CAPITOLO XXVII.

Don Luigi il parroco.

Le campane del villaggio suonavano a festa, una folla di gente era

accalcata sulla piazza; le giovani del contado vi sfoggiavano le loro

spille d’argento appuntate alle trecce d’ebano ed i nastri rossi che

lor sventolavano dietro le spalle; le donne avean cuffie di pizzo

linde e bianche, calzari di legno che rendevano un fracasso indiavolato

battendo su pei ciottoli... I rivenduglioli facean ballar nelle tasche

il sonante metallo che avean buscato nella mattinata, le carrette

stavano attaccate alle rozze in attesa che finisser le funzioni per

riprender la strada per la quale i girovaghi, nelle domeniche, sogliono

condursi a tutte le piazze della provincia.

Era l’ora della predica, all’invito che facea ai fedeli la campana

della chiesa col suo martellare a rompicollo, come moveva l’estro al

campanaro che ci teneva a dar prova della forza muscolare delle sue

braccia, la folla s’avviò verso la chiesa che si gremiva di gente,

talchè innanzi allo sguardo offrivasi un livello orizzontale di

cuffie e di lucidi dischi di spille che scintillavano al chiaror delle

lampade e dei ceri accesi dagli altari intorno ai quali la folla si

era prostrata divotamente, e credeva sul serio, che quello sgraziato

del figlio di Dio fosse stato condannato con tanto talento da suo

padre ad esser sacrificato e mangiato, e masticato da tante bocche di

fedeli, quanti erano le migliaia di preti, delle migliaia di chiese,

e quante eran le bocche dei milioni di cattolici che agevolavano ai

fornai il consumo della farina nella fabbrica delle ostie più o meno

consacrate... e che io credo i soli che abbiano trovata l’utilità della

Comunione e della Messa!...

La predica era incominciata; il parroco del paesello era un buon

parroco, un uomo ben pasciuto, ben tarchiato, per trarne la desunzione

che l’astinenza dal bicchiere e dai buoni bocconi non era una delle sue

più grandi virtù, ma ciò dopo tutto non provava ch’egli non fosse un

buon uomo... tant’è vero che per essere buoni bisogna esser tranquilli,

e che per esser tranquilli bisogna aver con che soddisfare ai proprii

gusti ed ai proprii bisogni... Egli credeva di far molto meglio

usufruttando vivente d’una lauta tavola da cui ogni giorno avanzasse

qualche cosa da dare a qualche povero della parrocchia, di che

nell’infliggersi la penitenza d’un digiuno che se poteva contribuire

a dimagrarlo non gli dava alcun piacere e non era utile poi ad alcun

altro... Parlava a quella buona gente dei doveri del cuore, dei loro

obblighi; li condiva con qualche tiratina di future beatitudini

celesti, ma così in via d’accessorio come una salsa piccante che

insapori un piatto. Diceva loro saggie cose come credeva che meglio lor

potesser convenire e come ad ei parea più facile far loro accettare.

Ambrogio il carbonaro durante la predica era rimasto appoggiato ad una

colonna del tempio, come uomo nel cui animo duri ancora una lotta; egli

aveva ascoltato e stavasi incerto su cosa dovesse fare; scorgevasi che

qualche cosa egli avea divisato, ma mal s’avria indovinato che cosa,

perchè la sua fisonomia se tradiva un interno turbamento nulla diceva

di quel ch’ei pensasse, e stavasi tutto chiuso in sè stesso, e incerto

egli pure di quel che far si dovesse.

Quando don Luigi finita la predica... dalla sagrestia passava alla

sua casa, si vide muovere incontro il carbonaro; Ambrogio era pallido

e visibilmente commosso, egli si gettò d’innanzi al prete scomposto

negli atti e stette in faccia a lui articolando colle labbra tremanti

alcune parole che egli al certo non comprese poichè si fermò quasi

atterrito...

— Che volete buon uomo?... domandò egli dopo che ebbe atteso per alcuni

istanti una spiegazione.

La voce parea soffocata nella gola del carbonaro, che a quella domanda

come riscosso da un intorpidimento mentale, levò sul prete il suo

sguardo inquieto, oscillante... e parve che fosse come richiamato in sè

da quel suono che lo toglieva alla preoccupazione d’un pensiero.

Il prete lo guardò alla sua volta con sorpresa; quel senso quasi di

pauroso timore che gli aveva cagionato quell’improvviso ed inaspettato

incontro, accompagnato da sì strani modi, svanì di faccia a quella vaga

manifestazione di dolore, di incertezza che potè leggere sul volto

del carbonaro. Egli comprese che nell’animo di quell’uomo s’agitava

forse una lotta... Ei non sapeva qual fosse, ma gli si rivelò per

quell’intuizione facile a coloro il cui ministero li mette a contatto

delle varie manifestazioni dell’anima umana... — Che volete buon

uomo?... ripetè egli ancora facendo, un passo verso il carbonaro, e

procurando di dare alla sua voce tutta la possibile dolcezza.

Lo sguardo immoto d’Ambrogio che si fissava compreso quasi da arcano

sbigottimento in quello del prete, si animò a quella voce che era

un invito alla confidenza... a quella parola che pareva promettergli

un conforto... un tremito improvviso corse le sue fibre... L’ultima

battaglia del cuore contro l’istinto, della coscienza contro la paura,

si vinceva in quell’istante supremo in cui da quell’animo concentrato

in sè stesso, coi segreti del suo passato, usciva un’aspirazione

verso il bene!... Egli cadde alle ginocchia del prete e gli mormorò

con voce che rompeva il singhiozzo del petto anelante, — padre, io

sono un grande colpevole!... — Il buon prete fu commosso da quello

slancio, egli guardò quell’uomo che inchinava d’innanzi a lui la sua

fronte che aveva forse altra volta sfidato Iddio, e si sentì compreso

da tutta l’imponenza di quel ministero d’amore che fa del pergamo la

dottrina della fratellanza umana, che ha per tempio il cielo col suo

arabescato padiglione di stelle, che ha per terreno il cuore in cui può

coltivare tante nobili aspirazioni d’amore e di virtù!... Egli sollevò

il carbonaro e fattogli cenno di seguirlo, lo fece sedere vicino a

lui nella modesta cameretta che gli serviva di studio ed in cui si

raccogliea nell’aspirazione della preghiera pregando forse dal cielo

pace e conforto a questa progenie di infelici che costituisce l’umana

famiglia!...

La stanza o per meglio dire il gabinetto di don Luigi era come dicemmo

modesto; v’era però quella decenza che non si scompagna mai dalla

proprietà, per quella stima che si deve avere di sè stessi onde ne è

impedito di venir meno a noi in tutto ciò che fa parte della nostra

esistenza; quella proprietà che si mostra nell’esteriorità dei suoi

atti, come nell’adempimento de’ suoi doveri morali. Vi si vedeva una

ricca libreria adorna delle più belle opere di quel tempo che non

mancava di insigni scrittori, le figure di santi onde andavano adorne

le pareti erano opere d’arte piuttosto che goffe immagini; di sopra

al suo semplice inginocchiatojo era sospeso un quadro a larga cornice

rappresentante Gesù, allora che nell’orto di Getsemani prega dal cielo

coraggio e fermezza.

Era un bel quadro!... ed era ben atto ad inspirare la pietà del

sacerdote, quell’immagine d’uomo prostrato d’innanzi all’idea della

Divinità, mentre chiede a sè stesso come potrà compire la grande sua

opera... sbigottito e scoraggiato dalla perversità a cui egli si offre

olocausto!...

L’immagine di Maria, tipo eterno di bellezza, di poesia e d’amore da

cui il genio trasse le più splendide aspirazioni all’idealità d’una

forma che non fu mai altro che la divinazione del bello!... spiccava

di prospetto al primo, dentro una bella cornice di ebano intarsiato

maestrevolmente a rabeschi; ai due fianchi della libreria v’era un san

Giuseppe ed una Maddalena... null’altro!... v’era insomma una famiglia

invece d’un calendario ed in mezzo a quella conviveva il buon prete.

La dolce armonia di quella stanza, la fisonomia aperta del prete, da

cui non si rivelava altro senso che non fosse quello d’un’infinita

bontà, parve riconducesse dal suo smarrimento l’animo agitato del

carbonaro... egli portò alle labra la mano che don Luigi gli abbandonò

con atto di conforto, come per sostenerlo in quella lotta che forse

impegnava ancora gli ultimi suoi sforzi. — Padre... mormorò egli;

credete voi che Dio possa perdonare un assassinio?...

Per quanto don Luigi fosse disposto ad una rivelazione strana,

in quanto che palese vedevasi d’innanzi la violenta agitazione di

quell’uomo, pure, a quella recisa dichiarazione... a quella parola

assassinio, buttata là, senza preamboli, egli trasalì e guardò in

faccia il supplicante che curvò la fronte sotto il fascino di quello

sguardo che pareva gli ricercasse le più profonde latebre del cuore per

trarvi il pensiero della sua colpa.

V’era però una tale espressione di dolore in quel volto pallido ed

abbattuto dai rimorsi e dalle sofferenze, che lo sguardo di don Luigi

ripresa la sua bonomia naturale si fe’ ad interrogarlo coll’abituale

dolcezza.

— Dio può tutto perdonare, o fratello... gli disse egli... anche i più

gravi delitti purchè l’anima che si volge a lui non finga un pentimento

che non sia maturato nel cuore...

— Sono pentito, padre!... ripetè Ambrogio con voce debole e tremante,

ed il suo sguardo smarrito si animò alla confidenza... Padre!... io ho

tanto sofferto... che la morte mi peserebbe meno del pensiero della

mia colpa!... Padre!... la maledizione del cielo si è gravata sulla

mia casa da quel giorno terribile in cui la mia mano si è lordata

di sangue... Padre!... mia moglie è morta nella miseria... quasi

di fame... ed io non ho neppure vegliato al suo letto di morte!...

mio figlio non è più tornato sotto il tetto che era fulminato

dalla maledizione di Dio!... ma io ho tanto sofferto che Dio avrà

misericordia di me...

La parola della fede dalle labbra del sacerdote passò rugiada

vivificante sul cuore del colpevole; Ambrogio che parea non si sapesse

decidere ancora a richiamarsi i dettagli tutti di quell’orribile fatto

che per spavento gli ammortiva tutte le forze dell’anima... ad ogni

parola del prete traeva forza per quell’atto confidente che gli scemava

dal cuore il peso della stessa sua colpa... L’animo umano è come la

ruota a cui basta dare il primo impulso perchè giri sopra sè, ed a cui

basta continuare indi un piccol moto perchè prosegua nel suo roteare.

Apertosi una volta all’abbandono vi si slancia; quand’abbia aperta

una via a sè d’innanzi, corre!... ond’è che tanto sia facile a questa

viziata o malata natura umana l’inclinare alla virtù od al delitto... e

sull’una o sull’altra via lanciarsi con tanta foga di bene, con quanta

vertigine si corre talvolta su quella del male...

Il carbonaro nulla tacque nè a sè stesso, nè al prete... egli analizzò

tutto quanto concorse a fare di lui ciò che era; ei nulla tenne

celato... si trovò infame... e si chiamò infame!... ei sentì di non

poter nulla nascondere perchè gli parve che l’occhio della Divinità

fosse dentro al suo cuore e vi leggesse le pagine più ascose; egli

disse come traesse a morte nella sua capanna il ferito... come avesse

accettato quel patto vile, come da quel giorno si fosse dato ad ogni

ribalderia con dissoluti compagni... Disse della morte di Giulietta,

dell’orfano che correa il mondo in cerca dell’assassino di suo padre,

che non avrebbe al certo risparmiato anche il figlio ove lo avesse

trovato sul suo cammino.. e come gli paresse di non sentirsi tranquillo

senza che a costo della sua stessa vita egli non avesse fatta al figlio

ogni rivelazione di ciò che riguardava l’assassinio di suo padre.

La possibile conseguenza d’un nuovo spargimento di sangue che potesse

essere e con ragione il frutto della rivelazione del carbonaro, suggerì

al buon prete qualche consiglio di prudenza; quell’animo avvezzo alla

rappresaglia, al sangue, non trovava quiete al suo spirito agitato

dal rimorso che segnando alla vendetta del figlio l’uomo con cui

egli aveva patteggiata la morte d’una vittima... V’era un carnefice

da colpire, v’eran un colpevole ed un complice, ed egli complice e

colpevole denunciava nello stesso tempo al braccio inesorabile della

vendetta. Ciò era logico secondo lui. Don Luigi s’oppose dapprima a

questo progetto, gli parve arbitrario diritto il sostituirsi vindice

quando la punizione era nel diritto di Dio... Per quanto fosse uomo

sentì di esser prete e sacerdote di pace non fautore di atti violenti

che avrebbero fatto versare dell’altro sangue sul sentiero della vita.

Ma quando Ambrogio con quel linguaggio energico che gli veniva dalla

sua natura assoggettata alla pressione della sola idea con cui egli

credeva poter riparare al suo fallo, gli mostrò che l’odio di un uomo

pendeva eterna minaccia sul capo d’un altro innocente sinchè questi non

sapesse il nome che affannoso andava cercando.... quando gli dipinse

l’orfano prostrato sulla tomba del padre invocando invano un nome alla

muta inesorabilità della morte, quando gli disse come chiuso in un

pensiero che logorava la sua vita ei non domandasse altro al cielo che

questo nome!... L’uomo si destò disotto a quell’abito che ammortisce

le aspirazioni!... Egli sentì che vi era un animo lacerato su cui

versare l’unico balsamo che ne potesse acquietare lo spasimo, che v’era

una creatura da difendere, e che nella possibilità di un fatto il cui

sviluppo era nascosto nei misteri dell’avvenire, nella certezza d’un

male che già esisteva, nella prolungazione di una tortura, nel pericolo

che una nuova vittima cadesse suggello al delitto per assicurare

l’impunità del colpevole, non era poi delitto dar braccio a questa

provvidenza, che se si serve per colpire o per sollevare dell’opera

umana, potea ben presiedere a motrice di quel fatto istesso che ora

si compieva intessendo le fila di quell’imperscrutabile e continuato

lavoro che essa compie e rinnovella sulla via dei secoli, seguitando il

suo cammino verso l’eternità, ch’è l’infinito!...

— Che Iddio e la tua coscienza t’inspirino, o fratello, diss’egli

versando nell’animo del colpevole la santa parola del perdono.

Occorreva sapere però ove si trovasse Adolfo. Don Luigi gli promise

d’interessarsene, e gli disse che fra qualche giorno si recasse da lui.

Il palazzo del diavolo, vol. 2/2 · 第 17 / 48 题