Don Luigi il parroco.
Le campane del villaggio suonavano a festa, una folla di gente era
accalcata sulla piazza; le giovani del contado vi sfoggiavano le loro
spille d’argento appuntate alle trecce d’ebano ed i nastri rossi che
lor sventolavano dietro le spalle; le donne avean cuffie di pizzo
linde e bianche, calzari di legno che rendevano un fracasso indiavolato
battendo su pei ciottoli... I rivenduglioli facean ballar nelle tasche
il sonante metallo che avean buscato nella mattinata, le carrette
stavano attaccate alle rozze in attesa che finisser le funzioni per
riprender la strada per la quale i girovaghi, nelle domeniche, sogliono
condursi a tutte le piazze della provincia.
Era l’ora della predica, all’invito che facea ai fedeli la campana
della chiesa col suo martellare a rompicollo, come moveva l’estro al
campanaro che ci teneva a dar prova della forza muscolare delle sue
braccia, la folla s’avviò verso la chiesa che si gremiva di gente,
talchè innanzi allo sguardo offrivasi un livello orizzontale di
cuffie e di lucidi dischi di spille che scintillavano al chiaror delle
lampade e dei ceri accesi dagli altari intorno ai quali la folla si
era prostrata divotamente, e credeva sul serio, che quello sgraziato
del figlio di Dio fosse stato condannato con tanto talento da suo
padre ad esser sacrificato e mangiato, e masticato da tante bocche di
fedeli, quanti erano le migliaia di preti, delle migliaia di chiese,
e quante eran le bocche dei milioni di cattolici che agevolavano ai
fornai il consumo della farina nella fabbrica delle ostie più o meno
consacrate... e che io credo i soli che abbiano trovata l’utilità della
Comunione e della Messa!...
La predica era incominciata; il parroco del paesello era un buon
parroco, un uomo ben pasciuto, ben tarchiato, per trarne la desunzione
che l’astinenza dal bicchiere e dai buoni bocconi non era una delle sue
più grandi virtù, ma ciò dopo tutto non provava ch’egli non fosse un
buon uomo... tant’è vero che per essere buoni bisogna esser tranquilli,
e che per esser tranquilli bisogna aver con che soddisfare ai proprii
gusti ed ai proprii bisogni... Egli credeva di far molto meglio
usufruttando vivente d’una lauta tavola da cui ogni giorno avanzasse
qualche cosa da dare a qualche povero della parrocchia, di che
nell’infliggersi la penitenza d’un digiuno che se poteva contribuire
a dimagrarlo non gli dava alcun piacere e non era utile poi ad alcun
altro... Parlava a quella buona gente dei doveri del cuore, dei loro
obblighi; li condiva con qualche tiratina di future beatitudini
celesti, ma così in via d’accessorio come una salsa piccante che
insapori un piatto. Diceva loro saggie cose come credeva che meglio lor
potesser convenire e come ad ei parea più facile far loro accettare.
Ambrogio il carbonaro durante la predica era rimasto appoggiato ad una
colonna del tempio, come uomo nel cui animo duri ancora una lotta; egli
aveva ascoltato e stavasi incerto su cosa dovesse fare; scorgevasi che
qualche cosa egli avea divisato, ma mal s’avria indovinato che cosa,
perchè la sua fisonomia se tradiva un interno turbamento nulla diceva
di quel ch’ei pensasse, e stavasi tutto chiuso in sè stesso, e incerto
egli pure di quel che far si dovesse.
Quando don Luigi finita la predica... dalla sagrestia passava alla
sua casa, si vide muovere incontro il carbonaro; Ambrogio era pallido
e visibilmente commosso, egli si gettò d’innanzi al prete scomposto
negli atti e stette in faccia a lui articolando colle labbra tremanti
alcune parole che egli al certo non comprese poichè si fermò quasi
atterrito...
— Che volete buon uomo?... domandò egli dopo che ebbe atteso per alcuni
istanti una spiegazione.
La voce parea soffocata nella gola del carbonaro, che a quella domanda
come riscosso da un intorpidimento mentale, levò sul prete il suo
sguardo inquieto, oscillante... e parve che fosse come richiamato in sè
da quel suono che lo toglieva alla preoccupazione d’un pensiero.
Il prete lo guardò alla sua volta con sorpresa; quel senso quasi di
pauroso timore che gli aveva cagionato quell’improvviso ed inaspettato
incontro, accompagnato da sì strani modi, svanì di faccia a quella vaga
manifestazione di dolore, di incertezza che potè leggere sul volto
del carbonaro. Egli comprese che nell’animo di quell’uomo s’agitava
forse una lotta... Ei non sapeva qual fosse, ma gli si rivelò per
quell’intuizione facile a coloro il cui ministero li mette a contatto
delle varie manifestazioni dell’anima umana... — Che volete buon
uomo?... ripetè egli ancora facendo, un passo verso il carbonaro, e
procurando di dare alla sua voce tutta la possibile dolcezza.
Lo sguardo immoto d’Ambrogio che si fissava compreso quasi da arcano
sbigottimento in quello del prete, si animò a quella voce che era
un invito alla confidenza... a quella parola che pareva promettergli
un conforto... un tremito improvviso corse le sue fibre... L’ultima
battaglia del cuore contro l’istinto, della coscienza contro la paura,
si vinceva in quell’istante supremo in cui da quell’animo concentrato
in sè stesso, coi segreti del suo passato, usciva un’aspirazione
verso il bene!... Egli cadde alle ginocchia del prete e gli mormorò
con voce che rompeva il singhiozzo del petto anelante, — padre, io
sono un grande colpevole!... — Il buon prete fu commosso da quello
slancio, egli guardò quell’uomo che inchinava d’innanzi a lui la sua
fronte che aveva forse altra volta sfidato Iddio, e si sentì compreso
da tutta l’imponenza di quel ministero d’amore che fa del pergamo la
dottrina della fratellanza umana, che ha per tempio il cielo col suo
arabescato padiglione di stelle, che ha per terreno il cuore in cui può
coltivare tante nobili aspirazioni d’amore e di virtù!... Egli sollevò
il carbonaro e fattogli cenno di seguirlo, lo fece sedere vicino a
lui nella modesta cameretta che gli serviva di studio ed in cui si
raccogliea nell’aspirazione della preghiera pregando forse dal cielo
pace e conforto a questa progenie di infelici che costituisce l’umana
famiglia!...
La stanza o per meglio dire il gabinetto di don Luigi era come dicemmo
modesto; v’era però quella decenza che non si scompagna mai dalla
proprietà, per quella stima che si deve avere di sè stessi onde ne è
impedito di venir meno a noi in tutto ciò che fa parte della nostra
esistenza; quella proprietà che si mostra nell’esteriorità dei suoi
atti, come nell’adempimento de’ suoi doveri morali. Vi si vedeva una
ricca libreria adorna delle più belle opere di quel tempo che non
mancava di insigni scrittori, le figure di santi onde andavano adorne
le pareti erano opere d’arte piuttosto che goffe immagini; di sopra
al suo semplice inginocchiatojo era sospeso un quadro a larga cornice
rappresentante Gesù, allora che nell’orto di Getsemani prega dal cielo
coraggio e fermezza.
Era un bel quadro!... ed era ben atto ad inspirare la pietà del
sacerdote, quell’immagine d’uomo prostrato d’innanzi all’idea della
Divinità, mentre chiede a sè stesso come potrà compire la grande sua
opera... sbigottito e scoraggiato dalla perversità a cui egli si offre
olocausto!...
L’immagine di Maria, tipo eterno di bellezza, di poesia e d’amore da
cui il genio trasse le più splendide aspirazioni all’idealità d’una
forma che non fu mai altro che la divinazione del bello!... spiccava
di prospetto al primo, dentro una bella cornice di ebano intarsiato
maestrevolmente a rabeschi; ai due fianchi della libreria v’era un san
Giuseppe ed una Maddalena... null’altro!... v’era insomma una famiglia
invece d’un calendario ed in mezzo a quella conviveva il buon prete.
La dolce armonia di quella stanza, la fisonomia aperta del prete, da
cui non si rivelava altro senso che non fosse quello d’un’infinita
bontà, parve riconducesse dal suo smarrimento l’animo agitato del
carbonaro... egli portò alle labra la mano che don Luigi gli abbandonò
con atto di conforto, come per sostenerlo in quella lotta che forse
impegnava ancora gli ultimi suoi sforzi. — Padre... mormorò egli;
credete voi che Dio possa perdonare un assassinio?...
Per quanto don Luigi fosse disposto ad una rivelazione strana,
in quanto che palese vedevasi d’innanzi la violenta agitazione di
quell’uomo, pure, a quella recisa dichiarazione... a quella parola
assassinio, buttata là, senza preamboli, egli trasalì e guardò in
faccia il supplicante che curvò la fronte sotto il fascino di quello
sguardo che pareva gli ricercasse le più profonde latebre del cuore per
trarvi il pensiero della sua colpa.
V’era però una tale espressione di dolore in quel volto pallido ed
abbattuto dai rimorsi e dalle sofferenze, che lo sguardo di don Luigi
ripresa la sua bonomia naturale si fe’ ad interrogarlo coll’abituale
dolcezza.
— Dio può tutto perdonare, o fratello... gli disse egli... anche i più
gravi delitti purchè l’anima che si volge a lui non finga un pentimento
che non sia maturato nel cuore...
— Sono pentito, padre!... ripetè Ambrogio con voce debole e tremante,
ed il suo sguardo smarrito si animò alla confidenza... Padre!... io ho
tanto sofferto... che la morte mi peserebbe meno del pensiero della
mia colpa!... Padre!... la maledizione del cielo si è gravata sulla
mia casa da quel giorno terribile in cui la mia mano si è lordata
di sangue... Padre!... mia moglie è morta nella miseria... quasi
di fame... ed io non ho neppure vegliato al suo letto di morte!...
mio figlio non è più tornato sotto il tetto che era fulminato
dalla maledizione di Dio!... ma io ho tanto sofferto che Dio avrà
misericordia di me...
La parola della fede dalle labbra del sacerdote passò rugiada
vivificante sul cuore del colpevole; Ambrogio che parea non si sapesse
decidere ancora a richiamarsi i dettagli tutti di quell’orribile fatto
che per spavento gli ammortiva tutte le forze dell’anima... ad ogni
parola del prete traeva forza per quell’atto confidente che gli scemava
dal cuore il peso della stessa sua colpa... L’animo umano è come la
ruota a cui basta dare il primo impulso perchè giri sopra sè, ed a cui
basta continuare indi un piccol moto perchè prosegua nel suo roteare.
Apertosi una volta all’abbandono vi si slancia; quand’abbia aperta
una via a sè d’innanzi, corre!... ond’è che tanto sia facile a questa
viziata o malata natura umana l’inclinare alla virtù od al delitto... e
sull’una o sull’altra via lanciarsi con tanta foga di bene, con quanta
vertigine si corre talvolta su quella del male...
Il carbonaro nulla tacque nè a sè stesso, nè al prete... egli analizzò
tutto quanto concorse a fare di lui ciò che era; ei nulla tenne
celato... si trovò infame... e si chiamò infame!... ei sentì di non
poter nulla nascondere perchè gli parve che l’occhio della Divinità
fosse dentro al suo cuore e vi leggesse le pagine più ascose; egli
disse come traesse a morte nella sua capanna il ferito... come avesse
accettato quel patto vile, come da quel giorno si fosse dato ad ogni
ribalderia con dissoluti compagni... Disse della morte di Giulietta,
dell’orfano che correa il mondo in cerca dell’assassino di suo padre,
che non avrebbe al certo risparmiato anche il figlio ove lo avesse
trovato sul suo cammino.. e come gli paresse di non sentirsi tranquillo
senza che a costo della sua stessa vita egli non avesse fatta al figlio
ogni rivelazione di ciò che riguardava l’assassinio di suo padre.
La possibile conseguenza d’un nuovo spargimento di sangue che potesse
essere e con ragione il frutto della rivelazione del carbonaro, suggerì
al buon prete qualche consiglio di prudenza; quell’animo avvezzo alla
rappresaglia, al sangue, non trovava quiete al suo spirito agitato
dal rimorso che segnando alla vendetta del figlio l’uomo con cui
egli aveva patteggiata la morte d’una vittima... V’era un carnefice
da colpire, v’eran un colpevole ed un complice, ed egli complice e
colpevole denunciava nello stesso tempo al braccio inesorabile della
vendetta. Ciò era logico secondo lui. Don Luigi s’oppose dapprima a
questo progetto, gli parve arbitrario diritto il sostituirsi vindice
quando la punizione era nel diritto di Dio... Per quanto fosse uomo
sentì di esser prete e sacerdote di pace non fautore di atti violenti
che avrebbero fatto versare dell’altro sangue sul sentiero della vita.
Ma quando Ambrogio con quel linguaggio energico che gli veniva dalla
sua natura assoggettata alla pressione della sola idea con cui egli
credeva poter riparare al suo fallo, gli mostrò che l’odio di un uomo
pendeva eterna minaccia sul capo d’un altro innocente sinchè questi non
sapesse il nome che affannoso andava cercando.... quando gli dipinse
l’orfano prostrato sulla tomba del padre invocando invano un nome alla
muta inesorabilità della morte, quando gli disse come chiuso in un
pensiero che logorava la sua vita ei non domandasse altro al cielo che
questo nome!... L’uomo si destò disotto a quell’abito che ammortisce
le aspirazioni!... Egli sentì che vi era un animo lacerato su cui
versare l’unico balsamo che ne potesse acquietare lo spasimo, che v’era
una creatura da difendere, e che nella possibilità di un fatto il cui
sviluppo era nascosto nei misteri dell’avvenire, nella certezza d’un
male che già esisteva, nella prolungazione di una tortura, nel pericolo
che una nuova vittima cadesse suggello al delitto per assicurare
l’impunità del colpevole, non era poi delitto dar braccio a questa
provvidenza, che se si serve per colpire o per sollevare dell’opera
umana, potea ben presiedere a motrice di quel fatto istesso che ora
si compieva intessendo le fila di quell’imperscrutabile e continuato
lavoro che essa compie e rinnovella sulla via dei secoli, seguitando il
suo cammino verso l’eternità, ch’è l’infinito!...
— Che Iddio e la tua coscienza t’inspirino, o fratello, diss’egli
versando nell’animo del colpevole la santa parola del perdono.
Occorreva sapere però ove si trovasse Adolfo. Don Luigi gli promise
d’interessarsene, e gli disse che fra qualche giorno si recasse da lui.