Ne è d’uopo di lasciare per poco Mantova e quei personaggi del nostro
racconto che avranno forse interessato il lettore; il marchese con
tutta la sua buona fede, Angela e la marchesa coi loro presentimenti
di sventura, per recarci sul luogo dove successero i primi avvenimenti
che diedero principio a questa narrazione. Era di là per l’appunto che
Adolfo riceveva la lettera che traevalo alla ricerca dell’assassino
di suo padre, dell’uomo per opera del quale sua madre era morta dopo
aver tratta fra le angoscie la vita!... Angoscie che doveva a lui solo,
a quest’uomo che s’era cacciato sul sentiero della sua esistenza, ad
avvelenarne ogni istante!...
In una sera trista trista, mentre il cielo era fosco di nubi, l’aria
grave, mentre il tuono lontano lontano, fremeva nelle vallate, Ambrogio
il carbonaro era seduto d’innanzi alla sua capanna che il lettore
può riconoscere ad onta dei guasti operativi dal tempo. Non aveva
più neppure la poesia di quel primo suo aspetto, quasi sinistro;
allora, nascosta quasi dai ramosi alberi, circondata da un’alta siepe
di frassini... pareva un agguato... oggi non era più nulla, avevan
tagliata la siepe... i grandi alberi che s’incurvavano sopra il suo
tetto eran morti... non restava sul terreno che il segno dove essi eran
cresciuti, ad attestare che là morirono utilizzati dal carbonaro che ne
fe’ legna da alimentare il suo focolare deserto.
Le assi della capanna eran sconnesse, l’aria e l’acqua vi penetravano a
vicenda, non era neppur qualche cosa di orribile!... era qualche cosa
di squallido, di disgustoso... l’orribile ha la sua poesia, ha il suo
bello; lo squallido non ha nulla, è ciò che è... una cosa da cui si
allontana per non crucciarsi l’anima!...
Il carbonaro sedeva sopra un sasso colla faccia nascosta tra le mani,
assorto come in un doloroso riandare del suo passato... Egli pensava
che sotto a quel misero tetto sorridevagli un giorno, una donna, che
si assideva al desco ammanitogli frugalmente quando rientrava sulla
sera canticchiando una canzone stanco del lavoro. Che un bambinello
correvagli incontro e gli saltellava intorno aggrappandosi al suo
vestito finch’egli se lo fosse recato in groppa... ripensava al certo
che qualche gioja egli l’aveva gustata in quella capanna che ora non
conservava di sè che una squallida nudità. Allora la sua bella siepe di
frassini era verde e folta, l’usignuolo veniva a cantare là... vicino
ad essi mentre erano intenti a ciarlare prima dell’ora del riposo;
lo sentivano trillare i suoi gorgheggi, e gliene veniva all’animo una
calma, una pace, quasi una felicità.
Poi le cose cambiarono... e la pace fuggì dalla capanna ospite
spaventata. L’usignuolo non venne più a cantarvi d’intorno perchè vi
sentì dentro voci di minaccia... e grida ed imprecazioni... perchè egli
confidente non vedeva più al finestrino che si apriva, sporgere una
bella testa di donna che lo riguardava rapito, nè più senza fuggire
vedeva passarsi d’innanzi un vago fanciullino dalle bionde chiome che
saltellava per il prato. Egli vi vide entrare ed uscire faccie arcigne
e fosche, v’intese rumori che gli parevan strani, e che disturbando la
sua pace lo decisero a scegliere un’altra siepe, un’altra casa intorno
a cui intuonare le sue vaghe armonie.
La donna del carbonaro era morta... del fanciullo, ei non se ne curava
e non lo vide più tornare; era morto egli pure? era stato raccolto
da qualche cuore pietoso?... egli non lo sapeva e non se ne curò; al
secondo giorno che più nol vide comparire egli si era detto alzando le
spalle, un fastidio di meno!...
Ma gli anni passavano ed a seconda che quel vuoto spaventoso veniva
a farglisi attorno, sentì nella coscienza farsi vivo il pungolo dei
rimorsi... e ripensò con spavento a quella sua vita di colpe... si
ricordò di Francesco... che egli aveva raccolto ferito, che aveva
ospitato sotto la sua capanna, e di cui aveva venduto il cadavere...
e gli parve che da quel momento la maledizione fosse scesa sulla sua
casa.
Da allora, non più pace, non più lavoro... non più il sorriso della sua
donna, il bacio del suo bambino... la sua donna tremava di spavento,
forse d’orrore quand’egli a notte tarda si ritirava nella capanna, e vi
deponeva nell’angolo più nascosto la sua carabina, forse fumante ancora
per la recente scarica che avea fatto sussultare la dormiente dal suo
letto, che gli aveva fatto stringere al seno palpitante la sua povera
creatura.
Tutto si mutò intorno a lui, al pane del lavoro spezzato sulla tavola
e diviso nella famiglia, successe l’orgia, ed il vino vuotato a colme
tazze tra gli ebbri compagni... e il disordine della notte, ed in mezzo
a ciò il fantasma del delitto che ne spingeva i passi errabondi...
Fu dal giorno che ei fuggì innanzi ad Adolfo spaventato come da una
visione infernale, fu d’allora che questo gli sorse contro angelo
sterminatore a contendere un bottino, e due vittime alla sanguinaria
sua banda, che la fatalità inesorabile gli camminò a lato. Dopo
aver rinunciato al lavoro egli si vide preclusa sino la strada alla
colpa, perchè i suoi compagni che lo vider fuggire d’innanzi ad uomo
lo chiamaron vile; essi non sapeano che quell’uomo era una fantasima
per Ambrogio, che gli parve fosse sorto dalla tomba per vestire le
sembianze della prima sua vittima: di Francesco che egli avea sì
infamemente tradito!... Il dolore e gli stenti avevano tratto a morte
la sua donna; suo figlio non era più ritornato alla capanna che stava
sola là... ad attestargli il passato... rinnovatrice spietata delle
sue memorie, pagina terribile del libro della sua vita in cui dovea
leggervi col terrore dei rimorsi, colle paure d’un’anima nella quale il
fatalismo avea snervata ogni energia...
È una maledizione!... È una maledizione!... esclamò egli alzandosi da
sedere... gettò uno sguardo spaventato verso la capanna e mosse alcuni
passi come per allontanarsene... È la mano di Dio!... Oh! io non avrò
mai pace!...
Le campane della chiesa del paese suonavano l’avemaria della
sera... Quella lenta oscillazione del bronzo arrivava insino a
lui, accompagnata dal vento della sera, umido e grave; la pioggia
incominciava già a cadere sottile... Il cielo s’era fatto più fosco,
Ambrogio fremè in tutto il corpo come se avesse inteso una voce far eco
al grido che gli era uscito dal labbro... Egli cadde in ginocchio sovra
un sasso, e stette muto, tremante, finchè ogni suono cessò, e d’intorno
a lui non udì che il cader della pioggia sulle fronde degli alberi, e
il fischiar del vento nel basso della valle.
Avrebbe voluto pregare, ma la parola non trovava cemento, forse
era dominata da un pensiero... Egli si era alzato però più calmo,
entrò nella capanna, si gettò sul suo giaciglio, e stette aspettando
l’indomani in cui parea avesse pensato di dar compimento ad un progetto
che or vedremo farsi palese.