E che siffatti pensieri passassero per la mente del gran Re, non
è maraviglia. Era quella la politica del tempo: mirare al fine,
nascondendone i mezzi; onestare di forme legali la rivolta; i
rivoluzionari tentare di render complice la Monarchia; i monarchici
farsi stromento della rivoluzione; tutti giocar a giova giova,
mascherando d’inimicizie pubbliche gli amori privati nel sacro
intento di fare l’Italia. Però nulla anche di più naturale che,
in quell’armeggío di sottintesi, d’ambiguità, di nasconderelli, il
semplice Garibaldi si smarrisse, e pigliando di colta le prime parole
si credesse in diritto d’interpretarle nel loro senso più naturale e
operare a seconda.
Quanto al Fanti il discorso è di poco diverso; chè non volendo
trasgredire all’augusto consiglio del Re, e non potendo rassegnarsi a
desistere dal suo proponimento, deliberò piuttosto rassegnare l’ufficio
e il comando. Ma poichè a nessuno bastava l’animo di accettare quella
rinuncia che avrebbe privato l’esercito collegato della sua vera
provvidenza, l’indugio, come spesso accade, portò consiglio; e rinata
colla calma la fede nella suprema necessità della concordia, il
Farini ed il Fanti finirono per persuadersi che quello sperato moto
delle Marche era o illusorio o immaturo: lasciando bensì Garibaldi a
continuare la sua guardia alla Cattolica, ma tacitamente sottintendendo
che egli non avrebbe dato un passo più innanzi, e che le sue
istruzioni, senza revocarle espressamente, sarebbero rimaste lettera
morta.
E questo solo fu l’errore. Se i Governi dell’Italia centrale,
d’accordo ormai col Capitano supremo della Lega, stimavano di dover
rinunziare a quell’impresa, per la quale dianzi avevan giudicati
necessari il braccio ed il cuore di Garibaldi, non restava loro che
un solo partito onesto e saggio: avvertirlo che i loro ordini erano
revocati e richiamarlo dal confine. Trastullar Garibaldi di lusinghe,
e credere ch’egli se ne acqueterebbe; abbandonargli nelle mani un
ordine bellicoso, come quello di Modena, e pretendere che senza saperlo
revocato non lo eseguisse; lasciarlo a cavallo d’un confine a capo
di circa dodicimila uomini, quasi a tiro di moschetto d’un nemico
provocatore e aborrito, innanzi a mezza Italia da liberare, e sperare,
ch’egli si acconcerebbe lungamente all’imbelle gioco ed all’inutile
comparsa, era un dar prova, per non dir di peggio, che non si conosceva
ancora Garibaldi, nè si era imparato a servirsene.
Garibaldi era allora, come sempre, la rivoluzione; ora un Governo
qualsivoglia era certamente nel pieno suo diritto di guidare, di
frenare, di repudiare e riprendere a sua posta la terribile alleata,
ma ad un patto: che non ponesse il tizzone vicino alla polveriera, nè
pretendesse adoperare Garibaldi per spegnitoio. Usar gli uomini per
quel che sono e per quel che valgono, è il primo precetto dell’arte di
Stato; e non pare che i governanti dell’Italia centrale se lo siano,
in quel caso, ricordato abbastanza. Forte delle sue istruzioni non
disdette mai, e risoluto, se vuolsi, a interpretarle liberamente, ma
a non oltrepassarle, reputando vergogna per un esercito italiano il
guardar colle armi al braccio un branco di mercenari, grondanti ancora
di sangue cittadino, e non vedendo alcun rischio se di sottomano
aiutava e affrettava quella sommossa delle Marche, che tutti, anche
i più cauti, stimavan pretesto necessario alla guerra premeditata,
Garibaldi fece quel che doveva fare egli; quel che era da aspettarsi da
lui; quello che era nella natura sua e nella tradizione dell’intera sua
vita; e che si doveva in ogni caso vietargli ed impedirgli prima, per
avere il diritto di rimproverarglielo dopo.