Non appena però queste istruzioni furono conosciute, grande l’allarme
su tutta la linea: gli stramoderati, perchè, a parer loro, si
avventurava nell’ignoto tutto il bene conquistato; il Ricasoli,
perchè non tollerava di veder complicata di nuovi problemi l’opera
dell’annessione, sua nobile monomania; il Cipriani, all’opposto, perchè
temeva di sgradir all’idolo bonapartista e di guastar il suo disegnino
d’una Romagna separata; il Gabinetto di Torino, perchè si sentiva
venir addosso nuovi impicci e nuovi rabbuffi diplomatici; tutti, quali
per una ragione, quali per un’altra, biasimavano quella risoluzione,
facendo carico al Fanti ed al Farini d’averla presa di loro capo senza
nemmeno consultar gli altri due Governi della Lega (nel frattempo i
Governi di Parma e di Modena s’eran fusi in un solo detto dell’Emilia),
e violando i confini della loro legittima podestà.
Però non andò guari che la procella, lentamente addensatasi in segreto,
alquanti giorni dopo scoppiò. Verso gli ultimi di ottobre, il Cipriani,
il Ricasoli e Marco Minghetti per terzo, convenuti segretamente alle
Filigare, deliberarono d’accordo di sconfessare senza indugio quelle
pericolose istruzioni, tenendo tuttavia quanto al modo due vie diverse,
secondo i caratteri e gl’ingegni: al Ricasoli essendo bastato di
disdire recisamente l’opera tenuta illegale e pericolosa; il Cipriani
avendovi voluto aggiungere di suo l’ingiunzione al Fanti di recarsi a
Bologna ad una specie di _redde rationem_, e di rimandar tostamente le
truppe ai quartieri d’inverno.
S’impennò alla superba intimazione il Fanti, e fiancheggiato dal Farini
ribattè fieramente col noto telegramma: «Non ricevo ordini che dai tre
Governi riuniti;» risposta invero più superba che giusta; poichè se i
tre Governi riuniti gli parevano necessari a disfare, a maggior ragione
avrebbero dovuto parergli indispensabili a fare.
Comunque, durando il dissidio, e persistendo il Fanti a voler
rassegnare l’ufficio piuttosto che cedere; il re Vittorio Emanuele, al
quale nulla di quanto accadeva nella Penisola era nascosto, risolveva
d’intervenire colla forza dell’autorità sua, chiamando presso di
sè Garibaldi a sentire consiglio; e scrivendo contemporaneamente
un’affettuosa lettera al Fanti per invitarlo a desistere da’ suoi
propositi e piuttosto a deporre l’ufficio ed a tornare presso di
lui, lasciando a Garibaldi solo il carico ed il rischio d’una impresa
ch’egli, Re, non approvava.
All’augusto invito nessuno de’ due Generali riluttò. Garibaldi si
mise tostamente in viaggio; e il 27 ottobre giunto a Torino aveva
un abboccamento di quattro ore col Re, di cui molto si novellò, e si
novella tuttora; nulla di certo, di preciso trapelò. Che disse infatti
Vittorio Emanuele al favorito Capitano popolare? Che rispose questi
al suo Re? Vi sono degli storici fortunati che posseggono l’anello
d’Alcina, e possono penetrare invisibili nella Reggia, invisibili
ascoltare i colloqui delle stanze più segrete, e allo stesso modo
uscire per imbandire all’indomani il verbo delle cose udite alla
turba credula e beata. A noi questo dono non fu concesso, e però
non potendo nè volendo spacciare per verità le nostre divinazioni,
ci accontenteremo, più modesti, a proporre quelle congetture che ci
sembrino più ragionevoli.
Che Vittorio Emanuele abbia consigliato Garibaldi a sospendere o, se
anche si vuole, a rinunciare interamente alla meditata irruzione, è
assai probabile; che gliel’abbia espressamente ordinato, due ragioni
gravissime c’inducono a dubitarne. Il Generale, infatti, appena tornato
da Torino a Rimini, lungi dal differire, affretta così gli ordini
dell’insurrezione al di là, come gli apparecchi dell’invasione al
di qua del confine; ed ai suoi ufficiali che lo interrogavano sulla
possibilità della passata, presente fra gli altri lo scrittore di
queste pagine, diceva pubblicamente: «Credo che saremo attaccati noi
stessi; ma _forse non ci mancherà l’occasione di marciare avanti lo
stesso_.[215]
Ora, che Garibaldi, risuonanti ancora gli orecchi degli augusti
consigli di Torino, s’arrischiasse a pronunciare in pubblico quelle
parole, ed a contravvenire apertamente e con apparecchi di guerra agli
ordini di quel Re, ch’egli ostentava, fin troppo, non che di ubbidire
come un Sovrano, di ascoltare come un amico, lo creda chi vuole. Noi
fino a prova contraria, fino alla presentazione d’un documento che
faccia testimonianza del colloquio di Torino, persisteremo sempre a
credere che Vittorio Emanuele consigliò, non comandò; consigliò in
guisa da far capire al suo non duro interlocutore, che non avrebbe, per
questo, perduto il di lui regale favore, se per avventura sotto la sua
responsabilità avesse disubbidito.
Certo il re Vittorio non poteva assumere su di sè l’approvazione
d’un’impresa, come quella che il Farini ed il Fanti avevano concertato;
e in ogni caso non gli doveva piacere che un Generale dell’esercito
suo, come il Fanti, membro d’un Governo posto sotto il di lui
patrocinio, se ne immischiasse; ma una volta levato di mezzo questo
unico indizio compromettente, che gl’importava, a che s’arrischiava
egli, e a che il Piemonte, se una persona qualsifosse, estranea al
Governo, libera e al tempo stesso amica, ribelle nei modi e devota al
fine, vi si avventurasse a tutto suo rischio e pericolo, e salva sempre
la condizione di giovarsene o di sconfessarla, secondo l’opportunità ed
il successo?