VIII.

Prima di seguirlo però, ci sia lecito un’osservazione. In quei

venti giorni Garibaldi non aveva operato nulla di meraviglioso e di

straordinario; ma tutto quello che gli era stato comandato l’aveva

eseguito esattamente e puntualmente. Certo egli divide questo merito

co’ suoi tre principali luogotenenti, il Medici, il Cosenz, l’Arduino,

e questi con tutti i Cacciatori delle Alpi, i quali, nuovi quasi tutti

alle armi, avvezzi la maggior parte agli agi ed alle delicatezze della

vita, sopportarono le fatiche e le privazioni di quello scorcio di

campagna colla disciplinatezza, la costanza e la imperturbabilità

di veterani. Però nemmeno essi avrebbero potuto in così breve tempo

meritar questo giudizio, se il loro Generale non avesse saputo trar

partito così delle loro eccellenti qualità, come de’ loro inevitabili

difetti. Quel che Garibaldi fece in que’ giorni per istruire,

disciplinare, agguerrire i suoi volontari, potrebbe essere materia di

non poche pagine. Oggi con un ordine del giorno o una parlata, domani

con un esperimento o una manovra in piazza d’armi; il tal giorno

addestrandoli ad aspettare il nemico a brucia pelo, il tal altro a

battere in ritirata ultimi e ordinati; e dando sempre egli stesso

l’esempio dell’attività, dell’ordine e della disciplina, era riuscito

ad ottenere in quei pochi giorni di pratico tirocinio più che altri con

mesi di caserma e di piazza d’armi.

E questo dell’ordinatore: come capitano poi, nessuna delle posizioni da

lui prese ebbe bisogno d’esser corretta da’ suoi superiori; talvolta,

come a Verrua, corresse egli stesso le sviste altrui; e se il 13 maggio

fosse stato ascoltato, assai probabilmente Vercelli sarebbe tornato nel

giorno stesso in potere degl’Italiani.

Sottoposto per tre settimane al comando di capi diversi, abballottato

sovente tra ordini contradittori, li seppe conciliare e ubbidire tutti.

Quanti l’accostavano ne sentivano il fáscino. Come le popolazioni,

in mezzo alle quali passava, non rifinivano dal magnificare la sua

cortesia, la sua affabilità, il suo delicato rispetto alle cose ed

alle persone; così i suoi superiori restarono ammirati della sua

arrendevolezza, della sua sottomissione e della sua disciplina. Il

Cialdini, il De Sonnaz, il Cavour, il Re erano subitamente diventati

suoi amici. Infatti avrebbe potuto dolersi di tante cose, e nol fece.

Aveva bisogno di un Commissario di guerra, e non gli fu dato che tardi;

domandò replicatamente il materiale d’ambulanza, e non potè ottenerlo;

chiese due pezzi da montagna, e gli furono negati; pregò per i brevetti

de’ suoi ufficiali, e non li ebbe mai; il Re gli concesse i Cacciatori

degli Appennini, e il Ministero glieli portò via; era mandato a impresa

rischiosissima, e se ne vedeva lesinati con mano avara i mezzi; pure

non un lamento dalla sua bocca, non una difficoltà dal suo Quartier

generale, mai un segno di dispetto e d’indisciplinatezza.

E dicasi pure che la disciplina e la subordinazione sono i doveri

elementari d’ogni buon soldato; non è una lode che chiediamo per lui,

amiamo soltanto chiarire un fatto e assodarlo.

Passato repentinamente dalle più sciolte abitudini della milizia

irregolare alle rigide norme della regolare, egli si spogliò di quelle

e s’investì di queste senza dar segno di sforzo o di disagio veruno.

Il Garibaldi d’America e di Roma s’era nel 1859 totalmente trasformato.

Il _gaucho_ era divenuto per amor di patria una _vecchia giberna_; per

osservanza al Regolamento s’era persino fatto radere la barba, e se ne

eccettui la sella americana buttata sul suo cavallo, e nelle marcie

il fazzoletto rosso svolazzante sulle sue spalle, nessuno avrebbe

riconosciuto sotto la tunica gallonata del generale piemontese l’antico

partigiano di Montevideo.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 133 / 168 题