XXXI.

Non appena però queste istruzioni furono conosciute, grande l’allarme

su tutta la linea: gli stramoderati, perchè, a parer loro, si

avventurava nell’ignoto tutto il bene conquistato; il Ricasoli,

perchè non tollerava di veder complicata di nuovi problemi l’opera

dell’annessione, sua nobile monomania; il Cipriani, all’opposto, perchè

temeva di sgradir all’idolo bonapartista e di guastar il suo disegnino

d’una Romagna separata; il Gabinetto di Torino, perchè si sentiva

venir addosso nuovi impicci e nuovi rabbuffi diplomatici; tutti, quali

per una ragione, quali per un’altra, biasimavano quella risoluzione,

facendo carico al Fanti ed al Farini d’averla presa di loro capo senza

nemmeno consultar gli altri due Governi della Lega (nel frattempo i

Governi di Parma e di Modena s’eran fusi in un solo detto dell’Emilia),

e violando i confini della loro legittima podestà.

Però non andò guari che la procella, lentamente addensatasi in segreto,

alquanti giorni dopo scoppiò. Verso gli ultimi di ottobre, il Cipriani,

il Ricasoli e Marco Minghetti per terzo, convenuti segretamente alle

Filigare, deliberarono d’accordo di sconfessare senza indugio quelle

pericolose istruzioni, tenendo tuttavia quanto al modo due vie diverse,

secondo i caratteri e gl’ingegni: al Ricasoli essendo bastato di

disdire recisamente l’opera tenuta illegale e pericolosa; il Cipriani

avendovi voluto aggiungere di suo l’ingiunzione al Fanti di recarsi a

Bologna ad una specie di _redde rationem_, e di rimandar tostamente le

truppe ai quartieri d’inverno.

S’impennò alla superba intimazione il Fanti, e fiancheggiato dal Farini

ribattè fieramente col noto telegramma: «Non ricevo ordini che dai tre

Governi riuniti;» risposta invero più superba che giusta; poichè se i

tre Governi riuniti gli parevano necessari a disfare, a maggior ragione

avrebbero dovuto parergli indispensabili a fare.

Comunque, durando il dissidio, e persistendo il Fanti a voler

rassegnare l’ufficio piuttosto che cedere; il re Vittorio Emanuele, al

quale nulla di quanto accadeva nella Penisola era nascosto, risolveva

d’intervenire colla forza dell’autorità sua, chiamando presso di

sè Garibaldi a sentire consiglio; e scrivendo contemporaneamente

un’affettuosa lettera al Fanti per invitarlo a desistere da’ suoi

propositi e piuttosto a deporre l’ufficio ed a tornare presso di

lui, lasciando a Garibaldi solo il carico ed il rischio d’una impresa

ch’egli, Re, non approvava.

All’augusto invito nessuno de’ due Generali riluttò. Garibaldi si

mise tostamente in viaggio; e il 27 ottobre giunto a Torino aveva

un abboccamento di quattro ore col Re, di cui molto si novellò, e si

novella tuttora; nulla di certo, di preciso trapelò. Che disse infatti

Vittorio Emanuele al favorito Capitano popolare? Che rispose questi

al suo Re? Vi sono degli storici fortunati che posseggono l’anello

d’Alcina, e possono penetrare invisibili nella Reggia, invisibili

ascoltare i colloqui delle stanze più segrete, e allo stesso modo

uscire per imbandire all’indomani il verbo delle cose udite alla

turba credula e beata. A noi questo dono non fu concesso, e però

non potendo nè volendo spacciare per verità le nostre divinazioni,

ci accontenteremo, più modesti, a proporre quelle congetture che ci

sembrino più ragionevoli.

Che Vittorio Emanuele abbia consigliato Garibaldi a sospendere o, se

anche si vuole, a rinunciare interamente alla meditata irruzione, è

assai probabile; che gliel’abbia espressamente ordinato, due ragioni

gravissime c’inducono a dubitarne. Il Generale, infatti, appena tornato

da Torino a Rimini, lungi dal differire, affretta così gli ordini

dell’insurrezione al di là, come gli apparecchi dell’invasione al

di qua del confine; ed ai suoi ufficiali che lo interrogavano sulla

possibilità della passata, presente fra gli altri lo scrittore di

queste pagine, diceva pubblicamente: «Credo che saremo attaccati noi

stessi; ma _forse non ci mancherà l’occasione di marciare avanti lo

stesso_.[215]

Ora, che Garibaldi, risuonanti ancora gli orecchi degli augusti

consigli di Torino, s’arrischiasse a pronunciare in pubblico quelle

parole, ed a contravvenire apertamente e con apparecchi di guerra agli

ordini di quel Re, ch’egli ostentava, fin troppo, non che di ubbidire

come un Sovrano, di ascoltare come un amico, lo creda chi vuole. Noi

fino a prova contraria, fino alla presentazione d’un documento che

faccia testimonianza del colloquio di Torino, persisteremo sempre a

credere che Vittorio Emanuele consigliò, non comandò; consigliò in

guisa da far capire al suo non duro interlocutore, che non avrebbe, per

questo, perduto il di lui regale favore, se per avventura sotto la sua

responsabilità avesse disubbidito.

Certo il re Vittorio non poteva assumere su di sè l’approvazione

d’un’impresa, come quella che il Farini ed il Fanti avevano concertato;

e in ogni caso non gli doveva piacere che un Generale dell’esercito

suo, come il Fanti, membro d’un Governo posto sotto il di lui

patrocinio, se ne immischiasse; ma una volta levato di mezzo questo

unico indizio compromettente, che gl’importava, a che s’arrischiava

egli, e a che il Piemonte, se una persona qualsifosse, estranea al

Governo, libera e al tempo stesso amica, ribelle nei modi e devota al

fine, vi si avventurasse a tutto suo rischio e pericolo, e salva sempre

la condizione di giovarsene o di sconfessarla, secondo l’opportunità ed

il successo?

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 156 / 168 题