XXXV.

Così finiva anche per Garibaldi il 1859.

Delle cose da lui operate come Capitano nell’estate di quell’anno,

il giudizio non è controverso, nè dubbia la gloria. Diversa invece la

sentenza intorno alla parte da lui rappresentata nell’Italia centrale.

Come non si potè levare dalla mente de’ suoi contemporanei, così non

si potrà interamente cancellare dalle pagine della storia l’opinione

che il Comandante in secondo dell’esercito centrale, volendo a forza

un’impresa che il legittimo Governo disvoleva, abbia tentato, se non

compiuto, un atto di ribellione, e posto a repentaglio, non che la

disciplina dell’esercito, la quiete e la salute d’Italia.

Pure non è questa la conclusione che scaturisce dai fatti da noi

esposti, e chi vorrà persistere in quel giudizio dovrà o smentire con

autentiche testimonianze i fatti, od aspettarsi dal tempo un giudizio

molto diverso dal suo.

Garibaldi esorbitò certamente nei modi e patrocinò forse con troppa

violenza un’idea per lo meno disputabile, e di cui non era giudice egli

solo; ma insomma quell’idea egli aveva il diritto di crederla buona,

non solo per sè stessa, ma anche perchè era stata caldeggiata fino

all’ultimo da quei medesimi che l’avevano poi sconfessata.

Di tutto quanto egli fece per apparecchiare il passaggio della

Cattolica, nessuno potrebbe fargli torto; poichè nessuno fino al

principiar del novembre pensò ad avvertirlo che gli ordini a lui

impartiti erano abrogati, e il mandato a lui commesso sospeso.

Fino allora dunque nulla nella sua condotta che non fosse, anche

militarmente parlando, regolare e corretto. Che se a novembre il

Governo mutò disegno e Garibaldi promise che avrebbe desistito dalla

cominciata impresa, fu soltanto perchè gli venne dato per certo che

l’attesa rivolta nelle Marche, stimata condizione indispensabile

all’invasione, non accadrebbe, nè poteva più accadere.

Ora lo si potrà accusare d’avere con troppa precipitazione creduto al

messaggio d’Imola, che gli annunziava invece la rivolta già scoppiata;

lo si può, lo si deve biasimare d’essersi tolto l’arbitrio di comandare

da sè solo una mossa che in qualsivoglia ipotesi spettava al Governo

solo di ordinare; ma di volontaria e meditata ribellione, non mai. Egli

non fu allora più ribelle al Farini ed al Fanti di quello che il Fanti

ed il Farini lo sieno stati un mese prima al Cipriani ed al Ricasoli.

In quel tramestío rivoluzionario, in quella semi-anarchia di governi,

di opinioni, di politiche, che cangiavano, si confondevano, si urtavano

ad ogni piè sospinto; in quel parapiglia di ordini dati a Modena,

disdetti a Bologna, modificati a Firenze, corretti a Torino, stabilire

l’esatto punto in cui l’opposizione diventava ribellione, e la legalità

rivoluzione, è difficile assai; e in un paese, dove tutti, da Vittorio

Emanuele al Cavour, dal Ricasoli al Farini, dal Fanti al Boncompagni,

cospiravano un po’, e spesso ad insaputa, talvolta a rovescio l’un

dell’altro, il rimproverare a Garibaldi d’essere tocco dal male comune,

deve parere soverchio anche pei più accigliati custodi della rigorosa

dottrina governativa.

Garibaldi era un generale, e sta bene; ma un generale unico, _sui

generis_, in tale posizione anormale che non ha riscontro nella storia

degli eserciti. Era un generale, ma insieme un capo-popolo, un tribuno,

un apostolo armato; era un generale, ma un presidente, riconosciuto ed

onorato dallo stesso Governo, di una vasta associazione politica; era

un generale, ma a cui era lecito di aprire pubbliche collette d’armi,

di scrivere ogni giorno un nuovo Manifesto politico o guerriero,

di avere uno Stato Maggiore composto in parte d’uomini politici, di

formarsi dei corpi speciali a suo talento, quasi guardie del corpo, di

arringare dai balconi il popolo, e di cospirare in segreto col Re. Ora

come applicare ad un uomo simile i criterii d’una rigorosa disciplina

militare, quando gli si concedeva di violarla ad ogni passo col

consenso e colla tolleranza dei suoi stessi superiori? Per impedirgli

d’agire di suo capo l’ultimo giorno, conveniva metterlo al dovere

fino dal primo; per rimproverargli di agitare il popolo, bisognava

non giovarsi o non compiacersi della sua popolarità; per censurarlo di

portar nei consigli militari la sua politica, importava non farne con

lui; nè spesso applaudirla e seguitarla in pubblico per sconfessarla

in privato. Garibaldi era logico. Convinto, come tutti i veggenti e

gl’illuminati, d’aver ricevuto dall’alto una missione, l’adempiva.

Persuaso che fosse dannoso l’arrestare «il maestoso andamento della

rivoluzione,» e che sola politica degna dell’Italia fossero «un milione

di fucili e un milione d’armati,» non nascondeva il suo pensiero; lo

gridava anzi ai quattro venti; e poichè il suo concetto trovava un’eco

non solo nel fondo di quelle turbe popolari a cui la sua voce più

dirittamente arrivava, ma un seguito ed una adesione in quelle medesime

classi che per altre ragioni lo combattevano, egli era in pieno diritto

di persistere nella sua via, e di chiamarvi a seguitarlo l’Italia.

Garibaldi faceva la parte sua, ed era provvido che la facesse. Le

grandi evoluzioni della storia, al pari delle grandi evoluzioni della

natura, non sono mai l’effetto d’una forza sola. Al movimento italiano

era tanto necessaria la forza impellente della rivoluzione, quanto le

forze moderatrici e dirigenti dell’arte di Stato, dell’ordine e della

legalità.

Se immaginare la rivoluzione italiana senza il nome di Vittorio

Emanuele e il genio del Cavour è impossibile, non meno impossibile

è pensarla senza la mano di Garibaldi, che a un dato istante, appena

la ruota pareva sviarsi od inciampare, veniva ad imprimerle un moto

impreveduto ed a risospingerla verso la sua mèta.

Questo egli volle nel 1859, ed era troppo presto; rivolle nel 1860, e

indovinò l’ora del destino.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 160 / 168 题