XXVII.

Dall’ingresso in Brescia la storia dei Cacciatori delle Alpi e del loro

Capitano cessa d’essere distinta e indipendente da quella dell’esercito

alleato e si perde, a dir così, semplice postilla, nelle grandi pagine

del suo libro. Non affermiamo per questo che le sia venuto meno ogni

valore; molti ancora i travagli, i sacrifici e i cimenti: ma la mente

che la dirige è un’altra; il concetto che la ispira scende dall’alto,

da sfera lontana e superiore; l’uomo che la comanda, sottomesso al

cenno d’altri capi, guidato in ogni passo dall’impulso d’altre volontà,

ingranato sempre più nel rigido meccanismo della gerarchia militare,

diventa un brigadiere qualsiasi dell’esercito, non è più Garibaldi.

E questo si deve dire del combattimento di Tre-Ponti o di Rezzato che

vogliasi chiamarlo.

Nella notte dal 14 al 15 giugno, standosi il generale Garibaldi in

Sant’Eufemia sulla strada Brescia-Lonato, riceveva dal Capo dello

Stato Maggiore dell’esercito italiano quest’ordine: «Sua Maestà il

Re desidera che domattina ella porti la sua Divisione[209] su Lonato,

dove sarà seguita dalla Divisione di cavalleria comandata dal generale

Sambuy, composta di quattro reggimenti di cavalleria di linea, con

due batterie a cavallo.» Verbalmente però il messaggiero soggiungeva,

esser ordine dello stesso Re che Garibaldi restaurasse il Ponte del

Bettoletto sul Chiese che sta a settentrione di Ponte San Marco.

Ubbidendo pertanto all’ordine regio, all’alba del dì successivo il

Generale metteva in moto la sua colonna verso la mèta designata. Se

non che, giunto a Rezzato, esploratori suoi e paesani gli annunziano

che sulla sua destra tra Castenedolo e Montechiaro scorrazzava un

corpo d’Austriaci, che era appunto la retroguardia dell’inevitabile

Urban, accampato a Montechiaro. Garibaldi allora, non volendo tollerare

quella molestia sul suo fianco, fece prudentemente ristare la colonna

tra Rezzato e Tre-Ponti, e quivi, schierati il primo Reggimento agli

ordini del Cosenz e un battaglione del secondo agli ordini del Medici

in guisa da occupar tutti gli sbocchi da Tre-Ponti a Castenedolo,

continua con altri tre battaglioni per Bettoletto, onde mettere ad

effetto la seconda parte dell’ordine ricevuto. Però non era scorsa

mezz’ora dalla sua partenza, che un colpeggiare di schioppettate

annunziava come i nostri avamposti di destra fossero alle prese col

nemico. Forse era da ricusar tosto il combattimento; ma poichè il

nemico incalzava da ogni parte, e il Cosenz appartiene a quella buona

scuola militare, che il miglior modo per respingere un attacco ritiene

il contrattacco; si spinse innanzi con tutte le sue forze ed accettò

la lotta. Non descriveremo tutte le fasi del combattimento di Rezzato;

rammentiamo soltanto ad onore di chi lo sostenne, che in sulle prime,

incalzato da brillanti cariche alla baionetta, il nemico cedette su

tutta la linea, e andò travolto fin sotto Castenedolo; che in appresso

l’ungherese colonnello Türr, venuto da pochi giorni al Quartier

generale di Garibaldi, avendo spinto con più valore che prudenza gli

scarsi nostri pelottoni ad attaccar lo stesso nemico nel centro della

sua posizione, anche il Cosenz fu costretto a secondarlo, onde il

combattimento si spostò affatto dal primo terreno, che gli serviva

di base; che infine, essendo accorsa da Montechiaro in sostegno de’

suoi combattenti un’intera brigata austriaca, e avendo questa ripresa

l’offensiva, non ostante il valore disperato degli assaliti, e l’eroico

sacrificio del prode de’ prodi[210] Narciso Bronzetti; non ostante la

intrepidezza sfortunata del colonnello Türr, esso pure ferito, e il

sangue freddo imperturbato di Enrico Cosenz, vero capitano di quella

giornata; i nostri sopraffatti dal numero furono costretti a dar le

spalle, non senza confusione e disordine, sino a Rezzato. Giungeva però

nello stesso punto, chiamato non tanto dal fragore della fucilata, che

sul Chiese si udiva appena, quanto dai reiterati messaggi del Cosenz,

Garibaldi in persona; il quale, riuscito d’accordo col Medici, col

Cosenz, co’ più valorosi de’ suoi Luogotenenti a ristabilire un po’ di

calma e d’ordine nelle file scompigliate de’ fuggenti, arresta la foga

dell’incalzante nemico; fino a che, essendo comparse a Castenedolo le

avanguardie del generale Cialdini, richiesto da Garibaldi e mandato in

soccorso dal Re, il nemico suonò a ritirata e i Garibaldini restarono

padroni del campo di battaglia.

Non fu dunque, come si scrisse, una sconfitta; i nostri non perderono

un palmo del terreno occupato la mattina; il nemico venne ad assalire

e fu respinto: co’ suoi quattromila poteva, nel comodo spazio di

quattr’ore, circuire, tagliare, stritolare i tre sottili battaglioni

italiani e non vi riuscì, e la vittoria, quando mai, non fu sua. Ma

sconfitta, o vittoria, o scacco, od _insuccesso_, come vogliasi dire,

il merito o il demerito non va ascritto a Garibaldi.

Egli ricevette un ordine d’avanzare sulla strada di Lonato, e

ubbidì; al primo sentore del nemico si arrestò e mandò ad avvertire

dell’evento il Quartier generale: se si dilungò a restaurare il Ponte

di Bettoletto, eseguì un ordine del Re, che non toccava a lui il

discutere; se la battaglia s’impegnò e si estese, la posizione l’aveva

resa inevitabile e fu onore del Cosenz e de’ suoi prodi l’averla

sostenuta.

Garibaldi dunque può rimuovere da sè ogni responsabilità della

giornata di Rezzato; se pure non ha diritto di chiedere che ne siano

rimeritati i suoi Luogotenenti, che ne resero a forza di virtù meno

dannose le conseguenze. E sappiamo bene che un secondo messo del Re,

il capitano Uberto Pallavicino, raggiunse Garibaldi a Bettoletto,

e gli portò un secondo ordine, nel quale era scritto: «Resti nella

posizione occupata.» Ma dice bene il Carrano: quale posizione? Quella

di Sant’Eufemia del mattino, o di Rezzato e Bettoletto del mezzogiorno?

L’ordine giunse tardi e non certo per colpa d’alcuno; la cavalleria

che doveva sostenere la nostra brigata non si mosse, ed a chi la

fermò non saranno mancate buone ed imperiose ragioni; ma tutto ciò non

poteva essere nè conosciuto nè indagato da Garibaldi, il quale, avendo

la saggia abitudine d’ogni uomo di guerra di eseguire o far eseguire

immediatamente gli ordini che dà o riceve, non poteva arrestarsi a

discutere, a interpetrare quello che gli mandava il Re in persona; nè

per la prima volta che il Quartier generale l’onorava d’un suo comando,

rischiare di apparire o pigro o disubbidiente sol perchè v’era un

rischio maggiore ad essere sollecito e disciplinato.

E basti: la parte eroica e brillante de’ Cacciatori delle Alpi è

finita. Passato l’esercito alleato sulla sinistra del Chiese, la

brigata è divisa in due parti: una sta con Garibaldi ad occupare gli

sbocchi di Valsabbia; l’altra sale col Medici a custodire le gole della

Valtellina. Ma via via che il campo si impicciolisce, ne diradano i

frutti e ne ammutisce, innanzi al gigantesco strepito di Solferino, la

memoria.

Per alcuni giorni, è vero, Garibaldi spera sempre di potere, per

mezzo di barche, tragittarsi dal lago sulla sponda veneta, e girato

il Quadrilatero portarsi ancora sui fianchi dell’esercito austriaco;

ma un ordine del Quartier generale viene a troncargli il disegno

e la speranza. Il Cialdini, improvvidamente staccato dal grosso

dell’esercito, passa a dargli lo scambio in Valsabbia; ed egli,

Garibaldi, va a fiancheggiare il Medici in Valtellina; più tardi però

di nuovo è richiamato; e la brigata dei Cacciatori delle Alpi, già

ingrossata coi terzi battaglioni, e coll’arrivo del reggimento dei

Cacciatori degli Appennini cresciuta a Divisione, riceve il mandato

di custodire le tre valli che da Bormio, dal Tonale e da Monte Suello

sboccano in Lombardia, e potevano portar sui fianchi degl’Italo-Franchi

veri od immaginari nemici.

E fu memorabile in quel breve periodo la campagna del Medici, il quale,

impadronitosi con rapido colpo di mano di Bormio, rimase signore temuto

e incrollato della Valtellina fino allo scoccar di Villafranca; nè

furono senza sapienza nè senza pena gli ordini dati da Garibaldi, per

render concordi e armoniche le mosse delle sue tre colonne; ma a che

pro? Nessun nemico serio minacciava quelle chiuse; tutto lo sforzo era

concentrato tra il Chiese ed il Mincio: Solferino tra poco ci schiudeva

i varchi fino all’Adige, e pareva il penultimo atto del dramma. Scoppiò

invece inattesa catastrofe, Villafranca; e la stessa mano che arrestava

innanzi al Quadrilatero la marcia trionfale d’Italia, arrestava sui

monti i nostri Cacciatori delle Alpi, e li sospingeva col loro Duce in

cerca d’altri campi e d’altre battaglie.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 152 / 168 题