Così finiva anche per Garibaldi il 1859.
Delle cose da lui operate come Capitano nell’estate di quell’anno,
il giudizio non è controverso, nè dubbia la gloria. Diversa invece la
sentenza intorno alla parte da lui rappresentata nell’Italia centrale.
Come non si potè levare dalla mente de’ suoi contemporanei, così non
si potrà interamente cancellare dalle pagine della storia l’opinione
che il Comandante in secondo dell’esercito centrale, volendo a forza
un’impresa che il legittimo Governo disvoleva, abbia tentato, se non
compiuto, un atto di ribellione, e posto a repentaglio, non che la
disciplina dell’esercito, la quiete e la salute d’Italia.
Pure non è questa la conclusione che scaturisce dai fatti da noi
esposti, e chi vorrà persistere in quel giudizio dovrà o smentire con
autentiche testimonianze i fatti, od aspettarsi dal tempo un giudizio
molto diverso dal suo.
Garibaldi esorbitò certamente nei modi e patrocinò forse con troppa
violenza un’idea per lo meno disputabile, e di cui non era giudice egli
solo; ma insomma quell’idea egli aveva il diritto di crederla buona,
non solo per sè stessa, ma anche perchè era stata caldeggiata fino
all’ultimo da quei medesimi che l’avevano poi sconfessata.
Di tutto quanto egli fece per apparecchiare il passaggio della
Cattolica, nessuno potrebbe fargli torto; poichè nessuno fino al
principiar del novembre pensò ad avvertirlo che gli ordini a lui
impartiti erano abrogati, e il mandato a lui commesso sospeso.
Fino allora dunque nulla nella sua condotta che non fosse, anche
militarmente parlando, regolare e corretto. Che se a novembre il
Governo mutò disegno e Garibaldi promise che avrebbe desistito dalla
cominciata impresa, fu soltanto perchè gli venne dato per certo che
l’attesa rivolta nelle Marche, stimata condizione indispensabile
all’invasione, non accadrebbe, nè poteva più accadere.
Ora lo si potrà accusare d’avere con troppa precipitazione creduto al
messaggio d’Imola, che gli annunziava invece la rivolta già scoppiata;
lo si può, lo si deve biasimare d’essersi tolto l’arbitrio di comandare
da sè solo una mossa che in qualsivoglia ipotesi spettava al Governo
solo di ordinare; ma di volontaria e meditata ribellione, non mai. Egli
non fu allora più ribelle al Farini ed al Fanti di quello che il Fanti
ed il Farini lo sieno stati un mese prima al Cipriani ed al Ricasoli.
In quel tramestío rivoluzionario, in quella semi-anarchia di governi,
di opinioni, di politiche, che cangiavano, si confondevano, si urtavano
ad ogni piè sospinto; in quel parapiglia di ordini dati a Modena,
disdetti a Bologna, modificati a Firenze, corretti a Torino, stabilire
l’esatto punto in cui l’opposizione diventava ribellione, e la legalità
rivoluzione, è difficile assai; e in un paese, dove tutti, da Vittorio
Emanuele al Cavour, dal Ricasoli al Farini, dal Fanti al Boncompagni,
cospiravano un po’, e spesso ad insaputa, talvolta a rovescio l’un
dell’altro, il rimproverare a Garibaldi d’essere tocco dal male comune,
deve parere soverchio anche pei più accigliati custodi della rigorosa
dottrina governativa.
Garibaldi era un generale, e sta bene; ma un generale unico, _sui
generis_, in tale posizione anormale che non ha riscontro nella storia
degli eserciti. Era un generale, ma insieme un capo-popolo, un tribuno,
un apostolo armato; era un generale, ma un presidente, riconosciuto ed
onorato dallo stesso Governo, di una vasta associazione politica; era
un generale, ma a cui era lecito di aprire pubbliche collette d’armi,
di scrivere ogni giorno un nuovo Manifesto politico o guerriero,
di avere uno Stato Maggiore composto in parte d’uomini politici, di
formarsi dei corpi speciali a suo talento, quasi guardie del corpo, di
arringare dai balconi il popolo, e di cospirare in segreto col Re. Ora
come applicare ad un uomo simile i criterii d’una rigorosa disciplina
militare, quando gli si concedeva di violarla ad ogni passo col
consenso e colla tolleranza dei suoi stessi superiori? Per impedirgli
d’agire di suo capo l’ultimo giorno, conveniva metterlo al dovere
fino dal primo; per rimproverargli di agitare il popolo, bisognava
non giovarsi o non compiacersi della sua popolarità; per censurarlo di
portar nei consigli militari la sua politica, importava non farne con
lui; nè spesso applaudirla e seguitarla in pubblico per sconfessarla
in privato. Garibaldi era logico. Convinto, come tutti i veggenti e
gl’illuminati, d’aver ricevuto dall’alto una missione, l’adempiva.
Persuaso che fosse dannoso l’arrestare «il maestoso andamento della
rivoluzione,» e che sola politica degna dell’Italia fossero «un milione
di fucili e un milione d’armati,» non nascondeva il suo pensiero; lo
gridava anzi ai quattro venti; e poichè il suo concetto trovava un’eco
non solo nel fondo di quelle turbe popolari a cui la sua voce più
dirittamente arrivava, ma un seguito ed una adesione in quelle medesime
classi che per altre ragioni lo combattevano, egli era in pieno diritto
di persistere nella sua via, e di chiamarvi a seguitarlo l’Italia.
Garibaldi faceva la parte sua, ed era provvido che la facesse. Le
grandi evoluzioni della storia, al pari delle grandi evoluzioni della
natura, non sono mai l’effetto d’una forza sola. Al movimento italiano
era tanto necessaria la forza impellente della rivoluzione, quanto le
forze moderatrici e dirigenti dell’arte di Stato, dell’ordine e della
legalità.
Se immaginare la rivoluzione italiana senza il nome di Vittorio
Emanuele e il genio del Cavour è impossibile, non meno impossibile
è pensarla senza la mano di Garibaldi, che a un dato istante, appena
la ruota pareva sviarsi od inciampare, veniva ad imprimerle un moto
impreveduto ed a risospingerla verso la sua mèta.
Questo egli volle nel 1859, ed era troppo presto; rivolle nel 1860, e
indovinò l’ora del destino.