Fatalità!...
Il castello ducale, ora castello Sangiorgio, opera imponente di cui
l’antico feudalismo fece dono alla città colle sue lugubri e tetre
memorie... torreggiava imponente nelle tenebre. L’acqua del lago che
ne bagna i piedi pareva uno strato nero ed immobile, quasi drappo di
morte steso intorno a quel tetro edificio; cupa verdacea ne lambiva le
massiccie fondamenta, l’aliga cresceva sul suo fondo fangoso, rasente
a quell’acqua aprivansi i suoi angusti spiragli, intorno ai merli
anneriti, in larghe ruote volteggiava il falco, il gufo squittiva dai
fessi della rocca.
Veduto allora che le tenebre della notte conciliano lugubri pensieri,
quando la leggenda sembra evocare le sue ombre a popolare lo spazio,
quel tetro edificio assume l’aspetto d’un immane fantasma; i suoi
angoli scanellati sembrano tante braccia mostruose, la corona de’ suoi
merli ti pare l’anguicrinita chioma d’una testa infernale. Tale era
allora, e ben molti gemiti echeggiavano sepolti nelle oscure vôlte
delle sue segrete e soffocati dal fragore delle danze che facevan
risuonar di evviva! le vaghe sale dei ducali appartamenti allietati
dalle risa e dai canti delle ganze dei Duchi. — Semi nascosti
dall’ombra sinistra del castello, due uomini stavansi a tenebroso
conciliabolo... l’orologio del palazzo suonava la mezza notte...
Era uno di questi un omicciatolo tozzo e tarchiato, vestiva un abito
castigliano su cui il tempo aveva segnata la lunga data di sua vita,
e ne mostrava palese l’agonia, rattenuta a rappezzi. L’altro era alto
di statura, aveva avvolta la persona da un nero mantello, portava in
capo un feltro a lunga piuma parimenti nera; del volto non si vedeva
che l’occhio bieco, fisso in qualche indiavolato pensiero: egli guardò
dalla parte del lago... tutto era quieto... l’aria della notte umida e
grave stendeva sovra le valli circonvicine un fitto manto di nebbie...
si sentiva il batter d’ali ed il gracchiare delle anitre sparse a
frotte dentro le acque paludose.
Tutto ad un tratto i nostri due uomini trasalirono. Essi attendevano
al certo qualcuno, come lo dinotava l’attitudine inquieta dell’uomo
dal mantello nero; l’altro impassibile e muto, aspettava. Di mezzo
ai canneti che sorgevan dall’acqua tutt’intorno alla riva del lago,
s’intese un rumore, come d’un serpente che strisci; si vide un’ombra
guizzare sulle acque, un corpo nero romper di mezzo ai canneti, ed
urtare la riva, era un battello guidato da un sol uomo che salutati con
un cenno i due che l’attendevano disse loro, con tuono reciso saltando
a terra:
— Eccomi!...
— È mezz’ora che t’attendiamo, marrano!... gli susurrò a bassa voce
l’uomo del mantello.
— Vengo dall’altra sponda, eccellenza... e l’acqua è bassa là in
fondo... preferisco lottare col diavolo che col pantano di queste
maledette rive!...
Quegli che così aveva risposto all’uomo del mantello al quale avea dato
il titolo di eccellenza, era una specie di gigante dalle forme erculee
aveva una mano grossa e larga con dita e braccia pelose, portava in
capo una calotta alla marinaja e vestiva un abito da pescatore; fosse
egli o no finto, o fosse quello il suo vero mestiere, maneggiava la
barca da maestro, e ne diè prova avvicinandosi alla riva senza che i
due che l’attendevano s’avvedessero del suo battello che strisciava
leggiero sull’acqua protetto dalla nebbia della notte.
— Non importa, gli rispose l’uomo del mantello, abbiamo tempo, e chi
abbia volontà di lavorare, in poco tempo si fa molto e presto.
Il gigante legava il suo battello alla riva. Ad un cenno tutti e tre si
scostarono dalla valle e presero per una straduccia che girava dietro
al castello ed andava a sboccare in quella parte della città che fu
cinta di mura e di bastioni dalla paura del dispotismo austriaco che vi
si era trincerato speranzoso di eternarvisi.
— A domani, eccellenza? domandò il gigante.
— Domani, rispose l’uomo del mantello, e se sbagli il colpo, marrano,
ti fo far cento leghe per corrergli dietro finchè tu l’abbia raggiunto,
se te lo lasci scappare.
— Non fallo mai, eccellenza, gli rispose il gigante con truce sorriso,
raddrizzandosi in tutta l’imponenza delle erculee sue forme.
L’uomo del mantello parve compiacersi di quella bravata, gli sorrise in
aria di protezione e gli gettò una borsa.
— Per l’acquavite... il resto quando avrete finito, aggiunse salutando.
I due uomini ristettero parlando tra loro finchè l’uomo dal mantello
allontanatosi frettoloso si tolse ai loro sguardi: imboccata allora
la via oggi detta Fossato dei Bovi, passato il vicolo del Bargello,
a cui guardarono di sghembo con una brutta smorfia, mossero dietro a
sant’Andrea e s’appostarono come due vampiri nei dintorni della locanda
del Giglio.
La locanda del Giglio era situata di fianco a quel vecchio casamento
ove si stabilirono oggi le carceri della Pretura Urbana. Oggigiorno
pure vi si vede una casa di vecchia apparenza vicino a cui fanno capo i
carrettieri colle loro rozze ed i rivenduglioli nei giorni del mercato.
Alla locanda del Giglio stazionavano vetture da noleggio. Alle tre
del mattino d’ogni venerdì e d’ogni lunedì ne partiva una per Cremona
a treno fisso. In casi speciali però si davano mezzi di trasporto
per dove avesser desiderio di recarsi i viaggiatori. Era una locanda
accreditata per le premure dell’albergatore che vi tenea pronto
servizio e buoni cavallari che facevano allegramente schioppettare le
loro fruste sugli stradali battuti nelle corse.
La sera nella quale Adolfo aveva ricevuta la lettera che lo chiamava ad
essere messo a parte del segreto che era per lui il tesoro più prezioso
a cui riguardasse con un culto selvaggio ed ardente, cadeva appunto
in lunedì ed ei si era recato alla locanda accompagnato da Roberto,
il fratello d’Angela, che fissò rimanere con lui finchè ei si fosse
partito.
Usciti quindi di casa ad ora ben tarda, scambiati gli addii e rinnovati
gli abbracci, consumate le ore in quei nonnulla che sono le espressioni
più vere per cui il cuore svolge tutte le sue sensazioni d’affetto
nei momenti supremi d’una separazione, entrambi intrattenendosi della
partenza, della famiglia d’Angela, del vicino ritorno, di una sperata
felicità, d’un ridente avvenire; comunicandosi dubbi, sogni e speranze
in quel confidente abbandono di due giovani cuori legati insieme
dall’amicizia più tenera, si eran recati alla locanda del Giglio e vi
avean chiesto da cena onde aspettare l’ora della partenza.
Sedevano ad un tavolo intrattenendosi tra loro; tutto ad un tratto
Adolfo fe’ un atto di sorpresa.
— Che hai, Adolfo? gli domandò Alberto guardandolo fisso in viso come
chiedendo una spiegazione a quell’atto repentino.
— Nulla, disse Adolfo, ognor più inquieto.
Nell’agitazione dell’addio egli avea dimenticato un piccolo amuleto che
Angela gli aveva donato come pegno del suo affetto acciò gli ricordasse
di lei nel breve tempo di sua lontananza.
Lasciare un dono d’Angela nelle mani istesse che glielo aveano donato,
era nulla; egli l’avria ripreso con un bacio al suo ritorno, avrebbe
sentito un rimprovero accompagnato da un sorriso. Gli avrebbe potuto
rispondere che essa era tutto per lui e che nel momento della partenza
egli non potea vedere che lei.
Eppure egli sentì un tristo presentimento impadronirsi del suo cuore;
gli parve che separandosi da quel dono egli si dividesse da lei...
gli parve che tra lui e quella donna che era il suo angelo, sorgesse
un fantasma!... Egli si spaventò come di una sinistra predizione di
sventura, ebbe paura del suo pensiero.
Alberto s’avvide tosto delle impressioni che dominavano lo spirito del
suo giovane amico.
— Hai perduto qualche cosa? gli domandò.
— Sì, l’amuleto d’Angela, gli rispose Adolfo.
— L’avrai lasciato a casa.
— Certamente.
— E t’inquieti per ciò? disse gaiamente Alberto; vado a prendertelo e
te lo reco. Alberto si era alzato.
— È troppo tardi per lasciarti andar solo, gli obbiettò Adolfo.
Alberto diè in una allegra risata.
— Affè! per bacco! cosa credi? Che abbia paura dell’orco?... va là,
pazzo!... e gli battè sulla spalla con gaiezza confidente. In due salti
sono di ritorno e ti reco il tuo fatato amuleto. Avrò agio a fare un
nuovo saluto ad Angela prima che tu parta.... ed ecco tutto... Non gli
diè tempo neppure a rispondere e corse fuori dalla locanda.
Egli avea appena svoltato l’angolo della via che due ombre si mossero
nelle tenebre, si udì uno squittir come di civetta che pareva venisse
dal tetto del vecchio caseggiato che fiancheggiava la locanda del
Giglio. Dal fondo della strada un uomo strisciò carponi dentro il vano
d’una porta. Un istante dopo che Alberto era uscito, Adolfo agitato da
strani e lugubri presentimenti si era slanciato fuori dalla locanda e
corse anelante sulla via... gli parve d’aver inteso un gemito. Tutto
era silenzio intorno a lui; suonarono le tre all’orologio del palazzo.
La voce sonora del vetturino facea balzar di soprassalto i viaggiatori,
e la sua frusta schioppettava gaiamente dissopra alle orecchie dei poco
sbuffanti puledri attaccati al carrozzone da viaggio che partiva poi
al trotto, seco portando Adolfo che andava fantasticando tra sè perchè
Alberto non fosse tornato.