XXIII.

Prima però di seguirlo, volgiamoci un istante a riguardare l’opera

del nostro eroe in quel primo periodo della Campagna.[202] Noi siamo i

primi ad assentire che i risultati da lui ottenuti furono scarsi; ma

non si deve da essi misurare la grandezza dell’uomo che li ottenne.

Noi non vogliamo magnificarli più del ragionevole, ma non crediamo

siano stati ancora bastevolmente riconosciuti ed estimati. Certo se

riguardiamo l’impresa commessa a Garibaldi ne’ suoi effetti pratici,

principalmente militari, può dirsi sterile; ove la consideriamo nel

modo con cui fu condotta, deve stimarsi ammiranda. Passato il Ticino,

e nemmeno quella fu la più facile delle opere, gli ordini dati, gli

accorgimenti adoperati per coprire la sua marcia da Sesto-Calende a

Varese, sono degni di qualsiasi più provetto capitano: il combattimento

di Varese dovrebbe essere dato nelle nostre Scuole militari come

modello della tattica di posizione; la pronta decisione di riprendere

all’indomani stesso l’offensiva è più facile ammirarla che prenderla;

la dimostrazione su Olgiate diretta a mascherare l’attacco di San

Fermo, e tutti i particolari della marcia e del combattimento,

meriterebbero d’essere studiati da qualsiasi giovane ufficiale; infine

l’ispirazione venutagli sul campo di battaglia di San Fermo di calare

su Como, molti Generali la possono invidiare, ma a pochi è concessa.

È certamente disputabile la contromarcia su Varese e la spedizione

su Laveno; ma ogni ragione ponderata e vagliata, noi ci peritiamo

ad affermare che fra tutti i partiti era quello il migliore. Che

cosa restava infatti a Garibaldi dopo la presa di Como? L’immobilità

difensiva intorno alla presa città? Nessuno, speriamolo, l’avrebbe

consigliata. La marcia su Milano? Basti pensare a’ suoi tremila

duecento uomini, senza cavalli e senza cannoni, e a’ quindicimila

Austriaci d’ogni arma che gli stavan contro in paese raso e

scoperto,[203] per levarne a chicchessia il capriccio? La ritirata

su per la Valtellina? Certo era un partito sicurissimo; ma appunto

perchè troppo sicuro non si confaceva a Garibaldi, nè al suo mandato.

La Valtellina poteva essere un rifugio in caso di rovescio; ma non mai

una base d’operazione per un corpo destinato ad una missione attiva e

militante. Come avrebbero potuto i Cacciatori delle Alpi molestare ed

indebolire l’estrema destra dell’Austriaco, se andavano ad inerpicarsi

su pei monti a centinaia di chilometri da lui? Come sollevar la

Lombardia, se andavano a portar la rivolta dove non poteva avere nè eco

nè propagazione, nè soccorrere gli amici, nè infastidire i nemici?

La ritirata in Valtellina significava la paralisi per molto tempo di

tutta la colonna garibaldina; la spedizione di Laveno aveva i suoi

rischi, ma assicurava, se il colpo fosse riuscito, una base salda

all’intero corpo che gli avrebbe permesso di restare nello scacchiere,

Lago Maggiore-Milano-Varese-Como,[204] fino all’entrar in linea del

grande esercito, e di serrar sempre dappresso i fianchi del nemico;

che solo per tal modo poteva sentire la molestia della diversione

ordinata contro di lui. Il solo guaio fu che la sorpresa di Laveno

fallì; e ne diamo, se vuolsi, la sua parte, la maggior parte di torto,

a Garibaldi; ma poteva anche riuscire, e mancò poco non riuscisse: e

in ogni modo ogni scolaro c’insegna che non si deve mai giudicare d’un

concetto strategico dagli errori o dagli eventi dell’azione tattica

diretta ad attuarlo; come nessun storico di quell’anno cessò di lodare

la conversione strategica dell’imperatore Napoleone dal Po al Ticino,

solo perchè la battaglia di Magenta, per gli sbagli commessi prima e

durante, rischiò d’esser perduta.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 148 / 168 题