Abbiamo ripetuto più volte che un solo degli amori di Garibaldi, quello
d’Anita, ci parve degno di poema e di storia, e avvertiamo nuovamente
il volgo dei lettori ingordi d’aneddoti erotici, che questo libro non
è per loro. Sul finire del 1859 però, un amore, o fantasia, o avventura
amorosa di Garibaldi, si conchiuse nel fatto pubblico d’un matrimonio,
e noi possiamo scivolargli accanto e coprirne di discreti veli i
particolari, ma non trapassarlo in silenzio.
L’ultimo di maggio, il lettore non l’avrà dimenticato, si presentava a
Garibaldi, in Sant’Ambrogio, la giovane marchesa Giuseppina Raimondi,
che gli portava le notizie di Como, e insieme la preghiera dei Comaschi
di accorrere in aiuto della loro città minacciata da un ritorno
degli Austriaci. La messaggera era bella, di quella bellezza ardita e
virile, che poteva tanto sulla fantasia del nostro eroe; di più narrava
d’essere venuta traverso disagi e pericoli maggiori del suo sesso, ora
rompendo, ora deludendo le fitte linee di nemici che imboscavano il
paese; e Garibaldi, colto a un punto dalle seducenti attrattive della
donna e dal miraggio fascinante dell’amazzone, ne restò ammaliato.
Gli eventi d’Italia lo separarono per alcun tempo da lei, ma non
poterono cancellarla dalla sua mente; e non appena il tumulto delle
armi e l’altro più grande amore della patria gli concederanno un’ora
di tregua, l’immagine della fantastica fanciulla rivivrà innanzi a’
suoi occhi, e sognando, illuso, di ritessere in Italia, con una seconda
Anita, gli eroici idilli d’America, giurerà nel suo cuore di selvaggio
innamorato di farla sua per sempre, come l’aveva giurato alla povera
creola di Laguna.
Ed era appunto per sciogliere quel voto ch’egli tornava a quei giorni
sul Continente, e che noi lo troviamo nella seconda metà del dicembre
nella villa di Fino, dove la marchesa Raimondi villeggiava coi suoi
parenti. Indotto d’ambagi galanti, come delle diplomatiche; dimentico
de’ suoi cinquant’anni, e ignaro che il cuore della donna è pelago che
non si naviga mai senza scandaglio; avvezzo a prendere d’assalto le
fortezze d’amore come le fortezze di guerra, e scordandosi che quelle
seppelliscono spesso sotto corone di rose i loro vincitori; Garibaldi
disse alla bramata fanciulla il suo amore, e la chiese in isposa.
Il padre assentì; ella, che aveva già dato il suo cuore ad un altro,
doveva ricusare, e non osò; e Garibaldi il mattino del 24 gennaio 1860,
nella stessa cappella domestica di Fino, la condusse all’altare.
Poche ore dopo però una lettera, tardamente pietosa, venne ad avvertire
il Generale ch’egli aveva un rivale felice; ella, interrogata dal
marito, chinò il capo confessando, e Garibaldi, trovando in un impeto
subitaneo della sua tempra eroica la sola catastrofe degna del triste
dramma, monta a cavallo e fugge la sera stessa da Fino, riparando indi
a pochi giorni nella sua Caprera, dove non porterà seco di quella breve
fiamma che poca cenere amara e la balza d’un matrimonio di nome, di cui
la donna che gli fu moglie per pochi istanti fu la prima certamente a
sentire il tormento ed il castigo.[227]