Garibaldi infatti non s’era infinto: egli da più settimane non lavorava
visibilmente che ad uno scopo: provocare fra i Marchigiani quella
sommossa che tutti aspettavano od annunziavano e non iscoppiava mai.
Perciò spediva messi, introduceva armi, allestiva barche sul mare,
inviava piccoli drappelli per terra; sinchè venne il giorno in cui
anche il Governo non potè più nasconderselo, e decise di richiamarlo
a Bologna, onde prima persuaderlo coi consigli, intimargli poscia
coll’autorità, di desistere da tutti quegli apparecchi e di non muover
passo senza nuovi ordini del legittimo suo Comandante.
E Garibaldi accorse senza sospetti, e trovato pronto a riceverlo, oltre
al Farini ed al Fanti, il generale Solaroli, inviatogli incontro dal
Re per il medesimo scopo, li seguì a Palazzo e si richiuse con essi
a consulta. Quivi i tre valentuomini espressero cortesi, ma franchi,
le ragioni loro; egli, non meno cortese e tenace, espresse le sue; ma
persistendo i primi e facendo appello alla necessità della concordia,
ai doveri della disciplina, agli ostacoli della Diplomazia, finirono,
se non propriamente col convincerlo, collo strappargli la promessa che
avrebbe rinunciato, per allora, alla vagheggiata impresa, e non operato
cosa che potesse dispiacere ai reggitori dello Stato.
Se non che appena fuori di Palazzo, ecco farsegli attorno i suoi
più accesi partigiani, e susurrargli: tutta quella voltata sentire
d’intrigo napoleonico; il Fanti ed il Farini essersi burlati di lui; la
rivoluzione essere imminente oltre il Tavullo; le promesse di soccorso
già date; fedifrago e crudele il mancarvi. Nè bastò; che giunto nel
cuore della notte ad Imola, vi trova, chi disse un messo, chi una
lettera, chi un telegramma, ma insomma qualcosa, o qualcuno insieme,
che gli annunziava per cosa certa la rivoluzione scoppiata oltre il
Tavullo, tutte le Marche andare in fiamme, ed aspettare impazientemente
l’aiuto promesso.
Chi abbia portato quella lettera o quel telegramma; d’onde sia
nata quella bugiarda notizia, non si sa ancora. Forse l’immaginò
l’impazienza e il desiderio; probabilmente fu fabbricata nelle occulte
officine delle sètte, nel qual caso la verità vi rimarrà perpetuamente
nascosta e intera non si scoprirà mai. Il fatto è che Garibaldi ne
fu colto. E soggiungiamo che probabilmente in altra disposizione
d’animo non lo sarebbe stato; ma allora, in quella notte, l’idea di
esser stato per tutto quel tempo burlato gli si era fitta come un
chiodo nel cervello, e non gli pareva vero che un sì felice annunzio
venisse a porgergli l’occasione di sventar la trama de’ suoi rivali,
e compire al tempo stesso un disegno ch’egli sinceramente credeva lo
svolgimento naturale della rivoluzione nazionale e la sua salvezza.
Risolvendo quindi con procellosa concitazione, annunzia per telegrafo
al Fanti: «Sollevate le Marche, muovere in soccorso de’ fratelli;» e
prese le poste, riparte a trotto serrato per Rimini, dove comanda che
per la notte stessa del 12 novembre le avanguardie abbiano a varcare il
confine e tutta la Divisione seguitare il movimento.[216]
Il telegramma da Imola cessò nell’animo così del Farini come del Fanti
ogni dubbiezza, e giustamente ridesti al sentimento della loro autorità
e responsabilità, spiccarono pressantissimamente contr’ordini energici,
affinchè nessuno de’ corpi sotto il comando di Garibaldi lo obbedisse,
e muovesse dalle sue stanze, o procedesse oltre, se per avventura si
fosse già mosso. E poichè, se ne eccettui qualche isolata imprecazione
e qualche sordo mormorío, tutti furono pronti all’obbedienza della
legittima autorità, l’impresa restò, pel fatto solo della mancanza di
forze, troncata nel suo nascere e sventata. Scoppiò invece all’inatteso
contraccolpo l’animo già tumido d’ira e di sospetto di Garibaldi: e
risolvendo tosto sotto la prima vampa della passione, rinfocolata da’
suoi più intimi seguaci e partigiani, riparte ancora per Bologna, si
presenta al Farini ed al Fanti, li investe di irate rampogne, e intima
loro, con temerità quasi ingenua, di cedere a lui la Dittatura politica
e militare. Resistettero alla procella i due valorosi; è fama anzi che
il Farini replicasse: ben lo si potrebbe gittare dal balcone in piazza,
ma non piegarlo per sedizione militare; risposta a dir vero inutilmente
romana, poichè Garibaldi parlò bensì imperioso e violento, non minacciò
di ribellione o di sedizione chicchessia.
Comunque, il Generale non gittò, come dice lo Zini,[217] il grado e il
comando; molto meno partì immediatamente per Torino; ma ritiratosi a
consulta con sè stesso e i suoi amici, «lasciò il Dittatore incerto del
partito che presceglierebbe.[218]»
Lo premevano infatti due correnti: da un lato i rivoluzionari
schietti[219] lo spingevano ad afferrare anche colla violenza la
Dittatura ed a varcare il Rubicone, che, forse, non era in quel caso
una mera figura rettorica; dall’altro i governativi, i moderati,
i prudenti, e più che tutti le segrete voci della sua coscienza,
rimasta fino allora provvidenzialmente paurosa della guerra civile,
lo consigliavano a contenersi, e a contenere i suoi più audaci; a
rassegnare piuttosto un ufficio, che non poteva nè esercitare con
libertà, nè tenere senza violenza.
Naturale pertanto che l’aspettazione delle risoluzioni di Garibaldi
tenesse in sospeso gli animi, così de’ suoi amici come de’ suoi
avversari, e che la battaglia che si combatteva in lui e attorno a lui
avesse un’eco in tutto il paese. Poichè se la sua Dittatura non poteva
parer provvida che a pochi fanatici o idolatri, la sua ritirata brusca
ed improvvisa dall’Italia centrale poteva sembrare pericolosa anche
ai più saggi. Giuseppe La Farina, che pellegrinava in quei giorni per
le città dell’Emilia, si provò ad intromettersi paciere nel conflitto;
ma dimostrando egli pure, come tanti altri, di non conoscere dell’eroe
che la corteccia, non gli soccorse altra idea più sublime che quella di
proporre che a Garibaldi fosse dato il comando supremo dell’esercito
dell’Italia centrale e al Fanti lasciato il Ministero della guerra.
Garibaldi pel primo rifiutò netto; ed era da prevedersi; poichè non era
nè il suono d’un titolo, nè la lustra d’un grado che egli mendicava;
era un comando effettivo, una balía assoluta, ch’egli aveva certamente
torto di pretendere a quel modo, e gli altri numerose ragioni di
ricusargli; ma che pure chiedeva soltanto nella profonda e sincera
illusione che quello fosse il miglior mezzo di giovare alla patria sua,
e di adempiere alla missione provvidenziale onde si credeva investito.
L’agitazione tuttavia cresceva; conati di manifestazioni rivoluzionarie
erano succeduti in varii luoghi; la parte più garibaldina dell’esercito
centrale rumoreggiava; conveniva che una risoluzione fosse presa; e la
risoluzione venne anche quella volta da Torino. Il 12 novembre il conte
di Cavour scriveva da Leri al Rattazzi: _Unico mezzo per soffocare la
nascente discordia, invitar Garibaldi a deporre il comando._ Rattazzi
teneva buona l’idea, ma troppo aspro il modo, e suggeriva al Re di
esperimentare ancora una volta il consiglio. Perciò il 14 Garibaldi era
chiamato da Vittorio Emanuele a Torino; il 17 mattina s’abboccava con
lui, e la sera stessa correva per tutti i giornali la notizia ch’egli
aveva rassegnato l’ufficio tenuto fino allora nell’Italia del centro.
Infatti due giorni dopo l’annunziava agl’Italiani, da Genova, col
celebre Manifesto del 19 novembre 1859, che vuol essere integralmente
riprodotto, come il primo indizio di quel dissidio tra la politica
rivoluzionaria garibaldina e la politica rivoluzionaria cavouriana,
le quali procedendo ora emule ora rivali, ora complici ora concordi,
fecero l’Italia:
«AGLI ITALIANI.
»Trovando con arti subdole e continue vincolata quella libertà
d’azione che è inerente al mio grado nell’armata dell’Italia
centrale, ond’io usai sempre sempre a conseguire lo scopo cui mira
ogni buon Italiano, mi allontano per ora dal militare servizio.
Il giorno in cui Vittorio Emanuele chiami un’altra volta i suoi
guerrieri alla pugna per la redenzione della patria, io ritroverò
un’arma qualunque ed un posto accanto a’ miei prodi commilitoni.
»La miserabile volpina politica che turba il maestoso andamento
delle cose italiane deve persuaderci più che mai che noi dobbiamo
serrarci intorno al prode e leale soldato dell’indipendenza
nazionale, incapace di retrocedere dal sublime e generoso suo
proposito; e più che mai preparare oro e ferro per accogliere
chiunque tenta tuffarci nelle antiche sciagure.
»G. GARIBALDI.»
Dopo ciò si poteva credere che il Generale s’apparecchiasse, irato
Achille, a ritornare sotto la tenda della sua Caprera, tanto che
l’annunziava con un affettuoso e riverente biglietto[220] al Re stesso,
quando mutava improvvisamente pensiero; e il 23 mattina, giorno da lui
fissato per la partenza, bandiva un nuovo proclama agl’Italiani, in
cui, confermata la sua fede in Vittorio Emanuele, gl’invitava di nuovo
a versare il loro obolo per la sottoscrizione nazionale del _Milione
di fucili_, già da lui iniziata fin dall’ottobre, affinchè ognuno
«_preparasse un’arma per ottenere, forse domani, colla forza ciò che si
tentenna ora a concedere colla giustizia_.[221]»
Partiva invece per Nizza, dove dimorava, occupato di sue faccende
private, fino ai primi di dicembre, e dove, stando a svernare
l’Imperatrice delle Russie, si divulgava la fiaba ch’egli la
visitasse per accordarsi con lei circa ad una immaginaria candidatura
d’un Principe russo al trono, non per anco tagliato, dell’Italia
centrale.[222]
Di là fece, è vero, una corsa a Caprera, ma breve; chè prima della metà
dello stesso mese era di nuovo sul Continente. Dal 14 al 25 dicembre
infatti lo troviamo a Fino, villa del marchese Raimondi, presso Como,
d’onde indirizza agli studenti di Pavia un infiammato appello;[223]
il 26 passa per Milano, ed alla folla, acclamante lui essere la
forza d’Italia, risponde: «Errore; la forza di una nazione non è in
un uomo solo, ma in sè stessa;[224]» il 29 lo incontriamo a Torino,
dove lo porta la speranza di ottenere l’organizzazione della Guardia
Nazionale mobile di Lombardia ed ha in proposito un lungo colloquio
col Re.[225] Nel giorno stesso lo vediamo rinunciare alla presidenza
dell’_Associazione nazionale_ e mettersi a capo d’una nuova società, la
_Nazione armata_, che però, cedendo agli allarmi della parte moderata,
e forse del Re medesimo, scioglie subito dopo (4 gennaio);[226] il 6
del mese stesso, infine, fastidito dalle ambagi di quella politica che
non poteva comprendere, attratto dalla larva d’una felicità sognata fin
da Valgana, scompare novellamente nell’ombra di Fino, dove il perfido
Dio, che si trastulla specialmente degli eroi, gli andava tessendo in
silenzio le più grosse bende e i più volgari agguati.