Ma qui ci occorre aprir tutto l’animo nostro. A Garibaldi era stata
commessa un’ardua impresa senza la forza necessaria a compierla. La
sproporzione anzi tra il fine ed i mezzi parve a taluno sì grande, che
il Governo piemontese fu persino sospettato d’aver piuttosto mirato
ad orpellare la parte rivoluzionaria con una vana lustra e trastullar
Garibaldi con un gradito zimbello, che voluta seriamente un’opera
seria. E il sospetto era certamente ingiusto, e la lealtà di Vittorio
Emanuele ed il patriottismo del conte di Cavour ce ne stanno garanti.
Però se mal animo non ci fu, nè ci poteva essere, ci fu certamente
errore. Se davvero si credeva utile, se non necessaria, una diversione
nell’alta Lombardia, conveniva che i mezzi le fossero apprestati in
misura adeguata agli ostacoli che doveva superare ed ai nemici che
doveva vincere. E ciò non fu. Si trattò Garibaldi, come i padri feudali
del Medio Evo trattavano i figliuoli cadetti: mettevano loro nelle
mani un vecchio ronzinante, una vecchia lama ed una smilza borsa e li
mandavano a cercar fortuna pel mondo.
Così al capo de’ Cacciatori delle Alpi: gli diedero tremila cinquecento
giovani male armati, mal vestiti, senza artiglierie, senza cavalli,
e gli dissero: ingegnati. Ed egli s’ingegnò; ma non era nè provvido
nè fraterno attender tutto dai prodigi del suo genio e dal valore de’
suoi camerati. Egli sapeva d’esser debole; e però prima di partire dal
Po aveva invocato che la sua brigata fosse rinforzata e provveduta di
tante cose necessarie a qualunque guerra; ma, triste a ripetersi, o
gli furono negate, o non gli furono concesse che tardi, a spizzico,
a stento, quando n’era ormai passato il bisogno e scemata l’utilità.
Chiese infatti il reggimento de’ Cacciatori degli Appennini, volontari
venuti e organizzati per lui: negati; chiese una batteria di cannoni:
negata o concessa soltanto a metà, senza muli, senza artiglieri e d’un
calibro insufficiente; chiese cavalli, ambulanze, armi: negati o dati
così a rilento, in sì scarsa misura, da tornar pressochè inutili!
Nessuno può immaginare quel che avrebbe potuto fare Garibaldi, se
invece di quei tremila cinquecento uomini, ne avesse avuti anche non
più di cinque o seimila forniti di tutte le armi convenienti!
E fosse qui tutto; ma fu lasciato quindici interi giorni senza
un’istruzione, un ordine, una notizia, nè dell’esercito nemico, nè
dell’esercito amico; talchè egli non conobbe le mosse degli alleati,
e nemmeno il loro avvicinarsi al Ticino e i preludi di Magenta, se
non quando erano già vociferati dovunque dalle gazzette e dalla fama!
Ora dicasi pure che carattere di codesti corpi alla partigiana è
d’essere spediti e leggieri e di procedere sciolti e indipendenti dai
grandi eserciti, di cui sono in certa guisa le estreme avanguardie:
tutto questo sappiamo noi, e sapeva meglio Garibaldi; ma _sunt certi
denique fines_, anco a questa norma; e i confini doveva prescriverli
il dovere, oltrechè l’utilità: il dovere di metter in grado il corpo
staccato d’adempiere al suo scopo e di trarre dall’opera sua tutto
il vantaggio possibile. E se ciò si fosse osservato, non si sarebbe
potuto affermare, e con molta ragione, che la punta di Garibaldi in
Lombardia fu militarmente infruttuosa. Se gli fosse stato dato il poco
che chiedeva, se avesse potuto varcare il Ticino con forze almeno
raddoppiate, se non gli si fossero nascosti, quasi come a nemico, i
principali movimenti del grande esercito, nessuno può prevedere quel
che avrebbe saputo fare!
Probabilmente l’Urban non sarebbe stato battuto due sole volte, ma tre;
certo non avrebbe potuto, nè liberamente accorrere alla chiamata del
Giulay, nè recare il 4 giugno all’esercito imperiale il soccorso non
ispregevole che gli recò.
Il 24 maggio il conte di Cavour telegrafava a Garibaldi in Varese:
«Insurrection générale et immédiate;» e certo se v’era uomo da
intendere l’ardito laconismo di quel comando, era il capo dei
Cacciatori delle Alpi. Se non che il conte di Cavour scrivendolo
dimenticava due cose: che se non è mai facile intimare una rivoluzione
a giorno e ora fissa per cenno di telegrafo, lo era anche meno in un
popolo, come il lombardo, vigilato da un presidio di circa ventimila
soldati e serrato all’intorno da un esercito ancora invitto di
duecentomila, côlto inerme e sprovveduto, educato da anni alla fede
lunga e pacifica della rivoluzione diplomatica e dell’iniziativa
piemontese; e che al postutto vedendo la sua causa commessa alle mani
di due eserciti poderosi, non vedeva più alcuna ragione sufficiente per
buttarsi allo sbaraglio d’un’insurrezione, di cui eran certi i rischi,
affatto ignoti i vantaggi e superflui i sacrifici.
E v’ha di più. Acciocchè la rivoluzione lombarda potesse divenire
veramente «generale,» come la intendeva il conte di Cavour, era
necessario che essa o prima o poi s’impadronisse di Milano. Una
rivoluzione chiusa nelle prealpi del Varesotto e del Comasco poteva
essere sgradita e fastidiosa al Governo austriaco, ma danneggiare
o molestare seriamente il suo forte esercito non mai. Milano, se
l’insurrezione lombarda era davvero necessaria alla vittoria, doveva
essere il focolare dell’incendio, e una volta acceso nella capitale
tutte le provincie sarebbero divampate.
Ma come sperare tanta fortuna? E come, ammesso pure che i Milanesi
fossero predisposti alle disperate audacie del 48, come avrebbe potuto
Garibaldi o spingerli, o secondarli, o soccorrerli?
Il Carrano scrive che il Medici la mattina del 3 giugno consigliò il
suo Generale di marciare su Milano; e il consiglio riattesta l’animo
del prode che lo dava. Ma poteva Garibaldi con quei suoi tremila,
spossati, logori, decimati, avventurarsi contro le mura d’una città
non forte, ma pur sempre bastionata, guardata ancora da un potente
presidio, fiancheggiata sempre dall’Urban, lontano poco più d’una
marcia, e incerto ancora l’esito della battaglia di Magenta; anzi
incerto persino che battaglia vi sarebbe stata?
Da qualsivoglia parte la si riguardi, comunque la si rivolti, la
spedizione di Garibaldi in Lombardia fu tanto male apprestata ed
ordinata, quanto mirabilmente condotta e combattuta. Se la diversione
sull’estrema destra nemica, se «l’insurrezione generale ed immediata»
della Lombardia erano reputate parti utili e integranti del piano
generale di campagna, conveniva che Garibaldi arrivasse sul terreno
con forze adeguate al cimento. Se non lo era, meglio adoperare i
volontari e il loro Capo altrove e più utilmente; meglio non illudersi
nè illudere; meglio risparmiare tanto sangue prezioso e tante giovani
vite; e lasciar che la guerra fosse quel che era di fatti: un’impresa
nazionale, commessa dal popolo alla dittatura d’un Re leale, d’un
abile Ministro e d’un generoso alleato, e nella quale al popolo non
restava altra parte che combattere ubbidiente e allineato nelle file,
attendendo dalla fortuna delle armi e dalla virtù de’ suoi liberatori i
decreti del suo destino.