Ed egli non si fece aspettare lungamente. Già fin dalla sera del 25 gli
esploratori l’avevano segnalato a Olgiate; un breviloquente manifesto
del Commissario regio Emilio Visconti Venosta: «Varesini, voi foste i
primi a salutare la bandiera tricolore in Lombardia, voi sarete i primi
a difenderla,» n’aveva propagata la certezza. I Varesini erano pronti,
i Cacciatori impazienti; e al mattino seguente, sullo scoccar delle
otto, il nemico apparve innanzi a Belforte e il combattimento cominciò.
Del fatto d’arme di Varese (sarebbe ridevole iperbole chiamarlo
_battaglia_) discorse lungamente il capo di Stato Maggiore dello stesso
generale Garibaldi;[194] e noi, più desiderosi di raccoglierne gli
insegnamenti che vaghi di pennelleggiarne gli aneddoti, ne ridiremo
succintamente.
Dei quattromila uomini circa che il generale Urban traeva seco,
una parte, forse un battaglione, l’aveva lasciata in riserva a San
Salvatore, forte posizione tra Binago e Malnate; un altro battaglione
di Granatieri comandati dal tenente colonnello Bioll l’avea inviato
per Casanuova e Cazzone ad eseguire quel movimento aggirante sulla
strada d’Induno che il generale Garibaldi aveva preveduto; e cogli
altri, duemilacinquecento fanti circa, la cavalleria e quattro pezzi
veniva ad assalire direttamente Varese. Facilmente impadronitosi del
poggetto di Belforte, annunziò con alcuni razzi il suo attacco; e mosse
simultaneamente contro la sinistra e contro il centro garibaldino. Ma
nessuno balenò; i Cacciatori attesero, come Garibaldi aveva prescritto,
a mezzo tiro de’ loro grami moschetti l’assalitore e con pochi colpi
bene assestati l’arrestarono di botto. Tornò egli tuttavia colla
medesima tattica ad un secondo e più gagliardo assalto; due movimenti
risoluti e aggiustati, comandati a tempo dai colonnelli Medici e
Cosenz, lo frustrarono ancora. Infatti, non appena il nemico fu presso
alla barricata della grande strada di Como, e spuntò al centro sulle
alture di Boscaccio, il Medici con una brillante carica alla baionetta
di fronte, il Cosenz con un abile controattacco di fianco, con poche
forze, ma con grande valore, ributtarono insieme l’assalitore fin sotto
alle falde di Belforte e lo sforzarono a battere in ritirata su tutta
la linea.
«Il nemico si ritira!» esclamò Garibaldi dal belvedere di Villa Ponti,
donde aveva osservato, colla sua consueta serenità, tutte le vicende
della pugna: «Bisogna inseguirlo;» e scendendo di galoppo sulla strada,
si pone egli stesso a capo dell’inseguimento.
Il generale Urban intanto arrivava a San Salvatore, dove aveva lasciato
la sua riserva, ed ivi più nell’intento, crediamo noi, di proteggere la
sua ritirata e di aspettare novelle del corpo del tenente colonnello
Bioll, ingarbugliato tra le borre di Cazzone, che per velleità di
rinfrescare la battaglia, s’apparecchia a sua volta a sostenere
l’assalto.
Garibaldi non aveva con sè che un terzo delle sue forze: il battaglione
del Bixio mandato sulla destra, un battaglione del Cosenz sulla strada
e alcune compagnie del secondo Reggimento del Medici. Del rimanente,
parte era rimasto in riserva a Varese, e parte, condotto dal Medici
stesso, s’era avviato su verso Cazzone, dove un balenío di baionette
aveva fatto sospettare la presenza d’un corpo nemico. Tuttavia,
quantunque la postura di San Salvatore sia fortissima e serri la strada
quasi come un contrafforte, Garibaldi non esitò ad ordinarne l’attacco,
e occupato il poggetto Roera fronteggiante San Salvatore e fatto
ripiegare il Bixio che s’era troppo inoltrato, continua a barattare
col nemico un vivissimo fuoco di moschetteria, finchè sceso da Cazzone
il Medici, cui non era riuscito di raggiungere la colonna del Bioll,
certamente ritiratasi per Casanova, spinge ad una carica di baionetta
tutta la sua linea e costringe nuovamente l’Austriaco a lasciare a
precipizio anche quella seconda posizione e a non arrestarsi più che ad
Olgiate.