Però, come sempre, la difficoltà cominciava dall’esecuzione. Fortuna
volle che fra i Cacciatori ci fosse Francesco Simonetta. Pratico de’
luoghi, possessore di case e di poderi così sul Lago che sul Ticino,
autorevole e quasi popolare in quelle rive, lungo le quali ad ogni
passo contava amici e conoscenti, ardito, accorto, intraprendente, egli
era l’uomo di quell’impresa. Però l’unico merito che nel passaggio
del Ticino spetti a Garibaldi è d’aver scelto ad apparecchiarlo il
Simonetta. Questi pertanto nella giornata stessa del 21, travestitosi
da borghese, lascia celatamente Borgomanero, scende fino alla sua casa
di Varallo lungo il Ticino, risale il lago fino ad Intra a esplorare
il terreno e scandagliare gli animi; ma accertatosi sempre più che
il tragitto del lago è impossibile, ritorna a Varallo e chiamatovi
a convegno il suo amico di Sesto-Calende, Viganotti, concerta con
lui (poichè la difficoltà somma stava nella mancanza di barche,
confiscate quasi tutte dagli Austriaci) che per la notte dal 22 al
23 si sarebbero trovati a Castelletto, presso la riva del giardino
Visconti, quanti barconi gli fosse dato radunare; e tutto ciò ben
prestabilito e concordato, torna a raggiungere Garibaldi a Borgomanero
e a ragguagliarlo dell’opera.
Garibaldi non perdette un’ora, e tra le due e le tre pomeridiane del
22, sotto pioggia dirotta, ormai compagna inseparabile de’ nostri
Cacciatori, s’avviò coll’intera brigata ad Arona. Lungo la via fece
spesseggiare le pattuglie e raddoppiare le cautele; presso Oleggio nel
timore che il _Radetzky_, vapore austriaco, potesse dal lago scoprir la
colonna marciante, la fece arrestare fino al calar della sera, e quando
le prime tenebre cominciavano a scendere ripigliò la discesa verso
Arona.
Nessuna marcia, fin allora, era mai stata sì celere e ordinata. Il
pensiero che tra poche ore avrebbero calcato il suolo di Lombardia, che
per molti di loro era lo stesso suolo natío, dava le ali ai Cacciatori
e trasfondeva nel sangue dei più fiacchi una lena novella. La canzone
prediletta dei coscritti:
Addio, mia bella, addio,
L’armata se ne va;
echeggiava con squilli insoliti d’allegria e di passione da un capo
all’altro della colonna, e l’ultima strofa:
Andremo in Lombardia
Incontro all’oppressor,
pareva uscir dalle gole tra mezzo a compressi singhiozzi di gioia! Pure
man mano che la colonna s’avvicinava al lago i canti volontariamente
smorivano, la gioia, come risospinta dalla paura di tradirsi, rientrava
ne’ cuori, i piedi parevano fatti di feltro, e ognuno si studiava di
smorzare il passo quasi gli Austriaci fossero appiattati ne’ dintorni e
dovessero sentirli.
Dal canto suo il Generale non aveva tralasciato di usare il vecchio, ma
sempre efficace strattagemma. Molte ore prima l’infaticabile Simonetta
era partito per Arona coll’ordine di requisirvi, tanto colà che a
Meina, viveri e alloggi e foraggi per tremilacinquecento Cacciatori
e cencinquanta cavalli; e poco dopo Garibaldi stesso smontava alla
stazione d’Arona come uomo che si prepari ad entrarvi. Così tutto
poteva far credere che i Cacciatori avrebbero pernottato ad Arona; e
però che lo scopo loro fosse di sconfinare per il lago.
A notte calata invece la brigata ripiglia la marcia; giunta alle
prime case d’Arona, fa un rapido mezzo giro a destra e infila, sempre
più serrata e silenziosa, la strada di Castelletto; ma intanto che
il primo e il terzo Reggimento, comandati dal Cosenz, sostano fuori
del paese a guardia de’ fianchi e delle spalle, il secondo si trafora
nelle tenebre, come un gran serpe nero, nel parco Visconti, e trovati
alla riva i barconi del bravo Viganotti, compagnia per compagnia,
in profondo silenzio e in ordine mirabile, vi s’imbarca, afferra
l’opposta riva, l’occupa militarmente; mentre la terza compagnia
del De Cristoforis, scelta d’avanguardia, si spinge franca dentro
Sesto-Calende, immersa nel sonno e impreparata alla sorpresa, e coglie
nel loro letto Commissario, Intendente, doganieri, gendarmi, croati,
tutta la tedescheria imperiale e regia colà annidata.