XXXII.

E che siffatti pensieri passassero per la mente del gran Re, non

è maraviglia. Era quella la politica del tempo: mirare al fine,

nascondendone i mezzi; onestare di forme legali la rivolta; i

rivoluzionari tentare di render complice la Monarchia; i monarchici

farsi stromento della rivoluzione; tutti giocar a giova giova,

mascherando d’inimicizie pubbliche gli amori privati nel sacro

intento di fare l’Italia. Però nulla anche di più naturale che,

in quell’armeggío di sottintesi, d’ambiguità, di nasconderelli, il

semplice Garibaldi si smarrisse, e pigliando di colta le prime parole

si credesse in diritto d’interpretarle nel loro senso più naturale e

operare a seconda.

Quanto al Fanti il discorso è di poco diverso; chè non volendo

trasgredire all’augusto consiglio del Re, e non potendo rassegnarsi a

desistere dal suo proponimento, deliberò piuttosto rassegnare l’ufficio

e il comando. Ma poichè a nessuno bastava l’animo di accettare quella

rinuncia che avrebbe privato l’esercito collegato della sua vera

provvidenza, l’indugio, come spesso accade, portò consiglio; e rinata

colla calma la fede nella suprema necessità della concordia, il

Farini ed il Fanti finirono per persuadersi che quello sperato moto

delle Marche era o illusorio o immaturo: lasciando bensì Garibaldi a

continuare la sua guardia alla Cattolica, ma tacitamente sottintendendo

che egli non avrebbe dato un passo più innanzi, e che le sue

istruzioni, senza revocarle espressamente, sarebbero rimaste lettera

morta.

E questo solo fu l’errore. Se i Governi dell’Italia centrale,

d’accordo ormai col Capitano supremo della Lega, stimavano di dover

rinunziare a quell’impresa, per la quale dianzi avevan giudicati

necessari il braccio ed il cuore di Garibaldi, non restava loro che

un solo partito onesto e saggio: avvertirlo che i loro ordini erano

revocati e richiamarlo dal confine. Trastullar Garibaldi di lusinghe,

e credere ch’egli se ne acqueterebbe; abbandonargli nelle mani un

ordine bellicoso, come quello di Modena, e pretendere che senza saperlo

revocato non lo eseguisse; lasciarlo a cavallo d’un confine a capo

di circa dodicimila uomini, quasi a tiro di moschetto d’un nemico

provocatore e aborrito, innanzi a mezza Italia da liberare, e sperare,

ch’egli si acconcerebbe lungamente all’imbelle gioco ed all’inutile

comparsa, era un dar prova, per non dir di peggio, che non si conosceva

ancora Garibaldi, nè si era imparato a servirsene.

Garibaldi era allora, come sempre, la rivoluzione; ora un Governo

qualsivoglia era certamente nel pieno suo diritto di guidare, di

frenare, di repudiare e riprendere a sua posta la terribile alleata,

ma ad un patto: che non ponesse il tizzone vicino alla polveriera, nè

pretendesse adoperare Garibaldi per spegnitoio. Usar gli uomini per

quel che sono e per quel che valgono, è il primo precetto dell’arte di

Stato; e non pare che i governanti dell’Italia centrale se lo siano,

in quel caso, ricordato abbastanza. Forte delle sue istruzioni non

disdette mai, e risoluto, se vuolsi, a interpretarle liberamente, ma

a non oltrepassarle, reputando vergogna per un esercito italiano il

guardar colle armi al braccio un branco di mercenari, grondanti ancora

di sangue cittadino, e non vedendo alcun rischio se di sottomano

aiutava e affrettava quella sommossa delle Marche, che tutti, anche

i più cauti, stimavan pretesto necessario alla guerra premeditata,

Garibaldi fece quel che doveva fare egli; quel che era da aspettarsi da

lui; quello che era nella natura sua e nella tradizione dell’intera sua

vita; e che si doveva in ogni caso vietargli ed impedirgli prima, per

avere il diritto di rimproverarglielo dopo.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 157 / 168 题