CAPITOLO XXXI.

Agonía.

Quando donna Caterina rinvenne si trovò accanto Angela ed il dottore

che vegliavano intenti al suo letto; l’ammalata ebbe un sorriso di

riconoscenza e d’affetto, poi quei due angeli che parea stesser là, in

atto di contendere alla morte quella preda su cui, già librata in atto

di colpire oscillava l’inesorabile falce.

Morire... e lasciare sola sulla terra quel vago fiore che era

Angela!... essa la vedeva già perduto il bel sorriso del suo labbro di

diciasette anni, curvarsi sotto il peso del dolore e dell’abbandono;

essa la vedeva vestita di nera gramaglia... nelle ore silenziose

della sera quando la natura sembra mandare l’ultimo saluto alla luce,

per seppellirsi nelle tenebre, la vedeva recarsi presso una bianca

croce di marmo del cimitero, e là sciogliervi tra le lagrime la sua

preghiera, ultimo e santo tributo dell’affetto che bagna una lapide

mortuaria, nella pia lusinga che quelle lagrime sian vedute dall’occhio

che si è infossato dentro la bara, mentre dentro l’occhiaja d’un

teschio spolpato ei s’è fatto putredine... putredine che pur essa

sfacendosi subì la eterna legge dell’annientamento che è la vita della

riproduzione!...

In un impeto di pauroso trasporto la povera madre si strinse al seno

già scarno e livido la fanciulla, che ne baciò convulsamente le labra e

ruppe in singhiozzi.

Esse s’eran comprese!... le loro anime si eran parlate quel terribile

linguaggio dell’agonia e della disperazione.

Si eran strette al seno come volesser far argine al loro pensiero, come

volessero fondersi in una sola cosa che potesse animarsi d’una medesima

vita, palpitare di un sol palpito...

— Avete bisogno di riposo, donna Caterina, disse a bassa voce il

dottore, che immobile ai piedi di quel letto, parea stesse lugubremente

analizzando, tutte le sensazioni che riflettevansi sovra quelle due

fronti per cui l’anima non aveva che una manifestazione!...

Angela levò bruscamente lo sguardo sul dottore... eravi una strana

espressione di dispetto e d’amarezza in quello sguardo di fanciulla,

eppur ardente come per lo scatto d’una reazione che ella stessa forse

non avrebbe saputo spiegarsi...

Aveva ella indovinata, oppur sospettata in quell’accento, la crudele

voluttà di richiamare la mente che avesse vagato per qualche istante

rapita nell’illusione d’una speranza, alla realtà del dolore?...

Poteva ancora essere la vigile circospezione del medico che teme da una

sensazione troppo protratta un maggior squilibrio organico in un corpo

che già stia per compiere l’opera della sua decomposizione!...

In questa certezza... che era pur troppo evidente, perchè pensò forse

Angela, non ci lascia egli almeno questo istante di oblio?... perchè

dirci con quella freddezza glaciale che analizza ogni pulsazione del

cuore quando ogni suo battito ne scema la vita; pensate!... pensar

che?... pensare che fra poco di tutto ciò che vive vicino a me non

resterà che un cadavere freddo, muto, inanimato... Poi, una lapide,

poi una memoria!... pensar che?.. ai dolori che mi aspettano...

all’abbandono che mi circonderà colle sue spire agghiacciate!... tali

erano forse i pensieri che produssero in Angela quel senso, che parve

quasi di indignazione, contro le parole del dottore...

Egli sorrise.... e v’era tanta dolcezza in quel suo sorriso che

Angela istessa si pentì all’istante di quel suo atto che forse poteva

offendere la sua premurosa vigilanza...

L’ammalata parve raccogliersi in un pensiero... Angela ed il dottore la

videro chiuder gli occhi come volesser ritenere il volo delle immagini

che passavano nello spirito; scorse un istante, la sua fronte espresse

un infinito senso di dolcezza... ne’ suoi occhi che si fissarono

larghi, aperti, espressivi sul dottore, vagò un lampo di vita... Angela

mandò un grido di gioja... anche il dottore sorrise, e parve aver letto

più che Angela in quel sorriso... Egli ne ebbe quasi una rivelazione

aspettata, perchè come per moto involontario si fe’ più presso

all’ammalata la quale tratta di sotto alle coltri la mano gliela tese.

— Ebbene, marchesa?... domandò il dottore chinandosi sull’ammalata...

— Ho fatto un bel sogno, dottore, disse donna Caterina...

— Credete voi, dottore, che non possano sognare i moribondi?... Ho

ancora tanto di vita che mi lascia pensare qualche volta... e lo devo a

voi, dottore... continuò essa stringendogli la mano con espansione...

aveva dei tristi pensieri oggi... vedete... non vi sembro ora

rinvigorita?... che ne dite, dottore?..

La voce di donna Caterina erasi infatti improntata d’un’accentazione

ferma... dolce... s’avrebbe detto che come per magica evocazione la

vita rifluisse in quel corpo affranto...

— Diffatti, mormorò il dottore...

Angela baciò con trasporto la fronte dell’ammalata.

Donna Caterina fe’ segno al dottore che desiderava restar sola colla

fanciulla, a cui sorrise con tutta l’espressione d’un amore che sa di

sentire in sè un ultimo resto di forza per manifestarsi; il dottore si

ritirò salutando.

— Angela... parlò l’ammalata poi che fu sola con essa, e poi che ne

ebbe accarezzate le belle chiome e baciate le labbra... — mia buona

Angela!... passarono tristi idee nel mio spirito da qualche ora in

cui mi sento vicina alla morte... ho pensato a te, Angela... a te,

che rimarresti sola... che ti ricorderai di me quando io non sarò più

lì, al tuo fianco per animarti con una parola negli scoraggiamenti

della vita!... per dirti, quando la delusione ti rapirà ai tuoi sogni,

spera!... spera ancora, povero angelo!... Eppure, vedi!... ho fatto un

sogno!... ho sognato che tu potresti aspettare che le politiche vicende

permettano il ritorno di tuo padre, sicura di te stessa, sicura del tuo

avvenire... ho sognato, Angela... che potrei chiudendo gli occhi alla

luce sul mio guanciale... sorridere ancora di gioja invece di piangere

di dolore.

Angela fissò lo sguardo in quello dell’ammalata, trepido, incerto...

parve che ella indovinasse, o che avesse paura d’indovinare!... La

morente continuò.... — Ho provato le mille volte un senso di terrore,

all’idea di lasciarti esposta ai pericoli di questa corte libertina...

sola... qui dove tutto si viola... dove le oscene canzoni cantate nelle

damascate sale del duca Ferdinando, insultano ai gemiti soffocati nelle

torri del suo Castello!...

— Che vuoi tu dire, madre mia!... balbettò Angela con terrore!...

— Voglio dire, riprese l’ammalata... che ho veduto un uomo spendere i

suoi giorni, le sue notti insonni intorno al mio letto... e che mentre

l’ho veduto prodigarti tutte le premure d’un fratello... l’ho veduto,

Angela!... l’ho veduto guardarti con quella dolcezza che domanda una

parola di concambio, per lunghi istanti!... rapito in te come da un

pensiero che si svegliasse allora sepolto nel suo animo!... tu non

hai compreso nulla, Angela!... Ma io sì che ho compreso!... io... che

cercava intorno a te un cuore che potesse vivere per far lieta la tua

esistenza!...

— Lui!... mormorò Angela pallida più della morente!... oh è

impossibile, madre mia!...

— Egli ti ama!... Angela!...

— Il dottore!... ripetè la fanciulla come volesse persuadere sè

stessa di ciò che aveva inteso, agitata da un vago senso di indicibile

terrore.

L’ammalata la guardava con quel suo sguardo che parea le chiedesse un

ultimo conforto.

Al pensiero d’Angela lampeggiò un baleno, quel baleno comprese tutta

un’esistenza!... fu un risovvenirsi di ogni minimo particolare che era

concorso a segnarne i passi... Bello della sua maschia fierezza, della

sua ingenua lealtà, gli apparve Adolfo!... Adolfo, che aveva salvata

la vita al padre suo generosamente esponendosi ai colpi di una masnada

infellonita!... Adolfo... che ella aveva amato come sentiva di poter

amare il suo cuore puro ed ardente!... che era scomparso dopo quella

notte fatale in cui aveva perduto il fratello... Adolfo di cui più

nulla aveva inteso... che le si era eclissato d’innanzi agli occhi

abbagliati, come una visione; come uno di quei sogni durante i quali

si teme di svegliarsi per non subire lo sconforto d’una delusione tanto

più amara con quanto maggior fascino si offersero al nostro spirito!...

Poi l’immagine del dottore gli si era presentata vestita di fosche

tinte... si rammentò che anche ad Adolfo era disgustosa quella sua

quasi forzata intrusione nella sua famiglia... ma poteva ella farsi una

giusta misura di questa impressione?... Non poteva essere una di quelle

mille bizzarrie della sorte, per le quali si è inclinati talvolta

a sentimenti inesplicabili di simpatia e di avversione?... Infine,

che poteva ella imputare a quell’uomo tranne quel suo attaccamento

geloso quasi, e che forse le tornava opprimente per la sua strana

insistenza?... non era ciò in lei una sconoscenza, piuttosto... alla

quale sentivasi in obbligo di riparare in ammenda dello sprezzo con

cui talvolta aveva risposto alle sue cure, ed all’avversione con cui le

aveva accettate?...

Oppressa sotto l’incubo di tali pensieri Angela si tacque e chinato

il capo sul seno palpitante parea stesse in attesa d’una parola che

dovesse piegarla fragile giunco sull’altare del sagrificio!...

Il dottore si mostrò sulla soglia.

— Venite, dottore... mormorò l’ammalata.

Il dottore accorse e baciò con affetto la mano della morente... —

La fareste voi felice, dottore?... gli disse ella volgendo un timido

sguardo sulla fanciulla che stava annichilita ai piedi del letto...

— Io?... esclamò il dottore il cui sguardo lampeggiò di gioia

chinandosi sul volto di Angela sino a suggerne l’alito anelante!... E

che?... voi vorreste, signora...

— La felicità di Angela!... mormorò la marchesa, con voce che s’era

fatta fioca... fioca...

Dal petto della fanciulla irruppe un singhiozzo. Gli occhi della

marchesa s’eran chiusi; stette immota per alcuni istanti come sfinita

da quello sforzo. — Salvatela!... salvatela, dottore!... gridò Angela

afferrandogli ambe le mani.

La morente schiuse le ciglia... vide Angela ed il dottore chini,

intenti, ansj sul suo guanciale. Levò con estremo atto la destra che

posò sul capo abbattuto di Angela, sorrise e spirò!...

Due giorni dopo sopra una fossa del cimitero cadeva a vangate la terra

gettatavi sopra dal becchino, inesorabile tumulatore d’ogni grandezza

umana; una fanciulla vestita di nero piangeva su quella tomba, un

cocchio aspettava al cancello del Cimitero, e al cancello attendeva

pure un uomo, che stavasi muto ed impassibile guardando quella vaga

immagine di fanciulla inginocchiata presso alla pietra sepolcrale sopra

cui il prete, dopo che vi fu distesa l’ultima vangata di terra, pregò

in tuono freddo e lugubre — Pace!...

Il palazzo del diavolo, vol. 2/2 · 第 21 / 48 题