I cortili del palazzo ducale erano affollati di paggi e di staffieri;
nelle sale del principesco appartamento splendevano i dorati doppieri
e scintillavano di luce le vetriate degli ampj veroni!... Il duca
Federico più che mai gajo era sceso nel salone seguito dal suo codazzo
di cavalieri e vi riceveva l’ambasciatore di Sassonia che erasi recato
alla sua corte onde intendersi seco lui per alcune vertenze politiche
che la corte dei Gonzaga avea contratte colla famiglia reale sassone.
Il più eletto fiore della nobiltà erasi dato convegno nelle sale
dei Gonzaga onde festeggiarvi il fortunato ospite; eranvi arrivati
ricchi equipaggi dalle vicine castella e vi portavano vaghe donzelle
sfavillanti di gemmate treccie, con tutta la pompa d’un lusso che si
voleva metter in mostra, gareggiando ogni famiglia un po’ alto locata,
a non lasciarsi offuscare, se non altro dalle esteriori splendidezze
dalle corti amiche con cui nello stesso tempo si giocava a dispetti ed
a cortigianerie!...
La famiglia del marchese Gian Paolo stavasi tutta raccolta nel suo
dolore... Sanguinava il cuore sotto l’impressione di quella dolorosa
catastrofe di cui non sapevano cosa pensare... Nulla v’ha di più
orribile del dubbio, di quest’aspide che si attortiglia al verde tronco
della vita e ne sugge tutta l’anima col suo alito avvelenato!... Esser
certi d’una sventura, toccarla con mano, averla d’innanzi allo sguardo
nella sua forma anche la più terribile, è pur sempre minor affanno che
dubitarne, mentre l’anima che s’attacca alla speranza onde mentir a sè
stessa con una pietosa illusione, veste di sembianze ognor più crudeli,
ciò che è una timorosa apprensione, od una spaventevole verità!...
Alcuni colpi vibrano sul maglio della mesta dimora. Un paggio mandato
dal duca invita il marchese a recarsi immantinenti alla Corte... la
fanciulla e la madre si guardano in volto chiedendosi se siavi una
sventura da temere!... si è così facili a pensare al male quando si
è infelici!... quando tutto quello che ci attornia, non ha che quella
sola e triste sembianza; quando sembra che ogni atto della nostra vita
sia un nuovo anello che ci unisca a quella pesante catena sotto il cui
peso ci sentiamo venir meno, nè ci è permessa pur la speranza della
felicità nella tema di renderci più terribile la delusione.
Il marchese tranquillata Angela e la sposa, si allestì alla meglio e vi
si recò; sapeva dell’arrivo dell’ambasciatore sassone e credette fosse
chiamato a null’altro che ad un convegno d’etichetta!...
Il duca Federico s’era trattenuto intanto coll’ambasciatore, e la lor
faccenda parea avesse raggiunto il suo sviluppo, perchè stringendosi la
mano chiusero il loro segreto colloquio... e rientrarono uniti nelle
sale dove i convitati tutti attendevano con un sorriso sulle labbra
l’apparire di sua altezza!...
. . . . . . .
— Come va, marchese, gli disse il duca Ferdinando porgendogli la mano
quando lo vide presentarsi sulla soglia.
— Male, altezza!... ad onta delle investigazioni fattesi in nome di
vostra altezza ed ordinate da voi, nulla si è potuto rintracciare su
quel disgraziato avvenimento!... Non so ancora, duca, se debba piangere
un morto, o temere, chi sa qual trista sventura!...
— Bisogna convenire, marchese, esclamò il duca stizzito, che se fosse
avvenuta disgrazia a vostro figlio, avremmo qui dei maledetti mariuoli
che si dan molta briga per isfuggire alle travi de miei patiboli!...
— Vostra eccellenza sa che voci ben strane corrono tutto giorno... e di
cui la città si allarma invano!...
— Parliamo d’altro, marchese!...
Il marchese guardò in volto al duca sulla cui fronte parea si stendesse
quel velo di noja che da una circonlocuzione che tardi ad arrivare al
suo scopo, e ricacciandosi nel petto un sospiro, ripetè egli pure...
Parliamo d’altro, altezza!... sono ai vostri ordini!...
— Alla buon’ora!... Avete veduto l’ambasciatore?...
— No, duca!...
— Ve lo presenterò più tardi... vorreste fare per distrarvi un viaggio
in Sassonia?... ve lo do a compagno e non ne sarete malcontento.
— In Sassonia, altezza?... domandò il marchese un po’ imbarazzato.
— Un magnifico paese, marchese... d’altronde sarete presto di ritorno,
vi manderei a trattare colà più un affare di famiglia che una politica
bisogna...
— Quando piaccia all’altezza vostra...
— Siamo dunque intesi?...
— Perfettamente!...
— Viaggerete coll’ambasciatore.
— Non importa con chi quando si tratti di servire il mio principe!...
— Sempre bravo e leale!... marchese, m’impegno a metter sossopra la
città per aver nuove di vostro figlio, e le avremo.
Il marchese sorrise, di quel sorriso che non accetta la speranza. Il
duca lo portò fuor della sala e s’intrattenne lungo tempo seco lui...
Due giorni dopo egli partiva per la Sassonia, lasciando Angela
piangente al letto della madre. Mentre confortava entrambe colla
promessa d’un sollecito ritorno, il suo cavallo sbuffante batteva nel
cortile l’ugna ferrata; egli partì salutando di nuovo Angela, la vaga
fanciulla che, asciugandosi gli occhi umidi di lagrime, si sforzava a
sorridergli dal balcone.