Il 18 sera i Cacciatori delle Alpi entrarono in Biella, e collocati
gli avamposti nelle due strade di Vercelli e di Gattinara, attesero
alacremente a riordinarsi e rifornirsi dell’occorrente per il più lungo
viaggio che dovevano intraprendere. Il Carrano nota che fu quella la
prima città in cui Garibaldi fu popolarmente acclamato. «Il Vescovo,
che per molti anni aveva fatto il missionario in Oriente e del vivere
orientale si chiariva non leggiero gustatore,» volle ospitarlo e mancò
poco che il Generale non attraesse il buon Prelato e il Vicario e il
Segretario di lui a prendere un moschetto per l’indipendenza d’Italia.
Il pensiero però di Garibaldi era di rendere, quanto più lo fosse
possibile, leggiera e spedita la brigata, liberandola da tutti
gl’impedimenti soverchi, o da quelli che a lui parevano tali. Ordinò
quindi (se provvidamente è disputabile) che tutti i Cacciatori
deponessero in appositi magazzini il loro zaino, e che a sostituirlo
fosse cucita nel cappotto una gran tasca, nella quale i militi
avrebbero potuto riporre gli oggetti più necessari. E non appena
finita quell’operazione, Garibaldi, raccolti i varii posti sparsi nei
dintorni, comandò che per il mezzogiorno del 20 la brigata si mettesse
in marcia colla destra in testa per la volta di Gattinara, prima
stazione sulla strada del Lago Maggiore e della Lombardia.
Quantunque sino dal giorno antecedente gli Austriaci avessero già
sgombrato Vercelli e ripassato la Sesia, e tutto il loro sforzo ormai
si volgesse alla destra, tenuta dall’esercito francese, tuttavia una
marcia di fianco con un grosso nemico a una tappa di distanza non era
certamente scevra di pericoli. Occorreva per cansarli diligenza somma,
tanto più che la colonna s’era, in quel continuo andirivieni, di molto
assottigliata e non aveva cavalleria sufficiente per spazzar il terreno
d’attorno e guardarsi il lungo fianco.
Tuttavia le guide del Simonetta si centuplicavano, e, lanciate innanzi
a grande distanza, frugavano, spiavano, riferivano al Generale tutte
le voci, rendevano quasi impossibile la sorpresa. Così la brigata
giunse senza guai a Romagnano; vi passò, sopra un ponte di travi fatto
preparare dal Simonetta medesimo, la Sesia, e nel declinare del giorno
stesso entrò in Borgomanero. Quivi sostò ventiquattr’ore; e il Generale
provvide tosto perchè fossero adoperate a ripulire le armi, a risarcire
le cartuccie, ad alleggerire i bagagli, dandone l’esempio egli stesso
col farsi un leggerissimo fardello di biancheria, che involse in un
pezzo di tela cerata. La suprema cura di quel giorno però era preparare
l’entrata in Lombardia. Garibaldi non aveva esitato un istante a
scegliere per punto di passaggio quel tratto di terreno chiuso tra
Arona e Castelletto, dove il Ticino esce dal Lago Maggiore, e fassi
fiume giù per le aride brughiere. Più basso sarebbe incappato nella
estrema destra del grande esercito austriaco; più alto avrebbe dovuto
avventurarsi al tragitto del lago padroneggiato dai piroscafi nemici,
per grossa imprevidenza del nostro Ministero della guerra abbandonato
alla loro balía.