Dall’ingresso in Brescia la storia dei Cacciatori delle Alpi e del loro
Capitano cessa d’essere distinta e indipendente da quella dell’esercito
alleato e si perde, a dir così, semplice postilla, nelle grandi pagine
del suo libro. Non affermiamo per questo che le sia venuto meno ogni
valore; molti ancora i travagli, i sacrifici e i cimenti: ma la mente
che la dirige è un’altra; il concetto che la ispira scende dall’alto,
da sfera lontana e superiore; l’uomo che la comanda, sottomesso al
cenno d’altri capi, guidato in ogni passo dall’impulso d’altre volontà,
ingranato sempre più nel rigido meccanismo della gerarchia militare,
diventa un brigadiere qualsiasi dell’esercito, non è più Garibaldi.
E questo si deve dire del combattimento di Tre-Ponti o di Rezzato che
vogliasi chiamarlo.
Nella notte dal 14 al 15 giugno, standosi il generale Garibaldi in
Sant’Eufemia sulla strada Brescia-Lonato, riceveva dal Capo dello
Stato Maggiore dell’esercito italiano quest’ordine: «Sua Maestà il
Re desidera che domattina ella porti la sua Divisione[209] su Lonato,
dove sarà seguita dalla Divisione di cavalleria comandata dal generale
Sambuy, composta di quattro reggimenti di cavalleria di linea, con
due batterie a cavallo.» Verbalmente però il messaggiero soggiungeva,
esser ordine dello stesso Re che Garibaldi restaurasse il Ponte del
Bettoletto sul Chiese che sta a settentrione di Ponte San Marco.
Ubbidendo pertanto all’ordine regio, all’alba del dì successivo il
Generale metteva in moto la sua colonna verso la mèta designata. Se
non che, giunto a Rezzato, esploratori suoi e paesani gli annunziano
che sulla sua destra tra Castenedolo e Montechiaro scorrazzava un
corpo d’Austriaci, che era appunto la retroguardia dell’inevitabile
Urban, accampato a Montechiaro. Garibaldi allora, non volendo tollerare
quella molestia sul suo fianco, fece prudentemente ristare la colonna
tra Rezzato e Tre-Ponti, e quivi, schierati il primo Reggimento agli
ordini del Cosenz e un battaglione del secondo agli ordini del Medici
in guisa da occupar tutti gli sbocchi da Tre-Ponti a Castenedolo,
continua con altri tre battaglioni per Bettoletto, onde mettere ad
effetto la seconda parte dell’ordine ricevuto. Però non era scorsa
mezz’ora dalla sua partenza, che un colpeggiare di schioppettate
annunziava come i nostri avamposti di destra fossero alle prese col
nemico. Forse era da ricusar tosto il combattimento; ma poichè il
nemico incalzava da ogni parte, e il Cosenz appartiene a quella buona
scuola militare, che il miglior modo per respingere un attacco ritiene
il contrattacco; si spinse innanzi con tutte le sue forze ed accettò
la lotta. Non descriveremo tutte le fasi del combattimento di Rezzato;
rammentiamo soltanto ad onore di chi lo sostenne, che in sulle prime,
incalzato da brillanti cariche alla baionetta, il nemico cedette su
tutta la linea, e andò travolto fin sotto Castenedolo; che in appresso
l’ungherese colonnello Türr, venuto da pochi giorni al Quartier
generale di Garibaldi, avendo spinto con più valore che prudenza gli
scarsi nostri pelottoni ad attaccar lo stesso nemico nel centro della
sua posizione, anche il Cosenz fu costretto a secondarlo, onde il
combattimento si spostò affatto dal primo terreno, che gli serviva
di base; che infine, essendo accorsa da Montechiaro in sostegno de’
suoi combattenti un’intera brigata austriaca, e avendo questa ripresa
l’offensiva, non ostante il valore disperato degli assaliti, e l’eroico
sacrificio del prode de’ prodi[210] Narciso Bronzetti; non ostante la
intrepidezza sfortunata del colonnello Türr, esso pure ferito, e il
sangue freddo imperturbato di Enrico Cosenz, vero capitano di quella
giornata; i nostri sopraffatti dal numero furono costretti a dar le
spalle, non senza confusione e disordine, sino a Rezzato. Giungeva però
nello stesso punto, chiamato non tanto dal fragore della fucilata, che
sul Chiese si udiva appena, quanto dai reiterati messaggi del Cosenz,
Garibaldi in persona; il quale, riuscito d’accordo col Medici, col
Cosenz, co’ più valorosi de’ suoi Luogotenenti a ristabilire un po’ di
calma e d’ordine nelle file scompigliate de’ fuggenti, arresta la foga
dell’incalzante nemico; fino a che, essendo comparse a Castenedolo le
avanguardie del generale Cialdini, richiesto da Garibaldi e mandato in
soccorso dal Re, il nemico suonò a ritirata e i Garibaldini restarono
padroni del campo di battaglia.
Non fu dunque, come si scrisse, una sconfitta; i nostri non perderono
un palmo del terreno occupato la mattina; il nemico venne ad assalire
e fu respinto: co’ suoi quattromila poteva, nel comodo spazio di
quattr’ore, circuire, tagliare, stritolare i tre sottili battaglioni
italiani e non vi riuscì, e la vittoria, quando mai, non fu sua. Ma
sconfitta, o vittoria, o scacco, od _insuccesso_, come vogliasi dire,
il merito o il demerito non va ascritto a Garibaldi.
Egli ricevette un ordine d’avanzare sulla strada di Lonato, e
ubbidì; al primo sentore del nemico si arrestò e mandò ad avvertire
dell’evento il Quartier generale: se si dilungò a restaurare il Ponte
di Bettoletto, eseguì un ordine del Re, che non toccava a lui il
discutere; se la battaglia s’impegnò e si estese, la posizione l’aveva
resa inevitabile e fu onore del Cosenz e de’ suoi prodi l’averla
sostenuta.
Garibaldi dunque può rimuovere da sè ogni responsabilità della
giornata di Rezzato; se pure non ha diritto di chiedere che ne siano
rimeritati i suoi Luogotenenti, che ne resero a forza di virtù meno
dannose le conseguenze. E sappiamo bene che un secondo messo del Re,
il capitano Uberto Pallavicino, raggiunse Garibaldi a Bettoletto,
e gli portò un secondo ordine, nel quale era scritto: «Resti nella
posizione occupata.» Ma dice bene il Carrano: quale posizione? Quella
di Sant’Eufemia del mattino, o di Rezzato e Bettoletto del mezzogiorno?
L’ordine giunse tardi e non certo per colpa d’alcuno; la cavalleria
che doveva sostenere la nostra brigata non si mosse, ed a chi la
fermò non saranno mancate buone ed imperiose ragioni; ma tutto ciò non
poteva essere nè conosciuto nè indagato da Garibaldi, il quale, avendo
la saggia abitudine d’ogni uomo di guerra di eseguire o far eseguire
immediatamente gli ordini che dà o riceve, non poteva arrestarsi a
discutere, a interpetrare quello che gli mandava il Re in persona; nè
per la prima volta che il Quartier generale l’onorava d’un suo comando,
rischiare di apparire o pigro o disubbidiente sol perchè v’era un
rischio maggiore ad essere sollecito e disciplinato.
E basti: la parte eroica e brillante de’ Cacciatori delle Alpi è
finita. Passato l’esercito alleato sulla sinistra del Chiese, la
brigata è divisa in due parti: una sta con Garibaldi ad occupare gli
sbocchi di Valsabbia; l’altra sale col Medici a custodire le gole della
Valtellina. Ma via via che il campo si impicciolisce, ne diradano i
frutti e ne ammutisce, innanzi al gigantesco strepito di Solferino, la
memoria.
Per alcuni giorni, è vero, Garibaldi spera sempre di potere, per
mezzo di barche, tragittarsi dal lago sulla sponda veneta, e girato
il Quadrilatero portarsi ancora sui fianchi dell’esercito austriaco;
ma un ordine del Quartier generale viene a troncargli il disegno
e la speranza. Il Cialdini, improvvidamente staccato dal grosso
dell’esercito, passa a dargli lo scambio in Valsabbia; ed egli,
Garibaldi, va a fiancheggiare il Medici in Valtellina; più tardi però
di nuovo è richiamato; e la brigata dei Cacciatori delle Alpi, già
ingrossata coi terzi battaglioni, e coll’arrivo del reggimento dei
Cacciatori degli Appennini cresciuta a Divisione, riceve il mandato
di custodire le tre valli che da Bormio, dal Tonale e da Monte Suello
sboccano in Lombardia, e potevano portar sui fianchi degl’Italo-Franchi
veri od immaginari nemici.
E fu memorabile in quel breve periodo la campagna del Medici, il quale,
impadronitosi con rapido colpo di mano di Bormio, rimase signore temuto
e incrollato della Valtellina fino allo scoccar di Villafranca; nè
furono senza sapienza nè senza pena gli ordini dati da Garibaldi, per
render concordi e armoniche le mosse delle sue tre colonne; ma a che
pro? Nessun nemico serio minacciava quelle chiuse; tutto lo sforzo era
concentrato tra il Chiese ed il Mincio: Solferino tra poco ci schiudeva
i varchi fino all’Adige, e pareva il penultimo atto del dramma. Scoppiò
invece inattesa catastrofe, Villafranca; e la stessa mano che arrestava
innanzi al Quadrilatero la marcia trionfale d’Italia, arrestava sui
monti i nostri Cacciatori delle Alpi, e li sospingeva col loro Duce in
cerca d’altri campi e d’altre battaglie.