Verso la metà d’agosto i quattro nuovi Stati di Toscana, Romagna,
Modena e Parma, ubbidienti ad una felicissima ispirazione
dell’infaticabile Farini, conchiudevano tra di loro una Lega militare,
mercè della quale ognuno di loro obbligavasi a contribuire un
contingente di milizie, destinate alla tutela dell’ordine ed alla
difesa dell’indipendenza comune, e ordinate perciò in un esercito solo
sotto un sol Comandante.
Ora è noto che il capitano prescelto fu Manfredo Fanti, il quale,
riunendo in sè i molteplici requisiti di Generale sardo, di dotto
militare e di vecchio rivoluzionario, sembrava l’uomo più acconcio
al delicato e multiforme ufficio. E certo l’esercito della Lega sentì
ben presto il tocco della sua mano esperta e robusta; lo partì in tre
Divisioni, mettendovi a comandanti Pietro Rosselli, Luigi Mezzacapo
e Garibaldi; apparecchiò i quadri di nuovi reggimenti di cavalleria
e artiglieria; alacremente provvide alle armi, alle assise, alle
ambulanze, all’amministrazione; aprì in Modena una Scuola militare,
che tuttodì fiorisce; e, riforma più importante di tutte, prima ancora
che l’annessione fosse dichiarata, diede al nuovo esercito i numeri
progressivi del piemontese e ne fece con esso un esercito solo. Un
solo atto del Fanti diremmo più degno di encomio per la sua generosità,
che per la sua saggezza: pochi giorni dopo il suo arrivo, nominava il
generale Garibaldi _Comandante in secondo_ dell’esercito collegato; val
quanto dire suo primo Luogotenente e rappresentante. Ora la ragione
ispiratrice di questo atto fu per fermo nobilissima, ma nel rispetto
militare non altrettanto saggia ed accorta. Codesti comandi duali negli
eserciti nuocciono spesso, giovano quasi mai. Se reali, aprono una
sorgente inesauribile di equivoci, d’attriti, di urti sovente rovinosi;
se apparenti, mortificano l’amor proprio dell’inferiore di grado, ne
scemano l’autorità, ne paralizzano l’azione, seppure non ne formano
un vero inciampo ed un vero pericolo. E il fatto ci darà fra breve
ragione.
Verso la metà d’ottobre era corsa voce che i mercenari pontificii, da
tempo raccolti ne’ dintorni di Pesaro, apparecchiassero un’irruzione
al di qua della Cattolica; e nello stesso tempo, che i popoli delle
Marche e dell’Umbria, stanchi di mordere il freno aborrito, fossero
prossimi a rompere in aperta sollevazione. A queste novelle, certo
ingrandite dal desiderio e dall’arte, nè il Ricasoli nè il Cipriani
prestarono fede; ma non così il Farini ed il Fanti, i quali, nutriti
di latte rivoluzionario assai più di que’ due, lungi dall’impaurirsi di
quella eventualità, l’avrebbero salutata con gioia, siccome l’occasione
più propizia per provare la forza del novello Stato e al tempo stesso,
sotto la bandiera della legittima difesa, dilatar la rivoluzione ed
estendere i confini dell’Italia liberata.
Il Fanti perciò, d’accordo col Farini, concentrate intorno al confine
due Divisioni, la toscana e la modenese, le pone entrambi sotto il
comando supremo del generale Garibaldi e gli dà per iscritto queste
testuali istruzioni:
«1º Tenersi in difesa sulla frontiera.
»2º Resistere al nemico se attaccasse.
»3º Dato questo caso e supposto di poterlo respingere, inseguirlo
oltre il confine sin dove la prudenza consigli arrestarsi.
»4º Quando ciò avvenisse, altre truppe della Lega accorrerebbero
immediatamente in appoggio di quelle che avessero oltrepassata la
frontiera.
»5º Qualora una intera provincia, o anche una sola città si
sollevasse e proclamasse volersi unire alle Romagne, e domandasse
soccorso per essere protetta contro un nuovo eccidio, simile a
quello di Perugia, e per mantenere l’ordine pubblico, in tale
evenienza doversi spedire ai sollevati armi ed armati, in quella
misura che le circostanze consiglieranno.
»6º Finalmente se il nemico tentasse colla forza di riprendere
quei luoghi, le truppe della Lega dovranno opporvisi difendendoli
energicamente, nè desisteranno dalle ostilità contro i Pontificii,
se non quando abbiano occupato tanto terreno, quanto riterranno
necessario per garantire la loro sicurezza.»