In quel medesimo giorno i Sovrani alleati entravano solennemente nella
Capitale lombarda, il generale Bazaine rompeva le retroguardie di Zobel
a Melegnano, e Garibaldi era chiamato in Milano da Vittorio Emanuele a
conferire con lui. Le accoglienze del Re al Condottiero furono degne
del grande animo di quello e della gloria di questi, e caldi gli
elogi a lui ed ai suoi, e copiose le promozioni e le decorazioni, e
iterati i conforti a continuare nella comune impresa; ma oltre a queste
cortesie, nulla più. E pure un accordo sarebbe stato tanto giovevole!
E doveva parer così naturale al Capo supremo dell’esercito, poichè
la vittoria gli aveva fatto ritrovar viva e gloriosa la sua estrema
avanguardia, l’affiatarsi col suo capo, fermare con lui il disegno
delle operazioni future, e trarre dall’opera sua il maggior profitto
possibile! Però ha ragione lo storico dei Cacciatori delle Alpi[206] di
dolersi che l’esercito nostro si sia lasciato sfuggire l’opportunità
di schiacciare, mercè un’operazione combinata col generale Garibaldi,
la divisione del generale Urban, che fino dal 7 aveva preso campo
sull’Adda, ne’ dintorni di Vaprio e vi si era trincerato.
Poichè la posizione del Generale austriaco poteva dirsi forte, finchè
non era minacciata che di fronte; ma dopo l’entrata di Garibaldi in
Bergamo non lo era più; e bastava che il generale Cialdini, il quale
formava l’avanguardia del nostro esercito, si fosse affrettato verso
l’Adda, e il generale Garibaldi fosse calato, con mossa combinata, da
Bergamo, perchè quella Divisione nemica, ancora staccata dal grosso
del suo esercito, fosse inevitabilmente disfatta. E quanti frutti non
si sarebbero colti da questa semplicissima manovra! La rotta di Vaprio
avrebbe precipitata la ritirata dell’esercito austriaco più della rotta
di Melegnano; gli eserciti alleati avrebbero potuto marciare più celeri
e spediti, e arrivando molto prima sulla destra del Mincio, avrebbero
troncato a mezzo il secondo concentramento del nemico e reso Solferino
impossibile.[207]
Ma non è da noi discutere delle operazioni degli alleati; ci basti
mettere in sodo che, se l’Urban potè restar sull’Adda impunemente
ancora tre giorni, e Garibaldi fu costretto a indugiarsi a Bergamo
altri tre, la colpa si deve cercare in quel complesso di ragioni chiare
ed oscure, piccole e grandi, per le quali l’esercito alleato aveva
fin dal 9 giugno perduto il contatto col nemico, sprecando quattordici
giorni per marciare, senza combattere, dal Lambro al Chiese.[208]
Comunque, la mattina dell’11 giugno l’Urban lasciava Vaprio ritirandosi
per la via di Crema, e la sera del giorno stesso Garibaldi abbandonava
Bergamo incamminandosi per Brescia. Marcia non senza pericoli per lui
che doveva correre su una strada parallela a quella di un nemico più
forte, col pericolo di trovarselo ad ogni ora sul fianco senza speranza
di pronto aiuto dal grosso dell’esercito. Tuttavia, destreggiando come
al solito, usando del sottile manipolo de’ suoi cavalieri con arte che
parve maravigliosa soltanto ne’ Prussiani, comparendo e scomparendo co’
suoi scorridori su tutti i punti della linea nemica, spingendo ad una
marcia forzata di notte i suoi Cacciatori affranti, ma indomiti, varcò
all’alba del 14 le porte di Brescia; la quale, memore del suo nome,
sprezzando il consiglio de’ pochi suoi timidi, incitata dall’infiammata
parola di Giuseppe Zanardelli, e dall’esempio de’ suoi più fervidi
patriotti, non aveva atteso colle mani al sen conserte, neghittosa o
rassegnata, il liberatore; ma appena l’avanguardia dei Cacciatori,
guidata dal bravo capitano Pisani, era comparsa nelle mura, s’era
stretta intorno all’audace drappello, aveva atterrati insieme con
lui gli stemmi della signoria straniera inalberando i vessilli della
redenzione nazionale; ed era già tutta in piedi colla fiera attitudine
d’un popolo deliberato a non lasciarsi ritogliere il bene conquistato,
pronto a dare all’eroe che veniva a liberarla soccorso non di sole
parole.
Però commoventi, trionfali le entrate di Garibaldi in Varese, in
Como, in Bergamo; ma quella di Brescia, epica. E che dieci anni di
oppressione non avessero fiaccata la fibra della città, sdegnosa
d’ogni vil pensiero, fu manifesto il giorno stesso, quando, corsa
all’improvviso la voce che gli Austriaci s’accostavano alla città dalla
strada di San Zeno, si vide il popolo intero versarsi come torrente
per le vie a chieder armi e battaglia; ed armarsi egli stesso di quanto
gli veniva alle mani; e serrarsi intorno all’invitto Capitano ed alla
sua Legione, invocando d’essere condotto alle mura incontro al reduce
oppressore. Il pericolo fortunatamente dileguò: la colonna austriaca,
frazione della divisione Urban accampata a Bagnolo, avviata su Brescia
per estorcerle non so che multa di guerra, non appena seppe che la
città era di Garibaldi, rifece a passi più che studiati la sua via;
ma non è men vero che, se l’incauto nemico si fosse cimentato ad un
assalto, Brescia avrebbe rinnovato una delle sue dieci giornate.