Prima però di seguirlo, volgiamoci un istante a riguardare l’opera
del nostro eroe in quel primo periodo della Campagna.[202] Noi siamo i
primi ad assentire che i risultati da lui ottenuti furono scarsi; ma
non si deve da essi misurare la grandezza dell’uomo che li ottenne.
Noi non vogliamo magnificarli più del ragionevole, ma non crediamo
siano stati ancora bastevolmente riconosciuti ed estimati. Certo se
riguardiamo l’impresa commessa a Garibaldi ne’ suoi effetti pratici,
principalmente militari, può dirsi sterile; ove la consideriamo nel
modo con cui fu condotta, deve stimarsi ammiranda. Passato il Ticino,
e nemmeno quella fu la più facile delle opere, gli ordini dati, gli
accorgimenti adoperati per coprire la sua marcia da Sesto-Calende a
Varese, sono degni di qualsiasi più provetto capitano: il combattimento
di Varese dovrebbe essere dato nelle nostre Scuole militari come
modello della tattica di posizione; la pronta decisione di riprendere
all’indomani stesso l’offensiva è più facile ammirarla che prenderla;
la dimostrazione su Olgiate diretta a mascherare l’attacco di San
Fermo, e tutti i particolari della marcia e del combattimento,
meriterebbero d’essere studiati da qualsiasi giovane ufficiale; infine
l’ispirazione venutagli sul campo di battaglia di San Fermo di calare
su Como, molti Generali la possono invidiare, ma a pochi è concessa.
È certamente disputabile la contromarcia su Varese e la spedizione
su Laveno; ma ogni ragione ponderata e vagliata, noi ci peritiamo
ad affermare che fra tutti i partiti era quello il migliore. Che
cosa restava infatti a Garibaldi dopo la presa di Como? L’immobilità
difensiva intorno alla presa città? Nessuno, speriamolo, l’avrebbe
consigliata. La marcia su Milano? Basti pensare a’ suoi tremila
duecento uomini, senza cavalli e senza cannoni, e a’ quindicimila
Austriaci d’ogni arma che gli stavan contro in paese raso e
scoperto,[203] per levarne a chicchessia il capriccio? La ritirata
su per la Valtellina? Certo era un partito sicurissimo; ma appunto
perchè troppo sicuro non si confaceva a Garibaldi, nè al suo mandato.
La Valtellina poteva essere un rifugio in caso di rovescio; ma non mai
una base d’operazione per un corpo destinato ad una missione attiva e
militante. Come avrebbero potuto i Cacciatori delle Alpi molestare ed
indebolire l’estrema destra dell’Austriaco, se andavano ad inerpicarsi
su pei monti a centinaia di chilometri da lui? Come sollevar la
Lombardia, se andavano a portar la rivolta dove non poteva avere nè eco
nè propagazione, nè soccorrere gli amici, nè infastidire i nemici?
La ritirata in Valtellina significava la paralisi per molto tempo di
tutta la colonna garibaldina; la spedizione di Laveno aveva i suoi
rischi, ma assicurava, se il colpo fosse riuscito, una base salda
all’intero corpo che gli avrebbe permesso di restare nello scacchiere,
Lago Maggiore-Milano-Varese-Como,[204] fino all’entrar in linea del
grande esercito, e di serrar sempre dappresso i fianchi del nemico;
che solo per tal modo poteva sentire la molestia della diversione
ordinata contro di lui. Il solo guaio fu che la sorpresa di Laveno
fallì; e ne diamo, se vuolsi, la sua parte, la maggior parte di torto,
a Garibaldi; ma poteva anche riuscire, e mancò poco non riuscisse: e
in ogni modo ogni scolaro c’insegna che non si deve mai giudicare d’un
concetto strategico dagli errori o dagli eventi dell’azione tattica
diretta ad attuarlo; come nessun storico di quell’anno cessò di lodare
la conversione strategica dell’imperatore Napoleone dal Po al Ticino,
solo perchè la battaglia di Magenta, per gli sbagli commessi prima e
durante, rischiò d’esser perduta.