Prima di seguirlo però, ci sia lecito un’osservazione. In quei
venti giorni Garibaldi non aveva operato nulla di meraviglioso e di
straordinario; ma tutto quello che gli era stato comandato l’aveva
eseguito esattamente e puntualmente. Certo egli divide questo merito
co’ suoi tre principali luogotenenti, il Medici, il Cosenz, l’Arduino,
e questi con tutti i Cacciatori delle Alpi, i quali, nuovi quasi tutti
alle armi, avvezzi la maggior parte agli agi ed alle delicatezze della
vita, sopportarono le fatiche e le privazioni di quello scorcio di
campagna colla disciplinatezza, la costanza e la imperturbabilità
di veterani. Però nemmeno essi avrebbero potuto in così breve tempo
meritar questo giudizio, se il loro Generale non avesse saputo trar
partito così delle loro eccellenti qualità, come de’ loro inevitabili
difetti. Quel che Garibaldi fece in que’ giorni per istruire,
disciplinare, agguerrire i suoi volontari, potrebbe essere materia di
non poche pagine. Oggi con un ordine del giorno o una parlata, domani
con un esperimento o una manovra in piazza d’armi; il tal giorno
addestrandoli ad aspettare il nemico a brucia pelo, il tal altro a
battere in ritirata ultimi e ordinati; e dando sempre egli stesso
l’esempio dell’attività, dell’ordine e della disciplina, era riuscito
ad ottenere in quei pochi giorni di pratico tirocinio più che altri con
mesi di caserma e di piazza d’armi.
E questo dell’ordinatore: come capitano poi, nessuna delle posizioni da
lui prese ebbe bisogno d’esser corretta da’ suoi superiori; talvolta,
come a Verrua, corresse egli stesso le sviste altrui; e se il 13 maggio
fosse stato ascoltato, assai probabilmente Vercelli sarebbe tornato nel
giorno stesso in potere degl’Italiani.
Sottoposto per tre settimane al comando di capi diversi, abballottato
sovente tra ordini contradittori, li seppe conciliare e ubbidire tutti.
Quanti l’accostavano ne sentivano il fáscino. Come le popolazioni,
in mezzo alle quali passava, non rifinivano dal magnificare la sua
cortesia, la sua affabilità, il suo delicato rispetto alle cose ed
alle persone; così i suoi superiori restarono ammirati della sua
arrendevolezza, della sua sottomissione e della sua disciplina. Il
Cialdini, il De Sonnaz, il Cavour, il Re erano subitamente diventati
suoi amici. Infatti avrebbe potuto dolersi di tante cose, e nol fece.
Aveva bisogno di un Commissario di guerra, e non gli fu dato che tardi;
domandò replicatamente il materiale d’ambulanza, e non potè ottenerlo;
chiese due pezzi da montagna, e gli furono negati; pregò per i brevetti
de’ suoi ufficiali, e non li ebbe mai; il Re gli concesse i Cacciatori
degli Appennini, e il Ministero glieli portò via; era mandato a impresa
rischiosissima, e se ne vedeva lesinati con mano avara i mezzi; pure
non un lamento dalla sua bocca, non una difficoltà dal suo Quartier
generale, mai un segno di dispetto e d’indisciplinatezza.
E dicasi pure che la disciplina e la subordinazione sono i doveri
elementari d’ogni buon soldato; non è una lode che chiediamo per lui,
amiamo soltanto chiarire un fatto e assodarlo.
Passato repentinamente dalle più sciolte abitudini della milizia
irregolare alle rigide norme della regolare, egli si spogliò di quelle
e s’investì di queste senza dar segno di sforzo o di disagio veruno.
Il Garibaldi d’America e di Roma s’era nel 1859 totalmente trasformato.
Il _gaucho_ era divenuto per amor di patria una _vecchia giberna_; per
osservanza al Regolamento s’era persino fatto radere la barba, e se ne
eccettui la sella americana buttata sul suo cavallo, e nelle marcie
il fazzoletto rosso svolazzante sulle sue spalle, nessuno avrebbe
riconosciuto sotto la tunica gallonata del generale piemontese l’antico
partigiano di Montevideo.