Fino a quel giorno naturalmente era dubbio quale sarebbe stato il
teatro della guerra. Il nemico concentrato sul medio e basso Ticino,
da Abbiategrasso a Pavia poteva tanto operare al mezzogiorno, quanto
al settentrione della linea del Po; tanto mirare a Torino per le valli
della Dora Baltea e della Stura, quanto mirare a Genova per la valle
della Scrivia; ed all’esercito piemontese abbandonato ne’ primi giorni
a sè stesso e costretto con cinquantamila uomini a fronteggiarne
centocinquantamila, non restava miglior partito che tenersi in
osservazione lungo tutta quella linea, guardando i passi principali
e proteggendo da un colpo di mano la Capitale. E così fece; e fu
conseguenza di questo primo appostamento de’ due eserciti avversari
che la brigata dei Cacciatori delle Alpi fosse chiamata a Brusasco.
Suo mandato era guardare il Po da Brusasco a Gabbiano, difendere la
strada militare Casale-Torino, e chiudere gli intervalli vacanti tra la
divisione Cialdini che guardava la Dora Baltea, e le batterie di Casale
che proteggevano più a mezzogiorno i passi del Po.
Però sin dal primo giorno il Comandante in capo l’esercito regio
dovette accorgersi che il Comandante dei Cacciatori delle Alpi era uomo
che conosceva il suo mestiere, e pure ubbedendo agli ordini ricevuti li
sapeva all’uopo saggiamente interpetrare. Infatti avendogli il Ministro
della guerra comandato di porre un presidio nel castello di Verrua, il
generale Garibaldi avvertì tosto, e giustamente, che se quel presidio
aveva per iscopo di guardar la strada militare da Casale a Torino,
non lo raggiungeva affatto, perchè Verrua era discosto troppo dalla
detta via per poterne sbarrare il passo. Invece esplorando coll’usata
sua solerzia il terreno datogli in custodia, aveva osservato che allo
stesso ufficio provvedevano assai meglio le alture di Brozzolo; onde
inviando la compagnia del Gorini (la prima del secondo Reggimento)
a presidiar Verrua, mandò avviso al generale Cialdini, suo capo
immediato, ch’egli andava in quel giorno stesso ad occupare Brozzolo e
vi piantava il suo Quartier generale. E della risoluzione presa n’ebbe
la miglior lode che mai potesse lusingarlo; poichè lo stesso generale
Cialdini nell’ora medesima in cui il suo Brigadiere gli annunziava
di aver fatta quella mossa, gli spediva, ignorando d’esser stato
prevenuto, l’ordine di farla.
Però la disparità delle forze era tale che nessuna postura, per quanto
felice, avrebbe salvato Torino per lo meno da un assalto, e l’esercito
sardo da una percossa più o meno forte, se l’Austriaco avesse agito con
maggior prontezza ed energia, e fosse stato governato da un concetto e
da un uomo. Tutto ciò invece, per sventura sua e per ventura nostra,
gli mancava. Il generale Giulay aveva innanzi a sè due vie: operare
per il basso Po, sbucando da Pavia e da Piacenza, e assalita la destra
piemontese prima che i soccorsi francesi l’avessero raggiunta, voltarsi
a battere questi man mano che arrivavano in linea; o varcare il Ticino
tra Magenta e Bereguardo e lasciato un corpo sufficiente a osservare
Casale, rompere col rimanente le fragili linee della Baltea e della
Stura, e marciare su Torino. Certo fra queste due vie quella che poteva
condurre ad un risultato militare sicuro e completo, era la prima; la
seconda invece non offriva che il vantaggio politico, importante per
fermo, di impadronirsi della Capitale, e s’intende che un mediocre
generale, insuperbito dalla momentanea superiorità delle sue forze,
potesse vagheggiarlo. Ma in tal caso conveniva saper eseguire;
conveniva cioè marciar rapido e manovrare energico; aver passato il
Ticino fino dal 27 mattina, minacciare e, meglio ancora, sforzare
colla metà dell’esercito i ponti del Po tra Casale e Valenza, prima che
gl’Italo-Sardi vi si fossero concentrati d’attorno, e coll’altra metà,
per Novara-Vercelli sfondate le fragili linee della Baltea e della
Stura, correre sulla Capitale per rovesciarsi poi sull’esercito sardo e
metterlo tra due fuochi.
Il generale Giulay, all’opposto, aspettò di varcare il Ticino al
29 sera; andò vagando tre giorni tra Mortara e Vercelli in cerca
d’un nemico che non c’era; non fece alcun serio tentativo nè sul
Po, nè verso la Dora; e lasciando scorrere inutilmente tre giorni
preziosissimi per lui, si pose nell’impossibilità di trar profitto
così della lontananza de’ Francesi, come della debolezza numerica
degl’Italiani, e di vincere con poche difficoltà una prima grossa
battaglia.
L’esercito sardo invece, appena conobbe le mosse del Generalissimo
austriaco, s’appigliò al solo partito saggio e logico che gli restasse;
si concentrò tutto sulla destra del Po tra Casale e San Salvatore,
fiancheggiandosi con Alessandria, e lasciò che il Generalissimo nemico
avanzasse se l’osava. E non l’osò per ventura sua; chè ormai nella
giornata del 30 giunte a Torino ed Alessandria le avanguardie francesi,
se gli Imperiali si fossero cacciati avanti, pochi di loro, assai
probabilmente, avrebbero potuto ripassare il Ticino.