenere la vôlta, e sotto cui sentiva mancare le

sue forze che si esaurivano in quella lotta terribile del pensiero

che vuol fuggire il passato, spaventato dall’avvenire.... e che si

sente ingojato da questi due vortici che lo stringono e si fondono in

quell’abisso di disperazione che è il vuoto dell’anima....

Marta era sparita.... La casa della valle somigliava ad una tomba

dentro cui vivesse un fantasma. Si vedeva un lume ardere nella stanza

che il signore aveva scelto per abitazione....

La porta ne era chiusa, ei ne usciva e vi rientrava.... e quei della

borgata lo sogguardavano silenziosi e quand’era molto lontano o

quand’era entrato nella casa si parlavan tra loro a voce bassa bassa e

dicevan a chi più... mille stranezze fantastiche sui misteri della casa

della valle.

Il palazzo del diavolo, vol. 2/2 · 第 25 / 48 题