Intanto più grossi avvenimenti erano accaduti sul maggior teatro
della guerra. Fra il 27 e il 28 l’esercito alleato iniziava quel
grande movimento di fianco dal Po sul Ticino, che fu l’unica manovra
strategica di tutta la campagna; il giorno 30 dello stesso mese
l’esercito piemontese sforzava i passi della Sesia e colla seconda
vittoria di Palestro se n’assicurava il possesso; in conseguenza
de’ quali fatti tutto l’esercito franco-sardo veniva a trovarsi
ammassato tra Mortara e Novara, pronto, vorremmo dire, a varcare il
Ticino, se la prontezza fosse stata la dote della mente direttrice
di quell’esercito. Ora questi avvenimenti erano affatto ignoti al
generale Garibaldi, poichè nessuno al Quartier generale principale
aveva pensato a mandargliene pur un cenno; ma non lo erano naturalmente
al generale Giulay, il quale, penetrato il segreto della mossa nemica
e accortosi oramai che lo aspettava una battaglia difensiva sull’alto
Ticino, aveva pensato a rinforzarsi su quel punto quanto più poteva,
e non attribuendo, giustamente, alcuna importanza alla diversione di
Garibaldi,[200] s’era affrettato a richiamare la divisione Urban da
Varese dandole per obiettivo Turbigo.
L’ordine, a quanto assicura uno storico,[201] giunse al Generale
austriaco in sulla sera del 1º maggio; e può essere; certo egli
non lo eseguì immediatamente, perchè la mattina del 2 era ancora
in battaglia sulle sue posizioni del giorno precedente. Comunque,
oramai da Garibaldi egli non aveva più nulla da temere; chè il nostro
condottiero, considerati i rischi d’un combattimento sì disuguale,
ignaro, come dicemmo, di tutte le mosse degli alleati, epperò anche
dell’ordine di ritirata ricevuto dal suo avversario, s’era a sua volta
deciso di ripiegare su Como; e nella stessa mattina aveva appoggiato ad
Induno ed Arcisate, che erano appunto le prime stazioni della via che
s’era proposto di percorrere.
Però, com’è suo costume, egli aveva mascherato sì bene il suo
movimento, che il generale Urban non ne ebbe sentore; anzi vedendolo
appostarsi fortemente nei dintorni d’Induno, lo prese piuttosto come un
preparativo di nuove operazioni offensive, che di ritirata; e sollecito
assai più di guardar sè stesso che di tentare il nemico, si accontentò
di far correre il terreno circostante da piccoli drappelli, che non
giunsero mai nemmeno a tiro delle vedette italiane.
In realtà erano due avversari che pensavano a ritirarsi: l’Italiano
obbligato dalla esiguità della forza e dalla debolezza delle posizioni;
l’Austriaco dagli ordini del suo Generalissimo e dal precipitar
degli eventi. Perciò, intanto che Garibaldi levava il suo nuovo campo
d’Induno, e per Arcisate, Rodero Casanova s’avviava su Como; l’Urban
lasciava una forte retroguardia di circa duemila uomini a guardia
di Varese e Como, e col grosso della sua divisione contromarciava su
Gallarate diretto al Ticino.