Un banchetto di nozze che non finisce come tutti i banchetti.
Splendono di faci le ampie sale del palazzo della Valle; vi si ode un
rumore insolito, la gente vi trae d’intorno e si parla a sommessa voce
come d’un avvenimento. Si guarda a quell’edificio che fu silenzioso
e muto come una tomba sino a quella notte in cui vi si sviluppa la
vita!... e si susurrano strane cose Si era parlato del matrimonio
della figlia del marchese Gian Paolo... Nello sposo si era riconosciuto
il nipote del vecchio negromante... e parve di sinistro augurio quel
festeggiarsi nella casa del diavolo, quelle nozze che s’eran strette
tacitamente al letto d’una moribonda. Non vi era concorsa la splendida
pompa di un rito; non si eran veduti splendidi equipaggi scorazzare
la città. Una carrozza chiusa era entrata dal portone del palazzo. La
sposa ne era scesa pallida ed abbattuta. Un’altra carrozza vi formava
corteggio; i battenti dell’ampio portone si eran rinchiusi... Tra gli
sposi ed il resto della città sorgevano le alte mura disadorne del
palazzo; parea a tutti che intorno a quelle mura che solean guardare
con paura si scorgesse un cerchio magico di fuoco come quello che
segnan le streghe intorno al campo delle lor tregende. Era tanto tempo
che non si parlava di Enrico... L’erede della casa della Valle che
era partito da qualche anno, nè si sapea per dove!... Parea ad alcuni
che fosse comparso qualche volta nei dintorni della casa deserta, che
vi fosse entrato una notte e ne fosse uscito tosto, e si vociferava
di un delitto che si era compiuto quella notte istessa. Ma erano voci
vaghe, eran parole che s’avea paura a pronunciare per tema che il
diavolo che metteva mano nelle cose del nipote del mago e che avea
stanza nel palazzo maledetto, mettesse le corna negli affari di chi si
interessasse troppo dei suoi!...
Quell’uomo che aveva patteggiato col demonio la sua sorte, che avea
fatto echeggiare le vôlte delle vaste camere del palazzo della Valle
delle scomposte grida dell’orgia! che poi era sparito!... come mai
poteva aver contratto matrimonio con una sì vaga fanciulla qual era la
figlia del marchese Paolo?...
Quello che pareva più strano ancora era ch’egli avesse lasciata deserta
la casa della Valle, mentre per aver sposata la figlia del marchese
dovea pur aver abitato la città... la corte, con cui la famiglia del
marchese era in contatto... e le dicerie sbrigliandosi all’impazzata
prendevan strane forme, e si diceva che per compiere quella sua opera
di stregheria avesse assunti aspetti sotto cui passava incognito agli
occhi di tutti, e si lasciava solo vedere da quelli da cui volea esser
veduto. Dicevasi ch’egli entrava nel palazzo senza che la porta si
aprisse, e che quand’egli entrava si sentivano rispondergli gli spiriti
che lo abitavano; quegli spiriti, dicevasi, aveano una voce che parea
un canto di sepolcro quando salutavano il lor signore.
Angela sentì il rumore della porta del palazzo che si chiudeva dietro
lei piombargli sul cuore come quello d’una prigione che separa il
recluso dall’esistenza.
Entrava nella casa del suo sposo, lasciava quella ove era nata. Ciò
era naturale. Eppure le parve che si staccasse da tutto ciò che le era
caro; sino dalle memorie del suo passato. E l’avvenire?... la povera
fanciulla non osava spingervi il pensiero... l’uomo che sua madre
aveale dato dal suo letto di morte a compagno de’ suoi giorni, le aveva
detto: Venite... Ella era andata!...
Aveva dato un addio al giardino dove correva giuliva cogliendo fiori e
farfalle!... dove più tardi avea sentito l’alito ardente di un bacio
infuocargli la guancia!... Al balcone dove lo aspettava trapuntando
un nome in sembianza di fiore!... a tutto ciò che gli parlava di lui,
della sua infanzia. Aveva chinata la fronte come una martire... volea
veder sorridere sua madre, e pagava quel sorriso col prezzo della sua
vita! era pagarlo molto!...
Quando la carrozza si fermò nella corte essa si riscosse dai suoi
pensieri... Suo marito le porse la mano, essa vi si appoggiò tremando;
un sogghigno errò sulle labbra di quell’uomo il cui occhio nero e
scintillante parea scrutasse le più segrete latebre di quel giovane
cuore per trarvi il mistero de’ suoi palpiti anelanti.
— Vi faccio sempre paura?... domandò egli coll’accento di una compita
galanteria, ch’era in lui il più insultante dei cinismi.
La giovinetta fremè e non osò levare sopra lui il suo sguardo di
vergine, che avrebbe indovinato la lascivia del demone!...
In un angolo del cortile si vide agitarsi una forma vivente. Era una
specie di saio bigio mezzo nascosto dalle tenebre, da cui usciva una
testa bianca che si tese intenta a guardare.
Angela impaurita, si strinse al braccio del marito.
— Affè! disse questi ridendo, vi sgomentate per ben poco! è la vecchia
custode del palazzo che vorrebbe vedere la sposa! Marta!... vecchia
strega!... gridò egli con accento di mordace ironia; cacciati nella tua
tana e non metter fuori i tuoi occhiacci che spaventan la mia bella!...
Affè! nol sai ancora che fai paura ai morti con quel tuo viso da
megera?
Non si agitò più nulla nell’angolo del cortile.
— È sparita come ad uno scongiuro, disse ridendo Enrico, che si passò
sotto al braccio la mano tremante d’Angela.
Dalla carrozza del corteggio era scesa una brigata di giovani che si
fecer intorno agli sposi.
— Amici! la tavola ci aspetta, disse loro Enrico accennando coll’atto
di precederli, ed affè! che le mura di questa casa hanno ben bisogno
di sentire un po’ l’allegro cozzo dei bicchieri vuotati in un giorno di
festa!...
Era imbandita una sontuosa mensa nella gran sala del palazzo. Era una
vasta sala che abbracciava tutta l’ampiezza del fabbricato. Splendeva
di doppieri, e le pareti ornate di vaghi dipinti, parean sorridere agli
sposi; il sorriso degli amorini e degli angeli pareva fatto più vago da
quello sfarzo di luce, da quella pompa di ricchezza.
Diroccata come è, la si vede anche ora nell’immensa vastità del suo
spazio, co’ suoi quadri che appena appena conservano qualche vestigio
della loro antica splendidezza. Dovevano essere capolavori d’arte; ora
non sono più che informi frastagli... scheggiature di ciò che erano,
intorno a cui si ammucchia il frumento. Era una magnifica sala che ora
si è terrazzata facendone due piani da usufruttare come magazzeno.
Dopo qualche ora l’orgia vi si era accampata regina!... s’era
inneggiato agli sposi, ed all’amore; si era inneggiato alla voluttà ed
al piacere, ed Angela che pensava al pallido viso di sua madre morente,
sentiva alle sue orecchie rintronate da quel fragore un ronzío di
parole che suonavan bestemmie al suo animo non contaminato. Pallida e
muta come una statua di marmo a quel banchetto del vizio che calpestava
ogni pudore per sbrigliarsi nella sua dimostrazione più aperta. Oh
come essa avrebbe benedetto a Dio, se Dio avesse potuto toglierla
a quell’abisso in cui si sentiva trascinata da una inesorabile
fatalità!... Ma a che serve la preghiera? stolto delirio del pensiero
che si tributa ad una larva muta ed impotente nella sua fatua
impassibilità... Ella comprese tutto!... tutta la menzogna di quella
vita di apparenti sagrificii, di false abnegazioni!... essa comprese
la ragione dei suoi arcani presentimenti... si vide perduta!... le
balenò trucemente al pensiero la sparizione del fratello... quella
di Adolfo... Guardò suo marito e vide sulle sue labbra uno di quei
sogghigni che tante volte vi avea colti a volo quando stavan per
vestirsi coll’ipocrisia del sorriso!... comprese tutto... e dinanzi
a lei vide l’indissolubilità d’un nodo che l’univa a quell’uomo per
cui il suo orrore era pari al disprezzo!... Amare un essere da cui si
sente d’esser divisi, e divisi dalla mano stessa che vi stringe come
in un artiglio di demone!... Voler, potendo, rinunciare alla vita
per sottrarsi a lui!... Voler, potendo, patteggiare l’eternità d’un
supplizio per avere un’ora di gioia!... e dover darsi a questo essere
mostruoso da cui sentite che vi vengono tutte le vostre sventure!...
Esser vicini a concedergli ciò che custodite gelosamente nel sacrario
della vostra anima e dover dire: quest’uomo è mio marito!... quest’uomo
ha un diritto sopra di me che la legge gli accorda, a cui io non posso
sottrarmi!... È una cosa ben orribile!... Era questo lo stato d’Angela
dal momento che le si squarciò dinanzi la benda! dal momento in cui
imprudentemente suo marito gli avea detto: guardami!... sono non come
fui, ma come mi avrai per sempre! La povera fanciulla sentì che la
ragione si smarriva; sentì le sue tempia battere come se il cervello
stesse per schizzargli fuori!... e volse uno sguardo supplice a
quell’uomo che la dominava col suo fascino da serpente.
— Amici! esclamò egli levando colma la tazza; alla salute di mia
moglie!... ho divorato un’eredità, ma ho dato la caccia ad una dote!
_Parce sepultis!_ ed ora posto a tutti!... Egli lasciò cadere il
bicchiere vuoto sulla tavola e ricadde ebbro. Angela gettò un grido e
si lanciò verso la porta.
Scrosciò un riso sotto alle vôlte della sala; sulla soglia era apparsa
la vecchia Marta avvolta nel suo scialle grigio. Essa avea l’aspetto di
un fantasma; la sua testa bianca e calva usciva come da quella forma
d’imbuto attortigliato: le occhiaie profonde mandavano un raggio...
quel raggio si posò melanconicamente in volto alla fanciulla... quella
fronte di marmo livida e raggrinzata si animò come accesa dal soffio
d’un pensiero... le sue braccia scarne si protesero verso Angela, che
non arretrò impaurita... Il largo sciallo si aperse... e fanciulla
e fantasima sparvero come un baleno!... I convitati balzarono dalle
seggiole, ma vi ricaddero guardandosi in volto pallidi di terrore.
Enrico mandava dalla gola il suo rantolo d’ubbriaco. Un silenzio di
morte era succeduto al vivo frastuono dell’orgia!...