Se non che Garibaldi, cui era mancato ogni indizio per supporre quella
ritirata, continuava a marciar molto circospetto, guardingo, come uomo
che non sia ben sicuro nè della sua testa, nè delle sue spalle.
Poichè convien sapere, e forse abbiamo tardato troppo a narrarlo, che
fino dal 31 maggio, cavalcando egli tra Sant’Ambrogio e Robarello,
incontrava per via una bella signorina, la marchesa Giuseppina
Raimondi, la quale, dicendosi arrivata allora allora da Como traverso
i monti della Svizzera, veniva a portargli l’annunzio che la sua città
era minacciata a un tempo dagli Austriaci di fuori e dagli austriacanti
di dentro, e bisognevole perciò d’un immediato soccorso. Qual effetto
producesse sull’animo, o sui sensi, di Garibaldi l’inattesa vista
dell’audace messaggiera, vedremo un giorno; intanto egli la invitò
a entrar con lui nella locanda di Robarello e le consegnò questo
biglietto:
«Robarello, 1º giugno 1859.
»Signor Visconti,
»Io sono a fronte del nemico a Varese; penso di attaccarlo questa
sera. Mandate i paurosi e le famiglie che temono fuori della città;
ma la popolazione virile, sostenuta dal Camozzi nostro, le due
Compagnie, i Volontari e le campane a stormo, procurino di fare la
possibile resistenza.»
Pur tuttavia, come esser certi che quell’avviso fosse pervenuto al
Visconti Venosta, e che Como volesse e sapesse resistere, e che gli
ordini del Generale avrebbero potuto essere comunque eseguiti? Grande
dunque l’incertezza così in lui, come ne’ suoi Luogotenenti consapevoli
del segreto; tormentoso in ognuno il dubbio di trovar le strade di
Casanova sbarrate dai nemici: più frequenti perciò e più ansiose le
esplorazioni e le cautele man mano che la colonna s’avvicinava a Como.
Aveva bensì Garibaldi spedito due nuovi messi all’altro commissario
Camozzi per avvertirlo che marciava a quella volta e ordinargli di
occupar San Fermo; e del pari il Camozzi non aveva tralasciato di
inviargli l’annunzio che tutte le posizioni da lui indicate erano
occupate, e che l’aspettava; ma questa rassicurante risposta, sviatasi,
non sappiamo come, per via, non fu consegnata a Garibaldi che al
suo arrivare in Como; onde il fitto buio della notte aggiungendosi
all’oscurità de’ fatti, accresceva negli animi l’inquietezza ed il
sospetto. Quale consolante sorpresa però, quando, giunta la nostra
avanguardia presso San Fermo, si udì squillare un _alt-chi-va-là_ in
pretto italiano; e quale gioia di tutti nell’udire levarsi per l’aria
le grida di _Viva l’Italia_ e _Viva Garibaldi_, segno troppo eloquente
che si era in paese amico, tra braccia d’amici. E da quell’istante la
strada pareva sparire sotto i piedi; la marcia non fu che un continuato
tripudio sino a Como, la quale tremante quattro giorni di rivedere ad
ogni istante gli Austriaci, si vendicava con urla di gioia e suoni di
musiche e passeggiar di fiaccole dallo spavento passato.
L’indomani era la giornata di Magenta, e ne sono stampati nella memoria
degli uomini gli errori, le prodezze ed i beneficii. Ventiquattro
ore dopo l’intero esercito austriaco era in ritirata sull’Adda; le
avanguardie degli alleati entravano in Milano, ed anche il piccolo
obbliato corpo de’ Cacciatori delle Alpi poteva proseguire la sua
marcia fortunosa.