V.

Fino a quel giorno naturalmente era dubbio quale sarebbe stato il

teatro della guerra. Il nemico concentrato sul medio e basso Ticino,

da Abbiategrasso a Pavia poteva tanto operare al mezzogiorno, quanto

al settentrione della linea del Po; tanto mirare a Torino per le valli

della Dora Baltea e della Stura, quanto mirare a Genova per la valle

della Scrivia; ed all’esercito piemontese abbandonato ne’ primi giorni

a sè stesso e costretto con cinquantamila uomini a fronteggiarne

centocinquantamila, non restava miglior partito che tenersi in

osservazione lungo tutta quella linea, guardando i passi principali

e proteggendo da un colpo di mano la Capitale. E così fece; e fu

conseguenza di questo primo appostamento de’ due eserciti avversari

che la brigata dei Cacciatori delle Alpi fosse chiamata a Brusasco.

Suo mandato era guardare il Po da Brusasco a Gabbiano, difendere la

strada militare Casale-Torino, e chiudere gli intervalli vacanti tra la

divisione Cialdini che guardava la Dora Baltea, e le batterie di Casale

che proteggevano più a mezzogiorno i passi del Po.

Però sin dal primo giorno il Comandante in capo l’esercito regio

dovette accorgersi che il Comandante dei Cacciatori delle Alpi era uomo

che conosceva il suo mestiere, e pure ubbedendo agli ordini ricevuti li

sapeva all’uopo saggiamente interpetrare. Infatti avendogli il Ministro

della guerra comandato di porre un presidio nel castello di Verrua, il

generale Garibaldi avvertì tosto, e giustamente, che se quel presidio

aveva per iscopo di guardar la strada militare da Casale a Torino,

non lo raggiungeva affatto, perchè Verrua era discosto troppo dalla

detta via per poterne sbarrare il passo. Invece esplorando coll’usata

sua solerzia il terreno datogli in custodia, aveva osservato che allo

stesso ufficio provvedevano assai meglio le alture di Brozzolo; onde

inviando la compagnia del Gorini (la prima del secondo Reggimento)

a presidiar Verrua, mandò avviso al generale Cialdini, suo capo

immediato, ch’egli andava in quel giorno stesso ad occupare Brozzolo e

vi piantava il suo Quartier generale. E della risoluzione presa n’ebbe

la miglior lode che mai potesse lusingarlo; poichè lo stesso generale

Cialdini nell’ora medesima in cui il suo Brigadiere gli annunziava

di aver fatta quella mossa, gli spediva, ignorando d’esser stato

prevenuto, l’ordine di farla.

Però la disparità delle forze era tale che nessuna postura, per quanto

felice, avrebbe salvato Torino per lo meno da un assalto, e l’esercito

sardo da una percossa più o meno forte, se l’Austriaco avesse agito con

maggior prontezza ed energia, e fosse stato governato da un concetto e

da un uomo. Tutto ciò invece, per sventura sua e per ventura nostra,

gli mancava. Il generale Giulay aveva innanzi a sè due vie: operare

per il basso Po, sbucando da Pavia e da Piacenza, e assalita la destra

piemontese prima che i soccorsi francesi l’avessero raggiunta, voltarsi

a battere questi man mano che arrivavano in linea; o varcare il Ticino

tra Magenta e Bereguardo e lasciato un corpo sufficiente a osservare

Casale, rompere col rimanente le fragili linee della Baltea e della

Stura, e marciare su Torino. Certo fra queste due vie quella che poteva

condurre ad un risultato militare sicuro e completo, era la prima; la

seconda invece non offriva che il vantaggio politico, importante per

fermo, di impadronirsi della Capitale, e s’intende che un mediocre

generale, insuperbito dalla momentanea superiorità delle sue forze,

potesse vagheggiarlo. Ma in tal caso conveniva saper eseguire;

conveniva cioè marciar rapido e manovrare energico; aver passato il

Ticino fino dal 27 mattina, minacciare e, meglio ancora, sforzare

colla metà dell’esercito i ponti del Po tra Casale e Valenza, prima che

gl’Italo-Sardi vi si fossero concentrati d’attorno, e coll’altra metà,

per Novara-Vercelli sfondate le fragili linee della Baltea e della

Stura, correre sulla Capitale per rovesciarsi poi sull’esercito sardo e

metterlo tra due fuochi.

Il generale Giulay, all’opposto, aspettò di varcare il Ticino al

29 sera; andò vagando tre giorni tra Mortara e Vercelli in cerca

d’un nemico che non c’era; non fece alcun serio tentativo nè sul

Po, nè verso la Dora; e lasciando scorrere inutilmente tre giorni

preziosissimi per lui, si pose nell’impossibilità di trar profitto

così della lontananza de’ Francesi, come della debolezza numerica

degl’Italiani, e di vincere con poche difficoltà una prima grossa

battaglia.

L’esercito sardo invece, appena conobbe le mosse del Generalissimo

austriaco, s’appigliò al solo partito saggio e logico che gli restasse;

si concentrò tutto sulla destra del Po tra Casale e San Salvatore,

fiancheggiandosi con Alessandria, e lasciò che il Generalissimo nemico

avanzasse se l’osava. E non l’osò per ventura sua; chè ormai nella

giornata del 30 giunte a Torino ed Alessandria le avanguardie francesi,

se gli Imperiali si fossero cacciati avanti, pochi di loro, assai

probabilmente, avrebbero potuto ripassare il Ticino.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 130 / 168 题