CAPITOLO XXX.

L’ammalata.

Collo scorrere del tempo che precedeva questi rapidi avvenimenti

tardavano ognor più alla famiglia novelle di Adolfo; alle indagini

praticate su quello strano scomparire del fratello che l’avea

accompagnato, non avea risposto che il mistero. Il marchese ne avea

altamente parlato alla corte del duca Federico. Si eran dati ordini

di accurate ricerche, ma tutto tornò infruttuoso. Si credette per

qualche tempo ch’ei potesse esser partito con Adolfo. Nelle lunghe e

melanconiche serate in cui si rimpiangevano gli assenti dal domestico

focolare, si accarezzava una possibile speranza; la si era seguita

nel suo svolgersi, ma con quella ritenutezza che teme investigando di

distruggere un’illusione; la si voleva accettare colle sue possibili

probabilità, tanto per aver qualche cosa a cui credere, e tornava

intanto sempre più strano ed incomprensibile quel silenzio che

rispondeva solo ed inesorabile alle ansie più inquiete e febbrili!...

L’incognito assiduo sempre; prodigo di cure, in quei giorni di dolore

si era mostrato così premuroso, così attaccato alla famiglia, da

cancellare dal cuore di chicchessia qualsiasi sinistra impressione

che l’animo avesse potuto subire. Notavasi in lui strana gioia, dirò

quasi.. ed ogni atto che gli desse campo a manifestarsi l’angelo che

portava un po’ di balsamo alle ferite del cuore che si doleva; il

raggio che versava un po’ di calma tranquilla in mezzo a quell’uragano

di disperazione!... Si avrebbe detto che era tanto il suo affetto per

quella famiglia, da gioirne per la sventura che gli forniva i mezzi di

dare l’opera sua... tesoro di disinteressamento che non chiedeva altro

che di manifestarsi. Egoismo sublime di quelle poche anime elette che

si sentono felici pel bene che possono operare. Egli avea assecondate

tutte le illusioni che vestivano questi avvenimenti; aveva anzi date

tutte le probabilità a quelle possibili deduzioni, aveva torturato il

suo cervello per trar fuori da quel buio un raggio che fosse guida, ed

una speranza che fosse conforto. Vi era un sol cuore restìo a subire

quelle impressioni... un cuore in cui non potea tacere una voce arcana

che vi parlava strani sospetti, disordinati sensi.... per cui l’affetto

parea menzogna, il disinteresse codardia, l’abbandono servilismo. Si

avrebbe detto che la povera fanciulla avesse paura di quell’uomo che

era tutto cuore e parola, opera e pensiero per la sua famiglia!...

e che per lei parea un serpe che si stringesse intorno alla vittima

per soffocarla tra le sue spire mortali!... gli parea!... Ma chi

sa spiegare la stranezza dei presentimenti, talora divinazioni del

pensiero, tal’altra arcane impressioni che sembrano un delirio convulso

della fantasia?...

A far più triste il dolore della giovinetta, che gemea in

quell’angoscioso abbandono, una nuova sventura maturava col tempo, e

questo inesorabile esecutore delle vicende umane l’avvicinava col suo

scorrere; la marchesa Caterina era caduta ammalata, e si avevano serie

apprensioni sulla sua malattia a cui l’età già cadente dava alimento di

consunzione!...

Il marchese era sempre trattenuto lontano dalla famiglia. Vi era

una fatalità che pareva stringere intorno alla giovinetta un vuoto

fatale!... Ed intanto in mezzo a quel vuoto un uomo si avvicinava a

lei... un uomo la stringeva... si immedesimava colla sua famiglia che

andava sfasciandosi. Essa lo sentiva ed avea paura del suo pensiero

che gli mostrava quell’opera che le parea mostruosa e che si andava

compiendo collo scorrere d’ogni nuovo giorno!.....

Il male progrediva rapidamente.

— Dottore, diceva l’ammalata all’incognito che la vegliava con assidua

premura, voi avete salvato Angela, ma voi non potete salvar me...

in Angela vi era una vita da rinvigorire... in me è la vita che si

scioglie... e niun farmaco potria stringerne il nodo.

Il dottore taceva guardando mestamente l’ammalata, ed un sorriso che

animò il suo sguardo d’un lampo fuggevole come il pensiero che l’avea

acceso, errò sul suo labbro. La porta della camera si aperse e comparve

Angela. Veniva dal giardino e portava un fiore a sua madre!...

La comparsa d’Angela in quella camera triste e melanconica fu come un

raggio di sole che brilli di mezzo alle nubi agglomerate nello spazio:

qualche cosa di luminoso, di soave parea riflettersi su quella fronte

di vergine, animata dallo slancio dell’affetto!...

Essa guardava sua madre!... il suo volto era mesto... non triste...

era un istante in cui forse accarezzava una speranza. Un vivo incarnato

colorava le sue guancie, le pupille de’ suoi grandi occhi brillavano,

i suoi labbri umidi composti in atto di sorridere lasciavano vedere

la doppia fila de’ suoi denti bianchi, lucidi come perle. I suoi bei

capelli erano composti in vago disordine.

La marchesa si sollevò sul suo guanciale per guardare con miglior agio

in volto quella bella e leggiadra creatura.

— Oh come t’amo! mormorò ella stringendosi sul cuore quel bel viso

d’angelo illuminato da un raggio di sole che, entrando dallo schiuso

balcone, parea sorridere a quel quadro che Michelangelo e Carrer

avrebber potuto creare in diverso modo bello, ma non più bello!...

— Ebbene? domandò la fanciulla; ti sentiva parlare sin dal giardino,

madre mia, ed ora non dici più nulla?...

— Io? mormorò l’ammalata confusa, mentre una penosa emozione contraeva

il suo volto che si fe’ più pallido. L’incognito non ascoltava; egli

parea assorto in una profonda astrazione, ed i suoi occhi eran fissi

sul volto d’Angela come in lei fosser concentrate le facoltà tutte

della sua anima.

— Come mi fa bene il tuo abbraccio, mia buona madre!... gli ripetea

Angela stringendosi alle labbra ardenti la sua fronte su cui cadeva una

lagrima. Guarda i bei fiori, non è vero?... se non era per te, madre

mia, io non li avrei spiccati dal loro gambo... ogni volta che io lo

faccio ne provo pena, ma a te piacciono tanto!... non è vero che ti

piacciono i fiori?...

Intanto che Angela parlava, cresceva l’emozione penosa che agitava

l’ammalata, la sua mano che stringea quella di Angela rallentò la

sua pressione, il suo alito si fe’ debole debole, mandò un sospiro, e

mormorò un nome!

Angela gettò un grido disperato.

— Dottore!... dottore!... essa muore!...

L’incognito si scosse... gettò uno sguardo su Angela... uno sguardo di

fuoco!... Angela non lo vide, essa era china sul letto della madre e

la chiamava coi più teneri nomi che potesser far rivivere l’anima, se

nuovo Pigmalione potesse rianimarsi al soffio dell’amore!

Angela si trovava per la prima volta in faccia a questo annichilimento

precursore del disfacimento... in faccia a questo tacersi di tutte

le fisiche facoltà, che nell’essere ancor vivo danno l’idea d’un

cadavere!... e si era gettata ginocchioni a’ piedi del suo letto,

folle di terrore e di disperazione!... e copriva di lagrime e di baci

quelle membra inerti che non rispondevano all’appello di quella suprema

disperazione dell’affetto!...

Il palazzo del diavolo, vol. 2/2 · 第 20 / 48 题