La lettera.
Imprevvisti avvenimenti avevano tolta la famiglia del marchese Gian
Paolo alle delizie di quel campestre ritiro e chiamarono il marchese
in tutta fretta a Mantova ad adempiervi i suoi doveri di cittadino e di
suddito alla signoria dei Gonzaga.
Occupava egli un posto d’onore alla corte del duca Ferdinando,
posto che fu sempre ereditario della sua famiglia che già più d’una
volta avea offerto vita ed averi in difesa dei principi a cui erasi
consacrata.
Correva una trista epoca allora... in cui il dovere assumeva mille
aspetti e cangiava di forme ad ogni scorrer di tempo, e subiva più
l’andazzo delle cose, di quello che si rivelasse come un’inviolabile
divinità... tenuto forse è vero in maggior concetto che oggi nol sia...
Ma svisato, mal menato dai mille pregiudizi che si metteano a capo
delle azioni individuali, in quel azzuffarsi continuo di partiti che
l’un l’altro contendevansi il diritto di poter arbitrariamente seder
despoti sovra le atterrate libertà in nome della libertà stessa che a
guisa di ganza prendevasi a noleggio come meglio tornava il conto di
adoperarla a vantaggio dei pochi che se ne facevano arma...
Queste bisogna tolsero come dissi la famiglia del marchese Gian Paolo a
quella tranquilla vita dei campi!... da quell’eliso che sono le quattro
mura d’una parete domestica e le fiorite ajuole d’un ben coltivato
giardino, per vincolarla all’etichetta della città che li circuiva
colla sua pompa di lusso, indispensabile necessità d’una corte così
libera in fatto di costumi come la era quella dei Gonzaga, il cui
scialar grandioso e dispendioso toccava talvolta alle fantastiche forme
della leggenda.
Basta dare uno sguardo alle vestigia che ancor rimangono del palazzo
ducale, che si può visitare liberamente, per avere un’idea di ciò che
dovea essere quella splendida dimora dei duchi che v’avean stanza
e lo facean campo aperto al banchettar nei tripudi alle spalle del
popolino!... questo eterno Lazzaro di tutti i secoli che ne pagava le
spese...
La vastità di quell’imponente edificio ha tutta l’impronta d’una
storica grandezza. In uno de’ suoi vasti cortili, tenevasi un ricco
mercato di gioje, ad uso delle epoche così dette di fiera. Superbo
ne è il teatro or caduto in disuso, e che serviva ai principeschi
trattenimenti, vi si vedono sale ornate di stupendi dipinti, ad
attestare che l’arte dovette cercare le sue forme più vaghe per
adornare quel soggiorno della potenza. Quanti vaghi sorrisi di donna
avranno dato vita al capolavoro d’un pittore... quanti misteri nascosti
sotto a quelle salette damascate... quante volte con ardente impazienza
su’ quei tappeti di velluto si sarà aspettato il fruscio di una veste
che dovea far beato un cuore... e quanti cuori furon freddati dal
pugnale di un sicario mentre anelanti vagheggiavano il bacio d’un roseo
labbro che forse era quello d’una ganza!...
Visitai un giorno il palazzo, e vidi una fuga di piccole stanze che
doveano essere gli appartamenti prediletti dalle belle odalische!...
mobili di lusso annessi al corteo ducale...
Dalle ampie vetriate a larghe onde entrava il sole; vedeasi qua
e là qualche vestigio di quegli antichi fregi che le avran fatte
splendide di reale magnificenza... E la mente vagando nel passato vi
si spingea ad interrogare quella vita passata come un turbine gravido
di folgori... Sotto a quel vago appartamento nei di cui specchi
dorati si sarà ammirata la cortigiana felice e superba della propria
abiezione, si sprofondavano lugubremente terribili i sotterranei del
castello... Di faccia ad un ricco poggio intorno a cui il gelsomino
si sarà avviticchiato prodigo di fiori e di olezzo, vedevasi una
specie di vôlta praticata nel muro dalla parte rustica dell’edificio;
si metteva su quella piattaforma per mezzo d’una angusta porticina;
ai piedi di quell’arco aprivasi come un abisso minaccioso il largo
fossato del castello, l’acqua ne lambiva le basse fondamenta cupa
e verdacea... l’aria vi parea più fredda... sotto quella vôlta era
stata decapitata l’infelice Agnese Visconti, creduta, o voluta rea
d’infedeltà da uno dei duchi Gonzaga... Quella piattaforma dove si
moriva; dove il carnefice arruotava la sua scure inesorabile ed omicida
sorgeva rimpetto a quella terrazza inondata di luce... A quella sala
profumata si saliva da una scala di marmo, sopra i di cui gradini
la galanteria avrà steso il suo tappeto a fiori arabescati... a
quell’angusta piattaforma si saliva da una piccola scala, vi si veniva
da un angusto pertugio; era tanto che bastasse a passarvi per morire!..
là... si andava per vivere!.. Mentre l’ultimo gemito della vittima si
spegneva sotto la scure del carnefice, l’arpa di qualche sirena avrà
inneggiato al piacere!.. il calice spumante si sarà vuotato sul seno
ebbro di voluttà!.. Mentre lo sgherro stringeva dentro ad un cerchio
di ferro due esili mani di donna che si volgevano a lui coll’atto della
preghiera, e che ei rendeva inerti perchè gli fosse più agevole colpire
il collo bianco e denudato che si offriva al taglio della sua scure...
Là in quella stessa sala... così vicino alla morte... una di quelle
ganze coperte di gemme e che si venerano regine!... con languida
voluttà affidava alla diligente damigella d’onore, la sua mano
alabastrina perchè gliela calzasse col guanto profumato, prima
d’accingersi a trapuntare qualche gentil ricamo, in attesa che suonasse
un’ora... quella d’un appuntamento che doveva farla credere a sè stessa
superba della sua beltà!..
Non è a dirsi come ad Angela cresciuta tra la semplicità di quella
vita domestica che formava tutta la sua delizia, tornasse a noja quel
cambiamento di stato che implicava un così diverso modo di contenersi e
che la vincolava in ogni suo atto...
Anche quando qualche consiglio di corte chiamava il marchese alla
città, ella come che malaticcia non erasi mai dipartita da quel
tranquillo soggiorno dove avea i suoi fiorellini da coltivare, da veder
crescere, da veder sbucciare; dove le rondini col lor stridire gajo ed
allegro la salutavano all’alba... dove il rosignuolo l’allettava colla
melodia delle sue canzoni!
Il marchese credette bene che ripristinata come ella era in salute,
lo seguisse alla città ove preser stanza, persuaso che una vita meno
monotona di quella della campagna potesse anche influire a riordinare
la sua gracile costituzione.
Se ne richiese il dottore, come si ostinava a chiamarlo il marchese, e
questi fu sollecito a convenirne, aggiungendo essere anzi quel nuovo
metodo di vita, affatto necessario onde dare al corpo quella vigoria
che erasi estenuata nei replicati assalti del male; in quella lotta
vinta a forza di opposizioni, ed a cui la monotonia di quell’esistenza
non poteva che essere pregiudichevole... in quanto che lo spirito
avesse bisogno di maggior campo movimento onde ringagliardirsi!..
Il marchese aveva cieca fiducia nelle parole dello straniero della cui
lealtà, del cui zelo, e della cui maestria parevagli aver avuto ampie
prove; prove che nessun suo atto palese valse mai certo a smentire per
quanto l’oprar suo lo si fosse diligentemente interrogato in ogni suo
minimo dettaglio!...
Fu la prima volta che dopo un periodo abbastanza lungo di tempo, in
Angela ed in Adolfo si ridestassero le vaghe loro apprensioni riguardo
al dottore, come al suo primo introdursi nella famiglia del marchese.
Si danno strani contrasti nell’anima umana di cui a sè stessi non si
sa molte volte render ragione!... Forse a sviluppare questo senso
disgustoso, era per i due giovani bastevol causa il sapere come ei
col suo consiglio fosse causa che venisse loro tolta quella libertà
che ivi così ampiamente godevano, che molto loro pesava quel doversi
vincolare a que’ legami di convenienze e di formule imposte a legge dal
rigore dell’etichetta aristocratica delle Corti, al cui contatto era
pure indispensabile che si fossero trovati benchè interamente non ne
facessero parte, e solo vi fossero annessi per la posizione politica
occupata dal marchese!...
Il dottore s’era da qualche tempo diffatti reso con assiduo scopo
quasi indispensabile alla famiglia del marchese; si ricorreva a lui
per consigli in ogni più ardua emergenza, tanto più poi per la cura
igienica ch’egli aveva diritto di tracciare pel completo sviluppo della
salute di Angela, ad onta che ella dicesse al padre sentirsi tanto bene
da non abbisognare di nulla!...
V’era un sentimento che taceva soffocato nell’animo di Adolfo, e che
insensibilmente ne assorbiva tutte le aspirazioni; un’idea che egli
sentiva come se si fissasse nel suo pensiero; era il ritorno al suo
passato, alla vecchia Margherita che aveva lasciata al suo villaggio
natale, e che gli rendeva conto delle sue cose, lamentandosi sempre
della sua assenza; in ogni lunga lettera ch’essa faceva scrivere dal
Curato del villaggio eravi una preghiera ardente che ne sollecitava il
ritorno acciò potesse prima di morire chiudere gli occhi, baciata dal
figlio della sua Giulietta!... Ella, che aveva alimentato col latte
del suo seno e per cui avrebbe data volontieri la vita. Collo scorrer
dei giorni, in quella novella vita del giovane che non era più tutta
assorta nel pensiero della sua felicità, quelle memorie del passato
a cui egli si sentiva legato per un voto terribile quanto sacro...
rivivevano in lui ardenti come il pensiero che le evocava... gli
ritornava in pensiero la ricordanza terribile d’una notte di sangue;
quella notte in cui egli aveva veduta sua madre moribonda stringersi al
di lui seno e farsene egida contro un uomo che sul suo letto di agonia
veniva ad insultare beffardamente alla sua vittima; egli ricordava
vagamente quel suo sogghigno da demone, si ricordava che sua madre
cadendo... gli aveva mormorato... _è l’assassino di tuo padre!_... si
ricordava che il nome di quest’uomo era rimasto soffocato sulle labbra
della morente; che con lei era sceso nel suo sepolcro!... Una lagrima
ardente gli rigava le gote a quel terribile ricordo che ridestava nel
suo animo il pungolo del rimorso. Cosa aveva egli fatto per vendicare
sua madre che moriva maledicendo al miserabile?... che aveva egli fatto
per vendicare suo padre?...
Egli si era addormentato sul seno dell’amore, aveva lasciata la
casa dove era morta sua madre e nella quale viveva la ricordanza del
suo giuro di vendetta!... quel giuro che adulto aveva sciolto sulla
tomba della vittima. Egli aveva tutto dimenticato!... Ma d’altronde
lascierebbe egli Angela?... quella vaga creatura che era tutto per
lui!... l’angelo che la previdenza aveva collocato sul suo sentiero,
quasi per riconciliarlo colla vita, per lanciarsi verso un avvenire
ignoto?... d’innanzi a lui... di faccia al suo giuramento di vendetta
v’era l’impossibile... v’era il segreto d’una tomba e le tombe sono
fedeli custoditrici dei loro segreti!...
Tali pensieri si agitavano nell’animo del giovane la di cui anima
fremeva nell’impotente sforzo d’un pensiero che lottava invano
contro la fatalità!... Angela ne calmava i subiti trasporti, le tetre
concentrazioni, con qualcuna di quelle sue dolci parole che sì care
gli scendevano all’animo come balsamo vivificante!... Il dottore
continuava assiduo le sue visite, e nella mente di Adolfo crescevano
le apprensioni... ei si richiamava quel volto, che doveva aver veduto
altra volta... egli intravvedeva quel sorriso che aveva veduto su
altre labra, forse su quelle istesse!... e ve lo avevano modificato
gli eventi che tutto distruggono o variano col loro incedere travolti
nella corsa impetuosa del tempo. Ma in lui, nulla pur sempre poteva
svilupparsi oltre a questa indefinita e lontana rimembranza verso
la quale affannavasi il suo spirito e che vestiva le forme d’uno
stravagante e vago delirio!...
Una sera mentre tutta la famiglia era raccolta nella sala di
conversazione del marchese, è recata una lettera all’indirizzo di
Adolfo.
Il giovane la legge, la sua fisonomia si altera, un senso feroce di
gioja traspare dai suoi lineamenti... Involontariamente nel volger
degli occhi, si trovò d’innanzi lo sguardo freddo, severo del dottore
che parea ne scrutasse l’emozione evidente.
La lettera era in brevi termini concepita.
«Se volete conoscere l’assassino di vostro padre, il persecutore
di vostra madre, trovatevi la notte del 18 marzo sullo stradale di
Chiasso, al ponte della Croce.
«Un uomo vi attende e vi rivelerà il segreto che da tanti anni cercate
invano di penetrare...»
— Finalmente! mormorò egli coll’animo ardente d’odio e di vendetta...
Era il 10 di marzo... non restava che il tempo di mettersi in viaggio
per arrivare al convegno, egli addusse presso la famiglia del marchese
che fu oltremodo sorpresa di quella subitanea risoluzione, motivi
d’interesse che lo richiamavano per pochi giorni al suo paese... disse
che quella notte stessa doveva partire, fu fissato che il fratello
d’Angela l’accompagnerebbe sino alla diligenza che partiva alle tre per
Cremona e di là per Milano... ond’ei prendesse di poi la via di Como.
Fu quella una triste sera di addii, di conforti e di speranze susurrate
a fior di labbro e di lagrime che si raggruppavano sul cuore; il
dottore stimò conveniente di ritirarsi, egli lanciò uno sguardo
inquieto sul giovane, parve che un truce pensiero fosse balenato alla
sua mente, lo guatò per un istante minaccioso e perplesso, Angela gli
porgeva la mano con tenero abbandono, dal suo ciglio scattò un lampo,
salutò di nuovo ed uscì!...